La marcia Gramsci-Ocalan … e in piazza ovunque

Le manifestazioni di domani, domenica e lunedì; due appelli di UIKI; un articolo di Marta Serafini; alcune fra le notizie (censurate dai “grandi” media) da Kurdistan, Iraq, Siria, Turchia…

LET ME LIVE IN MY FOOTSTEPS: una marcia per Ocalan

Let me die in my footsteps – lasciatemi morire sui miei passi – è un testo di Bob Dylan, giovanissimo allora; è molto semplice ed essenziale, mi frullava in mente ieri mentre camminavo, dopo ore, nella nuvola della montagna verso Ortuabis.

Per quanto flebile possa essere l’intenzione, rispetto alla durezza della realtà, avevo deciso di muovermi comunque, per onorare la settimana internazionalista del popolo kurdo, nell’anniversario della cattura del presidente Ocalan, il 15 febbraio 1999.

Ho un po’ rubato quel titolo cambiandone una sola parola, vivere, «lasciatemi vivere sui miei passi» ma il significato è uguale.

Quello che vorrei dire in queste righe è che esistono i prigionieri politici, come esistono i perseguitati per la causa della giustizia e i costruttori di pace; Abdullah Ocalan è questo. Idee impedite e vite rinchiuse: possono camminare solo sui nostri passi, solo sul cammino testimoniato per loro dai nostri corpi.

E’ poco, ma ne scrivo … nonostante il velo di intimità che protegge questo sentimento. Ho partecipato negli anni scorsi alla marcia internazionalista che il movimento kurdo in Europa organizzava nel cuore delle istituzioni europee – dalla Corte di giustizia in Città del Lussemburgo al Parlamento europeo, a Strasburgo, giù per la valle della Mosella. Ho vissuto da vicino l’apprensione per la tragedia di giovani vite spezzate dallo sciopero della fame, come è successo due anni fa (e poi ancora col martirio della band musicale Grup Yorum, e gli innumerevoli perseguitati a Istanbul come nelle città e villaggi dell’interno). Abbiamo camminato in tanti nella marcia di febbraio, gli scorsi anni. Ma quest’anno, a causa del Covid, è diventato impossibile. Abbiamo dovuto pensare ad altro, per quanto resta compatibile con le circostanze. Abbiamo lanciato una campagna internazionale, con una petizione on line e iniziative diffuse. Abbiamo ottenuto una risoluzione del Parlamento europeo, che addebita in modo inequivoco al regime turco la disumanità nel trattamento dei prigionieri. Abbiamo inoltrato al segretario generale delle Nazioni Unite una lettera aperta, proposta dal congresso dei sindacati del Sudafrica, per l’applicazione nei confronti della Turchia delle nelson mandela rules. Abbiamo inviato a papa Francesco, in occasione del suo ormai prossimo viaggio in Iraq, una lettera aperta chiedendogli di visitare e portare conforto alle popolazioni dei villaggi e delle enclaves kurde e yazide, massacrate dall’Isis e ora in balia del disegno espansivo della Turchia. Cerchiamo in ogni modo di tenere attenta l’opinione pubblica sulla deriva nella Siria del nord, abbandonata dall’amministrazione Trump alle soldataglie assoldate da Erdogan.

Quanto a me, anche spinto dalla contiguità filosofica degli scritti carcerari di Ocalan con l’opera del nostro Gramsci, e sostenuto da realtà associative già attive su questo drammatico problema (i Cobas scuola Sardegna e le locali associazioni gramsciane) ho intrapreso la mia marcia Gramsci-Ocalan, da Ales a Sorgono a Ghilarza, i paesi di Antonio; cento chilometri di cammino, nell’intento di sensibilizzare anche le amministrazioni comunali di passaggio e di contribuire a smuovere per questa via il nostro ministero degli Esteri dal suo colpevole torpore e distoglierlo dalla sua connivenza con regimi criminali quale quello dell’Arabia Saudita, dell’Egitto e della Turchia.

Molti Comuni, primi fra tutti Riace e Palermo, hanno concesso ad Abdullah Ocalan la cittadinanza onoraria. Non si tratta di un atto pletorico: esso richiama il fatto giuridico che un tribunale italiano ha stabilito che Ocalan è un prigioniero «politico» e che questa repubblica ha il dovere giuridico di richiederne formalmente il trasferimento in Italia.

La mia marcia è giunta ora a metà strada, al valico di Ortuabis; domani (venerdì) arriverà a Sorgono e sabato mattina a Ghilarza.

I prigionieri possono camminare solo con i nostri corpi.

Gianluigi Deiana

La petizione per la liberazione di Ocalan è reperibile – e condivisibile – sulla piattaforma Change

 

Libertà per Abdullah Öcalan! Basta alle aggressioni della Turchia contro il Rojava e il popolo curdo!

Il 15 febbraio 1999 il leader del popolo curdo Abdullah Öcalan viene sequestrato dai servizi segreti turchi a seguito di un complotto delle grandi potenze internazionali e portato nell’isola-carcere di Imrali, in condizione di totale isolamento. A più riprese è stato negato ad Öcalan di vedere i familiari ed i propri avvocati. Per anni non si sono avute informazioni sul suo stato di salute.

Nonostante tutto questo dal carcere il leader curdo ha più volte cercato di essere uomo di pace e di dialogo e di proporre una soluzione politica alla questione curda e per la democratizzazione di tutto il Medio Oriente.

Dopo un lungo sciopero della fame che ha coinvolto migliaia di persone, nel 2019  è stato concesso ad Öcalan di poter vedere i propri avvocati ed i propri familiari. Ha manifestato nuovamente la sua disponibilità ad una soluzione politica del conflitto e ha consegnato messaggi di speranza e per un futuro diverso. Ma la finestra del dialogo è durata poco. Dal 12 agosto 2019 Öcalan e gli altri tre prigionieri politici dell’isola-carcere di Imrali sono nuovamente isolati dal mondo esterno.

Oggi in decine di carceri turche è in corso da più di 50 giorni uno sciopero della fame a tempo indeterminato da parte dei detenuti politici per chiedere la fine dell’isolamento, la liberazione del presidente Abdullah Ocalan ed un ritorno ai negoziati per una pace giusta.

Inoltre è in corso una campagna internazionale che chiede la liberazione del presidente: Il momento è arrivato: Libertà per Ocalan!

Nonostante il carcere, l’isolamento e la negazione dei diritti, Abdullah Ocalan ha riformulato una innovativa idea di società, un sistema democratico multietnico per una società equa, basato sull’uguaglianza di genere e sull’ecologia sociale, che possiamo considerare come il socialismo del 21° secolo.

Il Confederalismo democratico – come è dimostrato dalla sperimentazione nei territori nel nord est della Siria, dove tutti i popoli della regione hanno lottato per affermare un modello amministrativo laico, democratico ed ugualitario – rappresenta una reale proposta di pace per tutto il Medio Oriente per questo fa paura alle potenze regionali e globali. Per queste ragioni l’esperienza della Siria del nord-est ed il Confederalismo democratico vanno difesi dall’aggressione turca e dalla pressione delle potenze internazionali.

Tutto questo avviene mentre in Turchia prosegue una repressione che colpisce senza sosta personalità democratiche, difensori dei diritti umani ed ogni forma di opposizione politica e sociale. In questo contesto, nel sud-est del Paese, i curdi sono repressi duramente. Decine di sindaci curdi democraticamente eletti sono stati rimossi dall’incarico ed arrestati, ed il controllo delle municipalità assegnato a commissari fiduciari del governo turco. Sono a migliaia i dirigenti e i militanti di HDP incarcerati, tra cui gli ex co-presidenti del partito, Selahattin Demirtaş e Figen Yuksedag.

Altri 108 dirigenti sono imputati nel cosiddetto caso Kobane, per le proteste verificatesi nel 20014 contro l’assedio della città di Kobane e rischiano lunghi anni di carcere. Lo stesso Devlet Bahceli, leader del Partito del Movimento Nazionale (MHP) ha chiesto recentemente la messa al bando del partito.

L’occupazione militare dello Stato turco si estende anche al di fuori dai confini turchi. Sfruttando la forza del secondo esercito della NATO vengono occupati interi territori del Medio Oriente. È il caso di Afrin, dove è documentata la brutale violazione dei diritti umani da parte dell’occupazione turca e dei gruppi mercenari alleati. Erdogan sta distruggendo la storia e l’identità culturale  provocando esodi di massa di intere popolazioni, e attuando una politica di sostituzione etnica favorendo l’insediamento di popolazioni esterne legate a gruppi mercenari.

22 anni dopo il sequestro internazionale di Abdullah Öcalan, rimane una forte ipoteca sulla pace in Turchia ed in Medio Oriente, mentre sarebbe più urgente una soluzione ed un percorso per una pace giusta.

Il 15 febbraio, negli ultimi anni, è il giorno della manifestazione europea a Strasburgo e di quella nazionale in Italia per chiedere la liberazione di Öcalan. Il 15 febbraio scenderemo in piazza nelle nostre città per chiedere, nel rispetto delle limitazioni sanitarie per la pandemia di Covid19, la liberazione di Abdullah Öcalan.

PER FIRMARE:

https://www.change.org/p/parlamento-europeo-il-momento-%C3%A8-arrivato-libert%C3%A0-per-ocalan?use_react=false

TUTTE LE INIZIATIVE

Sabato 13 febbraio

Roma: ore 11,30 viale Mazzini 14 (sede Rai)

Milano: ore 15 piazza della Scala

Firenze: ore 15,30 piazza del Duomo

Palermo: ore 17 largo Rodrigo Pantaleone 9

Alessandria: ore 16 piazzetta Lega

Bologna: ore 17 piazza Re Enzo

Parma: ore 16 piazza Garibaldi

Rovigo: ore 10 piazza Vittorio Emanuele II

 

Domenica 14 febbraio

Milano: ore 15:30  performance all’Arco della Pace

Lunedì 15 febbraio

Lucca: ore 17 piazza S. Michele

Bari: ore 15 RAI

Comitato ”il momento è arrivato, libertà per Ocalan”  

Rete Kurdistan in Italia 

Ufficio d’informazione del Kurdistan in Italia 

 

Appello urgente per una risposta internazionale all’invasione militare turca del Kurdistan meridionale 

Questa mattina le forze armate turche hanno avviato un’offensiva militare transfrontaliera su vasta scala nella regione di Garê nel Kurdistan meridionale (Iraq settentrionale). Gli attacchi aerei turchi hanno preso di mira i villaggi di Guzê, Meyrokê, Siyanê, Çemşerîtkê, Yekmalê e Kanîsarkê, e soldati sono stati sganciati nella regione con elicotteri Cobra e Sikorsky.

I combattenti del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) hanno combattuto per respingere le forze d’invasione e sono in corso pesanti scontri. Il regime del presidente turco Recep Tayyip Erdogan intende chiaramente ampliare l’occupazione militare turca del Kurdistan meridionale e ora ha scelto di intensificare l’aggressione militare turca per rafforzare la presa di Erdogan sul potere in risposta alla crisi in corso dello Stato della Turchia.

La crescente resistenza curda rimane l’ostacolo più formidabile all’espansionismo neo-ottomano e alla strategia di occupazione di Erdogan nella Siria settentrionale e orientale e nel Kurdistan meridionale, ed Erdogan cerca urgentemente di mettere a tacere i curdi per proteggere l’esistenza del suo stato in decadenza, sempre più isolato e antidemocratico.

Mentre Erdogan faceva vane promesse all’UE e agli Stati Uniti riguardo a possibili riforme, il suo ministro della Difesa, Hulusi Akar, si è recato all’estero, visitando Baghdad ed Erbil a gennaio e Berlino all’inizio di questo mese, per chiedere l’approvazione e il sostegno per una nuova fase della guerra dello stato turco contro il popolo curdo e per l’espansione dell’occupazione turca nella regione. 

Il 9 febbraio, per ottenere il sostegno del nuovo presidente degli Stati Uniti Joe Biden, Akar si è offerto di negoziare sull’uso da parte della Turchia del sistema di difesa aerea russo S-400. Erdogan e Akar sanno che i militari turchi non potranno espandere la loro occupazione del Kurdistan meridionale senza affrontare la resistenza curda.

Erdogan vede un’espansione dell’occupazione del Kurdistan meridionale come un modo per superare la sua crisi di stato. Nei giorni scorsi non solo i curdi ma anche le forze democratiche di tutta la Turchia hanno protestato contro il regime dittatoriale di Erdogan. Da oltre un mese gli studenti e il personale della prestigiosa Università Bogazici di Istanbul manifestano contro il regime di Erdogan e le loro proteste stanno guadagnando copertura e sostegno a livello nazionale.

All’inizio di questo mese, il Partito Democratico dei Popoli (HDP) ha lanciato la sua campagna “Giustizia per tutti” sostenuta da un’ampia coalizione di gruppi di opposizione. Allo stesso tempo, continua lo sciopero della fame dei prigionieri politici curdi per porre fine all’isolamento del leader del popolo curdo Abdullah Öcalan, giunto ormai al 76 ° giorno.

Con l’approssimarsi del 21° anniversario del rapimento di Öcalan, il 15 febbraio 1999, le richieste degli scioperanti della fame e gli appelli più ampi per la libertà di Öcalan continuano a esercitare pressioni sul regime di Erdogan.

Piuttosto che rispondere alle legittime richieste di democratizzazione, Erdogan ha ribadito la sua dichiarazione di guerra contro il popolo curdo. Lo stato turco non può combattere questa guerra da solo e ha bisogno dell’aiuto internazionale dell’UE, degli Stati Uniti e della NATO. Se lo Stato turco riceve questa assistenza, Erdogan avrà un pass gratuito per continuare a violare le convenzioni sui diritti umani e il diritto internazionale, impegnandosi in aggressioni militari, occupazione e pulizia etnica. Chiediamo alle Nazioni Unite, all’UE, al Consiglio d’Europa, agli Stati Uniti e alla NATO di obbligare lo Stato turco a rispettare il diritto internazionale.

Per una soluzione pacifica in Turchia, chiediamo anche ai governi e alle istituzioni internazionali di obbligare lo Stato turco ad attuare le raccomandazioni del Consiglio d’Europa e del Comitato europeo per la prevenzione della tortura (CPT) e di revocare l’isolamento imposto ad Abdullah Öcalan per fornire l’opportunità di un dialogo politico volto a raggiungere la pace in Turchia e in tutta la regione.

Infine, chiediamo alla comunità internazionale di unirsi a noi nel chiedere il ritiro incondizionato e immediato di tutte le forze turche dal Kurdistan meridionale e dal nord e dall’est della Siria.

Consiglio esecutivo del Congresso nazionale del Kurdistan (KNK) – 10 febbraio

 

Per il Rojava –  a sei anni dalla liberazione di Kobane

di Marta Serafini (*) 

Oggi vi parlo di un altro anniversario, quello della liberazione di Kobane, definitivamente ripresa nel 2015 dalle forze curde dello Ypg che riuscirono a scacciare i miliziani dell’Isis. Quella battaglia ha in qualche modo segnato anche le nostre vite e la mia generazione ed è per questa ragione che voglio ricordarla. Ma mi chiedo anche cosa sia cambiato a distanza di sei anni, perché l’Isis ancora spadroneggia, la Turchia ancora impedisce la nascita del Rojava, il progetto confederale di autonomia sognato da Ocalan e lo stesso “Apo”, come i curdi chiamano il loro leader, resta in carcere. Possibile dunque che nulla possa cambiare, nonostante l’impegno e il sangue versato?

L’assedio di Kobane è durato 134 giorni. Era iniziato in settembre 2014, quando i primi colpi dell’Isis avevano ferito la città. In migliaia erano scappati. Ma a difendere la città rimasero, tra gli altri, i miliziani e le miliziane curde dello YPG e dello YPJ.

Il mondo si fermò a guardare per giorni con il fiato sospeso. E tanti giovani dall’Europa e dagli Stati Uniti decisero di unirsi alla battaglia per difendere quella città sotto la collina. La bandiera del Califfato faceva paura. E non faceva paura solo agli abitanti di Kobane. Ma terrorizzava anche tutti noi, dopo gli attacchi terroristici di Parigi.
La battaglia per Kobane è considerata un punto di svolta nella guerra contro l’Isis. I miliziani di Al Baghdadi, avendo concentrato le proprie forze in un’area relativamente ristretta, subirono pesanti perdite per via dei bombardamenti della coalizione a guida statunitense. E non riuscirono più nella loro avanzata.
La città fu completamente riconquistata il 27 gennaio 2015. Le milizie curde, insieme a gruppi armati arabi alleati e coperte dagli attacchi aerei americani effettuarono rapide avanzate nelle zone rurali della città, costringendo l’Isis a ritirarsi a 25 chilometri dalla città entro il 2 febbraio 2015. Kobane, di fatto, è stata la prima delle ultime battaglie del Califfato.
Sei anni dopo, però l’Isis non è sconfitto. Esiste e uccide ancora, soprattutto in Iraq – è di pochi giorni fa il duplice attentato kamikaze che ha fatto decine di vittime a Baghdad. E i suoi miliziani vagano di guerra in guerra, per lo più al soldo dei regimi che li assoldano per il lavoro sporco. Ma non solo. Il sogno di autonomia confederale del Rojava resta ancora un miraggio e appare sempre più fragile, mentre Erdogan minaccia di riprendere le operazioni militari contro il nord est siriano. Il nemico è ancora lì, così come lo è la sua ombra.
Noi stessi non sembriamo certo essere usciti più forti da quella battaglia e non sembriamo assolutamente aver imparato la lezione perché tradire il tuo alleato significa perdere. A questo proposito mi ha molto colpito la notizia che Hillary Clinton voglia finanziare una serie tratta da
The Daughters of Kobani: A Story of Rebellion, Courage, and Justice dello scrittore Gayle Tzemach Lemmon, un libro basato su centinaia di ore di interviste con le miliziane delle Unità di protezione delle donne (YPJ), l’ala femminile dello YPG. Lo YPG è il braccio armato del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), gruppo di sinistra in lotta contro la Turchia dal 1984. La notizia è stata accolta con indignazione dalla stampa turca, che accusa Clinton di voler riabilitare il PKK. Ma non solo. Critiche sono arrivate anche dal lato curdo per la scarsa coerenza dei Clinton. Nel 1997, sotto la presidenza del marito di Clinton, Bill, il PKK è stato designato come organizzazione terroristica dal Dipartimento di Stato statunitense, una classificazione che persiste fino ad oggi, ma non si applica allo YPG o alle YPJ che gli americani e le potenze occidentali hanno supportato – ma anche utilizzato – per sconfiggere l’Isis. E ancora Il leader del PKK, Abdullah Ocalan, è stato catturato in Kenya con il sostegno della Cia proprio sotto la presidenza di Bill Clinton, prima di essere rimpatriato per il processo in Turchia, dove è tutt’ora detenuto. Difficile dunque, per molti, pensare a un interesse sincero nei confronti della causa curda da parte dell’Occidente e di Washington in particolare.
Dunque cosa è rimasto della battaglia di Kobane, solo l’immagine iconica di quelle giovani donne impegnate nella battaglia? A cosa sono serviti tutti quei morti? Siamo usciti migliori da quella battaglia? O riusciamo ancora una volta ad essere solo profondamente egoisti e incoerenti lasciando così il campo libero ai nostri nemici?

Marta Serafini, giornalista, è al «Corriere della Sera» dal 2007 per cui si occupa di terrorismo e relazioni internazionali. Nel 2016 ha fatto parte della commissione indipendente di Palazzo Chigi sul fenomeno della radicalizzazione e dell’estremismo jihadista in Italia. Cura una newsletter settimanale sul Medio Oriente e dintorni che si chiama Sherazade Tea: qui

(*) ripreso da «Anbamed, notizie dal Sud Est del Mediterraneo» del 28 gennaio 2021

 

 

ALCUNE FRA LE NOTIZIE CHE I “GRANDI” MEDIA NON VEDONO cioè NON VOGLIONO VEDERE

Espulsione di rifugiati Curdi: oggi tocca a Berlino, domani a Parigi? 

Venerdì scorso, il rifugiato politico Ebrahim Abdi Jenekanlo è stato espulso dalla Germania. In Iran rischia ora di subire sia la tortura, sia la condanna a morte. 

Unitat Catalana solidale con un rifugiato curdo 

Il caso del rifugiato curdo Husseyin. Disertore dall’esercito turco, si era integrato nelle forze curde del Rojava combattendo contro Daesh. 

Turchia: Proseguono le proteste nonostante la violenta repressione del movimento universitario 

Da settimane la Turchia è teatro di una accesa protesta partita dal movimento studentesco dell’ Università del Bosforo di Istanbul. 

Rapporto sulle violazioni della Turchia ad Afrin 

Un rapporto sui crimini commessi dalle truppe di occupazione turca e dalle milizie islamiste che le appoggiano nei diversi territori della Siria del nord su cui hanno potuto mettere le mani. 

Il calvario di Ünsal recluso e torturato in un carcere turco

Aytaç Ünsal è stato nuovamente arrestato a favore di telecamere e con un uso sproporzionato della violenza il 9 dicembre scorso. Da allora si trova in isolamento nel carcere di tipo F di Edirne


Turchia: spegnere WhatsApp
Filippo Cicciù
Con la recente modifica delle condizioni d’uso di WhatsApp, in Turchia il governo ha invitato i cittadini a passare ad altre app di messaggistica. Il controverso invito si inserisce in una lunga e conflittuale relazione tra il potere turco e i social media

Qualcosa sta accadendo nel Rojava

di Stefano Galieni – Già raramente l’interesse verso quanto accade fuori dall’Italia riesce a imporsi all’attenzione dei media mainstream ma, in un periodo come questo, in cui pandemia, crisi economica e sociale, necessità di…

LE IMMAGINI SONO SCELTE DALLA “BOTTEGA” (la prima vignetta è di Benigno Moi, la seconda di Gianluca Costantini)

La Bottega del Barbieri

7 commenti

  • alberto Campedelli

    Viva il popolo curdo viva ocalan

  • Vincenzo segnala in rete che sabato 13 febbraio 2021 verrà ricordata in Italia come la ” giornata di Ocalan”, visti i numerosi e partecipati presidi che si sono svolti a Alessandria, Milano, Rovigo, Bologna, Parma, Firenze, Roma, Napoli, Palermo e in varie altre località, che proseguono OGGI a Milano, domani – lunedì 15/2 – a Bari,a Roma alla Piramide. Per tutto questo mese e oltre.
    Intanto a Ghilarza si è conclusa la marcia di 100 Km che Gian Luigi Deiana dei Cobas ha percorso in Sardegna “per la liberazione di Ocalan”; Rende (CS) si è aggiunto ai Comuni che hanno dato la “cittadinanza onoraria a Ocalan”; ed è arrivata a Francoforte la marcia che doveva concludersi a Strasburgo ma era stata vietata dal governo francese “causa pandemia”.
    A Roma sotto la sede RAI per pretendere una informazione corretta “su Ocalan,le migliaia di prigionieri politici, la tragedia della dittatura e il militarismo di Erdogan” hanno preso parola i Cobas, la Cub, il Comitato “il momento è arrivato”, gli studenti universitari della 3° università, una compagna di “non una di meno”, il centro Ararat, la Rete kurdistan romana, il rappresentante di UIKI.
    APO LIBERO …. E’ GIUNTO IL MOMENTO ! A FIANCO DELLA RESISTENZA CURDA CHE COMBATTE CONTRO LE DITTATURE,I REGIMI, I JADISTI.

  • alberto Campedelli

    W Ocalan libero

  • alberto Campedelli

    W Ocalan libero per la libertà di pensiero e di azione. Ricordiamoci che Ocalan è stato in Italia poi estradato su richiesta del governo turco. Alla faccia della protezione dei prigionieri politici!

  • Reggio Calabria darà la cittadinanza onoraria ad Abdullah Ocalan, leader curdo, rinchiuso in carcere ma ancora (e più che mai) protagonista nel processo di pace in Medio Oriente. Il sindaco Giuseppe Falcomatà ha accolto la proposta arrivata da alcune associazioni – fra le quali Legambiente, Arci, Agedo, Udi, NonUnaDiMeno, Centro sociale Cartella – perché «il rispetto dei diritti umani e delle minoranze etniche è parte integrante dei valori fondamentali a cui si ispira la nostra Costituzione e l’appoggio ai popoli oppressi è oggi più che mai necessario a contrastare conflitti interetnici per una pace duratura».
    «Adbullah Ocalan – ha ricordato il vicesindaco Tonino Perna – ha avuto diversi riconoscimenti internazionali. Altri Comuni, in Italia e nel mondo, gli hanno già conferito la cittadinanza onoraria. Ocalan, difatti, è il simbolo vivente della lotta del popolo curdo per il suo riconoscimento e ha trasformato la battaglia per l’autodeterminazione della sua gente in un progetto di democratizzazione e di liberazione della società, noto come Confederalismo democratico, che non riguarda solo i curdi, ma tutta la Turchia, la Siria, il Medio Oriente e l’umanità intera».

  • SULLA MORTE DI 13 PRIGIONIERI – COMUNICATO UIKI
    Cronologia di un massacro: i tentativi di distorsione non possono nascondere le responsabilità dello Stato turco per la morte dei prigionieri di guerra

    Gli sviluppi durante la recente operazione di occupazione dell’esercito turco nella regione curda meridionale di Gare hanno attirato l’attenzione di tutto il mondo. Rappresentanti statali,organizzazioni per i diritti civili e partiti non solo hanno messo in dubbio la giustificazione dell’attacco turco al Kurdistan meridionale, ma hanno espresso in particolare le loro preoccupazioni per la morte di 13 prigionieri di guerra turchi (POW) che erano stati trattenuti dall’HPG (Forze di difesa del popolo) per diversi anni. Mentre lo Stato turco sta attualmente cercando di coprire la sua sconfitta a Gare, i rappresentanti turchi e gli organi di stampa controllati dallo Stato hanno avviato una furiosa campagna accusando l’HPG e il PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan) di aver ucciso i prigionieri di guerra. Tuttavia, sia
    l’atteggiamento generale dello Stato turco nei confronti dei prigionieri di guerra in passato sia le informazioni ottenute di recente dalla Gare supportano una conclusione contraria: lo stesso Stato turco ha ucciso 13 membri delle proprie forze di sicurezza che erano prigionieri dall’HPG .
    L’operazione Gare del 10-14 febbraio rappresenta l’ultima iniziativa in questa deliberata intensificazione di violenza da parte dello Stato turco.

    2015: La Turchia inizia una nuova guerra
    Sulla base di un piano approvato durante una riunione del Consiglio di sicurezza nazionale (MGK) il 30 ottobre 2014, la Turchia è impegnata in una guerra a tutto campo contro la popolazione curda in Turchia, Siria e Iraq sin dall’estate del 2015.
    Di conseguenza, dieci città curde nel sud-est della Turchia sono state in parte rase al suolo nell’inverno del 2015/16, l’area della Siria del nord di Afrin è stata occupata nel marzo 2018, i soldati turchi insieme a islamisti hanno occupato le città della Siria settentrionale ire Spi e Serekaniye nell’ottobre 2019 e l’esercito turco ha effettuato operazioni di occupazione nelle aree curde meridionali Xakurke, Heftanin e Gare. Inoltre, centinaia di operazioni militari sono state effettuate nel sud-est della Turchia. La politica di guerra del governo AKP-MHP ha
    avuto un enorme impatto sull’intera società turca. Oggi centinaia di giornalisti e migliaia di membri di HDP (Partito democratico dei popoli) si ritrovano in prigione, la magistratura turca ha perso la sua indipendenza e un sistema presidenziale che concede enormi poteri a Erdoğan tiene il Paese senza fiato.
    UIKI Onlus
    Ufficio d’Informazione del Kurdistan in Italia

  • Aprite le porte di Imrali, adesso!
    Dichiarazione sulle voci sullo stato di salute di Öcalan

    Oggi, il team legale di Öcalan, lo studio legale Asrin, ha pubblicato una lettera dedicata alle voci che ieri hanno iniziato a circolare diffusamente sullo stato di salute di Öcalan. Condividiamo le preoccupazioni degli avvocati. Così come la loro ragionevole e giusta richiesta per un immediato accesso ad Abullah Öcalan e ai loro tre assistiti nell’isola carceraria di Imrali. Gli avvocati sono stati bloccati nella consultazione con Abdullah Ocalan dal 7 agosto 2019, e dal 1999, Öcalan ha avuto solo una conversazione telefonica con un membro della famiglia, il 27 aprile 2020. Da allora gli avvocati non sono stati in grado in nessun modo di comunicare con i loro assistiti, sebbene sia un diritto costituzionale e legale dei loro assistiti consultare i loro avvocati.
    In realtà Abdullah Öcalan, Ömer Hayri Konar, Hamili Yıldırım, e Veysi Aktaş nei fatti, sono stati completamente isolati per molto più tempo; il loro isolamento è stato rotto solo da uno sciopero della fame di Leyla Güven, che allora si trovava in carcere e che è stata di nuovo incarcerata, con altri detenuti e altre persone nel mondo che si sono unite. Adesso è in corso un altro sciopero della fame che è iniziato più di cento giorni fa.
    Le politiche vendicative dello stato turco nei confronti di Öcalan e dei suoi compagni detenuti, rendono possibile che ogni voce sia vera; è impossibile verificare o non prendere in considerazione ogni affermazione sul suo stato di salute. Questo significa che ogni danno intenzionale nei suoi confronti passerà inosservato. Il silenzio delle organizzazioni e delle istituzioni internazionali è clamoroso. Il Consiglio d’Europa appare incapace di seguire le raccomandazioni fatte dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura e dei trattamenti inumani e degradanti (CPT). Il Consiglio dei Ministri sta fallendo nell’imporre l’esecuzionelle sentenze della Corte Europea dei Diritti Umani, e le Nazioni Unite guardano solamente a come la Turchia calpesta ripetutamente tutti gli accordi e convenzioni internazionali.
    Noi non stiamo chiedendo che i detenuti sull’isola di Imrali ricevano un trattamento speciale; al contrario, stiamo chiedendo che il loro trattamento speciale finisca. Abbiamo richiamato l’attenzione su questi su questi temi in numerose occasioni. Il sistema dell’isolamento nel carcere dell’isola di Imrali è al di fuori dei confini del diritto nazionale ed internazionale, e in violazione degli accordi e delle convenzioni sui diritti umani. L’intero complesso del carcere di Imrali deve essere smantellato. Tutti coloro che sono coinvolti nel mantenere il totale isolamento nel carcere dell’isola di Imrali stanno agendo illegalmente e sono coinvolti nella violazione dei diritti umani in corso.
    Il solo modo per porre fine alla speculazione sullo stato di salute di coloro che sono incarcerati, e che preclude che ogni possibilità che queste voci diventino realtà è di rendere il carcere di Imrali trasparente.
    Noi chiediamo la fine immediata dell’isolamento. Aprire le porte del carcere di Imrali adesso!
    Chiediamo ancora una volta a tutti di:
    • esercitare pressioni sulle istituzioni internazionali di cui la Turchia è parte, vale a dire il Consiglio d’Europa e le Nazioni Unite, così come tutte le altre istituzioni politiche e dei diritti umani.
    • esercitare pressioni sui vostri rappresentanti locali per porre fine all’isolamento
    • aiutarci a raggiungere i nostri obiettivi: “Freedom for Abdullah Öcalan—Peace in Kurdistan” now.

    International Initiative “Freedom for Abdullah Öcalan–Peace in Kurdistan” Cologne, 15 March 2021
    URL of this statement: https://www.freeocalan.org/news/english/open-the-gates-of-imrali-now

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