Neurocapitalismo e cura

di Giuliano Spagnul

GiulianoSpagnul-copGriziotti

Da solo non posso essere libero e consapevole, e nemmeno un uomo.

L’altro che in prima istanza vedo come un rivale, è mio rivale solo in

quanto è anche me stesso.”

Maurice Merleau-Ponty

Se “neurocapitalismo” è malattia, come sembrerebbe suggerire il neologismo, la cura non potrebbe essere che quella di sempre: rivoluzione! Da analfabeta informatico venato da fantasie luddiste , se non proprio tentazioni, non potrei, né dovrei, tentare alcun approccio a questo libro di Giorgio Griziotti, uno dei primi ingegneri informatici uscito dal Politecnico di Milano, dall’intrigante titolo Neurocapitalismo. Mediazioni tecnologiche e linee di fuga. (Mimesis 2016, 254 pagine, 20 Euro). Ma avendo già osato un’incursione per un libro di altri due giovani informatici hacker, Salvatore Iaconesi e Oriana Persico, La Cura1 tanto vale addentrarsi ancora più a fondo in questo territorio sconosciuto che comunque ci pervade e ci domina nostro malgrado. Tanto più che nella prefazione di Tiziana Terranova questo libro trova sintonia proprio con il progetto della Cura, in quanto entrambi tendono a contrastare “una condizione esistenziale” di “malato-di-cancro nella macchina de-umanizzante degli ospedali” per Iaconesi e Persico e per Griziotti di “esule2 e ingegnere informatico dentro una grande azienda de-sindacalizzata, precarizzata e sottoposta alla spinta devastante della competitività interna(…) tramite una condivisione e co-produzione di sapere che innesta delle dinamiche di emancipazione da quella divisione del lavoro tra esperti e non esperti, tra erogatori di servizi e meri pazienti/clienti.” Il leitmotiv del libro è qui enunciato dalla Terranova in poche e chiare parole: “viviamo in una transizione sociale, economica e tecnologica che porta il capitalismo a farsi da industriale a bio-cognitivo, a estendere il produrre fino al cuore del vivere e delle forme di vita, in quella ‘bio-ipermedialità’ fatta di reti sociali e dispositivi mobili e intimamente connessi al corpo”. Per spiegarci questo e per tentare di individuare delle vie di fuga, come recita il sottotitolo, Griziotti non esita a portarci per mano dentro a parole e concetti difficili (regalandoci anche un succoso ed esauriente glossario) avvalendosi di apporti filosofici, soprattutto Foucault ma anche Braidotti, immaginari fantascientifici, in gran parte cinematografici, e perfino un’avance federiciana con una rischiosissima metaforizzazione politica di Castel del Monte. Come La Cura anche questo è un libro discutibilissimo, nel senso da discutere e da discutere molto, per fortuna. Diviso in tre parti: come è strutturata oggi la produzione in quel “passaggio del ‘produrre per vivere’ operaio dell’era industriale al ‘vivere per produrre’ precario di quella cognitiva” nella prima parte; il Vivere nell’analisi di come “bios e zoe, vita cosciente e materia vivente non differenziata, si dirigono/vengono dirette tramite usi contraddittori e divergenti delle tecnologie, verso nuove dimensioni” nella seconda; e infine, nella parte conclusiva l’Organizzarsi, cioè un ‘CHE FARE’ riformulato con un nuovo verbo coniugato al riflessivo che non implichi “per forza un fine o un obiettivo (evitando così) qualsiasi presupposto ideologico”. Già l’inizio dell’introduzione: “non esiste epoca in cui le tecniche non siano state parte essenziale dell’attività umana ed il loro uso non abbia condizionato la vita” mi pone la domanda se mai sia scindibile la tecnica dall’umano, cioè se non sia parte integrante del costituirsi dell’umano in quanto tale. Gli esempi immaginari qui accostati: la scimmia antropomorfa che usa un osso a mo’ di arma in 2001 Odissea nello spazio di Kubrick e “il famoso monologo che l’androide Roy Baty recita morendo (…) ‘ho visto cose…’” in Blade Runner sono un avvio estremamente ambiguo. La scimmia deve il suo salto evolutivo a una presenza esterna, il monolite venuto dallo spazio, che ci rimanda a qualcosa che non può essere razionalizzato, che lungi però da aprirci a esiti metafisici, ci intima di astenerci dalla ricerca di un’origine, dell’origine, da cui tutto deriva. Un punto di necessaria sospensione dalla nostra hybris conoscitiva. Sornione Kubrick, al contrario dello scaltro Riddley Scott che aggirando l’opera di Dick ci presenta l’ineffabile presenza del non umano, dell’androide; dove in Dick invece androide e umano si confondono nell’irrimediabile mancanza di un’essenza che caratterizzi l’uno nella diversità dall’altro. E ancora poco più avanti se l’”Umanesimo, a predominanza eurocentrica, bianca e maschile, nato con l’illuminismo, è in fase di declino inarrestabile, anche nella sua variante socialista” a cominciare dagli anni Sessanta e Settanta, non si capisce come i vari cicli “di lotte femministe, ecologiche, antirazziste, antimperialiste, anticolonialiste, così come quell(e) per la liberazione sessuale” nella loro carica di “opposizione antiumanista” riescano ad emergere di colpo dal nulla, con una tale virulenza che “pur fallendo nel loro intento centrale di rovesciamento politico del capitalismo, che dalla crisi esce invece rafforzato, operano fratture normative irreversibili, da cui emergono singolarità ibride e diversificate.” C’è un vizio di fondo, io credo, non solo in questo libro, ma in gran parte di chi ragiona sul “cambiamento di paradigma” che le nuove tecnologie hanno apportato alla società umana, di voler fissare una cesura epocale tra un prima e un dopo del digitale, dall’avvento di internet, ecc. E allora ecco che si può dire “a cominciare dagli anni Sessanta e Settanta, derubricandoli di fatto a era precedente, anticipatrice di ciò che si sarebbe dispiegato in tutta la sua forza e originalità di lì a poco. È su questo impianto riduttivo che l’idea di postumano o di quella foucaultiana “morte dell’uomo” si ritrova schiacciata a un puro superamento dei presunti limiti/mancanze del corpo umano, che finalmente potrebbe, grazie alle prodigiose innovazioni della tecnica, liberarsi da questi ultimi e forse addirittura fare a meno del corpo stesso, tagliando così di netto e senza rimpianti il ramo su cui stiamo da illo tempore seduti. In realtà non saremmo neanche in grado di pensare alla nostra posterità se non fossimo diventati posteri a noi stessi già da lungo tempo. Il ritmo accelerato di innovazioni a cui siamo sottoposti non sarebbe minimamente sopportabile se non fossimo stati addestrati fisicamente e mentalmente nell’arco di più di un secolo. La vita breve dell’uomo, di quell’uomo della cui morte parla Foucault, e a cui noi restiamo nostalgicamente legati e a cui tenacemente continuiamo a far riferimento, anche se inevitabilmente per poco ancora, inizia a morire almeno dalla seconda metà del positivista secolo XIX e agonizza irrimediabilmente entro la metà del secolo successivo, con Aushwitz e Hiroshima se proprio vogliamo restare legati a un’immagine di frattura irreversibile, tra un prima e un dopo, tra un mondo e una altro mondo affatto nuovo. L’avvento dell’elettricità, come già sostenuto da Marshall McLuhan, ha di fatto dato l’avvio al costituirsi di una nuova comunità magica; quel magismo che si voleva definitivamente sconfitto dall’alleanza tra scienza e religione nel XVI secolo riemerge paradossalmente nella spinta massima del progresso tecnico scientifico operata dal capitalismo maturo del XIX secolo, e proprio in quel semplice gesto del digitare un bottone che trasforma la notte in giorno sta l’accensione di una nuova mentalità di tipo magico. Così come potremmo ricordare l’esempio proustiano della trasformazione fantasmatica della nonna di Swan ad opera dell’incantesimo telefonico. D’altronde che senso ha quella sterminata produzione di cultura di massa fantascientifica3 a basso costo a partire dagli anni ’20 negli Stati Uniti, il paese più industrializzato e consumista del pianeta, se non quello di centrifugare nell’immaginario popolare le più svariate e strambe combinazioni futurologiche, atte a creare una vera e propria predisposizione soggettiva ai cambiamenti in atto e a venire. In definitiva potremmo dire che “l’ipotesi di un Postumano, come superamento definitivo dell’Umanesimo stesso” più che un’ipotesi o una prospettiva è un dato di fatto, qualcosa che si è ormai compiuto e porsi l’interrogativo se questo “possa assicurare di per sé l’emergere di un’etica che eviti il difficile futuro a cui siamo destinati se continuiamo nella direzione attuale dominata dalla razionalità economica neoliberista” è quantomeno ininfluente. Una nuova etica ce la dobbiamo costruire da noi anche a costo di ancorarla nel vuoto, come suggerito da un filosofo, forse oggi un po’ troppo trascurato, come Gunther Anders. Siamo ormai tutti compiutamente postumani, si tratta però di capire che non veniamo dal nulla, che di tante morti e rinascite è fatto il nostro cammino di specie. Se ci si domanda poi “in quale modo e da chi le mediazioni operate tramite le tecnologie bioipermediatiche e biogenetiche possono essere usate per imbrigliare o liberare le energie del corpo sociale (e) quali produzioni di soggettività esse generano” è bene non sottovalutare, semplicemente tacendolo, il lavoro dell’ultimo Foucault (del resto in perfetta continuità col cosiddetto primo Foucault, quello dell’analisi del potere) sulla cura di sé, sulla produzione di soggettività nell’antica Grecia e nel Cristianesimo delle origini. Siamo ancora quegli uomini lì, per quanto postumani, rimaniamo, come sosteneva Gunther Anders, uomini antiquati, e potremmo parlare ed intenderci benissimo con un greco di 2.500 anni fa. Non “abbiamo visto” ancora abbastanza “cose che…”, siamo una specie giovane e assai bellicosa, e qualunque prospettiva di un possibile “esodo” anche pensando di sfruttare la Realtà Virtuale “a nostro favore (…) facendo corrispondere a questo termine una ulteriore dimensione che sia un modo d’essere postcapitalistica” rimane un’ipotesi utopica (già avanzata in tanta fantascienza e in modo esemplare, nella sua radicalità, dal classico City4 di Clifford Simak). Griziotti però lo dice esplicitamente che “abbiamo un grande bisogno di utopie in questo momento”, ed è qui che si riscontra il limite, a mio parere, di questo libro (per altro talmente ricco nell’analisi della situazione che ci troviamo ad affrontare e così pieno di provocazioni e stimoli che mettono in seria difficoltà qualunque tentativo di recensione esaustiva) in quanto non affrancamento da una prospettiva rivoluzionaria che non riesce più ad essere inattuale, cioè che non rompa con i feticci di classe, di appartenenza e con la prospettiva di un tempo lineare che sposta sempre più in là il sogno di una liberazione che mai si avvera. L’ha già fatto tante volte il Cristianesimo, con la sua promessa di redenzione universale, che all’inizio doveva avverarsi nell’immediato e poi procrastinata a data da definirsi. È l’utopia che sorregge la scienza e la fede, ma scienza e fede, come ricorda Simondon “sono i resti di una spiritualità incagliatasi, che divide il soggetto e lo contrappone a se stesso anziché fargli trovare un significato nel collettivo”.5 Ritrovare una spiritualità che ci riporti al collettivo e una spiritualità che, per tornare a Foucault, abbia dentro di sé “l’insieme di quelle ricerche, di quelle pratiche e di quelle esperienze che (…) per il soggetto, per il suo stesso essere di soggetto, rappresentino il prezzo da pagare per avere accesso alla verità”.6 Pratiche capaci di produrre effetti di verità, cioè capaci di trasformare noi e con noi il mondo. L’avevamo tentato in quegli anni ’60 e ’70, anche se avevamo uno sguardo e un dire strabico, guardando indietro e brancolando in avanti. 7 Di tutto questo sapere di pratiche e di esperienze oggi l’unico ad essersene avvantaggiato è proprio il capitalismo nella sua forma emergente di capitalismo cognitivo. È riuscito a capitalizzare fino in fondo tutto il discorso sulle emozioni, i bisogni, il corpo, l’affettività, ecc., glielo abbiamo servito sopra un piatto d’argento e noi stiamo ancora a nostalgizzare i “trenta gloriosi”, quel periodo di lotte e conquiste sì, ma anche di asfissiante socialdemocrazia, quella che un Ken Loach inchiodava al palo con Family life per poi pentirsi ipocritamente quarant’anni più tardi con The Spirit of ‘45. Ci sarebbero molte cose da dire, troppe e mi rendo conto che devo cercare di chiudere queste mie forse troppo affrettate riflessioni, forse provocazioni, e chiudo allora arrivando a quell’ultimo capitolo a cui anche la copertina è ispirata, dal titolo “Evasione finale: I byte di Castel del Monte e le meraviglie del comune” a cui Griziotti affida una sorta di profezia della speranza. Un non-castello, opera priva di una funzionalità apparente in cui “non c’è uno scopo di potere” e che “sembra contrapporsi in modo diretto ad un uso compulsivo e finalizzato della tecnologia (…) frutto di un comune multietnico e multiculturale” e che pertanto ci permette “di usarlo come una metafora di costruzione del comune nella società in rete. Una sfida immensa”. È una descrizione affascinante, anche con accostamenti all’immaginario filmico di Avatar e alle tribù native della California legando il tutto al mondo digitale e algoritmico. Però anche qui, per quanto la magia dello Stupor Mundi possa conquistarci, ricordiamo che stiamo parlando di una delle figure di potere più illuminate della storia dell’Occidente, un ragazzo cresciuto nei vicoli di Palermo che poi darà l’avvio alla Scuola siciliana e da lì alla lingua che noi tutti parliamo; conquisterà Gerusalemme chiedendola come un favore personale al Califfo, creerà università e ancora…; ma sempre di un uomo di potere, appunto, stiamo parlando e dubito che Castel del Monte possa esserne scevro. In fondo lo scomunicato (per aver preso Gerusalemme senza spargimenti di sangue) sequestratore di preti Federico II era anche capace di bruciare chiunque si professasse eretico, essendo il suo potere diretta emanazione da Dio. Castel del Monte, per quanto di indicibile bellezza, rimane in fondo emblema del potere assoluto. Concludo, conscio della frammentarietà di quanto scritto fin qui, ricollegandomi a quanto scritto nel finale della recensione di Benedetto Vecchi sul Manifesto:8 “l’auspicio di una fuoriuscita dal capitalismo come esito obbligato di pratiche sociali ed economiche diffuse e virali corre il rischio di rimanere, appunto, un auspicio. Poco più che il miraggio di giungere a un’isola che non c’è. Molto meno di una strategia politica.” Vero, più che condivisibile tranne che forse proprio in questa mancanza di strategia politica (quanto ne è pieno il passato e con quali esiti…) sta forse la forza sotterranea di un libro come questo, nell’umiltà di dispiegare un ampio ventaglio di possibilità, anche contraddittorie tra di loro, ma capaci di porre sul tavolo della discussione tentativi, imbarazzi, paure, piccole strategie per cercare di ricreare quell’humus in grado di fermentare una nuova possibilità (non un’uscita, che in realtà non si esce mai da nulla) di resistere all’entropia, alla sconfitta definitiva della nostra avventura di umani; che questa è la vera posta in gioco.

Nota 1: http://www.labottegadelbarbieri.org/la-malattia-e-un-evento/

Nota 2: Ha lavorato per oltre vent’anni in Francia.

Nota 3: nella letteratura, cinema fumetto, pubblicità ecc.

Nota 4: una mia recensione qui: http://www.labottegadelbarbieri.org/ancora-su-city-di-simak-per-ripensare-la-fantascienza/

Nota 5: Gilbert Simondon, L’individuazione psichica e collettiva, Derive e Approdi 2001, pag. 96

Nota 6: Michel Foucault, L’ermeneutica del soggetto, Feltrinelli 2003, pag. 17

Nota 7: Ancora Foucault lo ha analizzato nel 1975: “si può ben dire che quel che è accaduto a partire dal ’68 – e verosimilmente quel che l’ha preparato- era profondamente antimarxista. In che modo i movimenti rivoluzionari europei potranno liberarsi da ‘l’effetto Marx’, dalle istituzioni proprie al marxismo del XIX secolo e del XX secolo? In questo senso si orientava il movimento. Nel rimettere in discussione l’identità marxismo – processo rivoluzionario, identità che costituiva una specie di dogma.” M. Foucault, La microfisica del potere, Einaudi 1977, pag. 139

Nota 8: http://ilmanifesto.info/il-viru

 

 

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