L’Africa rimossa

una recensione in gran ritardo (*) per «L’Africa a testa alta di Cheikh Anta Diop» di Jean-Marc Ela  

«Quando nel 1951 Cheikh Anta Diop presentò per la prima volta la sua tesi di laurea, nella quale sosteneva che gli antichi egizi erano espressione della cultura africana, la sua tesi venne respinta». Lo ricorda Marco Aime nella sua prefazione al bel libro di Jean-Marc Ela «L’Africa a testa alta di Cheikh Anta Diop» (Emi 2012: 160 pagine per 12 euri; traduzione di Pier Maria Mazzola). Ma 9 anni dopo Diop si laureò con quella tesi: «non è forse casuale» – annota Aime – «che questo avvenisse nel 1960, l’anno delle indipendenze africane». Se il mondo iniziava a rovesciarsi era logico che cadessero anche le bugie sulle quali si era costruita l’idea di un continente da sempre arretrato. Ma quelle menzogne e censure oggi dominano di nuovo la scena.

Ogni tanto qualche amica/o che pure è ben informato sullo stato del mondo chiede a me (e a sé suppongo): perché so così poco dell’Africa? In questo libro c’è una risposta che riguarda la storia. Molte altre risposte – politiche, economiche, psicologiche – vanno cercate altrove ma qui (cioè sul rovesciamento della storia antica) si connettono. La mole di rimozioni, ignoranze e bugie è impressionante, come varie volte si è accennato su cotesto blog; per fare un solo esempio parlando di «Le mie stelle nere» di Liliam Thuram (cfr Le risposte al test di storia rimossa).

Così in Italia nulla sappiamo del senegalese Cheikh Anta Diop (nato il 29 dicembre 1923 e morto il 7 febbraio 1986). Eppure è «l’uomo di scienza» – fisico di valore, chimico, linguista, antropologo e padre della storiografia africana – «che ha esercitato la maggiore influenza sul pensiero nero del XX secolo», come lo definiva una targa consegnatagli nel 1985 a Londra. Uomo di scienza ma anche «uno dei grandi maestri del sospetto della storia africana» come spiega Jean-Marc Ela: «una sentinella per l’insieme del mondo nero. Istituisce una sorta di irrispetto per il pensiero del padrone». Perché «la scienza dominante è sospetta: occorre apprendere a gettare un altro sguardo su se stessi, sulla società africana e la sua storia». Diop è un «anti-Hegel» sintetizza Ela: «il pensatore nero che contesta globalmente i fondamenti di un patrimonio culturale che ha legittimato la “missione dell’Uomo bianco”»; lo studioso che impara a decifrare i geroglifici per poter fare le necessarie verifiche; di continuo dà scandalo negli ambienti scientifici che pure, alla fine, devono riconoscere (almeno in piccola parte) le sue ragioni e il suo valore; è «la ragione intrepida e militante che va alla carica dei mostri partoriti dall’imperialismo».

Come lo stesso Diop ha più volte ribadito «per dominare un popolo bisogna distruggerne la cultura». Perciò «restituire la memoria a un popolo» è permettergli di spezzare le proprie catene». Ma anche molti intellettuali africani asserviti o ri-colonizzati non vogliono ammettere che il sistema dei privilegi nel quale si sono ritagliati un angolino è bugiardo e criminale. L’università mette Diop «ai margini» e, lo ricorda Ela, «in un’Africa nera in cui praticamente nessuno della sua generazione era in grado di intraprendere lavori in campo atomico, la decisione che condanna Cheikh Anta Diop a vivere ai margini dell’università è lungi dall’essere innocente. E’ evidente che la portata delle ricerche del giovane fisico nero non è sfuggita alle istanze che, sotto maschere diverse, hanno in pugno il controllo della vita intellettuale dell’Africa delle indipendenze. Tenere ai margini dell’università un “gigante della mente”, i cui lavori oggi fanno testo, significa bloccare il risveglio scientifico dei popoli africani». Posizione in fondo coerente con il presidente Senghor secondo cui (è Diop a sottolineare questa frase-chiave) «l’emozione è negra, la ragione è ellenica»; non sarebbe un gran problema se il teorico della “negritudine” fosse solo un (buon) poeta ma lo diventa visto che è anche un (pessimo) politico. E quando Diop traduce in wolof (la lingua più diffusa in Senegal) la teoria della relatività vuole esplicitamente contestare le tesi che sostengono essere le lingue africane addirittura «inadatte alla scienza». Verso la fine del libro, Ela di nuovo sottolinea questo aspetto: «Non stupisce che tanti studiosi stranieri ignorino gli scritti dello storico ed egittologo africano […] Diop è rimasto un eretico del sapere costituito. Al tempo dell’Inquisizione gli eretici venivano bruciati […] Quando è uno studioso nero a disturbare, la strategia dei grandi professori è l’oblio. Non se ne parla. Se si è costretti a non ignorarlo ci si accontenta di farlo passare per visionario». Tanto più oggi che «nell’attuale crisi delle società post-coloniali, questi popoli hanno bisogno di un pensiero radicale, quello di cui l’autore di “Nations négres et culture” fornisce l’esempio».

Sul presente e il futuro dell’Africa decolonizzata Cheik Anta Diop non era ottimista: vedeva le indipendenze ingabbiate, dubitava che un’Africa spezzettata potesse far fronte ai (nuovi e vecchi) predatori. Anche lui, come Fanon, «un altro testimone della coscienza nera», credeva che bisognasse «inventare l’uomo totale che l’Europa è stata incapace di far trionfare». Nel 1965 Diop scrive (in un editoriale del settimanale «Jeune Afrique») che, una volta spogliato del folclore, «l’avvenire è fosco» profetizzando che «l’imperialismo si appresta a organizzare l’anarchia in tutto il continente africano, così da conservare l’iniziativa politica […]. E’ quel flagello che abbiamo sempre denunciato». Nel 1965 per Cheikh Anta Diop è chiaro che le divisioni africane – «sudamericanizzazione» la chiama – giova alla «dominazione economica dall’estero, che tira i fili da una semplice ambasciata».

In coda al libro – che arriva in Italia con 23 anni di ritardo – nel «completamento bibliografico a cura dell’editore italiano» sono citati 4 altri testi in francese e uno solo nella nostra lingua. A conferma di un oblio permanente e fors’anche programmato su Cheikh Anta Diop ma più in generale sull’altra Africa, quella che non si adatta agli stereotipi dominanti. Insomma per un paio di bei libri africani (per esempio di Aminata Traorè) che vengono tradotti quanti non arrivano in Italia? E i pochi tradotti in passato – come la fondamentale «Storia dell’Africa nera» di Joseph Ki-Zerbo (Einaudi, 1977) – diventano quasi subito introvabili eppure per decenni non vengono ristampati. Ho più volte lodato qui in blog «Atena nera» di Martin Bernal che mostra le radici afroasiatiche della civiltà classica e racconta come per tutto il 1800 il compito principale degli studiosi europei fosse contestare (o anche distruggere) i documenti che smentivano le tesi di una Grecia senza legami o debiti. Scopro, proprio mentre scrivo questo post, che Bernal è morto in giugno e, al solito, i giornalisti italiani hanno deciso di occuparsi d’altro. Ma almeno «Atena nera» ha trovato due editori italiani intelligenti (prima Pratiche e poi Il Saggiatore) mentre nessuno dei tanti libri di Cheik Anta Diop – al quale Bernal è debitore per tutto, ricerche, intuizione e metodo – è mai stato tradotto da noi. La spiegazione? Avanzo una ipotesi: Bernal era bianco, Diop era nero.   

(*) Questa recensione apre una rubrica che ho deciso di chiamare «Chiedo venia», nel senso che mi è capitato, mi capita di non recensire alcuni bei libri pur letti. Perché accade? A volte nei giorni successivi alle letture sono stato travolto (da qualcosa, qualcuna/o, da misteriosi e-venti, dal destino cinico e baro, dalla stanchezza, dal super-lavoro … o da chi si ricorda più); altre volte – come per questo libro – mi è accaduto di concordare con qualche collega una recensione che poi rimane sospesa per molti mesi. Ogni tanto rimedierò in blog a questi buchi, appunto chiedendo venia.

 

 

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