Combinazione tossica fra culture e religioni

 di Mona Eltahawy

L’originale «Why do they hate us?» è stato scritto per www.foreignpolicy.com il 24 aprile; traduzione e adattamento di Maria G. Di Rienzo. Mona Eltahawy è una giornalista egiziana (su codesto blog trovate una sua intervista, «Egitto, la nostra rivoluzione», il 4 dicembre 2011).

In «Vista in distanza di un minareto», la scomparsa e troppo dimenticata scrittrice egiziana Alifa Rifaat comincia la sua novella mostrando una donna così indifferente al sesso con suo marito che mentre quest’ultimo si concentra sul proprio piacere lei nota una ragnatela che deve spazzare via dal soffitto e rumina sul ripetuto rifiuto dell’uomo di prolungare il coito fino a che anche lei provi un orgasmo, «nel preciso intento di infliggerle una privazione». Mentre il marito si nega per l’ennesima volta, la chiamata alla preghiera lo interrompe, e lascia la stanza. Dopo essersi lavata la donna si perde in preghiera – e la trova così più soddisfacente del sesso coniugale da non veder l’ora di pregare di nuovo – poi interrompe le sue riflessioni per preparare il caffè al marito. Nel portarglielo e nel versarlo nella tazza di fronte a lui, la donna nota che è morto. Perciò chiede al figlio di andare a chiamare un medico. «Tornò in soggiorno e si versò del caffè. Era sorpresa dalla propria calma».

In meno di tre pagine e mezzo Rifaat mostra la triade sesso-morte-religione, è un bulldozer che frantuma la negazione e l’attitudine difensiva per andare al cuore pulsante della misoginia in Medio Oriente. Non c’è modo di zuccherare questa cosa: non ci odiano a causa delle nostre libertà, come vuole lo stanco cliché post 11 settembre americano. Noi non abbiamo libertà perché ci odiano, come questa scrittrice araba dice con forza. Sì: ci odiano. E deve essere detto. Qualcuno potrebbe chiedersi perché tiro fuori la questione ora, mentre la regione si solleva motivata non dall’usuale astio per Stati Uniti e Israele, ma da una comune richiesta di libertà. Dopotutto, non dovremmo pensare a ottenere i diritti di base, prima che le donne chiedano un trattamento speciale? E cos’ha a che fare il genere, o se vuoi il sesso, con la Primavera Araba? Ma io non sto parlando del sesso nascosto dagli angoli scuri e dalle camere chiuse. Un intero sistema politico ed economico – un sistema che tratta metà dell’umanità come animali – dev’essere distrutto assieme alle altre più ovvie tirannie che soffocano il futuro della regione. Fino a che la rabbia che investe gli oppressori seduti nei nostri palazzi presidenziali non si estende agli oppressori che abbiamo per le strade e in casa nostra, la nostra rivoluzione non è neppure cominciata.

Perciò: sì, le donne hanno problemi in tutto il mondo; sì, gli Stati Uniti devono ancora eleggere una presidente; sì, le donne continuano a essere oggettificate nella maggioranza dei Paesi “occidentali”… e questo è il modo in cui di solito la conversazione si chiude quando tenti di discutere il perché le società arabe odiano le donne. Ma lasciamo un attimo perdere cosa gli Usa fanno o non fanno alle donne. Nominatemi un Paese arabo e io vi reciterò una litania di abusi nutriti da una combinazione tossica di cultura e religione che pochi sembrano volere o essere in grado di sciogliere, e chi tenta viene rubricato come “blasfemo” e “offensivo”. Ma quando più del 90% delle donne sposate in Egitto – inclusa mia madre e cinque delle sue sei sorelle – hanno avuto i genitali mutilati in nome della modestia, allora dobbiamo sicuramente darci tutte alla blasfemia. Quando le donne egiziane sono soggette a umilianti “test di verginità” solo per aver parlato a voce alta, non è il momento di stare zitte. Quando un articolo del codice penale egiziano dice che se un marito ha picchiato la moglie «avendo buone intenzioni» lei non può ottenere nessun risarcimento legale, allora che la political correctness vada all’inferno. E cosa sono, di grazia, «le buone intenzioni»? Includono legalmente ogni pestaggio «che non sia grave» o che «non sia diretto al volto».

Questo significa che quando parliamo dello status delle donne in Medio Oriente esso non è migliore di quel che pensavate. E’ molto, molto peggiore. Anche dopo tutte queste “rivoluzioni” è opinione generale che vada tutto bene fino a che le donne sono coperte e inchiodate nelle case, fino a che è loro proibita persino la semplice mobilità di guidare le proprie auto, fino a che le donne sono costrette a chiedere il permesso agli uomini per viaggiare, e impossibilitate a sposarsi o a divorziare senza l’approvazione del loro “guardiano” maschio. Non c’è un Paese arabo che si situi nei primi 100 posti del Rapporto mondiale sul divario di genere. Poveri o ricchi, noi tutti odiamo le nostre donne. I confinanti Arabia Saudita e Yemen, a esempio, possono essere a eoni di distanza per quanto riguarda il Pil, ma sono separati di soli quattro posti nella lista summenzionata, con l’Arabia al 131° posto e lo Yemen al 135°: notate bene, su 135 paesi. Il Marocco, spesso lodato per il suo codice familiare “progressista” (un rapporto di “esperti” occidentali del 2005 lo definisce «un esempio per i Paesi musulmani che mirino a integrarsi nella società moderna») è al 129° posto della lista: secondo il ministro marocchino della Giustizia, nel 2010 si sono sposate 41.098 ragazzine sotto i 18 anni.

E’ facile vedere perché lo Yemen sia all’ultimo posto; è un Paese in cui il 55% delle donne sono analfabete, il 79% non fa parte della forza lavoro, e un sola donna siede in un Paramento di 301 persone. Le notizie orribili di ragazze dodicenni che muoiono di parto fanno ben poco per arginare la marea dei matrimoni di bambine. Invece, i chierici bollano di apostasia chi si oppone alla pedofilia di Stato, perché il Profeta Maometto – secondo loro – sposò la sua seconda moglie Aisha quando lei era bambina. In Arabia Saudita, dove il matrimonio di bambine è pure comune, le donne sono minori per tutta la vita, al di là della loro età o della loro istruzione. Le saudite superano di gran lunga i loro coetanei di sesso maschile nei campus universitari, ma sono ridotte al vedere uomini molto meno qualificati di loro controllare ogni aspetto delle loro vite. Sì, questa è l’Arabia Saudita, il Paese in cui la sopravvissuta a uno stupro di gruppo è stata condannata alla galera «per essere salita in un’automobile con un maschio non suo parente» e ha avuto bisogno della grazia da parte del re per uscirne; il Paese in cui una donna che ha infranto il divieto di guidare un’automobile è stata condannata a dieci frustate e di nuovo ha avuto bisogno della grazia; il Paese in cui le donne non sono né elettrici né eleggibili ma dove viene considerato un “progresso” il decreto reale che promette di farle votare alle quasi completamente insignificanti elezioni locali, nel – trattenete il fiato – 2015. Le cose vanno così male per le donne in Arabia Saudita che queste minuscole paternalistiche pacche sulle loro spalle sono riportate con enorme delizia, mentre il monarca dietro di esse, re Abdullah, è salutato come “riformatore”. La risposta del “riformatore” alle sollevazioni esplose attraverso la regione è stata quella di intorpidire il proprio popolo con altre elargizioni governative di questo tipo, soprattutto agli zeloti salafiti da cui la dinastia reale saudita riceve la propria legittimazione. Re Abdullah ha 87 anni. Aspettate solo che salga al trono il suo successore, il principe Nayef, un uomo uscito direttamente dal Medioevo. La sua misoginia e il suo bigottismo faranno sembrare re Abdullah la femminista Susan B. Anthony.

E allora, perché ci odiano? «Perché gli estremisti si concentrino sempre sulle donne resta un mistero, per me» ha detto di recente la Segretaria di Stato statunitense Hillary Clinton: «Però lo fanno tutti. Non fa differenza il Paese in cui si trovano o la religione che professano. Vogliono tutti controllare le donne». E Clinton è la rappresentante di un’amministrazione che sostiene apertamente molti di questi despoti misogini. Il tentativo di controllare le donne da parte di tali regimi spesso nasce dal sospetto che, senza controllo, una donna è a un passo dalla ninfomania. Osservate il popolare chierico conservatore e conduttore televisivo Yusuf al-Qaradawi su Al Jazeera: aveva sviluppato uno straordinario attaccamento alle sollevazioni della Primavera Araba – non appena si accorse della loro portata – inflessibilmente convinto che esse avrebbero eliminato i tiranni che a lungo avevano oppresso lui e la Fratellanza Musulmana da cui è spuntato. Potrei tirarvi fuori dalla Fratellanza un po’ di cose sulla Donna Insaziabile Tentatrice ma resto nel mainstream con Qaradawi, che ha un pubblico considerevole, televisivo e non. Sebbene dica che le mutilazioni genitali femminili non sono obbligatorie e abbia persino emanato una fatwa al proposito (attenzione, lui le chiama «circoncisioni», con un eufemismo che tenta di parificarle alla circoncisione maschile) lui personalmente è «favorevole a esse, stanti le circostanze del mondo moderno. Chiunque pensi che la circoncisione è il modo migliore di proteggere le sue figlie dovrebbe farlo. L’opinione moderata è in favore del praticare la circoncisione per ridurre le tentazioni». Perciò, persino tra i “moderati” i genitali delle ragazze devono essere mutilati per assicurarsi che il loro desiderio sia tagliato via quando è ancora in boccio.

Quando l’Egitto ha bandito la pratica nel 2008, non è stato sorprendente che alcuni legislatori della Fratellanza Musulmana si siano opposti, né che alcuni si oppongano tutt’ora, compresa la parlamentare Azza al-Garf. Ma a non sapersi controllare sulle strade sono gli uomini: che si sia in Marocco o nello Yemen la molestia sessuale è endemica ed è per il bene degli uomini che le donne sono incoraggiate a coprirsi. A Il Cairo abbiamo un vagone solo per donne, in metropolitana, per evitare le mani vaganti (o peggio) degli uomini. In Arabia Saudita ci sono innumerevoli «viali per famiglie», strade che impediscono l’ingresso agli uomini soli. Spesso sentiamo di come le economie disastrate del Medio Oriente stiano impedendo a molti uomini di sposarsi, e c’è persino chi usa quest’argomentazione per spiegare il crescere delle molestie sessuali in strada. Nel 2008, una ricerca del Centro egiziano per i diritti delle donne rivelò che più dell’80% delle egiziane avevano subìto molestie sessuali e che più del 60% degli uomini ammetteva tranquillamente di molestarle. Comunque, non abbiamo ancora sentito niente di come le economie collassanti influiscano sul potersi sposare delle donne. Le donne hanno desideri sessuali oppure no? Apparentemente, la “Giuria Araba” ancora non conosce le basi della biologia umana. Entrate in quella chiamata alla preghiera e nella sublimazione attraverso la religione che la scrittrice Rifaat introduce così brillantemente nel suo racconto. Proprio come i chierici di regime cullano i poveri della regione con promesse di giustizia e di vergini nubili nell’altro mondo, così le donne sono ridotte al silenzio da una combinazione mortale di uomini che le odiano mentre reclamano di avere Dio fermamente dalla loro parte.

Torno all’Arabia Saudita, ma non perché quando ho vissuto in questo Paese all’età di 15 anni sono stata traumatizzata sino a diventare una femminista (non ho altro modo per descrivere la mia esperienza) ma perché il regno continua indisturbato a venerare un dio misogino e non ne soffre alcuna conseguenza, grazie al doppio vantaggio dell’avere il petrolio e i due luoghi più sacri dell’Islam, la Mecca e Medina. Quando io ero in Arabia Saudita, durante gli anni ’80 e ’90, esattamente come oggi, i chierici in televisione erano ossessionati dalle donne e dai loro orifizi, soprattutto da ciò che può uscire da essi. Non dimenticherò mai quello che disse: se un neonato di sesso maschile ti ha bagnata con la sua pipì puoi pregare indossando gli stessi vestiti, ma se a bagnarti è stata una neonata ti devi cambiare. “Cosa ci sarà di così impuro nella pipì di una neonata?” mi chiedevo. Ora lo so. Odio per le donne. E quanto le odia, le donne, l’Arabia Saudita? Abbastanza da far morire 15 ragazzine nell’incendio della loro scuola, alla Mecca, nel 2002: la “polizia morale” impedì loro di uscire dall’edificio in fiamme, e impedì ai vigili del fuoco di salvarle, perché le ragazze non indossavano i fazzoletti e i mantelli che le donne sono obbligate a indossare negli spazi pubblici. Niente è accaduto. Nessuno è stato processato. I genitori sono stati zittiti.

Tuttavia, questo non è un mero fenomeno saudita. L’odio islamista per le donne divampa attraverso tutta la regione. In Kuwait, dove gli islamisti hanno combattuto per anni contro l’avanzamento delle donne, si sono scagliati con tutti i mezzi contro le quattro che finalmente erano riuscite a entrare in Parlamento e hanno richiesto che le due senza fazzoletto indossassero l’hijab. Quando il Parlamento kuwaitiano si è sciolto e ricomposto lo scorso dicembre, un parlamentare islamista ha chiesto alla nuova Camera – priva ora di legislatori di sesso femminile – di discutere la sua proposta di legge su «l’abbigliamento decente».

In Tunisia, il Paese a lungo considerato la cosa più simile al faro della tolleranza nella regione mediorientale, lo scorso autunno il partito islamista Ennahda ha conseguito la maggioranza nel voto per l’Assemblea Costituente. I leader del partito hanno giurato di rispettare la legge tunisina del 1956 sullo status delle persone, una legge che dichiara «il principio di eguaglianza fra uomini e donne» come cittadini e cittadine, e bandisce la poligamia. Ma le docenti e le studentesse universitarie hanno cominciato a essere assalite e minacciate dagli islamisti subito dopo, perché non portavano l’hijab, e molte attiviste per i diritti umani delle donne si stanno domandando come tutto questo parlare di «legge islamica» influirà sulla legislazione effettiva sotto cui si troveranno a vivere nella Tunisia post-rivoluzione.

In Libia, la prima promessa del capo del governo ad interim, Mustafa Abdel Jalil, fu di non toccare le restrizioni che lo scomparso dittatore libico aveva posto sulla poligamia. In caso stiate pensando a Muammar al-Qaddafi come a un illuminato di qualche tipo, vi ricordo che sotto il suo regime le bambine e le donne che sopravvivevano agli stupri o che erano sospettate di «crimini morali» venivano scaricate nei «centri di riabilitazione sociale», vere e proprie galere da cui non potevano uscire a meno che un uomo decidesse di sposarle o i parenti di riprenderle in famiglia. Poi c’è l’Egitto. L’Egitto dove, a meno di un mese dalla caduta del presidente Hosni Mubarak, la giunta militare che lo ha rimpiazzato – nello sforzo di «proteggere la rivoluzione» – ci ha inavvertitamente ricordato le due rivoluzioni di cui le donne hanno bisogno.

Dopo aver ripulito Piazza Tahrir dai dimostranti, i militari hanno incarcerato dozzine di attivisti femmine e maschi. I tiranni opprimono, picchiano e torturano tutti, lo sappiamo. Ma questi ufficiali hanno riservato un trattamento speciale, il «test di verginità», alle attiviste: violenza sessuale camuffata da ispezione medica, con un dottore che inseriva le dita nelle loro vagine in cerca di imeni. (Il dottore è stato denunciato e prosciolto senza danni in marzo) Cosa possono sperare le donne dal nuovo Parlamento egiziano, dominato com’è da uomini fermi al settimo secolo? Un quarto dei seggi parlamentari sono dei salafiti, i quali credono che mimare usi e costumi dell’epoca del Profeta Maometto sia una prescrizione adeguata ai tempi odierni. Lo scorso autunno, sui loro manifesti elettorali, i salafiti del partito Nour hanno messo un fiore al posto di ognuna delle facce delle loro candidate. Le donne non devono essere viste o udite, persino le loro voci sono una tentazione, perciò se ne stanno nel Parlamento egiziano, coperte di nero dalla testa ai piedi e non si sognano di spiccicare una parola. Questo nel bel mezzo della rivoluzione egiziana! Una rivoluzione in cui le donne sono morte, sono state picchiate, colpite da armi da fuoco, assalite sessualmente, nel mentre lottavano fianco a fianco con gli uomini per liberare il Paese dal Patriarca con la maiuscola, Mubarak: e ancora ci sono così tanti patriarchi con la minuscola a opprimerci.

La Fratellanza Musulmana, che detiene quasi la metà dei seggi nel nostro nuovo e rivoluzionario Parlamento, non crede che le donne (e nemmeno i cristiani, se è per questo) possano aspirare alla presidenza. La donna che guida il «comitato femminile» del partito ha detto di recente che le donne non dovrebbero protestare o sfilare in manifestazione perché «è più dignitoso se i loro mariti o i loro fratelli protestano in nome loro». L’odio per le donne è profondo nella società egiziana. Quelle di noi che hanno marciato e dimostrato hanno dovuto navigare attraverso una marea di aggressioni sessuali, sia da parte degli uomini del regime sia, tristemente, da parte dei nostri compagni rivoluzionari. Quel giorno dello scorso novembre in cui subii le aggressioni sessuali sulla Strada Mohamed Mahmoud (vicino a Piazza Tahrir) da almeno quattro poliziotti antisommossa, ero stata in precedenza molestata da un uomo nella stessa Piazza. E sebbene noi si sia svelte nell’esporre le violenze del regime, quando siamo violate dai nostri civili concittadini subito pensiamo che siano agenti provocatori o delinquenti comuni, perché non vogliamo “macchiare” la rivoluzione.

E allora che c’è da fare? In primo luogo smettiamo di far finta di niente. Chiamiamo l’odio con il suo vero nome. Resistiamo al relativismo culturale essendo consapevoli che persino nei Paesi in cui si danno rivoluzioni e sollevazioni le donne restano le merci di scambio più a buon mercato. A voi – al mondo esterno – verrà detto che è la nostra “cultura” o la nostra “religione” a fare questo o quello alle donne. Cercate per favore di capire che quelle definizioni di cultura e religione non sono mai state stabilite dalle donne.

Le sollevazioni arabe possono aver avuto la loro scintilla in un uomo, Mohamed Bouazizi, l’ambulante tunisino che si diede fuoco per disperazione, ma saranno portate a compimento dalle donne arabe. Amina Filali, la ragazza sedicenne che ha bevuto veleno dopo essere stata costretta a sposare il suo stupratore e picchiatore: lei è la nostra Bouazizi. Salwa el-Husseini, la prima donna egiziana a opporsi ai «test di verginità»; Samira Ibrahim, la prima a denunciarle in tribunale, e Rasha Abdel Rahman, che ha testimoniato al suo fianco, queste sono le nostre Bouazizi. Non abbiamo bisogno che muoiano per essere tali. Manal al-Sharif, che ha passato nove giorni in prigione per aver infranto il bando che il suo Paese mette alle donne automobiliste, è la Bouazizi dell’Arabia Saudita. E’ una forza rivoluzionaria composta da una sola donna che si oppone a un oceano di misoginia. Le nostre rivoluzioni politiche non avranno successo sino a che non saranno accompagnate da rivoluzioni del pensiero: rivoluzioni sociali, sessuali, culturali, che rovescino i Mubarak che abbiamo in testa o nel letto.

«Tu lo sai perché ci hanno fatto il test di verginità?» mi ha chiesto Ibrahim dopo che avevamo marciato per ore, a Il Cairo, lo scorso 8 marzo, per onorare il Giorno Internazionale della Donna. «Vogliono ridurci al silenzio» le ho risposto: «Vogliono ricacciare le donne nelle case. Ma noi non ci faremo mandare da nessuna parte».

Siamo qualcosa di più di un fazzoletto in testa e di un imene. Ascoltate le voci di quelle di noi che stanno lottando. Amplificate le voci della regione e infilate all’odio il dito in un occhio. C’è stato un periodo in cui essere un islamista era la posizione politica più vulnerabile, in Egitto o Tunisia. Sappiate che oggi la posizione politica più difficile è essere donn

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