Congo in pezzi: l’hi-tech fa festa
Due testi ripresi da Peacelink con una scheda di Elena Ciccarello. Vignette di Chief Joseph e Mauro Biani. A seguire link recenti in “bottega”.
Il Congo in pezzi, Goma nel caos: centinaia di migliaia di civili sono in fuga, il Ruanda sostiene il gruppo M23, responsabile di gravi violenze. I rapporti commerciali di UE e USA con il Ruanda. Ripreso da Peacelink.
La regione africana dei Grandi Laghi è una polveriera. L’ennesima conferma viene dalla città di Goma, nella Repubblica Democratica del Congo (Rdc), prima assediata e poi conquistata in queste ore dal movimento ribelle filo-ruandese M23. Sono già 17 le persone uccise negli scontri, 367 i feriti. E centinaia di migliaia di civili hanno iniziato a fuggire dalle zone dei combattimenti. Che le relazioni tra l’Rdc e il Ruanda siano turbolente a fasi alterne da un trentennio è cosa nota, ma già da qualche tempo le tensioni si sono acuite e la crisi che si è aperta tra Kinshasa e Kigali potrebbe avere degli effetti dirompenti sull’intera macroregione. Ma per comprendere quanto sta avvenendo lungo il confine tra Ruanda e Rdc occorre fare ricorso alla cosiddetta teoria della sincronicità; un concetto secondo il quale gli eventi nella vita non accadono necessariamente per puro caso, ma hanno un significato preciso e si verificano per una ragione specifica.
L’oggetto del contenzioso è rappresentato dalle straripanti risorse naturali presenti nella Rdc, in particolare minerali preziosi presenti nel sottosuolo che hanno “globalizzato” i rapporti coinvolgendo attori stranieri. Ma andiamo per ordine. Mentre un tempo le aziende statunitensi controllavo, sotto forma di concessioni, vaste miniere di cobalto nell’ex Zaire, la maggior parte di queste è stata ceduta a società cinesi durante le Amministrazioni di Barack Obama e nel corso del primo mandato di Donald J. Trump.
Sta di fatto che oggi le società cinesi hanno il controllo della maggior parte dei siti di cobalto, uranio, oro, coltan e rame nella Rdc; con il risultato che l’esercito governativo congolese è stato ripetutamente schierato per proteggere gli interessi cinesi sul proprio suolo. La stessa Amministrazione dell’ex presidente statunitense Joe Biden aveva riconosciuto che il monopolio della Cina nel settore minerario della Rdc ostacolava le aspirazioni di Washington nel perseguire le politiche a favore della cosiddetta energia pulita. Inoltre, una commissione per i diritti umani del Congresso degli Stati Uniti nel luglio 2022 aveva raccolto testimonianze in merito al perdurare dell’uso del lavoro minorile e di altre pratiche illegali nelle miniere congolesi, comprese quelle gestite ormai da aziende cinesi. Secondo autorevoli fonti della società civile locale, l’esercito governativo congolese già da diverso tempo sta combattendo i ribelli M23 con l’aiuto di droni e armi cinesi, mentre la vicina Uganda – vale a dire il “terzo incomodo” – ha acquistato armi cinesi per svolgere operazioni militari all’interno dei confini della Rdc con l’intento di snidare un’altra formazione eversiva, questa di matrice jihadista: le Allied Democratic Forces (Adf). Per dovere di cronaca è bene rammentare che il conflitto con il Ruanda era già divampato a fine 2021 quando il gruppo M23, dopo alcuni anni di pace, aveva acquisito il controllo di ampie zone della provincia congolese del Nord Kivu (secondo il governo di Kinshasa e l’Onu con il sostegno finanziario e logistico di Kigali). A sua volta il governo ruandese aveva accusato in quella circostanza la Rdc di sostenere gli estremisti hutu che si oppongono a Kigali.
Stranamente – è un eufemismo s’intende – proprio ora, a distanza di una settimana dall’insediamento di Trump alla Casa Bianca, M23 ha alzato la cresta con l’evidente sostegno ruandese. Anche se nel corso del suo primo mandato definì alcuni paesi del cosiddetto Global South (inclusi alcuni stati africani) come “shithole”, non traducibile per compostezza, oggi fonti vicine al nuovo inquilino della Casa Bianca sostengono che nella sua nuova presidenza farà di tutto per rilanciare la presenza statunitense in Africa, sia per contenere l’espansionismo cinese, sia per garantire l’accesso alle materie prime indispensabili per l’industria interna. Ecco perché è ineludibile il confronto tra gli Stati Uniti e la Cina in Africa. Certamente, disegnare scenari futuribili è azzardato, ma quello che appare chiaro è quanto la militarizzazione per procura del continente – poco importa se di matrice statunitense, cinese, islamista o altro – finalizzata al controllo delle commodity, oltre alla competizione tra i grandi player internazionali, stia portando a una radicalizzazione dei problemi che affliggono l’Africa piuttosto che a una loro soluzione.
Fonte: «Avvenire»
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Tutti sanno che il Ruanda è direttamente coinvolto nella guerra contro lo Stato vicino, eppure nessuno interviene.
La Francia, che da poco ha completato un difficile processo di riconciliazione con il Ruanda, ha evitato a lungo di farsi coinvolgere, ma domenica, in occasione di una riunione del Consiglio di sicurezza dell’Onu, l’ambasciatore francese ha parlato apertamente del “sostegno attivo delle forze di difesa del Ruanda” nell’attacco a Goma.
Pierre Haski, «Internazionale»
Il governo congolese accusa il Rwanda di voler controllare il Nord Kivu per saccheggiare risorse minerarie. Importanti le terre rare del Congo. Risorse preziose che l’UE vuole acquistare dal Ruanda per non dipendere dalle terre rare della Cina. Questo spiega l’atteggiamento colpevolmente distratto dell’UE nei confronti della “mano nascosta” del Ruanda che aiuta i gruppi violenti attivi nel saccheggio minerario del Congo. In fondo quei gruppi portano via le preziose terre rare vendute all’Europa.
Il Ruanda gioca un ruolo cruciale nel supportare l’M23 in Repubblica Democratica del Congo, nonostante neghi ufficialmente ogni coinvolgimento.
Un rapporto dell’ONU ha confermato il coinvolgimento ruandese, documentando interventi militari diretti nell’est della RDC (Repubblica Democratica del Congo) tra novembre 2021 e giugno 2022.
L’Unione Europea, nonostante le denunce, sta rafforzando la cooperazione militare con il Ruanda. Gli Stati Uniti hanno un rapporto forte con il Ruanda. Il Ruanda beneficia dell’African Growth and Opportunity Act (AGOA), il principale strumento di policy commerciale statunitense nell’Africa subsahariana.
Il saccheggio del Congo e le responsabilità del Ruanda: la guerra per il coltan in cui è coinvolto anche l’Occidente
di Alessandro Marescotti (*)
La città di Goma, nell’est della Repubblica Democratica del Congo, è l’epicentro di una guerra che va ben oltre il conflitto tra esercito congolese e ribelli dell’M23. È una guerra per il controllo delle immense risorse minerarie del Paese, in particolare il coltan e il cobalto, elementi indispensabili per l’industria dell’hi-tech globale. Dietro l’avanzata dell’M23, si cela il Ruanda, uno Stato che da anni sfrutta la debolezza congolese per arricchirsi con il contrabbando di minerali preziosi.
Il grande gioco dell’hi-tech e la guerra per le terre rare
Secondo Lorenzo Timpone, capo missione della Fondazione Avsi, i ribelli dell’M23 hanno ormai consolidato la loro presenza a Goma e nei suoi dintorni. Il gruppo, sostenuto dal governo del Ruanda, controlla da tempo il massiccio del Masisi e le miniere di Rubaya, da cui i minerali rari vengono esportati illegalmente attraverso il parco nazionale della Virunga fino al Ruanda.
Nonostante le denunce nessun provvedimento concreto è stato adottato per fermare questo traffico. Vi è reticenza nell’Occidente ma anche la Cina e la Russia, invece di menzionare il Ruanda, hanno preferito puntare il dito contro chi trae profitto dall’export minerario. La comunità internazionale si mostra dunque divisa e incapace di bloccare l’economia di guerra che sta devastando il Congo. L’UE punta sulle terre rare che il Ruanda esporta, prelevandole dal Congo. La UE fa accordi commerciali con in Ruanda per non dipendere dalla Cina, considerata ormai un avversario geopolitico.
Il coltan è una miscela di columbite-tantalite. Il tantalio è particolarmente raro e gioca un ruolo chiave nell’industria elettronica e nella produzione di smartphone e computer.
Il Ruanda e il saccheggio del coltan
Il Ruanda non possiede miniere di coltan, eppure è uno dei maggiori esportatori mondiali di questo minerale strategico. Tale paradosso è la prova lampante di un saccheggio sistematico, reso possibile dalla presenza dell’M23 e di altri gruppi armati che operano come proxy del governo ruandese.
Il business è colossale: le aziende tecnologiche occidentali e asiatiche hanno bisogno di coltan e cobalto per produrre smartphone, batterie e dispositivi elettronici. Il coltan “rubato” dal Congo entra nelle catene di approvvigionamento globali senza che i grandi marchi si pongano troppe domande sulla sua provenienza. Il risultato è un ciclo perverso: il consumo di tecnologia nei Paesi ricchi alimenta un conflitto sanguinoso e perpetua il dominio delle milizie su vaste aree della RDC.
Il silenzio complice dell’Occidente
Il governo congolese aveva chiesto di interrompere la vendita dei minerali provenienti dall’est del Paese per colpire economicamente l’M23 e i suoi sponsor. Ma l’Occidente si è limitato a dichiarazioni di circostanza, evitando qualsiasi sanzione che potesse danneggiare il Ruanda, considerato un partner strategico nella regione.
Gli Stati Uniti e i Paesi del G7 stanno tentando un’alternativa con il cosiddetto “corridoio di Lobito”, un’infrastruttura che dovrebbe permettere di trasportare i minerali congolesi attraverso Zambia e Angola fino all’Oceano Atlantico, evitando il Ruanda. Ma questo progetto è ancora in fase embrionale e non offre soluzioni immediate al dramma della RDC.
Conclusione: il Congo continua a morire nell’indifferenza
Mentre l’M23 avanza e Goma cade sotto il controllo dei ribelli, il mondo continua a ignorare colpevolmente la tragedia del Congo. Dietro la guerra si nascondono infatti enormi interessi economici, e la vita dei congolesi sembra contare meno delle batterie dei nostri smartphone. Se la comunità internazionale non interverrà con misure concrete contro il Ruanda e il traffico illegale di minerali, il popolo congolese continuerà a pagare il prezzo più alto per il progresso tecnologico del Nord globale.
(*) Per realizzare questo testo sono state utilizzate le informazioni dell’agenzia stampa «DIRE» elaborate linguisticamente da ChatGPT su prompt e revisione finale dell’autore.
Vestiti e oggetti rinvenuti in una fossa comune nella provincia del Kasai, sud della Repubblica democratica del Congo, giugno 2019 (foto Monusco)
Il Congo è invaso, come l’Ucraina
di Elena Ciccarello, direttora di «La via libera»
Da oltre 25 anni la popolazione civile della Repubblica democratica del Congo è preda di guerre e bande armate. Nella zona orientale, dove nel 2021 è stato ucciso l’ambasciatore italiano Luca Attanasio, si continua a morire sotto l’occhio immobile dell’Onu. Intervista a Marie-Jeanne Balagizi, fondatrice del Forum africane italiane
Dodici milioni, forse quindici. I morti civili del Congo non si contano quasi più. Nell’area orientale della Repubblica, nella regione del Nord e Sud Kivu, si può restare vittima delle bande armate nell’indifferenza generale. Chi è fortunato trova sepoltura grazie all’intervento della famiglia d’origine, altrimenti finisce gettato nelle fosse comuni. Le Nazioni unite, fino al 2017, hanno documentato il ritrovamento di almeno 80 di queste, per le quali non sono però stati individuati responsabili certi.
Marie-Jeanne Balagizi è nata quarantatré anni fa a Bukavu, una piccola città del Kivu al confine con il Ruanda. Oggi vive a Torino, dove ha fondato il Forum africane italiane e da cui promuove le attività della rete delle donne dell’Africa francofona, ma la sua famiglia vive nell’est della Repubblica democratica del Congo. A giugno suo fratello è stato massacrato mentre si trovava in casa, l’anno prima era toccato al nipote e prima ancora al cognato. Lo scorso ottobre è intervenuta al convegno di Libera, a Palermo, per chiedere che la comunità internazionale presti la dovuta attenzione alla situazione congolese: “Anche il nostro è un Paese invaso, con i suoi milioni di morti civili. Chiediamo la stessa sensibilità dimostrata nei confronti dell’Ucraina, che l’Onu si assuma le sue responsabilità: i diritti umani non distinguono tra bianco e nero, tra Europa e Africa”.
Nel Congo in guerra da trent’anni a rimetterci sono i civili
Marie-Jeanne, perché in Congo viene uccisa la popolazione civile?
Per l’incapacità del governo di fare rispettare lo stato di diritto nelle aree orientali del Paese. La popolazione è abbandonata in un vuoto giuridico dove a farla da padrone sono i gruppi armati. Sono loro che uccidono le persone, per scacciarle dai villaggi e per ritorsione verso il nostro governo. In quelle aree, le bande si finanziano con l’estrazione illegale di materie prime come l’oro, il coltan e i diamanti, di cui il paese è ricchissimo. I gruppi collaborano con alcune multinazionali, che si approvvigionano da questi circuiti illegali, e hanno sviluppato alleanze con esponenti degli enti locali e agenti dello stato centrale. I soldati congolesi fanno poco, perché sono demotivati e pagati in modo scarso e irregolare.
IL TESTO PROSEGUE QUI: lavialibera.it/it-schede-1201-congo_guerra_vittime_civili_crisi_umanitaria
NOTA DELLA “BOTTEGA”
Anche se la scheda non è aggiornata, lo abbiamo ripreso perchè il testo e l’intervista ofrrono comunque un’utile visione d’insieme.
In “bottega” parliamo spesso del saccheggio del Congo, alimentato a suon di guerre dalle libere democrazie dell’Occidente. Qui sotto troverete link a 8 nostri articoli recenti, con altre indicazioni per chi vuole saperne di più.
«Rosso cobalto»: l’infinito saccheggio del Congo
di Louis Perez
Congo: il grande saccheggio di oro e cobalto
di Ilaria De Bonis
RDC: l’estrazione di cobalto minaccia le foreste comunitarie
di Jonas Kiriko
Congo: la maledizione del cobalto
di Oscar Nkala
La sovrapproduzione di cobalto abbassa i prezzi…
(…ma non ferma le violazioni dei diritti umani)
ripreso da diogeneonline.info
Co-co-co-co-co: cobalto, coltan, Congo, complicità e…
(… colonialismo)
articoli di Alessandro Spinnato e Francesco Gesualdi
Le vene aperte del Congo
Cominciò 55 anni fa con il golpe belga-statunitense seguito dall’assassinio di Lumumba (e poi di Dag Hammarskjold) il calvario che ancora dura
di Raffaele K Salinari
di Gianni Boccardelli







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