Maggi a venire: 2157, 2059, 2015 (?) et cetera

db sale su una macchina del tempo e scruta alcune date future o alternative (*)

Gli umani sono innocenti?

In un mondo parallelo il 17 maggio 2015 – secondo il romanzo «Schiavi degli invisibili» di Erik Frank Russell – noi umani scoprimmo (**) di essere innocenti per le atrocità commessi in millenni di storia. La colpa è dei Vitoni. Ma è solo fantascienza, purtroppo.
Come mai molti scienziati si suicidano e/o muoiono in circostanze misteriose? E perchè tutti hanno sul corpo tintura di iodio? «
Schiavi degli invisibili» è, fino al quarto capitolo, un susseguirsi di geniali colpi di scena: il bel romanzo di Erik Frank Russell è stato ristampato nel 2010 dall’editore Coniglio (purtroppo con la pessima introduzione dei fascistoidi Gianfranco De Turris e Sebastiano Fusco) ma se non lo trovate in libreria di certo in biblioteca – o sulle bancherelle – rintraccerete questa oppure una delle vecchie edizioni Urania. Merita la lettura. Ci rassicura che i “cattivi” non siamo noi umani: se poi questa tesi sia comoda, pericolosa o terapeutica… giudicherete voi, magari dopo aver viaggiato in qualche altro maggio dei nostri futuri possibili.
Curiosamente nella fantascienza c’è un altro 17 maggio – del 2157 – assai interessante: è la data, sul diario di Margie, all’inizio di un racconto (fra i più celebri) di Isaac Asimov, «
Quanto si divertivano». So di tante/i insegnanti che lo utilizzano in classe – magari in coppia con «Nove volte sette», sempre di Asimov, storia rivelatrice sui poteri della matematica – per ragionare sulla scuola del presente e quella del futuro. Al tempo del Covid (ricordate? Roba vecchia, vero?) se ne fece materiale didattico.

In quel 17 maggio 2157 Margie annota nel suo diario che «Tommy ha trovato un vero libro». Sfogliandolo i ragazzi e le ragazze commentano: «Che spreconi. Quando un libro era letto non restava che buttarlo. Invece la tv passa non so quanti libri e lo schermo serve sempre». Sfogliano il volume e scoprono che parla della scuola. La gran sorpresa è che, nei tempi antichi, esistevano maestri ma erano esseri umani. Così quando il giorno dopo cominciano le lezioni – lo schermo è acceso e spiega le frazioni – inevitabilmente Margie ripensa a quel libro antico: A quel tempo «tutti i bambini del quartiere una volta arrivavano a scuola, ridendo e piangendo … imparavano le stesse cose e così potevano discuterne e aiutarsi nei compiti… Chissà quanto si divertivano». Appunto.


Per una curiosa coincidenza (o c’è una ragione “occulta” che io non intendo?) maggio è un mese molto amato da chi scrive fantascienza. Anche il famosissimo «
L’ultima domanda» sempre di Asimov inizia a maggio (il 21) mentre il 1 maggio 2088 partono i diari di viaggio di terrestri e marziani nel romanzo «Verso le stelle» di Joe Haldeman. E ancora il 15 maggio 2084 inizia «Korolev», geniale romanzo dell’italiano Paolo Aresi.
Per chiudere questo piccolo cerchio vi dirò che il 19 maggio 2025 nel romanzo «
La penultima verità» di Philip Dick si scopre che una delle guerre più sanguinose “in corso”… è una invenzione dei media, Rassicurante, fin troppo. Se degli orrori possiamo incolpare i Vitoni o i giornalisti, allora noi siamo sempre innocenti. Mi viene in mente una vecchia vignetta di Altan: «Mi chiedo chi sia il mandante di tutte le cazzate che faccio». Temo di sapere la sgradevole risposta.

Ricordate quel 22 maggio 2059?

Avviso: questa NON è fantascienza anche se all’inizio può sembrare…

Il 22 maggio 2059 «in tutto il pianeta contemporaneamente gli alieni semplicemente comparvero» (non fate caso ai tempi: il futuro è sempre un po’ passato e presente o magari congiuntivo). E più non vi dirò su questo evento ma per la verità anche Raffaele Mantegazza pochino ci narra degli ET per dedicarsi subito a tutti gli altri strani esseri viventi del multiverso, compresi quei – spesso indecifrabili – bipedi terrestri che forse anche voi conoscete. Dirò solo che gli alieni nessuno uccisero se non (simbolicamente e materialmente) l’antropocentrismo; ed era ora che morisse quello stupido vecchiaccio incapace di confrontarsi con animali e natura.

Il titolo «Educare (con) gli alieni» è accompagnato dal sottotitolo «Manuale di pedagogia per l’anno 2219» che rimanda a un futuro ancora più lontano. Però non fatevi ingannare: questo libro di Raffaele Mantegazza – pubblicato nel 2018 da Castelvecchi (62 pagine per 11,50 euri) – quasi non è fantascienza. Anche se sceglie di usare – con molti titoli: 53 se ho contato bene – “la mejo” fantascienza per ragionare sulla pedagogia di oggi e/o del prossimo febbraio e/o del vicinissimo 2023, il primo anno speriamo dopo il Covid e dopo la guerra in Ucraina.

Dunque vedere altri orizzonti: vicini e lontani, trovando nell’immaginato oggi (del futuro) il grimaldello per scardinare il domani ma anche registrando il peso, i limiti, le viltà che rendono la pedagogia “reale” – storicamente data, se preferite – così statica e pigra proprio nel momento storico di mutamenti (nel bene e nel male) galoppanti. Passiamo da un’emergenza – fra virgolette? – all’altra eppure quasi sempre scuola e formazione sembrano statue… così sono andato a rileggermi questo libro e mi sento di ri-lodarlo: la scatenata immaginazione di Mantegazza – il mix è di serietà e intelligente provocazione – ci può servire.

Buon 2219 dunque. Potete leggerlo come un “normale” buon testo di pedagogia oppure decidere di giocare con Raffaele Mantegazza, immaginando cosa stia accadendo dalle parti dell’educare/educarsi 60 anni dopo gli alieni.

La struttura centrale del libro si intitola «La pedagogia e la crescita degli alieni e degli umani» e si articola in tre sezioni: nascita; infanzia e adolescenza; età adulta, vecchiaia, morte.

Subito ci ritroviamo nei guai (fecondi pasticci, se preferite). Perché se «l’educazione è una nuova origine»; se l’infanzia non è chiaro quando finisca; e se l’età adulta (maturità? O un “va là”?) è ben difficile da definire … come muoverci? «Abbiamo inventato almeno 5 categorie (preadolescenti, adolescenti, giovani adulti, tweens…) per una fascia d’età che occupa una decina di anni e poi ne abbiamo una sola (“adulto”) per il resto della vita fino alla vecchiaia». Eh già.

Quanto a “sesso, amore e x” da sempre siamo nei guai… o nei pasticci fecondi. «Già da tempo gli umani» scrive Mantegazza e mi permetto di suggerire «alcuni umani» perché non mi pare una consapevolezza diffusissima… «Da tempo gli umani si erano accorti che i generi sono molti più di due ma la difficoltà a uscire da uno schema binario rigido non ci aveva mai del tutto abbandonato», salvo poi correre il rischio opposto: «Crediamo che anche le teorie che aumentano vertiginosamente i “generi” cadano nello stesso errore della teoria binaria maschio/femmina che contestano». E oggi – tempo standard terrestre 2019, come contano i cristiani – sia Eros che Thanatos «sono esclusi dai nostri processi formativi ed educativi». Gran guaio.

Molti altri passaggi del libro risultano stimolanti. La riflessione sul non auspicabile “dirsi tutto” nelle relazioni amicali o amorose e… educative. E subito dopo la questione delle «intelligenze multiple» (sì, Howard Gardner) che sta per essere ri-soffocata dalle nuove manie della misurabilità; e se pensate alle «prove Invalsi» certo c’è anche la “pessima scuola” taylorista-confindustrial-normalizzatrice-classista.

Fondamentali mi sembrano le riflessioni sulla necessaria distinzione fra rischio e pericolo. Sulla perdita d’umanità che si cela nella colonizzazione (ma anche nel suo opposto). E sulle scelte da fare: «l’educatore non può permettersi il cinismo e il nichilismo, filosofie da ricchi, né la disperazione perchè il suo stesso ruolo lo porta ad accennare a un futuro diverso qualitativamente dal presente, un futuro che ciascuno può scegliere se messo in condizione di farlo»

Verso la fine Mantegazza parafrasando una delle “regole” asimoviane sui robot, scrive: «ovviamente l’educatore non può far del male a un essere umano ma è possibile educare senza esporre al male?». Non so nel 2219 ma dalle parti del 1963 (quando io andavo a scuola) o del 2008 (parlo di mio figlio) ahimè molti educatori-educatrici hanno spesso fatto – inutilmente, a volte sadicamente, stupidamente – «del male» agli esseri umani loro affidati ma senza ragionare sul male del mondo.

Dunque speriamo che gli alieni arrivino presto e ci costringano a ripensare tutto o quasi, a partire dal «corpo rimosso» (come scriveva Mario Lodi «i ragazzi sono educati dal collo in su»). E da quel «terribile brivido» che troverete a pagina 53.

Nel frattempo come imparare a muoversi? Naturalmente sperimentando, muovendosi e cadendo. Uno dei grandi della fantascienza che Raffaele Mantegazza non cita, cioè Theodore Sturgeon, in uno dei suoi romanzi più inquietanti e pedagogici scrisse: «Hai mai visto l’immagine di un uomo che corre? O che cammina? E’ sbilanciato o lo sarebbe se rimanesse immobile come lo è quell’immagine. E’ in questo modo che tu vai da un luogo all’altro: cominciando a cadere» (dal romanzo «Venere più X»). E’ ovvio, però/perciò non scordiamocelo.

Viva i libri brevi se (come questo) capaci di sintesi. Però mannaggia ai libri brevi se subito ti assale la voglia di «ancora».

DUE NOTERELLE CHE POTRESTE ANCHE SALTARE

La prima: per correttezza devo dirvi che sono amico di Raffaele Mantegazza e con lui ho persino scritto un libro («Quando c’era il futuro»). Non mi sembra che ci sia un conflitto di interessi – se mai una convergenza di passioni – tale da sconsigliare che ne scriva bene.

La seconda: se siete appassionate/i di fantascienza guardate con calma questo elenco-salsa che Mantegazza usa per insaporire taaaaaaanto altro.

Frank Herbert con il ciclo di «Dune».

Richard Matheson: i racconti «Terzo dal sole», «L’esame» e «Nato di uomo e di donna».

Il racconto di Katherine MacLean «Le immagini non mentono»; se vi è sfuggito lo trovate anche nella famosa antologia «Le meraviglie del possibile».

Stanislaw Lem «Solaris». Ovviamente.

Dan Simmons «Hyperion».

Clifford Simak «Anni senza fine» (o «City», se preferite). Ma c’è pure il simakiano «Infinito».

Philip Kindred Dick (poteva mancare?) per esempio i racconti «Quelli che strisciano», «Progenie», «Mele avvizzite», «Rapporto di minoranza» oppure il romanzo «In senso inverso» (in italiano noto anche con i titoli «Redivivi SpA» e «Ritorno dall’aldilà»).

Isaac Asimov (neanche lui poteva mancare): a esempio i racconti «Esplorazione vegetale», «Chissà come si divertivano», «I fondatori», «Alle dieci del mattino», «Zucchero filato», «Che cosa importa a un’ape» e (inevitabilmente) «L’ultima domanda» oltrechè, è ovvio, con “Le tre leggi della robotica”.

Ray Bradbury: i racconti «Il piccolo assassino» e «Tempo fermo».

James Ballard: «Un gioco da bambini» e il racconto «Il signor F è il signor F».

John Wyndham: «Il villaggio dei dannati» (o per meglio dire «I figli dell’invasione») nonché «I trasfigurati».

Henry Slesar: il racconto «Giorno d’esame».

Robert Silverberg: «L’uomo nel labirinto» e «Shadrach nella fornace» ma anche «L’arca delle stelle», «Nati con la morte» e «Oltre il limite».

Anne McCaffrey: «Il popolo del vento». E restando da quelle parti “arieggiate” George R. R. Martin e Lisa Tuttle con il romanzo (un montaggio di tre racconti) «Il pianeta dei venti» e Alain Damasio «L’orda del vento».

Gardner Dozois: il racconto «Figlio del mattino».

Volendo anche il film «Interstellar» di Christopher Nolan.

Poi c’è Alfred Elton Van Vogt con il racconto «Il villaggio incantato».

Ovviamente (?) Douglas Addams con la quasi celeberrima «Guida galattica per autostoppisti».

Kevin Wayne Jeter – ma tutti lo conoscono per K. W. Jeter – con «Noir».

Ed ecco un fanta-italiano: Virginio Marafante con il racconto «Profumo di fragole».

Neanche a dirlo «Sentinella» e «La risposta» di Fredric Brown.

Kim Stanley Robinson: «Trilogia di Marte».

Mildred Downey Broxon con il racconto «Sussidi didattici».

Poteva mancare «I reietti dell’altro pianeta» di Ursula Le Guin?

E ancora Philip José Farmer con «Trilogia di Dayworld e Samuel Delany con «Babel-17».

Ma volendo anche Francis Scott Fitzgerald per «Lo strano caso di Benjamin Button», un quasi fantascientifico Gianni Rodari più un paio di storie scritte da un certo Jorge Luis Borges.

(*) Questi miei due testi – che peraltro riprendono “vecchie” cose che pubblicai in “bottega” – sono usciti (parolina più, parolina meno) su www.micromega.net. Repetita iuvant? Ah, saperlo.

(**) non fate troppo caso alla «consecutio temporum»: parlare oggi di un libro sul futuro ma che ora è passato… rende piuttosto complicata la “concordanza” dei verbi persino al professor Severo De Pignolis che è il mio alter ego precisino.

redaz
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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