Congo: il grande saccheggio di oro e cobalto

di Ilaria De Bonis (*) . A seguire 9 link per chi vuole saperne di più

Nel regno dei minerali insanguinati

La guerra in Repubblica Democratica del Congo è un carnage senza fine, alimentato da decine di milizie armate (islamiste e non), militari da oltreconfine, mercenari ed esercito; gruppi di auto-difesa (i controversi wazalendo), che reclamano il territorio.

Una guerra border line di tutti contro tutti. Per cosa?

In ballo ci sono il Nord e il Sud Kivu, ma anche il ricco sottosuolo dell’Ituri: tre delle 26 province dell’immenso Congo.

Quelle più a sud e ad est sono anche le più ricche di minerali: dall’avorio al carbone, dal rame all’oro ai diamanti, dal coltan al cobalto.

Mentre l’M23, il Mouvement du 23 mars, affiliato al Ruanda di Kagame avanza verso Goma, le milizie irregolari (partigiani o mercenari?) tentano poi di riconquistare i propri territori.

L’Adf degli “islamisti” appoggiati dall’Uganda completa il quadro.

In mezzo, migliaia di esseri umani trattati come bestie, colpiti dai machete e dai fucili, costretti a lasciare case e villaggi, perseguitati persino nei campi per sfollati.

A contrastare l’M23 già da un po’ sono comparsi, appunto, i Wazalendo, milizie armate dai commercianti di Butembo, a difesa dei propri territori.

«In origine erano i Mai-Mai, piccoli partigiani non proprio idealisti che difendevano il territorio», dice don Giovanni Piumatti per 50 anni missionario nel Kivu, appena rientrato da un periodo in Congo.

Oggi sono i Wazalendo, in realtà degli avventurieri, «da alcuni considerati partigiani, da altri niente altro che mercenari».

Guidon Shimiray Mwissa, criminale di guerra e capobanda sanguinario è il capo dello Nduma Defense Congo Rénové che combatte con i Wazalendo al fianco dell’esercito regolare congolese.

Le cronache locali parlano di interi villaggi prima invasi dall’M23 e poi riconquistati dai Wazalendo: è successo a fine ottobre a Kamandi-Gite, sul lago Edward, a 130 km da Goma.

In tre anni l’M23 ha occupato una buona parte del Nord Kivu: cinque province su sei.

Walikale è ancora in bilico, e il villaggio di Pinga resta l’ultima frontiera ma le milizie stanno arrivando anche lì.

La gente terrorizzata fugge dove può: l’ospedale generale di Pinga si è trasformato in un campo per sfollati.

La più grande struttura sanitaria di Walikale da ottobre ad oggi ha offerto riparo a 3mila persone tra donne, bambini e anziani.

L’est del Congo è dilaniato dagli appetiti delle potenze occidentali, Europa compresa, e della Cina che hanno bisogno di coltan e cobalto per le batterie elettriche di auto e cellulari.

Per ottenerli li comprano dal Ruanda, che a sua volta li ottiene dai predatori dell’M23.

Il re dei minerali insanguinati è il cobalto: pietra blu-turchese tossica da toccare e respirare, ma indispensabile per il futuro dell’auto elettrica.

Non a caso è stato escluso finora dalle liste nere dei minerali “insanguinati”.

Molto più a sud del Kivu, nell’area del Katanga lo si estrae a mano.

«Una giovane di nome Priscille stava in una delle vasche con una ciotola di plastica nella mano destra – racconta Siddharta Kara nel libro “Rosso cobalto” (tradotto anche in italiano – NDR) – Raccoglieva rapidamente terra e acqua e la gettava su un setaccio pochi centimetri difronte a lei. Se lavoro molto duramente per dodici ore posso riempire un sacco al giorno”».

Diversi attivisti ritengono che le multinazionali abbiano fatto pressione sui decisori dell’Unione Europea per escludere proprio il cobalto dal regolamento approvato nel 2021, sapendo bene che sarebbe diventato importante come componente delle auto elettriche.

Le batterie al litio infatti hanno bisogno di questo metallo prezioso per funzionare.

Il 19 febbraio 2024 l’Unione Europea ha addirittura firmato con Kigali un protocollo d’accordo «per favorire lo sviluppo di catene di valore durature e resilienti per le materie prime critiche», cioè, soprattutto coltan e cobalto.

Ancora una volta il Congo è l’epicentro: il 60% del cobalto mondiale arriva da lì e si trova copiosamente al sud, quasi al confine con lo Zambia.

L’obbligo per le aziende è quello di garantire la provenienza ‘pulita’ dei metalli usati nei nostri cellulari.

Ma monitorare la fuoriuscita di metalli dai siti informali, scavati con le mani dai ragazzini, è pura utopia.

Servirebbe una vera tracciabilità. Ma chi ha davvero interesse ad ottenerla?

(*) se hai apprezzato questo post, puoi far sapere a Peace and war che la sua scrittura è preziosa, impegnandoti per un futuro abbonamento.

In “bottega” parliamo spesso di temi che sono tabù per i media, come le “vene del Congo” cioè il saccheggio delle sue materie prime, alimentato a suon di guerre dalle libere democrazie dell’Occidente. Qui sotto troverete 2 link di inquadramento storico più altri 7 ai nostri articoli recenti, con molte altre indicazioni per chi vuole saperne di più.

RDC: l’estrazione di cobalto minaccia le foreste comunitarie

di Jonas Kiriko 

Congo: la maledizione del cobalto

di Oscar Nkala

La sovrapproduzione di cobalto abbassa i prezzi…

(…ma non ferma le violazioni dei diritti umani)

da diogeneonline.info/

Co-co-co-co-co: cobalto, coltan, Congo, complicità e…

(… colonialismo)

articoli di Alessandro Spinnato e Francesco Gesualdi

Qui Fermiamo il lavoro minorile nelle miniere di cobalto del Congo e qui Cobalto, batterie elettriche e sfruttamento dei minori trovate gli appelli di Amnesty International nel 2017 e 2018

Congo, video documentario sul cobalto

a cura di Minerali Clandestini

Le vene aperte del Congo

Cominciò 55 anni fa con il golpe belga-statunitense seguito dall’assassinio di Lumumba (e poi di Dag Hammarskjold) il calvario che ancora dura

di Raffaele K Salinari

Una speranza per il Congo?

di Gianni Boccardelli

 

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