A chi interessa la pace in Ucraina?

articoli e disegni di Carlos Latuff, Federazione Anarchica Italiana- FAI, Turi Vaccaro, Gianluca Cicinelli, Antonio Mazzeo, Daniel Davis, Sergey Lavrov, Stefano Orsi, Sara Reginella, Philips Graham, Geraldina Colotti, Alessio Lerda, Francesco Vignarca, Graham E. Fuller, Pasquale Pugliese, Francesco Masala, Vanessa Ricciardi, Caitlin Johnstone, Manlio Dinucci, Enzo Apicella, Piero Orteca, Yurii Colombo, Michele Marsonet

Per un nuovo manifesto anarchico contro la guerra

In questi mesi in cui il dramma della guerra è sempre più portato all’attenzione internazionale dalla crisi in Ucraina, ritorna prepotentemente di attualità il tema dell’antimilitarismo anarchico. Vediamo che da alcuni singoli e gruppi che si dichiarano antiautoritari, libertari o anarchici giunge già da prima dell’invasione russa dell’Ucraina una forte critica al nostro tradizionale antimilitarismo. Abbiamo letto attentamente tali posizioni in questi mesi, riteniamo oggi di dover chiarire il nostro punto di vista.

Il nostro pensiero va dapprima alle nostre compagne e ai nostri compagni che più di un secolo fa, di fronte al dramma della Prima Guerra Mondiale, sentirono la necessità di affermare che: “Dobbiamo dichiarare ai soldati di tutti i Paesi, che credono di stare combattendo per libertà e giustizia, che il loro eroismo e il loro valore non serviranno che a perpetuare l’odio, la tirannia e la miseria” (International Anarchist Manifesto against the War, 1915). Come Goldman, Berkman, Malatesta, Schapiro e gli altri, crediamo alla necessità che la voce internazionalista e solidarista dell’anarchismo e dei suoi principi di sorellanza e fratellanza universale torni a parlare a tutte e a tutti, a maggior ragione in un mondo sempre più frammentato in odi nazionali, etnici e identitari.
La guerra è all’origine dell’ordinamento attuale della società, fondato su rapporti di dominio, sfruttamento e oppressione. Questo è un punto fermo per la FAI, presente nel Programma Anarchico che è il riferimento teorico della nostra Federazione: “Non comprendendo i vantaggi che potevano venire a tutti dalla cooperazione e dalla solidarietà, vedendo in ogni altra persona un concorrente ed un nemico, una parte dell’umanità ha cercato di accaparrare, a danno dell’altra, la più grande quantità di godimenti possibili. Data la lotta, naturalmente i più forti, o i più fortunati, dovevano vincere ed in vario modo sottoporre ed opprimere i vinti.”

Per questo manteniamo ferma la nostra posizione di rifiuto della guerra e ci riconosciamo nell’idea di disfattismo rivoluzionario. Intendiamo per disfattismo una posizione rivoluzionaria di fronte alla guerra, quella di coloro che lottano per la disfatta del governo e della classe dominante del proprio Paese, credendo che le guerre sono combattute per gli interessi e i privilegi degli oppressori e degli sfruttatori. All’inizio del XX secolo, e in particolare durante la Prima Guerra Mondiale, alcuni governi europei hanno usato l’accusa di “disfattismo” contro ogni forma di dissenso, di opposizione alla guerra, di protesta politica o lotta operaia, che rompesse l’unità nazionale di fronte al nemico. Il disfattismo quindi non accetta la tregua delle lotte sociali imposta dai governi in tempi di guerra attraverso la censura, la repressione e la legge marziale. Al contrario, prosegue la lotta contro il governo nelle particolari condizioni della guerra, sia attraverso il sabotaggio della guerra, sia attraverso l’incoraggiamento delle lotte sociali. La posizione del disfattismo si colloca all’interno di una prospettiva internazionalista e rivoluzionaria con lo scopo di provocare la sconfitta dell’imperialismo del “proprio” Paese, e uno dei suoi punti fondamentali è il rifiuto di sostenere una parte belligerante in guerre tra Stati e/o blocchi imperiali.

Attualmente si stanno combattendo decine di guerre, con il loro carico di morti, distruzione, stupri, saccheggi ed esodi di massa. Negli ultimi quindici anni la crisi del sistema di egemonia mondiale fondato sulla globalizzazione ha prodotto una tendenza mondiale all’autoritarismo e alla militarizzazione. La globalizzazione come forma di dominio mondiale ha per lungo tempo assicurato all’imperialismo angloamericano un ruolo privilegiato nello sfruttamento delle risorse del pianeta, con l’appoggio delle classi privilegiate dei vari Paesi. L’entrata della Russia e della Cina nel Fondo Monetario Internazionale e nell’Organizzazione Mondiale del Commercio hanno dimostrato che i contrasti fra le potenze non mettono in discussione la divisione della società in classi e in diverse gerarchie.

Al Congresso FAI di Empoli a giugno 2022 abbiamo condiviso una sintesi riguardo alla lettura della guerra in Ucraina, di cui qui riportiamo una piccola parte: “Negli ultimi dieci anni l’intensificazione delle tensioni tra gli Stati, la guerra commerciale e finanziaria, il progressivo isolamento più o meno parziale dei mercati, l’estensione dei conflitti in parte per procura, ma sempre più in forma diretta, tra le potenze mondiali e regionali in diverse regioni del mondo, hanno definito uno scenario molto diverso. Il modello capitalista imposto nel secolo scorso dall’egemonia statunitense è ancora l’orizzonte entro il quale si realizza la contesa tra gli stati, ma il mondo non è più dominato da un’unica superpotenza. Gli Stati Uniti hanno perso la guerra in Afganistan, in Iraq e in Siria, e rispetto a pochi decenni fa vedono molto ristretta la propria influenza nell’America Centrale e del Sud, in quello che erano abituati a considerare il giardino di casa. L’accordo AUKUS tra Australia, UK e USA, che ha riorientato verso il Pacifico con un’alleanza separata la strategia di questi stati, sembrava mettere in discussione la presenza statunitense in Europa e la stessa coesione se non l’esistenza della NATO. L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia si inserisce quindi in un processo di ridefinizione degli equilibri tra le potenze a livello globale.

La crisi dell’egemonia è strettamente legata alla crisi dei sistemi di governo e coesione sociale, perché con il taglio delle garanzie sociali e la debolezza dei meccanismi di consenso, con l’insorgere in molti paesi di movimenti che con forme e caratteri diversi mettono in discussione i governi e gli accordi tra le classi dominanti, l’uso della forza diviene strumento principale per la conservazione del potere e dell’ordinamento sociale. In questo senso abbiamo parlato negli ultimi anni di un crescente ruolo del militare nelle società. La rivolta in Bielorussia del 2020 e l’insurrezione in Kazakistan a gennaio 2022, hanno reso evidente la grave crisi di consenso interna al sistema a guida russa. Nella tenuta dell’OTSC l’esercito ha assunto un ruolo fondamentale. L’intervento militare russo in Kazakistan per stroncare nel sangue l’insurrezione popolare ne ha dato una tragica dimostrazione, e ha aperto la strada all’invasione dell’Ucraina a febbraio. Anche negli USA le rivolte contro la polizia, contro la violenza razzista del 2020 hanno portato a inizio 2021 i vertici delle forze armate a sostenere in un clima da preludio di guerra civile l’insediamento di Biden alla presidenza, per evitare che il suprematismo violento di Trump esasperasse irrimediabilmente la crisi di consenso.”

La risposta alla crisi è l’aumento delle spese militari e il rafforzamento del ruolo delle forze armate nelle scelte politiche. Saltati i meccanismi di regolamentazione economica e politica, che stabilivano la gerarchia fra le potenze e il flusso dei profitti verso le metropoli imperialiste, è necessario ricorrere alla guerra per ristabilire il vecchio equilibrio o definirne uno nuovo.
Nell’ambito di questo nuovo disordine mondiale cresce il ricorso alla guerra e alle missioni militari, comunque i governi vogliano definirle nella propria propaganda.

Dall’Ucraina allo Yemen, dai paesi del Sahel al Myanmar, dall’Afganistan al Tigrai e altrove, passando per tutte le regioni in cui genocidi come quello curdo e quelli delle popolazioni indigene e afro-discendenti sono in corso, siamo tutte e tutti potenzialmente sotto le bombe e la minaccia di distruzione, repressione e svolta autoritaria. Sappiamo bene che le porte girevoli tra le cosiddette democrazie e le cosiddette autocrazie possono muoversi molto rapidamente, e che lo stato di guerra riduce rapidamente gli spazi a chi voglia agire per la trasformazione sociale. Diamo sempre la nostra solidarietà umana a chi soffre e rischia la vita trovandosi in situazioni difficili, anche se ha idee e pratiche distanti da quelle che esprimiamo.

L’anarchismo sociale rompe le attuali logiche imperiali, capitaliste, nazionaliste e autoritarie, respinge le divisioni imposte dai confini, e il concetto dell’integrità o della “difesa” territoriale di uno Stato o di una qualunque entità che aspira ad esserlo non ci appartiene perché, associato al principio della sovranità territoriale, finisce inevitabilmente per legarsi a prospettive nazionaliste o micro-nazionaliste. Qualsiasi cosa voglia dire la parola “nazione”, essa nasconde la divisione tra sfruttat* e sfruttatori, tra oppress* e oppressori.

Ribadiamo la nostra condanna irrevocabile e senza ambiguità del regime putiniano e della sua criminale invasione dell’Ucraina, nonché della sua feroce repressione del dissenso interno. Ma condanniamo anche il criminale ruolo di tutti i governi che soffiano sul fuoco di questo e altri conflitti fornendo armi e guadagnando sulle forniture. Ci opponiamo nella maniera più decisa alla NATO che da anni cerca di imporre la militarizzazione della vita sociale e l’aumento delle spese militari nei paesi membri, e che grazie a Putin si è rilanciata dopo la fine ingloriosa dell’aggressione all’Afghanistan. Nello stesso modo rifiutiamo la narrazione di una guerra fra libertà e dittatura. Da questo punto di vista, l’Ucraina di Zelensky è veramente una piccola Russia, con un governo autoritario, una cerchia di oligarchi che saccheggia il paese, una repressione verso tutte le forme di protesta e verso le minoranze che la guerra ha reso più dura. Oggi Zelensky, pur di rimanere al potere, indebita e vende a pezzi il proprio Paese agli Usa, al Regno Unito, all’Unione Europea in cambio del loro appoggio militare. La penetrazione di interessi occidentali in Ucraina non è tuttavia esclusivamente legata all’invasione russa scattata il 24 febbraio: multinazionali dell’agroalimentare, molte statunitensi e una russa, controllano parte del granaio d’Europa e il principale scalo commerciale nel porto di Odessa da oltre 10 anni.

Le conseguenze di questa guerra sono drammatiche su entrambi i lati del fronte. Conseguenze disastrose anche per il resto d’Europa con l’aumento dei prezzi a causa della speculazione, l’aumento della militarizzazione, il riarmo, il peggioramento delle condizioni di vita di milioni di proletari, la paura e la violenza, che rischiano di diventare pericolosi strumenti per governi autoritari. Una realtà che torna ad essere percepita anche in Europa, ma che è ben presente in gran parte delle regioni del mondo, accompagnata dalla devastazione ambientale perpetrata dalla logica del profitto, dei mercati e degli Stati, che minaccia la vita stessa del pianeta dove viviamo.

Il primo impegno di chi si oppone alla guerra è la costruzione e diffusione di pratiche di mutuo appoggio come reti di solidarietà dal basso per sostenere le necessità immediate delle persone che più soffrono le conseguenze del conflitto, col sostegno alimentare o quello medico. Come reti di sostegno a chi pratica azioni di sciopero, di sabotaggio, di diserzione, come reti transnazionali per chi dovesse nascondersi o fuggire da e su entrambi i lati del fronte. Rifiutiamo e lottiamo per decostruire i modelli patriarcali e di dominio imposti dal militarismo riproposti all’infinito dalla propaganda bellica sui social media e sui media ufficiali, dove al centro sono sempre le stesse immagini del combattente maschio, robusto e giovane.

Da varie parti si suggerisce di prendere posizione combattendo di fatto per uno dei governi che si scontrano in questa guerra, come se schierarsi per l’uno o per l’altro fosse ineluttabile.

Alcuni relitti del marxismo pensano di poter sostenere imperialismi minori per sconfiggere la minaccia prevalente che reputano essere quella “occidentale”. Ma la strategia di giocare fra le potenze imperialiste in modo da aggravarne le contraddizioni, così come l’alleanza fra il movimento operaio e le forze nazionaliste, che ha caratterizzato lo stalinismo fra le due guerre mondiali e anche dopo, hanno condotto al fallimento di ogni prospettiva rivoluzionaria e alla chiusura di ogni margine di azione autonoma alle classi sfruttate e oppresse.

Altre interpretazioni si muovono in base ad approcci diversi, e valutano l’imperialismo russo come un pericolo per l’intera Europa e non solo, e in queste interpretazioni si trovano anche componenti di orientamento libertario. Senza mettere in discussione la minaccia costituita dall’autoritarismo e dal militarismo della Russia riteniamo che non sarà una sconfitta militare della Russia in Ucraina a evitare una stretta autoritaria nell’Europa occidentale. I processi sociali autoritari che risultano evidentemente dominanti in Russia e nei paesi dell’OTSC, sono in moto da anni anche nell’Unione Europea, e la guerra sta oggi imprimendo a questi una ulteriore accelerazione. Inoltre la “democrazia” si basa su una condizione di privilegio. La visione che presenta l’Unione Europea come faro della democrazia individuando invece nella Russia, nella Cina e nei loro satelliti gli eredi di un totalitarismo congiunto ad un capitalismo senza scrupoli appare come la quintessenza di un occidentalismo che non ci appartiene.

Queste sono le nostre posizioni, conferma dell’antimilitarismo in una prospettiva internazionalista e rivoluzionaria, concretamente radicata nelle lotte sociali, nelle reti di solidarietà, per creare vie d’uscita collettive e libertarie al vortice di guerra in cui ci gettano gli Stati e il capitalismo mondiale. Questo è il nostro contributo al dibattito internazionale contro la guerra. Pensiamo che una cosa deve essere chiara su tutte: la lotta, con o senza armi, per essere efficace deve essere fatta e organizzata dal basso, al di fuori degli apparati degli Stati, dei governi, e, soprattutto, delle forze armate.

Gli stessi governi belligeranti o cobelligeranti sono coscienti che la guerra porterà con sé, oltre alle stragi e alle devastazioni nelle zone direttamente interessate, miseria, disoccupazione e fame nel resto del mondo, anche in Europa, anche negli Stati Uniti. I governi sono coscienti che stanno maturando le condizioni per una crisi sociale senza precedenti, per questo suonano la grancassa del militarismo e del nazionalismo, per impedire la solidarietà delle classi sfruttate e oppresse.

Poiché i governi sono i promotori e i beneficiari delle guerre, per fermare le guerre bisogna far paura ai governi, perché l’unico limite all’arbitrio di ogni governo è la paura che i movimenti popolari riescono a incutergli. L’opposizione alla guerra fa parte del nostro impegno quotidiano a partire dalla denuncia e dal boicottaggio delle produzioni di morte, e dalla critica e decostruzione della retorica militarista a partire dall’educazione e dal linguaggio militarista a tutti i livelli. Bisogna combattere la guerra e gli eserciti con una strategia intersezionale che sappia identificare e contrastare le connessioni tra il militarismo e altre forme di oppressione quali il patriarcato, il razzismo, il capitalismo e ogni forma di sciovinismo, con l’azione collettiva come nelle relazioni personali.

Solo l’azione delle classi sfruttate può fermare la guerra boicottando le produzioni belliche, rifiutando la produzione, il traffico e il trasporto di armi e di ogni strumento di morte, e partecipando ai movimenti di opposizione alle installazioni e basi militari, e promuovendo scioperi a livello nazionale e internazionale contro la guerra e l’economia di guerra. Il movimento anarchico è partecipe di questa lotta, in modo diversificato a seconda delle circostanze, con la critica delle ideologie militariste e nazionaliste, con la costruzione di organismi e reti autogestite, con la pratica dell’azione diretta, con il sostegno a tutte le forme di rifiuto, diserzione e obiezione dei massacri promossi dal capitale e dallo Stato.

Siamo convinte e convinti più che mai della validità del principio anarchico per cui i mezzi devono essere coerenti con il fine. Non ci sono guerre buone né guerre giuste, e in tempi di crescente follia nazionalista e sovranista riteniamo che non dobbiamo mai schierarci in alcuna maniera con i governi né prendere parte in guerre tra stati e blocchi imperiali. Non si muore e tanto meno si uccide per la sovranità territoriale. Le guerre sono tutte criminali e gli eserciti (inclusi i loro corpi ausiliari) sono tutti strumenti dello sfruttamento, del patriarcato e della più o meno “legittima” dominazione statale sul territorio e sui corpi degli individui. Noi non riconosciamo nessuna di queste legittimità territoriali e non siamo disponibili a batterci per nessuna di esse.

La storia ci dimostra che le guerre vengono tradizionalmente combattute per ostacolare l’azione delle classi sfruttate e dei ceti popolari per la propria emancipazione, per questo è importante che l’anarchismo si mobiliti ora contro la guerra, fuori e contro tutte le istituzioni militari. In primo luogo, la nostra forza sta nella circolazione delle idee e la difesa di spazi di produzione e circolazione del pensiero critico, promuovendo l’unificazione dei movimenti pacifisti e antimilitaristi in un fronte di lotta contro i governi. La capacità del movimento anarchico di mostrarsi coerente nella lotta contro la guerra è il modo per attivare le pratiche, l’organizzazione e gli ideali libertari fra le classi sfruttate e oppresse che sono le prime a subire le conseguenze delle guerre. Su queste basi sarà possibile un nuovo protagonismo che dia una soluzione diversa alla crisi, nella prospettiva di costruire una società libertaria.

Federazione Anarchica Italiana- FAI 

https://www.federazioneanarchica.org/

[Documento presentato al XXXI Congresso della Federazione Anarchica Italiana-FAI – Empoli Giugno 2022 e ratificato nelle settimane successive]

https://umanitanova.org/per-un-nuovo-manifesto-anarchico-contro-la-guerra/

 

 

Ritratto di Turi Vaccaro, il pacifista che con un martello sfidò la Nato – Gianluca Cicinelli

Il nome di Turi Vaccaro forse non viene subito in mente a chi legge i giornali ma è un nome che basta a turbare i sonni al Muos (Mobile User Objective System) di Niscemi, dove è stato protagonista di numerosi gesti di disobbedienza civile che si sono conclusi con il suo arresto. Adesso Turi Vaccaro potrà uscire di prigione e scontare il resto della sua pena presso la Comunità delle Piagge a Firenze, dove è arrivato ieri. Era stato arrestato nel dicembre del 2021 a Firenze dopo essere stato scarcerato nell’aprile del 2020 dal carcere Pagliarelli di Palermo.

Il Muos è un centro di comunicazione che collega la rete militare Usa, i centri di comando, controllo e logistici, con cacciabombardieri e unità navali, aerei senza pilota, reparti operativi sui missili. Gli impianti della Marina americana servono a controllare i droni che da Sigonella si levano in volo per le zone di guerra.

Turi Vaccaro aveva danneggiato a colpi di martello e pietre il sistema di difesa satellitare della Marina statunitense durante una manifestazione contro il Muos a Niscemi. Ricevette per questo una condanna a undici mesi e 27 giorni di reclusione, inflittagli dal tribunale di Gela. Durante la detenzione, però, gli erano state notificate ulteriori condanne. Era poi stato scarcerato il 16 aprile 2020 per fine pena anticipata. Poi di nuovo arrestato a Firenze per un residuo di pena…

… Un personaggio fuori dagli schemi, ma una persona assolutamente equilibrata e determinata, appassionato di discipline orientali, è un nonviolento individualista, che ha fatto della lotta contro tutte le guerre la sua ragione di vita. Difficile pensare che adesso approfitterà della permanenza all’esterno del carcere per riposarsi, più probabile che stia già studiando la sua prossima azione clamorosa.

https://diogeneonline.info/ritratto-di-turi-vaccaro-il-pacifista-che-con-un-martello-sfido-la-nato/

 

Patto d’acciaio Italia-Turchia: accordi su migranti, sicurezza, difesa e Roma pronta a intervenire a fianco di Erdogan – Antonio Mazzeo

L’Italia si dichiara pronta a intervenire nel Mar Nero a fianco della Turchia e della NATO mentre rafforza la partnership militare-industriale con Ankara e concede pieni poteri a Erdogan in Libia, anche contro i migranti.

Intervenendo il 14 luglio in audizione davanti alle Commissioni riunite Affari esteri e Difesa delle due Camere sul tema del rinnovo delle missioni militari all’estero, il Capo di Stato maggiore della Difesa, ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, ha annunciato l’intenzione delle forze armate di partecipare alle attività di bonifica di mine e materiali esplosivi nel Mar Nero.

“Un buon dialogo con la Turchia potrà essere foriero di sinergie e condivisione di questo sforzo”, ha dichiarato Cavo Dragone. “La minaccia subacquea c’è e va affrontata e l’Italia lo farà in coordinamento con le altre Marine interessate”. Obiettivo strategico dell’asse Roma-Ankara e NATO quello di accrescere il pressing a tutto campo contro le unità navali e sottomarine di Mosca.

“La presenza nel Mediterraneo della flotta russa è marcata, più marcata rispetto a prima, anche perché in base al trattato di Montreux la Turchia ha chiuso gli stretti e non li rende accessibili agli Stati belligeranti, cioè in sostanza alla Russia”, ha aggiunto il Capo di Stato maggiore. “Questo non permette un turnover, che era auspicabile, delle forze della Federazione Russa e anche questo imbottigliamento ha causato la presenza che dobbiamo ormai considerare probabilmente duratura e endemica”…

https://www.pressenza.com/it/2022/07/patto-dacciaio-italia-turchia-accordi-su-migranti-sicurezza-difesa-e-roma-pronta-a-intervenire-a-fianco-di-erdogan/

Il tenente colonnello Davis (USA) afferma che l’esercito ucraino è al collasso per ingenti perdite

…l’esercito ucraino avrebbe grossi problemi per quanto riguarda l’addestramento dei nuovi soldati inviati al fronte. Uno studio del Modern War Institute ha mostrato che solo il 20% del personale militare che si è unito ai ranghi delle forze armate ucraine ha mai sparato con un’arma.

Davis ha anche aggiunto che l’addestramento di soldati professionisti a livello di compagnia o di battaglione dura diversi mesi e dovrebbe iniziare con il reclutamento di sergenti, luogotenenti e capitani esperti. I leader esperti non possono essere “creati” così, ha ricordato, hanno bisogno di essere “nutriti” nel tempo. Quindi, ha riassunto Davis, più l’Ucraina perderà uomini esperti in posizioni di comando, meno le loro forze complessive saranno pronte al combattimento.

In precedenza, Davis aveva affermato che i generali occidentali nascondono deliberatamente dati reali sulla situazione delle forze armate ucraine nel Donbass. Ufficiali militari di alto rango – evidenzia il tenente colonnello in congedo – esprimono commenti falsi a vari canali televisivi e pubblicazioni e confondono il pubblico. Inoltre, ha affermato che l’esercito russo è molto più forte sia a terra che in cielo e la fornitura di sistemi di artiglieria HIMARS non ha dato ulteriori opportunità all’esercito ucraino.

Sul campo, al momento, le forze armate della Federazione Russa, insieme alla milizia popolare delle repubbliche del Donbass, hanno già liberato la regione di Kherson in Ucraina, così come la Repubblica popolare di Luhansk. Continua la liberazione delle regioni di Mykolaiv, Zaporozhye e Kharkiv, nonché della Repubblica popolare di Donetsk.

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-il_tenente_colonnello_davis_usa_afferma_che_lesercito_ucraino__al_collasso_per_ingenti_perdite/45289_46961/

 

 

Lavrov: “Le tracce del colonialismo sono evidenti nelle politiche dei paesi occidentali”

“Purtroppo, le tracce della politica del colonialismo sono evidenti nelle politiche dei paesi occidentali quando chiedono che il mondo intero si ponga a loro favore e contro il resto [dei paesi]”, ha dichiarato oggi durante la sua visita in Uganda. Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov.

Le sue dichiarazioni sono state rilasciate durante la conferenza stampa dopo i colloqui con il suo omologo ugandese, Sam Kutesa, e il presidente del paese africano, Yoweri Museveni.

In questo modo, Lavrov ritiene che le dichiarazioni e le azioni dell’Occidente mettano in evidenza il pensiero del blocco neocoloniale e condanna i suoi tentativi di risolvere le sue discrepanze con la Russia attraverso l’Ucraina.

Il capo della diplomazia russa ha invece soiegato che le discussioni sulla risoluzione della crisi energetica e alimentare nel mondo “non dipenderanno dallo stato d’animo” delle controparti occidentali. Al riguardo, ha elogiato il governo del Paese africano per il suo rifiuto di schierarsi nel conflitto ucraino, sottolineando di aver compreso che le suddette crisi “non hanno nulla a che fare” con l’operazione militare speciale nella nazione europea.

Di recente, Lavrov ha ricordato che i paesi occidentali hanno esacerbato la crisi alimentare mondiale imponendo sanzioni contro la Russia che hanno colpito le sue esportazioni agricole. Ha anche ribadito che le ragioni principali della crisi alimentare che minaccia il mondo includono la pandemia da coronavirus, la massiccia emissione di banconote non sostenute dai paesi occidentali e la siccità senza precedenti in Africa.

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-lavrov_le_tracce_del_colonialismo_sono_evidenti_nelle_politiche_dei_paesi_occidentali/8_46964/

 

 

Della guerra in Ucraina sembra non importare più niente – Francesco Masala

Ormai quello che importa, nell’informazione italiana, sono le elezioni, appena maturato il vitalizio, e, sarà un caso, prima che la sanzioni che l’Europa si è inflitta vadano a regime, nei prossimi autunno e inverno freddi.

Il giochetto sta riuscendo bene agli Usa, tenere l’Europa impegnata con l’Ucraina per tanto tempo ancora, fino a quando avranno lacrime per piangere, ma anche dopo.

La Cina è nel mirino degli Usa, provocano in tanti modi, secondo Pechino esiste un’unica Cina, Taiwan tornerà ad essere una provincia cinese, dicono.

Possibile che siano tutti d’accordo nell’impero occidentale?

Purtroppo sì, fino al suicidio.

Alcuni esempi:

a – Francia e Germania erano i garanti degli accordi di Minsk, se ne sono fregati, ma il pazzo è Putin (https://www.ilcappellopensatore.it/2022/04/gli-accordi-di-minsk-strappati-dallucraina/)

b – Londra ha rubato l’oro del Venezuela, e non vuole restituirlo, la colpa è del Venezuela (https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-prendi_i_soldi_e_scappa_il_furto_delloro_venezuelano/39602_47004/)

c – quando in Cina, nel 1948, nacque la Repubblica Popolare Cinese “Chiang Kai-shek fuggì a Taiwan, portando con sé le riserve auree del paese e quel che restava dell’aviazione e della marina; per questo motivo, essendo i comunisti totalmente privi sia di marina militare che di aviazione non poterono far nulla contro i nazionalisti asserragliati a Taiwan e ad Hainan (ma quest’ultima, molto più vicina alla costa, fu conquistata l’anno successivo). Chiang Kai-shek ordinò inoltre che tutti i manufatti provenienti sia dalla Città Proibita sia dal palazzo imperiale di Nanchino, che si fosse riusciti a trasportare, venissero portati sull’isola di Taiwan. Questi oggetti formano oggi il cuore del “National Palace Museum” di Taipei. Il Kuomintang continuò il suo operato a Taiwan, considerandosi l’unico governo legittimo della Cina” (lo dice wikipedia, non il Quotidiano del popolo di Pechino)

Immaginate se domani Trump, sulla base della teoria delle elezioni truccate, si presentasse a Fort Knox e portasse l’oro lì depositato, in Alaska, o in Texas, come è successo in Cina e in Venezuela. Tutto bene? Non succederebbe niente?

Immaginate se le navi russe stazionassero fra Cuba e la Florida. Tutto bene? Non succederebbe niente?

L’Impero degli Stati eletti, accumunati da razzismo, imperialismo, colonialismo, l’Impero del Bene, che accoglie un ottavo della popolazione mondiale, ha deciso che la globalizzazione, che gli Usa hanno battezzato negli ultimi 30-40 anni, è morta, il libero commercio andava bene quando era ineguale, quando era sfruttamento a oltranza, adesso il gioco finirà, a brevissimo, anche senza guerra, ci saranno sanzioni contro la Cina, da cui arriva quasi tutto, dalle mutande ai telefoni cellulari.

L’Europa, Italia compresa, continuerà a produrre e consegnare armi in Ucraina (accanimento terapeutico per una guerra impossibile da vincere), per pagare i servizi di Vogue, i conti segreti di Zelenski, per uccidere dei civili filorussi in Donbass, pagherà la ricostruzione del paese, quando sarà, intanto l’Europa, senza mutande e telefonini, continuerà a non capire.

Ma quando il potere d’acquisto dei cittadini occidentali si sarà dimezzato entro il 2030, continuare a mandare armi in Ucraina, rinunciare alle mutande e ai telefonini, ai computer e alle pendrive, “con la Nato fino alla morte” sarà il nostro ideale?

 

 

Lavrov – “La messa in scena come metodo della politica occidentale”

  • Oggi, le Forze armate russe e le milizie della DNR (Repubblica Popolare del Donbass) e della LNR (Repubblica Popolare di Lugansk) stanno risolutamente svolgendo i propri compiti nel quadro dell’operazione militare speciale (OMS), cercando di porre fine alla palese discriminazione e al genocidio dei russi e di eliminare le minacce dirette alla sicurezza della Federazione Russa create, nel corso degli anni, dagli Stati Uniti e dai loro satelliti sul territorio ucraino. Poiché stanno perdendo sul campo di battaglia, il regime ucraino e i suoi patroni occidentali non esitano a inscenare “bagni di sangue” per demonizzare il nostro Paese presso l’opinione pubblica internazionale. Ci sono già stati Bucha, Mariupol, Kramatorsk e Kremenchuk. Il Ministero della Difesa russo, fatti alla mano, avverte ogni volta che si sta preparando la messa in scena di nuovi incidenti.

Le scene provocatorie messe in atto dall’Occidente e dai suoi tirapiedi hanno una firma riconoscibile. Scene, peraltro, che non sono iniziate in Ucraina, ma molto prima.

1999, provincia serba del Kosovo e Metochia, villaggio di Racak. Una squadra di ispettori dell’OSCE arriva sul luogo del ritrovamento di diverse decine di cadaveri in abiti civili. Il capo della missione dichiara immediatamente, senza alcuna indagine, che si tratta di un atto di genocidio, benché non rientri nei poteri di un funzionario internazionale trarre tali conclusioni. La NATO lancia immediatamente un’aggressione armata contro la Jugoslavia, distruggendo deliberatamente un centro televisivo, ponti, treni passeggeri e altre strutture civili. In seguito, si scopre che i cadaveri non erano di civili, ma di membri di una banda dell’Esercito di liberazione del Kosovo travestiti con abiti civili. Tuttavia, la messa in scena aveva già funzionato come pretesto per il primo uso illegale della forza contro uno Stato membro dell’OSCE dalla firma dell’Atto finale di Helsinki nel 1975. È significativo che il capo della missione OSCE, la cui dichiarazione è servita da “innesco” per gli attentati, fosse P. Walker, un cittadino statunitense. Il risultato principale dell’aggressione è stata la separazione forzata del Kosovo dalla Serbia e l’insediamento della più grande base militare americana nei Balcani, Bondsteel.

2003 – la famigerata esibizione del Segretario Powell al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite con una provetta di polvere bianca presentata al mondo come spore di antrace presumibilmente prodotte in Iraq. L’imbroglio ha funzionato ancora una volta: gli anglosassoni e compagnia hanno bombardato l’Iraq, che ancora oggi non è riuscito a ripristinare pienamente la propria statualità. La bufala è stata rapidamente smascherata: tutti hanno ammesso che in Iraq non c’erano armi biologiche o altre armi di distruzione di massa. In seguito, uno dei promotori dell’aggressione, il primo ministro britannico Tony Blair, ha riconosciuto la falsificazione, dicendo qualcosa del tipo: beh, è stato un errore, capita a tutti di sbagliare. Lo stesso Powell si giustificò in seguito dicendo di essere stato “incastrato dai servizi segreti”. In un modo o nell’altro, l’ennesima provocazione messa in scena è servita come pretesto per attuare piani di distruzione di un Paese sovrano.

  1. Libia. Qui la trama del dramma è stata particolare. Non ci sono state vere e proprie bugie, come in Kosovo e in Iraq, ma la NATO ha interpretato in maniera palesemente fuorviata la risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. La risoluzione aveva imposto una zona di interdizione al volo sulla Libia per bloccare gli aerei da combattimento di Gheddafi che sono rimasti a terra. Tuttavia, le forze della NATO hanno semplicemente iniziato a bombardare le unità dell’esercito libico che combattevano i terroristi. Gheddafi è stato assassinato brutalmente, della Libia non è rimasto nulla – si sta ancora cercando di rimetterne insieme i pezzi e a guidare questo processo è stato scelto di nuovo un rappresentante degli Stati Uniti, nominato personalmente dal Segretario Generale delle Nazioni Unite senza alcuna consultazione con il Consiglio di Sicurezza. Nell’ambito di questo processo, i colleghi occidentali hanno più volte messo in scena accordi elettorali inter-libici, che si sono conclusi con un nulla di fatto. La Libia rimane un territorio ostaggio di gruppi armati illegali. La maggior parte di loro opera a stretto contatto con l’Occidente.

2014, febbraio, Ucraina. L’Occidente, rappresentato dai ministri di Germania, Francia e Polonia, ha di fatto costretto il Presidente Yanukovych a firmare un accordo con l’opposizione per porre fine allo scontro e risolvere pacificamente la crisi interna ucraina, istituendo un governo provvisorio di unità nazionale e tenendo elezioni anticipate entro pochi mesi. Tuttavia, anche in questo caso si è trattato di una messinscena: al mattino l’opposizione ha inscenato un colpo di stato, con slogan russofobi e razzisti, e i garanti occidentali dell’accordo non hanno nemmeno cercato di farli ragionare. Per giunta, hanno immediatamente iniziato a incoraggiare i golpisti nella loro politica antirussa, scatenando una guerra contro la loro stessa popolazione e bombardando le città del Donbass solo perché si rifiutavano di riconoscere il colpo di Stato anticostituzionale. Per questo, gli abitanti del Donbass sono stati dichiarati “terroristi”, sempre con l’incoraggiamento dell’Occidente.

Va notato che anche l’omicidio dei manifestanti di Maidan, che l’Occidente ha attribuito alle forze di sicurezza fedeli a Viktor Yanukovych e ai servizi speciali russi, era una messinscena, come è presto emerso. In realtà, la provocazione è stata inscenata dai radicali dell’opposizione che collaboravano strettamente con i servizi di sicurezza occidentali. I fatti sono stati presto svelati, ma ormai lo spettacolo era andato in scena.

Quando la guerra nel Donbass è stata fermata e grazie agli sforzi di Russia, Germania e Francia nel febbraio 2015 sono stati firmati gli accordi di Minsk tra Kiev, Donetsk e Lugansk, Berlino e Parigi hanno assunto un ruolo attivo, proclamandosene orgogliosamente garanti. E nonostante questo, per i successivi sette anni, non hanno mosso un dito per costringere Kiev – come esplicitamente richiesto dagli accordi di Minsk, approvati all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU – ad avviare un dialogo diretto con i rappresentanti del Donbass al fine di concordare status speciale, amnistia, ripristino dei legami economici e svolgimento delle elezioni. I leader occidentali sono rimasti in silenzio anche quando Kiev – sia con Poroshenko, sia con Zelensky – ha preso provvedimenti in esplicito contrasto con gli accordi di Minsk. Inoltre, i tedeschi e i francesi hanno dichiarato che il dialogo diretto tra Kiev e DNR e LNR era impossibile, addossando la responsabilità alla Russia, nonostante questa non sia neanche menzionata nei documenti di Minsk e in tutti questi anni sia stata sostanzialmente l’unica a insistere sulla loro attuazione…

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-lavrov__la_messa_in_scena_come_metodo_della_politica_occidentale/39602_46969/

 

Il Regno Unito sanziona il giornalista Philips Graham perché testimonia i crimini di Kiev in Donbass – Sara Reginella

Il giornalista Philips Graham, che da otto anni racconta le atrocità vissute dalla popolazione del Donbass, è stato sanzionato dal Governo britannico che ha congelato ogni suo bene.

Dunque, oltre alle liste di proscrizione per giornalisti e intellettuali che riportano i fatti, ora si aggiunge il furto delle proprietà da parte dello Stato.

“Tutti i miei beni sono stati congelati” scrive Graham in un post su Facebook, “e sono stato calunniato a livello statale dal governo britannico senza alcuna notifica, senza alcuna possibilità di difendermi. Nessuna accusa ufficiale contro di me, nemmeno una vera accusa. Solo che al governo britannico non piace il mio lavoro”.

Testimoniare i crimini compiuti dal Governo di Kiev contro la popolazione  del Donbass, con le armi fornite dall’Occidente, è diventato un reato.

L’ignoranza spocchiosa di chi non sa nulla, ma sentenzia, guardando il film dal secondo tempo, e l’indifferenza di chi, non coinvolto in prima persona, accetta che accada tutto questo, non è più giustificabile.

Chi si volta dall’altra parte è complice dell’ascesa dei nuovi regimi.

La deresponsabilizzazione da parte delle popolazioni occidentali, risucchiate nell’individualismo, è alla base di ciò che sta accadendo.

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-il_regno_unito_sanziona_il_giornalista_philips_graham_perch_testimonia_i_crimini_di_kiev_in_donbass/34145_46968/

 

Golpe, le ammissioni di Bolton e il silenzio (imbarazzato e imbarazzante) dell’UE – Geraldina Colotti

Ipocriti e prezzolati. Così, con la consueta vis polemica che lo caratterizza, il presidente del parlamento venezuelano, Jorge Rodriguez, ha stigmatizzato i media egemonici, che si mostrano stupiti di fronte alle dichiarazioni di John Bolton.

L’ex consigliere per la Sicurezza nazionale di Donald Trump tra il 2018 e il 2019, ha infatti ammesso che il governo nordamericano “ha aiutato” a compiere colpi di stato in altri paesi. Lo ha fatto rispondendo alla domanda di un giornalista della Cnn, Jake Tapper, a proposito dell’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021: non si è trattato di un colpo di stato, ha detto, “credete a me che di golpe me ne intendo, avendo aiutato a pianificarli non qui ma in altri paesi”. Per preparare un golpe – ha aggiunto – “c’è bisogno di molto lavoro”, mentre Trump non ha fatto che “saltare da un’idea all’altra, finché ha finito per aizzare i responsabili dei disturbi al Campidoglio”.

Quanto agli interventi in altri paesi – sia rivendicati in precedenza dai funzionari nordamericani, come ha fatto anche Hillary Clinton nel suo libro a proposito del golpe contro Manuel Zelaya in Honduras, sia provati a distanza di anni dai documenti desecretati, come per l’intervento della Cia contro Salvador Allende in Cile –  Bolton è rimasto nel vago. Ha fatto però riferimento al Venezuela: ai tentativi destabilizzanti contro il governo di Nicolas Maduro, culminati con l’operazione Gedeon del 2020. Nel maggio 2020, un gruppo di mercenari provenienti dalla Colombia provò a sbarcare sulle coste venezuelane, ma venne respinto dalla reazione dei pescatori organizzati nel potere popolare, coadiuvati con la Forza armata nazionale bolivariana.

Obiettivo dei paramilitari, fra i quali due ex marine, era quello di arrivare alla capitale, Caracas, sequestrare il presidente Maduro con l’appoggio aereo delle forze nordamericane e dei golpisti locali, ed eliminare un gran numero di dirigenti chavisti. Vale ricordare che, in quel periodo, Trump, in un crescendo di delirio neocoloniale, era arrivato a mettere una taglia sulla testa di Maduro e di altri dirigenti chavisti.

La taglia, come dimostrarono poi in vari servizi giornalistici gli stessi golpisti rifugiati a Miami, in perenne litigio fra loro per la spartizione del bottino, aveva suscitato grandi appetiti, come ai tempi del far west. I piani dei mercenari vennero scoperti e diffusi dopo l’arresto del gruppo di invasori, appartenenti a una compagnia privata della sicurezza, incaricata di tutelare le attività politiche di Trump…

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-golpe_le_ammissioni_di_bolton_e_il_silenzio_imbarazzato_e_imbarazzante_dellue/8_46879/

 

 

L’ulteriore accelerazione delle vendite di armi – Alessio Lerda

Con l’attivista Francesco Vignarca esploriamo la crescita delle spese militari italiane e globali, già largamente avviata prima della guerra in Ucraina

L’esportazione di armi dall’Italia tocca una cifra record, mentre in Europa si chiude un occhio sugli abbondanti finanziamenti che riceve l’industria bellica. Sarebbe facile pensare che si tratti delle conseguenze della guerra in Ucraina e della reazione occidentale, ma si parla in realtà di sguardi legati al 2021: prima che Putin lanciasse l’invasione su larga scala del paese confinante.

Nella trasmissione di RBE Cominciamo Bene abbiamo intervistato Francesco Vignarca, attivista di Rete Pace e Disarmo, per capire cosa sia emerso dalla relazione annuale al Parlamento italiano sugli export bellici e dall’analisi della ong olandese Pax sui finanziamenti bancari nell’industria degli armamenti.

I dati italiani fanno seguito alle autorizzazioni, molto generose, concesse negli anni scorsi. Il commercio di armi è complesso, perché spesso ci vogliono diversi anni per produrre il materiale richiesto. Viste le tante autorizzazioni passate, ci si aspettava una concretizzazione degli acquisti, e così è stato per il 2021: le aziende belliche italiane hanno esportato armi per un valore di 4,8 miliardi di euro. Ora la guerra in Ucraina può portare ad una nuova accelerazione: la tendenza globale, non solo italiana, degli ultimi decenni è già stata quella di un aumento costante della spesa per le armi, ma ora quasi tutti i paesi vogliono aumentare ulteriormente i budget militari.

Pax ha quindi studiato gli intrecci di questo settore con la finanza e le banche, specie per quanto riguarda l’Europa. Le principali banche investono decine di miliardi di euro nell’industria bellica, anche se questo non sarebbe in linea con i trattati europei. Ma la politica continentale non ha intenzione di mettersi di traverso, anzi: ora sta prendendo piede addirittura la proposta di inserire questa industria nella tassonomia verde europea, per ottenere finanziamenti pubblici.

Qui c’è l’audio completo dell’intervista con Vignarca, nella quale abbiamo anche cercato di capire come mai il dibattito su questi temi sia raro e poco intenso.

https://riforma.it/it/articolo/2022/07/29/lulteriore-accelerazione-delle-vendite-di-armi

 

Per l’ex vicepresidente del National Intelligence Council “l’Ucraina ha perso la guerra”

“Contrariamente alle dichiarazioni trionfalistiche di Washington, la Russia sta vincendo la guerra e l’Ucraina ha perso la guerra. Sui danni a lungo termine prodotti alla Russia il dibattito è aperto”. Così Graham E. Fuller, ex vicepresidente del National Intelligence Council presso la CIA, il quale dettaglia le conseguenze di questa “guerra americano-russa combattuta per procura fino all’ultimo ucraino”.

Nella nota, Fuller spiega che “le sanzioni americane contro la Russia si sono rivelate molto più devastanti per l’Europa che per la Russia stessa. L’economia globale ha subito un rallentamento e molte nazioni in via di sviluppo devono affrontare gravi carenze alimentari e il rischio di una fame dilagante”.

La devastazione subita dall’Europa sta creando criticità nel rapporto tra questa e Washington, che sta costringendo i propri clienti a supportare a proprie spese la sua linea di “politica estera erratica e ipocrita, basata sul disperato bisogno di preservare la ‘leadership americana’ nel mondo”. Ed è da vedere se acconsentirà a intrupparsi senza riserve anche nella guerra “ideologica” contro la Cina, dalla quale il Vecchio Continente dipende più che dalla Russia.

“Una delle caratteristiche più inquietanti di questa lotta tra USA e Russia in Ucraina è stata l’assoluta corruzione dei media indipendenti. Washington ha vinto a mani basse la guerra dell’informazione e della propaganda, coordinando tutti i media occidentali e costringendoli a cantare lo stesso libro di inni che sta caratterizzando la guerra ucraina. L’Occidente non ha mai assistito a un’imposizione così totale di una prospettiva geopolitica ideologicamente guidata […] Stretti in questa virulenta raffica di propaganda anti-russa, che non ho mai visto neanche durante i miei giorni da Guerriero Freddo, gli analisti seri devono scavare in profondità per avere una comprensione oggettiva di ciò che sta effettivamente accadendo in Ucraina”.

La presa sui media ha avuto l’effetto di tacitare “quasi tutte le voci alternative”. “Ma l’implicazione più pericolosa è che mentre ci dirigiamo verso future crisi globali, assistiamo alla scomparsa di una vera e propria stampa libera e indipendente”, mentre l’opinione pubblica è preda “di media dominati dalle multinazionali vicine ai circoli politici, che godono del supporto dei social media elettronici; tutti attori che manipolano la narrativa secondo propri fini. Mentre andiamo incontro a un’instabilità prevedibilmente più grande e più pericolosa prodotta dal riscaldamento globale, dai flussi di profughi, dai disastri naturali e dalle probabili nuove pandemie, il rigoroso dominio statale e corporativo dei media occidentali diventa davvero molto pericoloso per il futuro della democrazia” (bizzarrie di questa sedicente lotta tra democrazia e autocrazia…)…

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-per_lex_vicepresidente_del_national_intelligence_council_lucraina_ha_perso_la_guerra/45289_46675/

 

La guerra continua a fare bene ai conti dell’Eni: utili cresciuti di oltre il 600 per cento – VANESSA RICCIARDI

Mentre l’amministratore delegato Descalzi viene dato in corsa per un ministero nell’eventuale governo presieduto da Giorgia Meloni, Bonelli di Europa verde chiede al governo di intervenire: «Gli italiani pagano bollette quintuplicate è una vergogna intollerabile che porta verso il massacro sociale».

Dall’inizio dell’anno a giugno Eni ha registrato utili per 7,39 miliardi. Nel 2021 aveva ottenuto 1,199 miliardi nell’analogo periodo. Intanto si annunciano dividendi più ricchi per gli azionisti.

Descalzi ripercorre tutti i piani per l’aumento delle estrazioni di metano siglati con la benedizione del governo. Eni punta alla possibilità di sostituire il metano russo con il proprio entro il 2025.

Eni continua a guadagnare dalla guerra e dalla situazione di tensione nei prezzi del metano e del petrolio. L’amministratore Caludio Descalzi, che ormai compare persino nel totonomi per un eventuale governo presieduto da Giorgia Meloni, dimostra soddisfazione per i risultati. L’utile netto del gruppo del secondo trimestre del 2022 è stato di 3,81 miliardi, dall’inizio dell’anno a giugno Eni ha registrato un utile di 7,39 miliardi, in miglioramento di €2,9 miliardi rispetto al secondo trimestre 2021 (+€5,9 miliardi nel primo semestre). Nel 2021 aveva ottenuto utili per 1,199 miliardi nell’analogo periodo…

https://www.editorialedomani.it/economia/la-guerra-continua-a-fare-bene-ai-conti-delleni-utili-cresciuti-del-670-per-cento-ui3ckw8u

 

Per un’agenda pacifista – Pasquale Pugliese

Scriveva Edgar Morin, già ne La testa ben fatta, che “più i problemi diventano multidimensionali, più si è incapaci di pensare la loro multidimensionalità; più la crisi progredisce, più progredisce l’incapacità a pensare la crisi; più i problemi diventano planetari, più essi diventano impensati. Un’intelligenza incapace di considerare il contesto e il complesso planetario rende ciechi, incoscienti e irresponsabili” (ed. italiana, 2000) . E in effetti, la cecità, l’incoscienza e l’irresponsabilità – oltre vent’anni dopo – sembrano essere la cifra predominante nel discorso pubblico, incapace di considerare che il precipitare della crisi politica italiana si inserisce all’interno – ed è un effetto collaterale – della crisi sistemica, che è insieme crisi ecologica, energetica, pandemica, bellica, alimentare, sociale e infine culturale. La crisi del pensiero, in specie politico, in Italia è così grave che non riesce a pensare la complessità della crisi nella quale siamo immersi, ma solo a balbettare di posizionamenti elettorali sulla crisi di governo, incapace di collegare l’effetto locale – e le possibili soluzioni – alla crisi globale.

Eppure, solo poche settimane fa era stato chiesto agli studenti all’esame di maturità di misurarsi con un ragionamento sulla complessitàdi Luigi Ferrajoli, rispetto al quale la stessa politica è incapace di interloquire adeguatamente:

“Questa pandemia [è] un campanello d’allarme che segnala tutte le altre emergenze globali, consiste nel fatto che essa si è rivelata un effetto collaterale delle tante catastrofi ecologiche – delle deforestazioni, dell’inquinamento dell’aria, del riscaldamento climatico, delle coltivazioni e degli allevamenti intensivi – ed ha perciò svelato i nessi che legano la salute delle persone alla salute del pianeta. (…) Colpendo tutto il genere umano senza distinzioni di nazionalità e di ricchezze, mettendo in ginocchio l’economia, alterando la vita di tutti i popoli della Terra e mostrando l’interazione tra emergenza sanitaria ed emergenza ecologica e l’interdipendenza planetaria tra tutti gli esseri umani, questa pandemia sta forse generando la consapevolezza della nostra comune fragilità e del nostro comune destino. Essa costringe perciò a ripensare la politica e l’economia e a riflettere sul nostro passato e sul nostro futuro” (in Perché una Costituzione della Terra?, 2021).

Un ripensamento ancora più necessario e urgente visto l’aggiungersi della crisi bellica precipitata anche in Europa, con l’occupazione russa dell’Ucraina, con la minaccia nucleare e con l’incapacità della stessa Europa di svolgere l’autorevole ruolo di mediazione che le dovrebbe competere. Eppure il ripensamento è assente, nonostante questa guerra acceleri, aggravi e alimenti tutte le altre crisi. Del resto la crisi sistemica globale è generatrice di crescenti conflitti – l’ultimo censimento dell’Università di Uppsala nel 2020 mappava 169 conflitti armati, tra bassa, media e alta intensità (“la guerra mondiale a pezzetti”, ha ripetuto inascoltato papa Francesco) – per l’accaparramento dell’acqua, dei flussi energetici, delle residue terre coltivabili, delle risorse fossili e minerali… rispetto ai quali non ci si può preparare con più armi, più guerre e più politiche di potenza – secondo l’obsoleto e irrazionale riflesso pavloviano – pena anticipare con la catastrofe atomica la catastrofe ambientale, anziché risolverla. Al contrario, semmai, ci si deve preparare cominciando proprio dal disarmo, liberando le incredibili risorse pubbliche che sono intrappolate nella corsa agli armamenti, nazionale e internazionale, e approntando strumenti di gestione dei conflitti alternativi alla guerra. La pace con mezzi pacifici, secondo Costituzione.

O questa complessità interconnessa diventa il centro della campagna elettorale – con programmi e candidati all’altezza della situazione, come non è stato finora – oppure chiunque vinca ne sarà irrimediabilmente travolto, insieme al Paese. Invece – nonostante i recenti appelli del Segretario generale dell’Onu Antonio Guterres (“Abbiamo una scelta: l’azione collettiva o il suicidio collettivo. E’ tutto nelle nostre mani”) e di Amnesty International (“L’immobilità dei governi di fronte alla crisi climatica sarà la più grave violazione intergenerazionale dei diritti umani della storia”) – l’alternativa alle prossime elezioni italiane sembra essere tra l’”Agenda Draghi” e quella di Salvini e Meloni. Due visioni che – almeno sui temi della guerra e della pace – risultano sovrapponibili: tutti coloro che vi si riconoscono hanno votato in parlamento sia l’invio delle armi al governo ucraino, sia l’aumento delle spese militari al 2 per cento del Pil (prodotto interno lordo). Nessuno sembra avere sufficientemente chiaro che per affrontare la crisi sistemica globale nella quale siamo precipitati, con qualche possibilità di salvezza, è necessaria un’agenda ecologista e pacifista. Ossia radicale, in quanto capace di andare alle radici della crisi e cercarne a quel livello le soluzioni. I temi li indicano da tempo i movimenti per la pace e per la conversione ecologica dell’economia1.

Già alla fine del secolo scorso, il fisico nonviolento Giovanni Salio indicava la stretta connessione di queste questioni: “così come si propone un modello di difesa e di risoluzione dei conflitti ispirato alla difesa difensiva, non offensiva, non provocatoria, che ponga un limite superiore alla follia della corsa agli armamenti e alla capacità distruttiva dei sistemi d’arma, si propone anche un modello di sviluppo sostenibile rispetto al futuro, nei confronti sia delle generazioni che verranno sia della capacità di autorigenerazione dei sistemi” (Il potere della nonviolenza, 1995). Anche gli scienziati internazionali, già lo scorso dicembre, proponevano il Dividendo di pace con un taglio del 2 per cento annuo delle spese militari globali, dal quali reperire le risorse per fare fronte alla crisi planetaria. Si tratta dunque definire un’agenda politica che non abbia un generico e residuale accenno alla pace ed all’ecologia (ossia retorica della pace e greenwashing) ma – almeno sul versante pacifista – questi precisi e ineludibili punti programmatici fondati sulla teoria e la pratica del disarmo:

  1. riconversione sociale delle spese militari,anziché la riconversione militare degli investimenti civili che ci hanno visto affrontare la pandemia da covid-19 dopo 37 miliardi di tagli alla sanità in quindici anni anni e – nello stesso periodo – l’aumento di oltre il 20 per cento della spesa per gli armamenti, oggi arrivata ai 26 miliardi all’anno che diventeranno 40 con l’aumento al 2 per cento del Pil;
  2. riconversione civile dell’industria bellica,indispensabile nel paese che ha un fiorente export di armamenti – spesso in violazione o in deroga alla legge 185/90 – che alimenta decine di guerre anche nei confronti di paesi come l’Egitto (che è il nostro primo partner bellico), dal quale invece siamo presi regolarmente in giro sul rispetto dei diritti umani e, in specifico, sulla ricerca di verità e giustizia per l’omicidio di Giulio Regeni;
  3. sottoscrizione del Trattato internazionale per la proibizione delle armi nucleari (TPNW): entrato in vigore nel 2021 perché sottoscritto da oltre cinquanta Stati, non è stato sottoscritto dal governo italiano, nonostante l’appello di decine di consigli comunali e nonostante il nostro paese – grazie al fatto che tra Aviano e Ghedi sono pronte ad essere lanciate decine di testate nucleari Usa – sia un sicuro target nucleare, nella guerra atomica minacciata;
  4. costituzione dei Corpi civili di pace,su un piano nazionale e internazionale, come strumento indispensabile per intervenire nei conflitti, prima che essi degenerino in guerre con l’arrivo di armi e armati, come invece successo in Donbass fin dal 2014. È lo strumento proposto e progettato da Alex Langer – e rilanciato dalle organizzazioni per la nonviolenza e il disarmo – come lezione tratta dalla guerra fratricida nella ex Jugoslavia. Che, finora non abbiamo imparato;
  5. costruzione della Difesa civile non armata e nonviolenta, mettendo in fila in maniera razionale – e costituzionale – la priorità delle minacce dalle quali è necessario difendersi e allocando le risorse di conseguenza: nel paese dove le temperature superano i 40 gradi ed è oggetto – estate dopo estate – di crescenti e devastanti incendi da sud a nord, abbiamo solo 15 canadair per spegnerli e stiamo acquistando invece, da anni, ben 90 cacciabombardieri F35 capaci di appiccare incendi nucleari in giro per il mondo.

L’elenco potrebbe continuare, ma questi sono solo i primi, indispensabili, punti di un’agenda pacifista per affrontare la crisi sistemica globale. A cominciare dalle prossime elezioni italiane. Per provare a fuoriuscire dallo stato di cecità, incoscienza e irresponsabilità nel quale siamo profondamente precipitati.

https://comune-info.net/per-unagenda-pacifista/

 

 

Le persone che difendono le narrazioni dell’Impero in realtà stanno solo difendendo la loro visione del mondo dalla distruzione – Caitlin Johnstone

Il testo che segue è la traduzione di un articolo tratto dal blog di Caitlin Johnstone. Si tratta di una riflessione sulla difficoltà strutturale di intraprendere un percorso che implica il crollo e l’abbandono della rappresentazione della realtà costruita dai mezzi di comunicazione di massa, rappresentazione dentro cui nuotiamo come pesci in un acquario. Le generazioni più in là con gli anni sono nate fuori da questo acquario, che sin dagli anni Ottanta del secolo scorso il grande capitale ha costruito intorno a noi. Le generazioni più giovani ci sono nate e cresciute dentro. Non c’è da stupirsi che l’opposizione al governo sanitario e al coinvolgimento dell’Italia nel conflitto in corso tra Russi e Ucraini (USA) venga soprattutto dagli ultracinquantenni.

Buona lettura, e seguitemi sul canale Telegram.

Se avete sfidato pubblicamente le narrazioni ufficiali della classe politica e mediatica occidentale su una qualsiasi questione importante, avrete probabilmente notato che la gente può arrabbiarsi parecchio.

Cioè, davvero arrabbiati. Non leggermente infastiditi come si può esserlo per qualcuno che dice qualcosa di palesemente falso e stupido, ma emotivamente infuocati come se si sentisse qualcuno insultare la persona amata. O se qualcuno vi insultasse personalmente.

Questa è la cosa più sorprendente, quando si inizia a parlare di queste cose. Non che le persone non ti credano o non siano d’accordo con te; questo è prevedibile quando ogni schermo nella loro vita dice loro una cosa e tu ne dici un’altra. Ma che le persone siano davvero profondamente coinvolte emotivamente.

Questo è il primo indizio che c’è qualcos’altro sotto la superficie oltre a ciò che vi viene presentato. Non si sta discutendo solo di Ucraina, Cina o Siria o altro, ma si sta toccando un terzo binario psicologico che viene ferocemente protetto.

Molte delle persone che incontrerete online o di persona che difendono le narrazioni imperiali dalle vostre critiche non lo fanno perché credono che l’impero centralizzato degli Stati Uniti sia fantastico e grandioso, ma perché è molto più comodo che affrontare la possibilità che la loro intera visione del mondo sia fatta di bugie.

Un grande fumetto di The Oatmeal spiega i meccanismi di difesa psicologica che gli esseri umani hanno per proteggere la loro visione del mondo dalle informazioni che potrebbero destabilizzarla. A causa della nostra tendenza a privilegiare la facilità cognitiva rispetto alla sfida cognitiva, al fine di conservare l’energia mentale, tendiamo a essere fortemente prevenuti nell’aiutare consapevolmente le nuove informazioni che disturbano la visione del mondo a superare questi meccanismi di difesa psicologica.

E non c’è niente di più sconvolgente che mettere in discussione la realtà del consenso comune. Perché dall’altra parte di questa indagine c’è la consapevolezza che praticamente tutto quello che vi hanno insegnato a credere sulla vostra società, sulla vostra nazione, sul vostro governo e sul vostro mondo è una menzogna.

Questo è spesso ciò contro cui le persone si ribellano quando si arrabbiano contro qualcuno che è critico nei confronti delle narrazioni ufficiali dell’impero. Per loro non è tanto importante che tutti credano alle cose giuste sul proprio governo o su quello di qualcun altro, quanto che il mondo come lo conoscono non si fermi di colpo.

Perché le cose stanno così, per quanto riguarda la loro esperienza e percezione. Un individuo lucido che si accorge che la sua intera visione del mondo è basata sulla menzogna si sentirebbe come se fosse la fine del suo mondo, perché nella sua esperienza sarebbe la fine del mondo che conosce.

La rottura dell’intera concezione del mondo e del suo funzionamento è una specie di morte, perché è la fine della vostra sicura conoscenza di ciò che è reale. In un certo senso è anche la fine di voi. È la fine della persona che eravate. Naturalmente è tutto illusorio, ma è così che ci si sente.

Se chiedete a qualcuno di considerare la possibilità che gli venga mentito in qualche modo sull’Ucraina, per esempio, non gli chiedete solo di svelare una piccola convinzione su un conflitto specifico. Gli chiedete di fare domande che aprono altri interrogativi, le cui risposte potrebbero facilmente finire con lo svelare l’intera comprensione del suo mondo.

Pensateci. Se considerate la possibilità che i media e il loro governo stiano mentendo sull’Ucraina, dovete necessariamente considerare la possibilità che stiano mentendo anche su altre cose. E se stanno mentendo su tutto questo, significa che anche a voi sono state insegnate bugie a scuola. E se avete consumato menzogne fin dall’inizio della vostra istruzione, significa che la vostra intera comprensione di come funziona tutto è costruita sulle menzogne, il che significa che probabilmente lo sono anche la vostra ideologia politica e molte opinioni che avete…

continua qui

 

6 agosto 1945 alle 8,15 – come fosse una “scordata”

di Enzo Apicella (*)

Il mattino del 6 agosto 1945 l’aeronautica militare statunitense sganciò la bomba atomica (affettuosamente chiamata Little Boy) sulla città giapponese di Hiroshima; poi tre giorni dopo un ordigno simile (soprannominato Fat Man) colpì Nagasaki. Non fu mai stabilito il numero delle vittime dirette – ma bisognerebbe contare anche i morti per radiazioni, nei mesi e negli anni successivi – e le stima variano da 100 000 a 200mila, quasi esclusivamente civili.

Non esistevano motivazioni militari – il Giappone era allo stremo – per quella strage, però gli Usa “dovevano” provare la nuova arma e volevano lanciare un messaggio all’Urss.

In “bottega” ne abbiamo scritto più volte. A esempio qui Hiroshima: ricordando con Nazim Hikmet e Pete Seeger, qui Hiroshima: 72 anni fa iniziò l’equilibrio del terrore e qui Hiroshima 6 agosto 1945: la ferita è ancora aperta

(*) Vincenzo – per tutti Enzo – Apicella è volato via nell’ottobre 2018: aveva 96 anni ma pochi se ne accorgevano perchè continuava a disegnare quasi ogni giorno. In “bottega” lo abbiamo ricordato qui: E’ morto Vincenzo Apicella

Francesco Masala
una teoria che mi pare interessante, quella della confederazione delle anime. Mi racconti questa teoria, disse Pereira. Ebbene, disse il dottor Cardoso, credere di essere 'uno' che fa parte a sé, staccato dalla incommensurabile pluralità dei propri io, rappresenta un'illusione, peraltro ingenua, di un'unica anima di tradizione cristiana, il dottor Ribot e il dottor Janet vedono la personalità come una confederazione di varie anime, perché noi abbiamo varie anime dentro di noi, nevvero, una confederazione che si pone sotto il controllo di un io egemone.

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