Il fascismo, «una peste umana»

di Bozidar Stanisic
Prefazione all’edizione italiana di “Sul fascismo” di Ivo Andric, appena ristampato da Nuovadimensione (costa13 euro).
Il fascismo, «una peste umana»
Con decreto regio del 14 febbraio 1920 Ivo Andrić, segretario
di terza classe del ministero delle Religioni del Regno dei Serbi,
Croati e Sloveni, viene nominato viceconsole di terza classe al
consolato generale di New York. Due giorni dopo il giovane, ma
già affermato, poeta (nota 1) riceve un avviso ufficiale di variazione del
luogo di nomina del servizio diplomatico: al posto di New York,
è inviato a Roma, come segretario di terza classe della legazione
presso la Santa Sede.
Così il caso (o, molto più probabilmente, qualche manovra
dietro le quinte) fece in modo che il futuro, e fino a oggi l’unico,
vincitore del premio Nobel delle letterature slave meridionali
(1961) iniziasse la sua carriera diplomatica (nota 2) in una città caratterizzata
da infinite espressioni di bellezza e da innumerevoli tracce
del passato, sulle cui stratificazioni «giace l’orrore dei secoli». (nota 3)
Numerose lettere e cartoline spedite agli amici in patria
ci parlano del giovane poeta Andrić a Roma, che solo apparentemente
si è lasciato alle spalle la sua prima stagione della
storia: gli anni della burrascosa e ribelle giovinezza da studente,
l’accusa di legami con gli attentatori di Sarajevo e poi la condanna
per alto tradimento della monarchia austro-ungarica, il
periodo di incarceramento a Maribor, caratterizzato anche dal
peggioramento del suo stato di salute, il momento della caduta
di quell’Impero e i giorni della nascita della prima Jugoslavia,
detta di Versailles. Aveva aspirato a entrare nel servizio diplomatico
del suo Paese e con l’aiuto di un suo benefattore (nota 4)
lo aveva finalmente ottenuto, anche come conferma del suo
desiderio di essere, come avrebbe detto una volta, utile al suo
popolo e alla comunità statale. Benché grazie al contenuto di
quei messaggi epistolari sia in gran parte possibile ricostruire i
giorni romani di Andrić e, cosa più importante, gli inizi dell’influsso
della cultura italiana sulla formazione della sua visione
filosofico-letteraria del mondo e dell’individuo, è evidente che
lo scrittore non dimentica, neppure per un istante, la Bosnia
– il suo stratiforme passato e la sua complessa situazione nella
prima comunità statale degli Slavi del Sud – né, soprattutto,
la madre. Si lamenta talvolta dei suoi modesti compensi, insufficienti
per vivere nella capitale italiana. È angustiato dalla
polvere della città e dal cibo scadente; sopporta con difficoltà
anche il clima romano, che non si confà ai suoi polmoni delicati.
«Il dottore dice che per me questo clima è troppo dolce,
ma mi abituerò». (nota 5)
Tuttavia, malgrado tutto, Roma e i suoi dintorni, e poi
anche altre località d’Italia che visiterà in seguito, sono per
Andrić una grande rivelazione. Dalle memorie della figlia di
un diplomatico emerge quanto amasse «visitare chiese, musei,
cimiteri, palazzi rinascimentali, località amene, antichità e
punti interessanti. Con lei visitò il parco del Pincio, il Foro,
il Colosseo e fece una gita a Tivoli […]; d’estate andava in
carrozza a Ostia, a fare il bagno». (nota 6)
Visita Ravenna, l’Abruzzo
e Subiaco, e con un amico, Miloš Crnjanski (nota 7)
visita Firenze
e Pisa. Frequenta volentieri i pittori moderni del suo Paese
che vivono a Roma. Sulle tracce del grande poeta montenegrino,
il principe-vescovo Petar Petrović Njegoš, visita anche
Napoli.
A Roma Andrić cercherà «anche quello stesso meccanismo
storico che produce le opere monumentali lasciate dalle civiltà
che sono passate per qui».(nota 8)
In una delle sue lettere romane in
modo suggestivo descrive quel suo processo di conoscenza
della storia: «Avviene all’improvviso, in modo quasi mistico.
Dopo il tormento, gli sforzi e i primi disorientamenti, a un
tratto, di colpo, nell’uomo inizia a farsi strada un significato
più profondo di tutte quelle secolari stratificazioni di religioni,
idee, Stati, istituzioni. Tutte le aspirazioni umane, fra
loro così antitetiche, ci insegnano sempre la stessa cosa, che
il significato dell’operato umano sulla terra è: legge, misura,
ordine e rinuncia».(nota 9)
È davvero una grande rivelazione che,
assieme all’indispensabile lettura dei grandi rappresentanti
del pensiero filosofico, artistico e politico italiano, nel corso
dell’intera lunga vita di Andrić e della sua attività letteraria,
sarà sublimata in uno dei fattori senza i quali è impensabile
concepire la sua visione del mondo e dell’uomo della Bosnia
che, dai confini fra mondi diversi, verranno elevati all’altezza
di una irripetibile cosmogonia narrativa.
La scrivania dei grandi autori ci è spesso di aiuto per comprendere
anche le loro aspirazioni di arrivare, attraverso i libri
altrui, sulla buona strada per le loro opere future. Sulla scrivania
romana di Andrić, oltre agli studi letterari e alle storie della
letteratura italiana di De Sanctis e di Croce, allo studio di
Rolland su Michelangelo, ai Frammenti e pensieri di Da Vinci,
alle Lettere del Buonarroti, a diversi studi sul Rinascimento
di cui Andrić desidera comprendere fino in fondo «lo sforzo
disperato», si trovano anche le opere storiche di Guicciardini
e di Machiavelli. Un suo quaderno di appunti di quel periodo
è pieno di citazioni tratte da opere di questi pensatori e di
annotazioni su di loro. Tuttavia, nella sua personale scelta fra
quei due figli dell’antica Firenze, e naturalmente anche fra i
loro due spiriti opposti, ma entrambi presi dalla passione di
conoscere la storia e i suoi meccanismi reali, la sua attenzione
è attratta più da Guicciardini, «la cui Storia d’Italia rappresenterà
per lui, a quanto pare, un manuale sul secolo che lo
occupa sempre di più». (nota 10)
Andrić davvero sente una speciale
affinità con il pensiero di Guicciardini, a dispetto di un reale
dato di fatto che così registra: «Machiavelli vola, Guicciardini
striscia. Machiavelli scrive istruzioni per un principe ideale,
Guicciardini annota esperienze spicciole per mercantucoli e
burocrati […] il suo mondo è angusto, privo di ogni slancio
di immaginazione, ma sicuro nelle cose vicine». (nota 11)
Possiamo davvero sostenere con sicurezza che quella, assolutamente
percepibile, vicinanza con il pensiero di Guicciardini è
provocata unicamente dall’orientamento di Andrić, a suo modo
anche esistenziale, per la carriera diplomatica? Una carriera
che – e non è solo il caso di Andrić, ma, senza alcun superfluo
sembra, è anche quello di tutti i diplomatici, di ogni latitudine
ed epoca, compresa quella attuale – sottintende comportamenti
ben precisi e un’ancora più precisa accettazione delle misure
delle persone, delle cose e delle situazioni, sempre sulla stessa
orizzontale, già storicamente nota, di tutto ciò che è terreno,
pratico, antiutopistico? È vero, Andrić non dimenticherà mai
Machiavelli, in particolare la sua concezione dei «due ritmi
della storia – il bene e il male» (nota 12) ma Guicciardini
attrae di
più il giovane diplomatico e poeta, e non solo come filosofo
della politica dell’adattamento. Semplicemente, nella dinamica
della Storia e in tutti i suoi ritmi di instabilità e di insicurezza,
per l’individuo che subisce i cambiamenti è difficile trovare il
proprio posto, ma a colui che coltiva in sé la cautela, senza dimenticare
l’interesse personale, si apre uno spazio di esistenza,
e non importa se quello spazio, che è sottoposto ai conflitti di
forze superiori, è angusto. Quanto è possibile, in questa luce,
scoprire l’Andrić che ritrova in sé le dosi di conformismo indispensabili
per la sua aspirazione a mantenersi sulla scala della
gerarchia diplomatica, e quanto l’Andrić colmo del desiderio di
conoscere la verità sulla Storia come scuola di realtà, dal passato
delle generazioni precedenti e dal suo presente? Ci sembra di
essere obiettivamente più vicini alla soluzione di questo dilemma
se in quest’ultima domanda mettiamo in relazione i giorni
romani di Andrić con il futuro autore dei romanzi Il ponte
sulla Drina, La cronaca di Travnik e, naturalmente, La corte
del diavolo, nei quali la sua visione della Storia è caratterizzata
dal tentativo di rappresentare le sue verità anche con il freddo
sguardo di un obiettivo osservatore.
Ma ecco che le scene di un altro affresco della Storia in movimento
inizieranno a svelarsi proprio dal vivo, fin dai suoi primi
giorni romani, in quella lontana primavera del 1920, davanti
a questo appassionato osservatore assetato di conoscere il suo
generale, secolare meccanismo. Questo è chiaramente l’inizio
della seconda stagione della Storia di Andrić:
L’anno precedente, il 12 settembre 1919, D’Annunzio era
partito dalla base di Ronchi con quasi duecento legionari,
camicie nere, nostalgici della guerra e altri galoppini del crescente
fascismo, che man mano si andavano aggregando, aveva
preso Fiume e aveva proclamato la città-Stato e se stesso come
suo comandante. Tutta la sua avventura, con il tacito accordo
dell’Italia ufficiale, durò fino al gennaio 1921, quando, sottomettendosi
alle disposizioni del Trattato di Rapallo, D’Annunzio
abbandonò Fiume che con il suo stretto circondario fu
proclamata Stato indipendente e libero. (nota 13)
Fin dai suoi primi tentativi di percepire i fenomeni sociali
e politici, e beninteso anche culturali, dell’Italia postbellica,
Andrić sembra essersi posto un grande imperativo: rimanere
lontano da qualsiasi semplificazione della realtà dell’ambiente
italiano. E quella realtà è caratterizzata da una profonda crisi
economica, da scioperi, disoccupazione, frequenti violenze,
e dai costanti tentativi del capitalismo di trovare e mettere al
potere una forza politica che possa difendere i suoi interessi.
Andrić segue la stampa, legge opuscoli, ma non dimentica mai
l’importanza dell’attendibilità della visione dal vivo degli avvenimenti
che scuotono l’Italia spossata dalla guerra. Non resiste
alla sua missione interiore di foggiare le proprie percezioni in
brevi articoli, ciascuno dei quali rappresenta uno studio del
carattere dell’epoca del fascismo nell’atto di nascere e di svilupparsi.
L’interesse di Andrić per il fascismo non calerà neppure
quando dovrà lasciare Roma, alla fine di novembre del 1921,
per assumere l’incarico di viceconsole di seconda classe, prima
a Bucarest e poi a Graz. Nel periodo fra il 1921 e il 1926 in
varie riviste jugoslave (nota 14) pubblicherà una serie di
scritti su quel
tema, sempre con uno pseudonimo (di solito Res).
I primi resoconti romani di Andrić non sono tuttavia ispirati
esclusivamente alla situazione politica. Nell’articolo “Najnoviji
roman F.T. Marinettija1” (nota 15) l’interpretazione di
Andrić degli eventi che stanno per accadere si sviluppa
attraverso la sua lettura critica del romanzo di Marinetti
“L’alcova di acciaio”. (nota 16)
Il promotore della guerra come «igiene del mondo», nemico
dell’Austria e da sempre grande interventista, Filippo
Tommaso Marinetti, ha inserito la guerra fra i punti del suo
programma e vi ha preso parte dall’inizio con il grado di sottotenente
bombardiere di autoblindo. (Da qui il bizzarro titolo
del suo romanzo).(nota 17)
Andrić, che ha vissuto la guerra come una prova «terribile
e insensata» (nota 18) non è disturbato solo dai toni accesi
dell’ultra-patriottismo dell’autore e, in genere, dalla
tendenza futurista (nota 19)
ma anche dal fatto che Marinetti non è stato uno dei tanti sulla
scena del primo grande macello mondiale del XX secolo «ma un
focoso sottotenente, un famoso scrittore (lui stesso lo sottolinea
troppo spesso) che, anche quando mette a rischio la pelle, lo fa
da privilegiato e con particolare eleganza». (nota 20)
Quindi, Andrić in primo luogo critica l’ipocrisia di quell’ideologo
e politico, che si è assunto snobisticamente il peso della
profezia sul futuro del proprio Paese, profezia configurata nel suo
programma in undici punti per il nuovo ordinamento dell’Italia.
La critica di Andrić è anche, in un senso molto preciso, una chiara
diagnosi della malattia psicosociale di Marinetti: produrre migliaia
di parole, picchiarsi il petto, roteare gli occhi, non vedere «da
nessuna parte lo spirito di milioni di persone né il senso dei loro
movimenti, né il volto chiaro del grande e bel Paese che li ha visti
nascere». (nota 21) Tutto ciò, secondo Andrić, allontana
Marinetti dalla
verità su se stesso come autore del romanzo, ancor di più di una
più completa immagine della Storia in movimento.
Neppure D’Annunzio viene risparmiato: «idolo dell’Italia
odierna (non solo di quella letteraria), il principale paladino
dell’intervento italiano nella guerra mondiale, poeta e celebrato
combattente di molte battaglie per mare, terra e aria, «“comandante”
della sfortunata Rijeka, capo spirituale della “Nuova
Italia”». (nota 22) Il motivo per cui Andrić si occupa della
figura e
dell’opera di questa controversa personalità della storia italiana
della prima metà del xx secolo è il suo romanzo “Notturno”.
L’articolo “Jedna ratna knjiga Gabriela D’Annunzija” (nota 23)
esprime l’umana
delusione di Andrić per il libro “Notturno”, in quanto celebrazione
della guerra e del militarismo. Certo, Andrić non è rimasto insensibile
allo stile di D’Annunzio che non è mai stato più vivo,
più conciso o musicale (nota 24) né alla potenza della forza creativa
o alla novità dei procedimenti. (nota 25) Andrić informa
esaurientemente il lettore
jugoslavo sulle condizioni in cui è nato questo romanzo di
ben cinquecento pagine, innanzi tutto sulla perdita di un occhio
da parte dell’autore di “Notturno”, sui lunghi giorni di terapia in
una stanza buia e sul suo appassionato desiderio di scrivere, a
ogni costo. No, Andrić non nega una determinata forza artistica
di quest’opera, ma, al di là dei «fuochi d’artificio della ben nota
retorica» (nota 26) critica la sua dimensione etica, o, per meglio
dire, l’assenza di ogni etica in un contesto di riconoscimento
dei mali della guerra da parte di un uomo che «voleva
la guerra». (nota 27) Andrić, alla
fine di questo scritto, dopo tutte le critiche espresse sul conto del
romanzo e del suo autore, con aperta ironia dichiara di non aver
avuto l’intenzione di trarre alcuna conclusione generale né sullo
scrittore né sul suo ruolo storico. Nel finale si inchina davanti alla
bellezza là dove l’ha trovata, ma non può sottrarsi all’impressione
che il “Notturno” di D’Annunzio sia solo «al servizio di falsi dei».
(nota 28)
Al momento della marcia su Roma di Mussolini, il 28 ottobre
1922, Andrić non sarà più in Italia, ma neppure durante il suo servizio
a Bucarest, Graz e Belgrado, distoglierà il suo sguardo
dalla scena politica e sociale italiana. Anche se nel periodo 1922-
1926 tornerà nella penisola solo due volte e per breve tempo, non
si spegnerà in lui la passione per l’osservazione del fenomeno del
fascismo. È profondamente convinto che il fascismo italiano sia
già la storia stessa, nella sua dialettica, di cui vuole stabilire le origini
e lo sviluppo, nel contesto pieno della semantica delle cause
e delle conseguenze: intuisce che queste non rimarranno limitate
all’angusto spazio dello stivale appenninico, ma che arriveranno
comunque anche alla propria inevitabile fine.
Che cosa, in realtà, rispetto all’ardente desiderio di Andrić
di penetrare il carattere del fascismo all’interno del meccanismo
della Storia in movimento, ha potuto produrre quell’intensa
passione del futuro premio Nobel? Forse il fatto che il fascismo
è figlio della Prima guerra mondiale e della profonda crisi economica
e sociale postbellica? Il senso di disprezzo di Andrić nei
confronti dell’uomo massa (nota 29) e delle cieche masse
(nota 30) di cui ha già
sperimentato il contatto sul proprio corpo? La comparsa di un
duce che è un grande manipolatore degli umori delle masse?
La divisione sociopolitica della società fra massa dominante
e minoranze insignificanti, che perseverano nei loro inviti alla
coscienza e alla consapevolezza, compreso il sacrificio di alcuni
singoli? L’intuizione, sempre meno fallace, che si tratti dell’inizio
di un’epoca che ha ancora in serbo conseguenze inconcepibili e
tuttavia, nella sua dialettica, comunque immaginabili?
No, Andrić non nega il carattere rivoluzionario del fascismo,
un fenomeno a proposito del quale, fuori dall’Italia, in
quel periodo esisteva, «soprattutto nei ceti popolari, un’opinione
diffusa e semplificata del fascismo, delle forze che lo
muovono e degli obiettivi che persegue». (nota 31)
Tuttavia, anche
dopo l’Ottobre russo del 1917, la rivoluzione non è per lui un
emblema intoccabile, anzi, desidera penetrare nell’essenza del
fenomeno, senza compromessi e fino in fondo. La gamma di
letture di cui si serve è eterogenea, ma innanzi tutto lo interessano
sintesi compatte (nota 32) e, naturalmente, le biografie che
in quel periodo nascono su Mussolini (nota 33) del quale cerca
di individuare con precisione la figura politica e sociale, ma
anche umana.
Lo interessano le diverse fasi attraversate da Mussolini, da
socialista convinto a uomo che sente il richiamo delle masse,
richiamo al quale risponderà, a suo modo, trasformandosi in
ciò che le masse si aspettano da lui. All’occhio penetrante di
Andrić e al suo orecchio sensibile non sfuggono le metamorfosi
attraversate da Benito Mussolini, né l’appello delle masse a cui
risponderà il futuro Uomo della Provvidenza, come lo chiamerà
la Chiesa. All’inizio degli anni Venti Andrić vede Mussolini
fra un oggi ancora incerto e un domani che, forse, porterà un
rinnovamento della vita nazionale. Ma una cosa Andrić non
dimentica: la sete di Mussolini per il potere, che non sarà
abbastanza offuscata né dalle aspettative della cerchia dei
grandi capitalisti e dei falchi militari, né dalle evidenti
tendenze riformatrici del futuro duce, e neppure dal suo
desiderio di creare l’uomo nuovo. Andrić è anche un
osservatore attento dell’indebolimento
e poi del tracollo delle iniziative operaie, nonché delle
lacerazioni degli altri partiti che portano al fallimento dei
loro sforzi per resistere alla dittatura incombente.
Ma Andrić non risparmia l’ironia nei confronti di Mussolini
e della propaganda di coloro che, nel proprio costante presente,
lo innalzano sul piedestallo della Storia nella sua edizione
futura, la più luminosa. Non gli sfugge l’importanza della
propaganda, che ama «attribuire ad altri quel che loro stessi
non possiedono» (nota 34) come dice all’inizio del suo
articolo “Benito Mussolini”. Con perspicacia osserva
facilmente che nelle biografie
di Mussolini è descritto l’ideale italiano di un indispensabile
duce, un uomo che, pur un tempo socialista, purificherà la
società dal pacifismo e dagli ideali operai della giustizia sociale,
e porterà l’Italia, delusa nelle sue aspettative insoddisfatte dalla
partecipazione alla guerra, nell’ambito delle grandi nazioni. In
quelle biografie Mussolini è «come le masse italiane lo deside-
rano e come serve all’Italia». (nota 35) Benché l’intenzione
precipua di
Andrić sia offrire al lettore jugoslavo un’immagine più chiara
nel fenomeno del fascismo che la stampa quotidiana del suo
Paese (ma anche d’Europa) tende a semplificare e a inserire
nell’ambito degli altri eventi della quotidiana politica postbellica,
è evidente che tale intenzione è superata dal desiderio di
realizzare anche un ritratto più completo del duce nel processo
di formazione della sua figura reale e propagandistica, che nasce
fra gli applausi delle masse e i suoi sonori discorsi. O, più
semplicemente, Andrić vuole ricordare ai suoi contemporanei
che dietro e davanti a ogni movimento, compreso questo, come
quello della rivoluzione bolscevica, stanno le figure dei capi. A
tale scopo mette in risalto molti dettagli della vita di Mussolini,
dall’infanzia al nascente mito vivente, ponendo comunque la
massima attenzione ai già citati cambiamenti, evidenziati anche
in dettagli apparentemente minimi delle azioni del Duce, come
per esempio la scomparsa del sottotitolo «quotidiano socialista»
(nel 1918) dal frontespizio del suo «Popolo d’Italia».
Testimone della moltiplicazione delle fila fasciste, Andrić
vive la nascita del movimento anche come prodotto delle
aspirazioni di una minoranza, assolutamente priva di scrupoli
nella sua penetrazione dalla provincia alle grandi città. La sua
brutalità nell’espressione della volontà di vittoria in quella
lotta per la supremazia è vista da Andrić nei simboli stessi del
movimento, nei manganelli e nei randelli che nella propria
avanzata i fascisti innalzano a livello di strumenti di culto per
la conquista del potere. Il Duce, «un uomo che con facilità,
e a seconda delle circostanze del momento cambia aspetto
e idea» (nota 36) grande semplificatore, giunto al comando
permette un miscuglio infelice e, soprattutto, «odioso di
metodi rivoluzionari e misure legislative». (nota 37) In
quel contesto Andrić rivolge
un’attenzione particolare all’assassinio di Matteotti e alla morte
di Giovanni Amendola, direttamente causata da un pestaggio
subito in quanto oppositore del fascismo.
Si tratta di due casi che negli anni Venti rappresentano
emblematicamente
il conflitto tra due Italie. Quella che si è già arresa
al Duce, e l’altra, minoritaria, ma migliore, democratica.
Andrić apre in medias res il suo articolo Il caso Matteotti, con
una dichiarazione audace: «La crisi del fascismo è iniziata».
(nota 38)
Ossia, si esprime senza i punti interrogativi che, per esempio,
vengono posti dalla stragrande maggioranza dei giornali delle
cosiddette vecchie democrazie, in primis quella francese e quella
britannica. Ritiene che il caso sia «allo stesso tempo incredibile e
terribile, semplice e banale». (nota 39) Descrivendo con
precisione l’efferata
uccisione del deputato Matteotti (sei assassini prezzolati che
non si limitano a uccidere l’oppositore del regime, ma ne mutilano
orrendamente il cadavere prima di distruggerlo), Andrić pone
una domanda di cristallina chiarezza: come è possibile che questo
avvenga in Europa, «nel Paese che rivendica la paternità del
diritto»? (nota 40) E fornisce subito la risposta, affermando
che nell’Italia
del tempo questo è possibile ed è risaputo da chiunque viva in
quel Paese: sì, è possibile che alla vita di un deputato che è “ne
podobaet” – “non è adeguato” – (nota 41) si ponga fine con
un’esecuzione, senza scrupoli, con matematica precisione e
incredibile rapidità. (nota 42)
Ben informato anche sulle vittime che precedono e seguono il
caso Matteotti (gli assassini dei deputati socialisti Di Vagno e
Piccinini, il pestaggio di Giovanni Amendola, e poi del professor
Misuri, il deputato fascista che criticò i metodi e le azioni degli
squadristi) Andrić descrive senza riguardi la situazione di minacce,
violenze e terrore creata dalle camicie nere, giunte così rapidamente
al potere e al prestigio con la benedizione del proprio
vertice politico. Si basa incondizionatamente sui commenti della
stampa italiana di opposizione che definisce quella gentaglia,
costituita da «elementi irresponsabili con istinti criminali»
(nota 43) «“banda del Viminale”». (nota 44) Alla sua attenzione
non sfugge neppure il sistema di ricatti usato da tali bande
assetate di denaro e di potere, le cui vittime sono innanzi
tutto gli industriali. Constata che l’Italia si sta trasformando
in «un pascialato fascista» mentre l’Europa rimane «del
tutto senza coscienza». (nota 45)
Tuttavia, il caso Matteotti, definito a quel tempo una «Caporetto
fascista», risveglia in Andrić la speranza in una crisi
definitiva del fascismo, e naturalmente nella sua fine. L’inaudita
tragedia è comunque servita a qualcosa. Dalla quantità di dettagli
che sono stati fino a oggi analizzati e che sono considerati essenziali
per rappresentare quell’epoca, Andrić mette in risalto
quelli che gli sembrano più illustrativi: il discorso del senatore
Albertini e la grande croce nera, tracciata con il catrame da una
mano operaia sul Lungotevere Arnaldo da Brescia, in un luogo
che diventerà un simbolo dell’altra Italia, quella antifascista.
In modo essenziale, ma degno della mano di un maestro della
narrazione, Andrić descrive l’incontro fra il Duce e la vedova
di Matteotti. «Eccellenza, sono venuta a chiedere a Lei il cadavere
di mio marito, per poterlo vestire e seppellire». (nota 46) È una
sequenza della storia che con la sua tragica intensità può essere
paragonata a quel dettaglio immortale in Omero, nel quale il
re Priamo va dagli Achei a chiedere la restituzione del cadavere
del figlio. Quella breve ma, nel suo drammatico contesto,
grande pagina dell’epoca – la cui protagonista è una donna
consapevole che il martirio del marito non è sufficiente perché
lei possa, in quel dato momento della storia, chiedere qualcosa
di più del suo cadavere – serve ad Andrić per citare due parole
che nell’Italia del tempo sono rimaste nell’ombra: delitto e
castigo. Lo scrittore spera intensamente che Mussolini possa
anche dimettersi e alla fine di questo scritto ripete la frase sulla
crisi del fascismo, ricordando ai lettori che Mussolini si trova a
un divario fra la predominante prassi fascista, lontana da ogni
realtà democratica, e le promesse di quell’operato costruttivo
di cui un tempo si è tanto parlato.
Tuttavia, negli articoli “Kriza fašizma – kriza Italije” e “Stanje”
u Italiji” (nota 47) Andrić scriverà proprio di quanto l’Italia
di Mussolini
sia lontana da ogni soluzione della crisi. La soddisfazione di
Andrić di fronte alla crisi suscitata dal caso Matteotti, che lo
aveva indotto a esprimere la speranza che l’Italia potesse aspettarsi
forme sociali migliori e un più equo ordinamento politico,
in questi scritti si è persa del tutto. Analizzando in modo
intensivo la scena politica e sociale italiana non gli sfuggono le
mosse di Benito Mussolini. Definito in precedenza come un
grande tattico e un uomo in grado di cambiare e di adattarsi
alle circostanze, in questi articoli Mussolini emerge anche come
il Duce che ha già perfezionato del tutto la sua abilità oratoria,
che diventerà sempre più un efficacissimo strumento nel suo
rivolgesi alle masse. Al ritratto che Andrić aveva dipinto nel suo
articolo su Benito Mussolini vengono ora aggiunti molti importanti
dettagli, fra i quali emergono soprattutto quelli tratti dalla
testimonianza di Cesare Rossi, un fascista in disgrazia, pubblicata
sul «Mondo» di Roma: «Non esiste praticamente una sola
violenza eseguita dai fascisti, afferma Rossi, che Mussolini non
abbia ordinato, approvato o di cui, perlomeno, non fosse stato
a conoscenza». (nota 48)
Naturalmente neppure il delitto contro Giovanni Amendola
avvenne all’insaputa di Mussolini. Contro l’uomo che aveva
avvertito il pericolo del fascismo e di tutte le sue aspirazioni
a creare l’uomo nuovo, ossia il fascista, fu usato il bastone,
arma di coloro che Andrić aveva già soprannominato «semplici
manganellatori». (nota 49) Andrić fu visibilmente scosso
dalla morte di Amendola, la «guida spirituale dell’intera
opposizione parlamentare». (nota 50) Buon conoscitore della
sua biografia, in primo
luogo delle sue idee politiche e sociali, della sua disponibilità al
dialogo democratico e dell’apertura del suo spirito, Andrić visse
la morte di Amendola come uno dei più tragici preavvisi dei
tempi che si stavano preparando per l’Italia. (Non dimentichiamo
che nel genio culturale italiano Andrić aveva trovato molte
componenti affini, e negli anni Venti si apriva per lui una pagina
importante della storia contemporanea di un Paese che aveva donato
all’Europa e al mondo un incommensurabile contributo nei
campi delle arti, delle scienze, della filosofia e della letteratura.)
Martire e libertario, Amendola è vissuto da Andrić come
simbolo del combattente politico che non è disposto a indie-
treggiare davanti a coloro che in ogni atto intellettuale vedono
una minaccia, in ogni cultura un pericolo. Evidentemente, con
il suo sacrificio Amendola era pronto a pagare l’intero prezzo
di un’epoca di cui, a suo modo, aveva annunciato la fine anche
con quel semplice dato di fatto, per Andrić così affine: la violenza
è in effetti un mezzo, ma non può mai diventare il fine né
della politica né, in generale, della storia. E Andrić, testimone
della nascita e dell’evoluzione del fascismo in Italia, nella visione
della sua dialettica della Storia, mosso da un dubbio elementare
e umano, mette in rilievo in modo assolutamente esplicito
che, nel conflitto con la parte migliore dell’umanità, il mostro
del male (non solo politico), non può uscire vincitore.
* * *
In gioventù, nei miei primi incontri con l’opera di Andrić,
dedicavo ben poca attenzione ai suoi scritti brevi. C’erano
momenti in cui mi pareva che quegli scritti rappresentassero
un mondo letterario a parte, lontano da quel ben noto
slancio epico dell’autore
dal quale erano nati gli ampi affreschi delle epoche storiche
della Bosnia e il suo sguardo particolare sul meccanismo della
Storia e sul ruolo del singolo individuo in esso, forse anche un
mondo più vicino a una semplice prova di scrittura. Ma il lettore
è comunque un essere che, in un processo di continui ritorni alle
opere degli scrittori senza i quali gli sembra impossibile concepire
la letteratura, spesso inizia a percepire lo scrittore come un
pianeta, e a provare un dubbio inquietante sulla completezza della
propria percezione delle parti illuminate e di quelle in ombra
della sua opera. E così, durante tutti questi anni in compagnia
dell’opera di Andrić, quei brevi scritti mi apparivano sempre
più come annunci e sintesi di opere già scritte o di opere in fieri,
spesso anche come conversazioni con se stesso e con la Storia.
Fra quegli scritti ce ne sono anche di quelli senza i quali è
impossibile dare un senso all’incontro con l’opera di Andrić,
come, per esempio, “Mostovi” (Ponti), breve ma grande sintesi
della sua filosofia dei ponti, o come “Staze” (Sentieri), sui
fardelli e i punti
luminosi dell’esistenza. Nel contesto di una presentazione degli
scritti di Andrić sul fascismo, al curatore di questo libro è parso
del tutto organico includere in questa edizione (nota 51) – che
altrimenti sarebbe stata incompleta – due scritti di Andrić – “Na
jevrejskom (nota 51) “Groblju u Sarajevu” (nota 52) e “Sećanje na
Kalmija Baruha (nota 53) – che solo a
prima vista possono sembrare capitoli che escono dai binari della
tematica principale. Il destino dei sefarditi e degli ashkenaziti di
Sarajevo è indistricabilmente legato alla loro immensa tragedia
in tutti i Paesi europei occupati dalle forze nazifasciste. La dialettica
dei macabri disegni di eliminazione fisica degli ebrei dal
suolo d’Europa, dalle leggi razziali alla soluzione finale, ci rivela
chiaramente che il fascismo e il nazismo ne erano alla base. Se il
progetto era l’annientamento di un’intera popolazione, sembra
che sia una domanda retorica chiedersi che cosa rende essenzialmente
diverse la loro persecuzione a Varsavia (nota 54) Milano, Roma,
Vienna, Praga, Zagabria, Rotterdam, Belgrado…
C’è un luogo di Sarajevo nel quale la morte si è fermata, come
un inflessibile e severo milite di confine che nel suo tefter (parola
di origine turca, significa taccuino) ha annotato un anno e poi ha
spezzato la penna. È l’antico cimitero ebraico, dove Andrić, negli
anni dopo la guerra, durante le sue visite, si sofferma spesso, riflettendo
sui secoli di storia sefardita in Bosnia e ponderando gli
interrogativi finali sul male e sulle tenebre delle pagine vergognose
(nota 55) all’interno dei cicli storici. La sua amara riflessione
sull’anno del tefter di quel severo milite di confine, il 1941,
l’ultimo anno presente in questo e in tanti altri modesti cimiteri
ebraici della Bosnia, nel suo scritto si evolve in un incontro
dell’autore con la cultura secolare, le usanze e i modi di vita
di questa, un tempo numerosa (nota 56) comunità di sefarditi
sarajevesi. Andrić è convinto
che i «cimiteri hanno un loro significato in quanto parlano della
vita e del mondo a cui appartenevano coloro che vi riposano e la
storia dei cimiteri ha un senso e giustificazione solo se illumina il
sentiero alle generazioni future». (nota 57) Si fa strada fra le
fitte lapidi,
annota i nomi e i cognomi incisi sul biancore della pietra, ormai
ingrigita dalle piogge, dalla neve e dal vento, e sosta spesso sopra
gli epitaffi, composti nella lingua del Paese che un tempo era la
madre patria anche dei sefarditi bosniaci: Clara, no lloras hija
mia, no temes la fosa fria. (nota 58) E, come conclusione,
dice: «Un mondo che non esiste più». (nota 59)
Alla scomparsa di quel mondo hanno contribuito fattori ben noti,
gli «occupatori tedeschi» o gli «ustascia»; coloro che non esistono
più sono vittime «del loro odio malato e della loro cupa stoltezza,
delle loro baionette e dei loro stivali». (nota 60) In ogni violenza
Andrić vedeva la volontà di dominazione sugli altri. Uno di
coloro che in maggior misura influirono sul suo pensiero fu,
in modo per nulla casuale, il vladika (principe-vescovo)
montenegrino Petar Petrović Njegoš (1812-1851), sovrano e
poeta visionario, oppositore della dominazione dei potenti sui
più deboli. In un suo scritto su Njegoš Andrić definisce
il fascismo come «peste umana». (nota 61)
È profeticamente chiaro nel suo messaggio che «l’umanità, se
vuole a buon diritto dirsi tale», deve impegnarsi per una comune
difesa che include anche «una vendetta contro tutti gli assassini
delle genti e dei popoli». (nota 62)
Nel suo “Ricordo su Kalmi Baruh” Andrić fa rivivere un’altra
pagina tragica della vita dei sefarditi sarajevesi. L’occasione di
questo breve, ma doloroso e profondamente vibrante, scritto è la
pubblicazione postuma di un libro di studi scelti (nota 63)
dell’ispanologo Kalmi Baruh (Sarajevo, 1896 – Bergen-Belsen,
1945). Facendo
fronte a un impegno verso l’amico, Andrić scrive questo testo con
l’evidente desiderio di inserire un ritratto dello studioso nella più
ampia cornice della vita e dell’esistenza della comunità sefardita
e della sua cultura in Bosnia e in Jugoslavia. Tuttavia, l’Andrić
narratore ha qui il sopravvento sul testimone della storia. Il ricordo
di un soggiorno a Segovia alla fine degli anni Venti, realizzato
con apparentemente semplici tratti narrativi, riesce, nella sua
concisa pienezza, ad avvicinarci l’intero mondo dei pregiudizi
non solo iberici ma, in genere, europei, nei confronti degli ebrei,
in modo tale da ricordarci le millenarie radici dell’antisemitismo.
Il ragazzino che Andrić e Baruh incontrano in Calle de la Juderia
nueva, una delle vecchie viuzze dell’intricato centro storico di
Segovia, senza sapere con chi sta parlando, conclude il suo breve
colloquio con il primo e fino ad allora unico ebreo della sua vita
con parole che spiegano tutto e niente, trasmesse di generazione
in generazione con il linguaggio dell’odio, incomprensibile, ma
sempre presente: «Que mal los gustaba Segovia».(nota 64)
Andrić definisce «bestiale» (nota 65) il razzismo di coloro
che sono accecati all’odio verso gli ebrei, ma non si limita
semplicemente a qualificare il più grande crimine compiuto
nella Storia. Ricorda
ai suoi contemporanei che «migliaia di filosofi e di poeti, di
operatori politici e sociali cercano le risposte a tali questioni».
Anzi, Andrić non indietreggia davanti al proprio desiderio di
offrire anche lui una risposta, «credo che una cosa si possa
e si debba dire», afferma. E quella risposta è chiara nella sua
umanità, fresca nella sua chiarezza, come se, solo un momento
fa, fosse stata pronunciata e indirizzata a noi, che così spesso
dimentichiamo i cupi messaggi del passato e, nelle sue varianti
attuali, prima di tutto europee, desideriamo vedere qualcosa
di più blando e innocuo: «La risposta a tutte le domande sulle
gravi ingiustizie e sui crimini di portata internazionale bisogna
cercarla soprattutto nella creazione di un mondo e di una società
migliori, in una lotta organizzata e tenace contro quelle
forze oscure che il potere e la sua “ideologia” costruiscono sulle
tombe di uomini come Kalmi Baruh». (nota 66)
In ogni caso la pubblicazione di questo libro, che a molti
ricorderà la necessità di non dimenticare i mali politici
nelle loro diverse forme e nei diversi contenuti del secolo
breve, è un contributo
anche alla conoscenza di pagine di Andrić finora sconosciute
al lettore italiano. E quest’ultimo sicuramente troverà in
questi scritti una sintesi eccezionalmente forte delle cause di un
fenomeno politico che anche nel XXI secolo si manifesta nelle
forme diverse, nascoste e palesi, del populismo da cui non è
immune neppure questa nostra Europa postmoderna.
Nota biografica
Nato il 9 ottobre 1892, a Dolac presso Travnik, città della
Bosnia centrale, Ivo Andrić apparteneva al ramo impoverito
di una famiglia cattolica di piccoli artigiani (il nonno paterno
fabbricava macinini da caffè), che aveva le proprie origini nella
pianura di Sarajevo. Il padre, Antun, bidello del tribunale distrettuale
di Travnik, morì prima che suo figlio compisse due
anni. Con la madre, che non sopravvisse a lungo, Ivo si trasferì
a Višegrad, dalla sorella di lei. La zia lo aiutò e lo fece studiare.
Dopo la scuola elementare, troviamo un Andrić ginnasiale a
Sarajevo (1903-1911), e poi studente di filosofia a Zagabria
(1912-1913), a Vienna (1913-1914) e Cracovia (1914). La
dichiarazione di guerra lo colse a Spalato. Già in precedenza
era stato perseguitato per la sua attività nell’organizzazione
culturale e rivoluzionaria «Giovane Bosnia», e all’inizio della
guerra fu arrestato. Fu imprigionato nelle carceri di Spalato e
Sebenico, poi più a lungo a Maribor. Successivamente fu
internato a Ovčarevo presso Travnik. Amnistiato per
tubercolosi nel 1917, finì la facoltà di filosofia a Graz nel
1919. Nella stessa città sosterrà il dottorato nel 1924, con
il tema “Lo sviluppo della vita spirituale in Bosnia sotto
l’influenza del dominio turco”.
Dal 1920 al 1941 ebbe diversi incarichi diplomatici nei
consolati e ambasciate del Regno di Jugoslavia (Roma,
Vienna, Graz, Madrid, Bruxelles, Ginevra e Berlino). In
quel periodo l’Andrić poeta (Ex ponto, Inquietudini) si
trasforma sempre più in narratore, con un tema
dominante: la Bosnia del periodo turco e austriaco.
Trascorrerà tutto il periodo della Seconda guerra
mondiale a Belgrado, ritirato nel suo appartamento,
rifiutando di collaborare con gli occupanti.
Nella nuova Jugoslavia il potere non mise in dubbio il nome,
lo status e l’opera di Ivo Andrić. Già nel 1945 furono pubblicati
i romanzi “Il ponte sulla Drina”, “La cronaca di Travnik” e “La
signorina”, che aveva scritto durante la guerra. Fu deputato
della Bosnia-Erzegovina, presidente dell’Unione degli scrittori
della Serbia e della Jugoslavia, membro corrispondente
dell’Accademia jugoslava delle Scienze e delle Arti di
Zagabria e dell’Accademia
slovena di Lubiana. Dal 1945 si dedica completamente
alla creazione letteraria. Negli anni Cinquanta e Sessanta
l’opera di Andrić raggiunge il culmine della sua popolarità e
diffusione anche a livello mondiale. Il Premio Nobel nel 1961
sembra quasi un’effettiva conseguenza del grande interesse per
Andrić. Si avverano le parole profetiche di Miloš Crnjanski
(1893-1977), scrittore serbo, quando nel 1919, a proposito di
“Ex Ponto”, aveva esclamato: «Andrić est arrivé!».
Alcuni mesi prima della sua morte (13 marzo 1975), Andrić
aveva espresso il desiderio che dopo di lui rimanesse una
Fondazione a Belgrado, a beneficio degli altri, proprio come il
retaggio del gran visir Mehmed-pascià Sokolović, personaggio
storico e letterario del “Ponte sulla Drina”. La Fondazione «Ivo
Andrić» ha pubblicato e continua a pubblicare il lascito manoscritto
dello scrittore, distribuisce borse di studio a slavisti stranieri
e a dottorandi presso le facoltà straniere ed ex jugoslave,
rispetta la volontà di Andrić di assegnare ogni anno un premio
al miglior libro di racconti in serbo (fino al 1992 in serbocroato).
La maggior parte delle sue opere è tradotta in numerose
lingue straniere. Con i nazionalismi riaccesi a partire dagli anni
Novanta del XX secolo – serbo, croato e bosgnacco – l’opera
di Ivo Andrić e il suo orientamento politicamente e culturalmente
jugoslavo vengono, con un procedimento extraletterario e
ideologico, criticati da una parte dei lettori e dei critici
letterari, e come conseguenza l’autore morto, insieme alla sua
opera, viene furiosamente attaccato in quanto «non abbastanza
croato» (viveva a Belgrado, scriveva in una variante linguistica
prevalentemente serba e si dichiarava jugoslavo), «nemico dei
bosgnacchi» (descriveva in modo distorto la vita dei musulmani
bosgnacchi durante il periodo ottomano), «poco serbo»
(essendo di origine croato-cattolica).
L’interesse per Andrić da parte dei lettori di tutto il mondo
non è mai cessato e si è rinnovato negli anni Novanta del XX
secolo a causa della guerra civile nella patria dello scrittore,
confermando l’altissimo livello artistico della sua opera.
(b.s.)
NOTE
1. «Dall’inizio del XX secolo, una brillante generazione di poeti e scrittori occupa

posizioni di rilievo nelle rappresentanze diplomatiche del Regno di Serbia,
del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni e del Regno della Jugoslavia: Jovan
Dučić, Milan Rakić, Ivo Andrić, Stanislav Vinaver, Rastko Petrović, Miloš
Crnjanski». Cfr. Ivo Andrić – scrittore e diplomatico, a cura dell’Accademia
Europeista
del FVG, Comunicarte Edizioni, Trieste 2010, p. 49.
2. Dopo Roma e il Vaticano, il servizio diplomatico porta Andrić a Bucarest,
Trieste, Graz, Marsiglia, Parigi, Madrid, Bruxelles, Ginevra e, alla fine,
a Berlino, dove reagirà all’inizio dell’aggressione nazista alla Jugoslavia,
nell’aprile 1941, dimettendosi dalle sue funzioni di massimo rappresentante
diplomatico.
3. I. Andrić, Pisma, Matica srpska, Novi Sad 2000, p. 185.
4. Si tratta di Tugomir Alaupović, ex professore di Andrić al liceo, primo ministro
delle Religioni del nuovo stato.
5. Andrić, Pisma, cit., p. 187.
6. M. Karaulac, Andrić u diplomatiji, Filip Višnjic, Beograd 2009 (2a edizione),
p. 21.
7. Miloš Crnjanski (1893-1977), poeta e prosatore serbo, uno dei modernisti
sui quali ha influito in modo decisivo la cultura italiana, prima di tutto l’opera
di Michelangelo.
8. Karaulac, Andrić u diplomatiji, cit., p. 20.
9. Andrić, Pisma, cit., p. 277.
10. M. Karaulac, Rani Andrić, Prosveta, Beograd 1980, p. 155.
11. Andrićeva beležnica, Archivio SANU, Beograd.
12. Karaulac, Rani Andrić, cit., p. 167.
13. Karaulac, Andrić u diplomatiji, cit., p. 19.
14. «Jugoslavenska njiva», Zagreb; «Letopis Matice srpske», Novi Sad;
«Misao», Beograd.
15. «Jugoslavenska njiva», Zagreb, settembre 1921, vedi in questo volume,
L’ultimo romanzo di F.T. Marinetti, pp. 57-60.
16. F.T. Marinetti, L’alcova d’acciao: romazo vissuto, Vitagliano, Milano 1921.
17. I. Andrić, Radjanje fašizma, a cura di M. Karaulac, Vreme knjige, Beograd
1995, p. 81.
18. Ibidem.
19. Questo giudizio di Andrić è testimoniato anche dal suo articolo Pismo iz
Rima. Pozorište iznenadjenja (Lettera da Roma. Il teatro della sorpresa, 1921),
nel quale esprime un assoluto disprezzo per il teatro di Marinetti.
20. Andrić, Radjanje fašizma, cit., pp. 82-83.
21. Ivi, p. 84.
22. Ivi, p. 85.
23. «Misao», libro X, quaderno 6, Beograd 1922. Vedi in questo volume, Un
libro di guerra di Gabriele D’Annunzio, pp. 61-67.
24. In Andrić, Radjanje fašizma, cit., p. 87.
25. Ivi, p. 87.
26. Ivi, p. 89.
27. Ibidem.
28. Andrić, Radjanje fašizma, cit., p. 92.
29. Cfr. la riflessione di José Ortega y Gasset secondo il quale «anche per una
sola persona possiamo sapere se è massa o no. Massa è tutto ciò che non valuta
se stesso – né in bene né in male – mediante ragioni speciali, ma che si
sente “come tutti”, e tuttavia non se ne preoccupa, anzi si sente a suo agio
nel riconoscersi identico agli altri» in H. Ortega y Gasset, La ribellione delle
masse, Tea, Milano 1988, p. 38.
30. Nell’estate del 1914 Andrić era stato costretto a viaggiare su un convoglio
di “traditori” della monarchia austro-ungarica, condannati a un parziale
imprigionamento. Nel viaggio da Fiume a Zagabria, poi verso Pest e, infine,
verso il carcere di Maribor, il gruppo era stato accompagnato dalla voce che
si trattasse dei primi prigionieri serbi. A Maribor, «dalla stazione fino alla prigione
si doveva attraversare una buona parte della città; sfiniti, con le gambe
gonfie a causa del lungo periodo in cui erano dovuti rimanere in piedi, alcuni
di loro caddero lì in stazione, senza più forza per camminare; la colonna che
si mise in marcia verso il carcere fu accolta da una massa inferocita, composta
per lo più di abitanti arrivati in città da poco e accompagnata fino alla prigione
da minacce, grida, sputi, colpi di bastone e di parasole. L’unica incerta difesa
da quella pericolosa frenesia erano i soldati che li scortavano con le baionette
sguainate», in M. Karaulac, Rani Andrić, cit., p. 71.
31. Andrić, Radjanje fašizma, cit., p. 5. Un interessante paragone con le idee
di Andrić potrebbe riguardare numerosi studiosi del fascismo di allora; fra
quelle idee, l’osservazione di Andrić sulle cause del fenomeno del fascismo è
probabilmente molto vicina alle analisi di Togliatti e di Gramsci, nelle quali
si insiste sulla stratificazione delle cause di tale fenomeno.
32. Fra le altre cose, per Andrić è importante l’opuscolo Fascismo, Milano
1922 (sul quale basa il contenuto del suo scritto Fašistička revolucija pubblicato
su «Jugoslavenska njiva», Zagreb, 1923; vedi in questo volume, La rivoluzione
fascista, pp. 9-15), dalla penna di un anonimo ma molto ben informato
deputato del parlamento italiano.
33. Quelle consultate da Andrić: E. Settimelli, Benito Mussolini, Soc. Tip. Ed.
Porta, Piacenza 1922; A. Rossato, Mussolini, Modernissima, Milano, 1922;
Orlando Danese, Mussolini, F. Paladino, Mantova, 1922.
34. Andrić, Radjanje fašizma, cit., p. 21.
35. Ibid. Vedi in questo volume il saggio Benito Mussolini, pp. 17-30.
36. Andrić, Radjanje fašizma, cit., p. 17.
37. Ivi, p. 43.
38. Andrić, Radjanje fašizma, cit., p. 41. Vedi in questo volume, pp. 31-37.
39. Ibid.
40. Ibid.
41. Ibid. Andrić usa un verbo russo, alludendo chiaramente alla somiglianza
fra i metodi bolscevichi e quelli fascisti.
42. Andrić, Radjanje fašizma, cit., pp. 41-42.
43. Ivi, p. 44.
44. Alludendo con animosità al bolscevismo, Andrić aggiunge a questo termine
«o Ceka fascista».
45. Ivi, p. 46.
46. Ivi, p. 47.
47. Vedi in questo volume Crisi del fascismo – crisi dell’Italia, pp. 39-44, e La
situazione in Italia, pp. 45-49.
48. Andrić, Radjanje fašizma, cit., p 53.
49. Ivi, p. 15.
50. Ivi, p. 66.
51. Come base per l’edizione italiana degli scritti di Andrić sul fascismo il
curatore di questo libro si è servito della raccolta Radjanje fašizma (La nascita
del fascismo), Vreme knjige, Beograd 1995, curata da Miroslav Karaulac
(1932-2011), uno dei migliori conoscitori della vita e dell’opera di Andrić.
(Di quella raccolta, il curatore dell’opera italiana ha omesso un unico scritto,
Dogadjaji u Bugarskoj – I fatti di Bulgaria – che ovviamente si discosta, se
pur non di molto, dal tema del fascismo italiano.) Karaulac è un intellettuale
serbo, uno fra i tanti preoccupati testimoni del dissolvimento della Jugoslavia,
della guerra civile che ha spostato i confini della definizione di brutalità
e del crescente populismo con forti radici nazionalistiche. Quello più vicino
a lui è naturalmente quello serbo, determinato dal cupo regime di Slobodan
Milošević. Anche se Karaulac rimane apparentemente nell’ambito del
tema di Andrić e dei suoi scritti sul fascismo italiano, nella sua postfazione a
Radjanje fašizma è metaforicamente presente un interrogativo: se il periodo
degli anni Venti, a proposito del quale questi scritti di Andrić appaiono per
la prima volta raccolti in volume, sia politicamente e socialmente caratterizzato
da fenomeni affini a una variante balcanica di fascismo. Karaulac sottolinea
l’esperienza italiana di Andrić di un’epoca di cambiamenti, caratterizzata
da violenza, dittatura e antintellettualismo. La risposta è indirettamente
chiara: il fascismo è qui vissuto nella sua forma originale, ma è possibile
ovunque si apra una crisi sociale e politica, con tutte le caratteristiche locali
relative a nascita, sviluppo e fallimento, così come alle recidive di ciascuna
delle sue singole varianti. A suo modo, Karaulac è molto vicino alle idee
di Eco esposte in Il fascismo eterno, saggio nel quale l’autore sostiene fra
l’altro: «Il fascismo fu certamente una dittatura, ma non era compiutamente
totalitario, non tanto per la sua mitezza, quanto per la debolezza filosofica
della sua ideologia. Al contrario di ciò che si pensa comunemente, il fascismo
italiano non aveva una sua filosofia. […] Il fascismo non era un’ideologia
monolitica, ma piuttosto un collage di diverse idee politiche e filosofiche,
un alveare di contraddizioni», in U. Eco, Cinque scritti morali, Bompiani,
Milano 1997, pp. 31, 33.
52. Vedi Al cimitero ebraico di Sarajevo, in questo volume, pp. 75-83. Pubblicato
per la prima volta sulla rivista di Belgrado «NIN», n. 156, 1954.
53. Vedi Un ricordo su Kalmi Baruh, in questo volume, pp. 69-73. Pubblicato
per la prima volta sulla rivista letteraria di Sarajevo «Život», fascicolo
3, 1952. Il testo è molto simile a quello intitolato Pomen na Kalmija Baruha
(In memoria di Kalmi Baruh), pubblicato su «Glas Srpske akademije nauka
i umetnosti», libro 6, 1961.
54. Dall’aprile del 1941 la Bosnia ed Erzegovina entrò a far parte del famigerato
Stato Indipendente Croato di Pavelić, satellite del Terzo Reich, nel quale
non c’era posto per gli ebrei, i serbi e i rom, sottosposti a pogrom, esecuzioni
di massa e deportazioni nei lager (Jasenovac, Gradiška, Djakovo…).
55. «La Shoah è la più grande tragedia di un popolo nella storia – ma è nello
stesso tempo anche la più grande vergogna dell’altra parte dell’umanità», V.
Premec, in «Jevrejski glas», n. 47, X, ottobre 2010, Sarajevo.
56. Fino all’aprile del 1941 gli ebrei sefarditi e ashkenaziti di Sarajevo (l’arrivo
di questi ultimi coincide con l’occupazione austro-ungarica della Bosnia nel
1878) costituivano quasi un quarto della popolazione della città.
57. I. Andrić, Na starom jevrejskom groblju, in Staze, lica, predeli, libro X, Sabrana
dela Ive Andrića, Udruženi izdavači, Sarajevo 1986, p.176.
58. Ivi, p. 180.
59. Ivi, p. 182. Sembra che questo pensiero, all’apparenza legato in modo
chiaro e forte a quella piccola parte di suolo sarajevese che è segno della Storia
stessa, che nella sua dinamica non risparmia gli innocenti, ma nella lotta
fra bene e male porta alla vittoria le parti più giuste di quel conflitto, parli anche
dello stesso Andrić, nell’ultima stagione di cui sarà solo un osservatore.
È l’epoca dell’inizio della Jugoslavia di Tito; alle spalle di Andrić ci sono gli
anni del servizio diplomatico che – per uno scherzo del caso o del destino –
aveva portato a termine dimettendosi dal più alto grado della rappresentanza
60. Ivi, p. 182.
61. I. Andrić, Večna prisutnost Njegoševa (L’eterna presenza di Njegoš), in
Umetnik i njegovo delo, Saggi II, Prosveta, Beograd 1977, p. 68.
62. Andrić, Na starom jevrejskom groblju, cit., p.183. Una fosca coincidenza con
il periodo dell’assedio di Sarajevo (1992-1995) è il fatto che i nazionalisti serbi
occupassero come cecchini le posizioni nel vecchio cimitero ebraico. I più importanti
capi ideologici e militari di parte serba, responsabili per i delitti compiuti
durante l’assedio di Sarajevo e i massacri di Srebrenica si trovano davanti
al Tribunale internazionale dell’Aja, nello spirito del messaggio di Andrić.
63. K. Baruh, Eseji i članci iz španske književnosti, Svjetlost, Sarajevo 1952.
64. Andrić, Sećanje na Kalmija Baruha, cit., p. 237.
65. Ivi, p. 239.
66. Ibid.
Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

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