Economia e lavoro, pensieri critici

«L’austerità è di destra» di Emiliano Brancaccio e Marco Passarella: recensione di Gian Marco Martignoni

L’Unione Europea, nata sotto il segno della moneta,  è sempre più a rischio deflagrazione, poiché le politiche d’austerità neoliberiste che la guidano hanno determinato una prevedibile accentuazione dello squilibrio fra economie forti ed economie deboli, facendo registrare una caduta del consenso politico rispetto alle aspettative ingenerate attorno alla sua edificazione, in quanto sono sempre più evidenti i processi di svalorizzazione del fattore lavoro e la costante messa in discussione di quei diritti sociali (istruzione, sanità, sistema pensionistico ecc) sanciti dalle costituzioni democratiche.

Sulla necessità della costruzione di un’alternativa a un siffatto e contraddittorio percorso di integrazione europea – eterodiretto dalla potenza dominante, la Germania – si interroga da tempo quanto sopravvive nel pensiero critico, consapevole che il decisionismo delle tecnocrazie europee svuota, attraverso il cosiddetto fiscal compact e la riforma del patto di stabilità, l’autonomia dei parlamenti nazionali e incrementa, mediante la depressione della domanda effettiva, una intollerabile disoccupazione di massa.

Fra i contributi rilevanti al dibattito in questa direzione merita di essere segnalato il pamphlet «L’austerità è di destra»  di Emiliano Brancaccio e Marco Passarella (pagg. 152, € 13, il Saggiatore) poiché, pur muovendosi nell’ottica di un rilancio di un nuovo internazionalismo del lavoro e «della modernità della pianificazione per differenziarsi dalla logica dell’odierno regime dell’accumulazione», non elude il nodo cruciale dello stato dei rapporti di forza tra le classi sia sul piano materiale che su quello intellettuale.

E’ bene infatti sapere che nel 2010 l’Associazione Paolo Sylos Labini  ha promosso un «Manifesto per la libertà del pensiero economico», sottoscritto da oltre 700 esponenti della comunità accademica nazionale, finalizzato a sensibilizzare l’opinione pubblica relativamente ai rischi insiti nella scomparsa di un pensiero economico critico nell’ambito della ricerca universitaria, stante l’egemonia del credo neoliberista.

Detto ciò, il cuore dell’analisi di Brancaccio e Passarella evidenzia, sviluppando un’intuizione di Paul Krugman, come – in seguito alle politiche neo-mercantiliste praticate dalla Germania e allo scontro intercapitalistico tra realtà imprenditoriali forti e deboli – si sono determinati processi di concentrazione dei capitali, della produzione e dell’occupazione, con la conseguente “mezzogiornificazione” delle aree periferiche del continente, che sono state colpite da fenomeni di crescente desertificazione produttiva e migrazione della forza lavoro all’estero.

Non a caso in Germania si è registrato in aumento della base occupazionale, a fronte di una sua crescente diminuzione in tutti i sud d’Europa, così come i Paesi periferici si sono indebitati verso l’estero per coprire i loro disavanzi commerciali dovuti a maggiori importazioni, provenienti dalla Germania, Paese esportatore per eccellenza, alimentando per questa via la differenza tra tassi nazionali e quelli tedeschi.

L’operazione ideologica compiuta dalla Troika è consistita, invece, nell’imputare i livelli degli spread al deficit e al debito pubblico dei Paesi cosiddetti “cicala”, al fine di scaricare le politiche dei sacrifici e dell’austerità sulle classi popolari e il mondo del lavoro, mentre venivano ripianati i debiti inesigibili accumulati dal sistema bancario grazie all’intervento degli Stati nazionali.

Sostanzialmente la competizione al ribasso, con la messa in concorrenza dei lavoratori fra loro, si è tradotta in un costante arretramento delle condizioni di lavoro e salariali, con una caduta degli indici di protezione del lavoro nel nostro Paese tra il 1998 e il 2008 che non ha eguali in Europa, grazie anche alla subalternità  teorica e politica dei cosiddetti «liberoscambisti di sinistra».

Per queste ragioni Brancaccio e Passarella ritengono che si debba farla finita con la logica fallimentare del trattato di Maastricht e perciò avanzano, ai fini di una rinnovata coesione fra i lavoratori, l’ articolata proposta di uno «standard retributivo europeo» che – unitamente alla definizione di una nuova moneta mondiale e a una politica industriale di carattere europeo – si colloca decisamente in controtendenza con la dinamica deflattiva praticata dalla Germania.

Una proposta senz’altro coerente con «la definizione di un meccanismo di riproduzione sociale alternativo» a quello dominante, ma che richiede la maturazione di soggetti politici e sociali in grado di contrastare conflittualmente – come ha sostenuto recentemente il filosofo Etienne Balibar  sul quotidiano «il manifesto» – «la deriva dell’Europa verso un’unione monetaria al servizio di un ordine economico puramente  concorrenziale», generatrice di una somma inenarrabile di diseguaglianze.

 

 

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