Gli «imperdi» (*) – settima, anomala puntata

dove Bianca Menichelli gioca a modo suo, rischiando “la lettera scarlatta”: A come antisociale o asincrona…

Mi si dice che a questo punto, ogni anno, si fanno, oltre che gli auguri (de che?), le liste dei libri più venduti, dei film più visti, delle mostre più visitate, dei concerti più affollati e via noiosamente elencando. L’alternativa democratica è quella della classifica dei libri, dei film, delle mostre, della musica … a seconda del proprio giudizio personale.

Rischiando di trovarmi con la lettera scarlatta tatuata sulla fronte (A come antisociale o asincrona?) contesto gli assoluti sottesi a queste due scuole di pensiero. Non c’è perimetro temporale che possa delimitare un’opera dell’ingegno: che può piacere o non piacere, oggi come ieri e come domani; mai essere la più bella (sic) dell’anno che si conclude.

Le regole del gioco o “Della teoria del caos”

Compreso il mio pensiero. Se ci sarà qualcuna/o che vorrà seguire le mie elucubrazioni letterarie, si allacci la cintura di sicurezza per attraversare tempo e spazio come Margherita Hack comanda.

Non sono previste tappe, né ordini di arrivo.

 

Lo specchio della vita

Ian McEwan «Solar», 2012 Einaudi

«Apparteneva a quella categoria di uomini – tendenzialmente spiacevoli, quasi sempre calvi, bassi grassi, intelligenti – che, per ragioni misteriose, attraggono certe belle donne. O così credeva e pensarlo pareva bastare».

McEwan sa bene come l’incipit sia il nucleo principale attorno al quale sviluppare la narrazione. Michael Beard, meschino uomo senza qualità, ancorché premio Nobel per la fisica, attraversa la propria vita dal 2000 al 2009 con questa indeflettibile convinzione e ad essa si attiene per tutti gli atti pubblici e privati, compresi i più abietti, che compongono il mosaico della sua esistenza.

E’ un libro che si rilegge con sempre rinnovato piacere, divertimento, ammirazione per la capacità dello scrittore di tenere attaccato il lettore alla sua narrazione come un pupo al biberon o come un fumatore al suo vizio, a seconda del grado di dipendenza.

I suoi romanzi, i suoi racconti differiscono tra loro per genere, ma non per cifra stilistica. Una narrazione fitta, quasi assenti i dialoghi, molte le circonvoluzioni introspettive del/dei personaggi. Il risultato è assicurato.

Il ragazzo che non era lui

Tommaso Pincio «Panorama», 2015 Enne Enne editore I ViceVersa

Tommaso Pincio, trasparentissimo pseudonimo, dà la disponibilità dei suoi libri in versione esclusivamente cartacea. Già questo, per quanto mi riguarda, è un fortissimo incentivo a leggerlo, senza contare che lo scrittore e pittore romano crea un’impressione così prepotente di desiderata realtà parallela che risulta impossibile non seguirlo.

«Persone, fatti e cose del presente libro appartengono al dominio esclusivo della finzione e in tal modo andrebbero intesi dal lettore: la realtà non è di questo mondo, anche in questi casi in cui si evocano o sembrano essere evocati persone, fatti e cose noti nella cosiddetta realtà». Così inizia l’autore la parte finale dei ringraziamenti, che sono al contrario la prova provata della fallibilità del mondo reale e del suo inganno E’ un libro sulla lettura. E’ un libro sui libri. Sulla non scrittura. Sulla non lettura. E’ un libro sull’amore. Sull’amore per i libri. E’ un libro su Roma. Sull’amore per Roma. E’ un libro sulla vita. Sulla vita a Roma «parlando con i personaggi dei libri» e su chi «prima di uscire di casa se ne infila uno in tasca e inizia a camminare senza meta». Attraverso Roma.

«La vita non cerca veramente il nuovo, il diverso, l’inaspettato. Tende alla somiglianza, cerca ciò che può riconoscere, che ha già visto sentito annusato, cerca il ritorno, cerca uno specchio».

Beh, qui lo specchio è già attraversato e frantumato.

 

Micio, micio, bel micino

E(rnst)T(homas) A(madeus, già Wilhelm) Hoffmann «Il gatto Murr ovvero Opinioni e vita del gatto Murr comprensive della biografia frammentaria del maestro di cappella Johannes Kreisler in forma di casuali scartafacci», 2016 L’Orma Editore, traduzione e cura di Matteo Galli

  Questo sontuosissimo volume fa parte di “Hoffmaniana”, l’opera omnia di Hoffmann edita da L’orma. Si parte con E.T.A.pedia, 24 voci in ordine alfabetico per «la preparazione degli apparati critici prima di addentrarsi nella lettura o a cui tornare durante e dopo il piacere del testo», iniziando con “Autobiografia”, quale genere a sé e concludendo con “Tieck Ludwig”, quale autore che decostruisce forme e generi consolidati. E quando mai ci si sente così curati, seguiti, coccolati, in ultima analisi trattati da fruitori e non da compratori?

Si prosegue con la dottissima introduzione di Matteo Galli che per «Il gatto Murr» (homme de lettres très rennommé) ha una definizione definitiva: l’opera-mondo.

Si ri-prosegue con la Cronologia per concludere con la affollata Bibliografia, comprensiva delle Monografie in italiano a latere. Poi in tutto il suo splendore cartaceo l’inizio, il primo volume con la prefazione del curatore, la premessa dell’autore, la premessa soppressa dall’autore e via con la prima parte «Le sensazioni della vita, i mesi della gioventù».

Una assoluta gioia per l’esplosione vitale, per la dovizia di rimandi, sottotesti, paratesti e per il rispetto nei confronti del lettore che, per stare al gioco, si deve lasciare prendere per mano ma deve anche saper mettere in moto le sinapsi adeguando la sua capacità di connettere, affidandosi senza remore anche alle dettagliatissime cure di Matteo Galli. Non si possono non citare le splendide illustrazioni centrali che iniziano con la riproduzione delle due copertine dei volumi originali pubblicati a Berlino nel 1819 e nel 1821 e terminano con la litografia dell’autografo del biglietto di partecipazione funebre redatto da Hoffmann alla morte del suo gatto Murr.

E tanto vi dovevo.

 

La Serenissima divora suoi figli

Vitaliano Trevisan «Works», 2016 Einaudi

Parziale autobiografia di un autore, attore, regista, sceneggiatore e vicentino che nelle sue opere letterarie ha sempre ri-vissuto il “mitico” Nord-est, territorio conosciuto intimamente e descritto come e più di qualsiasi altra disgrazia al mondo, ma al quale Trevisan continua a tornare come se fosse un bisogno ineludibile o una maledizione.

Qui l’autore affronta il lavoro che marchia anima e corpo di un’intera vita. La sua. «In una regione, il Veneto e in una provincia, Vicenza, che fa del lavoro una religione – ma ora, forse, più mito che religione».

Una scuola (la “geometri”), l’inizio a quindici anni come operaio per “confezione gabbie”, poi via via manovale, muratore, cameriere, disoccupato, gelataio in Germania, geometra per cucine componibili, portiere di notte: tutto sincopato in quel libretto di lavoro che parte dal 14 giugno 1976. E poi la droga, la depressione, il fallimento del matrimonio, i rapporti con la famiglia, ma sopra tutto la necessità indomabile di scrivere, scrivere, scrivere.

Trevisan parla degli anni Settanta, di quelli suoi e di quelli del mondo che lo ha circondato, che ci ha circondato. Arriva fino all’inizio del nuovo millennio quando il regista Matteo Garrone lo vuole come sceneggiatore e protagonista del film «Primo amore» (2004).

La sua scrittura è arrabbiata, tesa, ribelle come quello che gli si rivolta dentro, ma ha molti tratti di ironia, autoironia e dolcezza che emozionano, qui e ad esempio in «Shorts» (Einaudi, 2004), raccolta di microracconti, shorts, scritti tra il 1993 e il 2001 «Presto prestissimo» o «Una famiglia di ghiri» o «Pausa n.2» o «Movimento, sguardo, tatto». Leggendo, capirete.

 

Ma pensa, i libri si trovano anche in Biblioteca

Murakami Haruki «La strana biblioteca», 2015 Einaudi, traduzione di Antonietta Pastore, illustrazioni di Lorenzo Ceccotti

Per questo libro non spenderò parole, ne ho già scritte molte in questa “bottega” nel maggio 2016. Riporto solamente la mia non-conclusione: «Questo autore, con la sua scrittura apparentemente semplice, piena di banali quotidianità, ma ricca di interiorità, di malinconia e di contraddizioni, ha disseminato i suoi libri di molteplici tracce che ricorrono con ridondanti movimenti carsici, in un labirinto continuamente autorigenerantesi. La sfida è nel saperle riconoscere, ricordandole, queste tracce».

 

Per i giovani di tutte le età

Jonathan Lethem «Non mi ami ancora» Il Saggiatore 2007, traduzione di Andrea Buzzi

«Alla nota stonata, al mosto acido, al calice amaro, alle vecchie relazioni inacidite, al risentimento che si nasconde nell’amore, alla solitudine che si nasconde nell’amicizia. Alle pessime scopate. A chi dimentica che è stata pessima. A chi telefona a una vecchia amante e finge di dimenticare che è stata pessima. A chi finisce di nuovo a letto sapendo che non dovrebbe, a chi raschia il fondo». Yeah!

 

Nostri padri quotidiani

Umberto Eco «Numero zero», 2015 Bompiani

L’ultimo atto di amore del Maestro verso i figli immemori di una stagione che, fra le tante, ha sopportato questo nostro povero Paese, senza che si sia cercata una possibilità di saldare una volta per tutte i conti con la Storia. Questo libro è un esercizio di denuncia senza che l’autore nutra alcuna fiducia su una presa di coscienza collettiva. Nessun happy end.

Come scrive Pier Paolo Pasolini in «Scritti corsari» (1975): «Noi siamo un Paese senza memoria. Il che equivale a dire senza storia. L’Italia rimuove il suo passato prossimo, lo perde nell’oblio dell’etere televisivo, ne tiene solo i ricordi, i frammenti che potrebbero farle comodo per le sue contorsioni, per le sue conversioni. Ma l’Italia è un Paese circolare, gattopardesco, in cui tutto cambia per restare com’è. In cui tutto scorre per non passare davvero. Se l’Italia avesse cura della sua storia, della sua memoria, si accorgerebbe che i regimi non nascono dal nulla, sono il portato di veleni antichi, di metastasi invincibili, imparerebbe che questo Paese è speciale nel vivere alla grande, ma con le pezze al culo, che i suoi vizi sono ciclici, si ripetono incarnati da uomini diversi con lo stesso cinismo, la medesima indifferenza per l’etica, con l’identica allergia alla coerenza, a una tensione morale». Quanto avremmo ancora bisogno di voi!

 

Quelli che .. “me la spieghi?”

Lawrence Ferlinghetti – da «What is Poetry»

Che cos’è la poesia?

La poesia è la notizia

delle frontiere

della coscienza

 

La poesia è quello che invocheremo

svegliandoci in una selva oscura

nel mezzo del cammin

di nostra vita

 

Una poesia è uno specchio

che cammina lungo una strada alta

piena di piaceri visivi

 

La poesia è la foglia metallica

agitata dall’immaginazione

dovrebbe splendere all’esterno e quasi accecarti

 

è il sole trascorrente

nelle maglie del mattino

 

è notti in bianco

e bocche di desiderio

 

è fatta

di aloni che si dissolvono

negli oceani del suono

 

è la lingua della strada

di angeli e diavoli

 

è un divano di cantori ciechi

che hanno messo via i bastoni da passeggio

 

una poesia dovrebbe innalzarsi all’estasi

da qualche parte fra discorso e canto

 

Una poesia deve cantare

e volare via con te

oppure è un’anatra morta

con un’anima di prosa

 

La poesia è tutte le cose nata con ali

che cantano

 

Come un vaso di rose

una poesia non dovrebbe essere spiegata

 

La poesia è una voce di dissenso

contro lo spreco di parole

e la folle pletora della stampa

 

e ciò che esiste

fra le righe

 

è fatta

con le sillabe dei sogni

 

è grida lontane lontane

su una spiaggia quando si fa sera

 

 

Intermezzo – Body Double

Chiara Nucera «Il metacinema nelle opere di Lynch, Cronenberg, De Palma», 2014 EUS – Edizioni Umanistiche Scientifiche

Anche se l’editore diffida chiunque dal riprodurre sia pure in parte il libro in questione, spero che citare Platone in esergo non sia violazione di copyright, posto che gli eredi di Platone medesimo non mi citino in giudizio.

Quindi, anche rischiando, ecco: «E’ la cosa più conveniente di tutte per colui che è sul punto di intraprendere un viaggio verso l’altro mondo, riflettere con la ragione e meditare attraverso i miti su questo viaggio e dire come immagina che esso sia» in Fedone, 61 E.

Adesso che ho scritto, mi accorgo di quanto sarebbe calzato a pennello in esergo a questo post! Parlare del libro, che non è destinato agli studiosi del settore perché non di solo cinema si parla, è alquanto difficile; dire però che si legge d’un fiato, con accanto un foglio di carta e una penna per segnare quello che interessa al fine di una ricerca successiva, è semplicissimo. Dire che è di una scorrevolezza esemplare, che conquista fin dall’indice (che non posso trascrivere), che lascia un retrogusto di completezza culturale raro in questi tempi è quanto dovuto all’autrice e all’editore.

La bibliografia ricchissima, la filmografia completa dei tre registi, la sitografia interessante completano questo libro, che se è partito da una tesi di laurea sicuramente merita la summa cum laude.

 

Delle frantumazioni

Kazuo Ishiguro «Gli inconsolabili», Einaudi 1995, traduzione di Gaspare Bona

Il pianista Ryder (sapremo mai il nome?) arriva in una città europea vagamente definita. Deve tenere un concerto (lo terrà mai?). Non conosce alcuna persona (davvero?). Non ha famiglia (sicuro?). Si sente pervaso da un’ansia crescente (davvero inspiegabile?). Si inoltra nel paesaggio e nella città come fosse una prima volta, in territorio sconosciuto e molto spesso ostile.

Interrogativi sempre più incalzanti si affollano nella sua mente, come in quella di chi legge. Linee spaziali si intersecano a linee temporali. Cambiano la prospettiva e i punti di vista, anche se la prima persona singolare è l’unica che conduce il ritmo.

Lo sguardo di Ryder entra negli sguardi delle persone che affollano intempestivamente lo spazio, diventando così un altro da sé, protagonista e deuteragonista senza soluzione di continuità. E sempre di più chi legge viene risucchiato suo malgrado nel vortice di un gioco di specchi a volte insostenibile, in una dimensione onirica e nello stesso tempo estremamente reale.

Riflessi di riflessi di riflessi. Senza fine e senza memoria. Senza storia.

 

Donna, palestinese, poeta

Fadwa Tuqan, da «Non ho peccato abbastanza – antologia di poetesse arabe contemporanee», 2007 Piccola biblioteca Mondadori

 

Desiderio ispirato dalla legge di gravità

 

Il tempo è fuori e io sono a casa da sola con la mia ombra

scomparsa è la legge dell’universo, dispersa da un destino frivolo

nulla trattiene le mie cose

nulla le zavorra al pavimento

i miei averi sono volati via, appartengono ad altri

la mia sedia, il mio armadio, lo sgabello

 

sola con la mia ombra

nessun padre, nessuna madre

nessun fratello, nessuna sorella per colmare

la casa di risate

nulla, solo solitudine e dolore

e il fardello dei mesi, degli anni

piega la mia schiena, rallenta i miei passi, acceca il mio orizzonte

 

mi manca l’odore del caffè, l’aroma nell’aria

la sua assenza è un’estasi in cui sprofondo giorno e notte.

 

Il tempo è scaduto e sono sola a casa

mi butto con l’ombra.

Mi manca la compagnia dei libri

la loro consolazione nei momenti di tristezza e gioia.

 

Mi manca, quanto mi mancano l’orologio di mia madre,

le fotografie di famiglia appese alla parete.

Mi manca il liuto

con le sue corde silenziose e spezzate.

 

Il tempo è scaduto e io sono sola a casa

il coprifuoco fa male

mi fa male, no mi uccide, l’uccisione dei bambini vicino a casa mia.

 

Ho paura di domani.

Ho paura delle imperscrutabili risorse del destino.

Dio, fa’ che io non sia un fardello, evitato da grandi e piccoli

aspetto per arrivare dove la terra è silenziosa, aspetto la morte

lungo è stato il mio viaggio, Signore

accorcia il cammino e fa’ che il viaggio si concluda.

 

Eternità, sostantivo femminile singolare

Margaret Atwood «L’Anno del Diluvio«», 2010 Ponte alle Grazie

«Glenn diceva che il motivo per cui non riesci bene a immaginare di morire è che nel momento in cui dici ”sarò morta” hai detto la parola “sarò”, in cui è implicito che stai ancora vivendo. Ed è così che la gente si è fatta l’idea che l’anima è immortale: è una conseguenza della grammatica».

 

Repetita iuvant

Roberto Cotroneo «Per un attimo immenso ho dimenticato il mio nome», 2002 Mondadori

Già postato un commento nell’aprile 2016 su codesta “bottega”, il libro mi è piaciuto così tanto che insisto con questa mia considerazione: «Alla fine, quando tutto si tiene, musica, specchi, sogni, scacchi e vite si intersecano, si confondono come si confondono i piani temporali e spaziali in un crescendo che toglie quasi il fiato e fa immergere il lettore in un sogno (!) dal quale a fatica rientra nella vita reale. Quella nostra, quella fatta di sogni (infranti), di specchi (spezzati), di scacchi (pattati ed immobili), di musica (impossibile). Di fughe da noi stessi, dalle vite nostre e degli altri».

 

Sembra una conclusione, al contrario è un inizio

Wislawa Szymborska «La gioia di scrivere», 2009 Adelphi, traduzione di Pietro Marchesani

 

Prospettiva

 

Si sono incrociati come estranei,

senza un gesto o una parola,

lei diretta al negozio,

lui alla sua auto.

 

Forse smarriti

o distratti

o immemori

di essersi, per un breve attimo,

amati per sempre.

 

D’altronde nessuna garanzia

che fossero loro.

Sì, forse, da lontano,

ma da vicino nient’affatto.

 

Li ho visti dalla finestra

e chi guarda dall’alto

sbaglia più facilmente.

 

Lei è sparita dietro la porta a vetri,

lui si è messo al volante

ed è partito in fretta.

Cioè, come se nulla fosse accaduto, anche se accaduto.

 

E io, solo per un istante

certa di quel che ho visto,

cerco di persuadere Voi, Lettori,

con qualche verso occasionale,

quanto triste è stato.

 

Per le voci sogno, irrealtà, desideri, umanità

cfr Raffaele K. Salinari «Strappare il velo della Maya» su «Alias», supplemento al quotidiano «il manifesto» del 3 dicembre 2016)

 

«Io sono Daniel Blake, sono un cittadino. Né di più né di meno». (Ken Loach, «I, Daniel Blake», film 2015 UK)

La Costituzione italiana, articolo 3

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, sociale ed economica del Paese.

Buon giorno, notte. E buon anno!

(*) Se volete sapere anche voi – come Oso Curi – perché ci vengono certe idee … andate a vedere la prima puntata (con la scelta di Valentina Bazzarin): lì sotto è spiegato. Qualcuna/o vuol giocare? Va bene: scriveteci entro dicembre e vi postiamo. Astenersi: autori/autrici sotto pseudonimo; uffici stampa case editrici; troll. IL LOGO DI QUESTA PICCOLA SERIE E’ di ENERGU.

 

Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

Un commento

  • Giorgio Chelidonio

    Ho messo una “stellina gialla” su questo contributo: una rete di orizzonti culturali “da e per, & ritorno” necessita mooolto di più del tempo che oggi ho potuto dedicargli. Tre “perle” da cui ripartire:

    “La vita non cerca veramente il nuovo, il diverso, l’inaspettato” (è ricorrente: si riconosce quel che già si conosce, ma senza curiosità ci si fossilizza!)

    “Noi siamo un Paese senza memoria. Il che equivale a dire senza storia.” >> Ma non è la Storia che si ripete ma difetti dell’animo umano ( K.Lorenz 1985), specie se fatti percepire come virtù berlusconizzate…..

    «Io sono Daniel Blake, sono un cittadino. Né di più né di meno» >> Anch’io, più volte, sono stato trattato da D.Blake – “i lividi” …ricordi? – ma siccome “mi impiego ma non mi spezzo” resisto (orgogliosamente) e pretendo di essere riconosciuto come un cittadino, semmai forse più che meno….

    Al prossimo ( anno, buono da condividere) !!!

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