Uruguay: il porto di Montevideo ai privati fino al 2081

A beneficiarne la multinazionale belga Katoen Natie grazie alla spregiudicatezza del presidente Luis Alberto Lacalle Pou, che ha sottoscritto un vero e proprio atto privato senza passare dal Parlamento, e alle minacce dell’impresa di ricorrere al Ciadi, l’istituzione della Banca mondiale che si pronuncia sempre a favore delle imprese all’insegna dei dogmi neoliberisti.

di David Lifodi

Il settore portuale e, più in generale, quello della logistica, rappresentano per le multinazionali una delle armi più sofisticate per penetrare in America latina e condizionare le attività e le politiche commerciali dei paesi sudamericani. È per questo che la transnazionale belga Katoen Natie si è fregata le mani quando ha appreso che il presidente uruguayano Luis Alberto Lacalle Pou, senza passare dal Parlamento, ma sottoscrivendo un vero e proprio atto privato, ha venduto all’impresa la gestione del terminal portuale dei container della capitale Montevideo, Cuenca del Plata, fino al 2081.

La vendita del terminal, presentata come un investimento necessario per ampliare Cuenca del Plata, rappresentava un pallino della famiglia Lacalle (già vi mirava il padre Luis Alberto, Lacalle, anch’esso presidente del paese dal 1990 al 1995), ma è stato sotto il governo del frenteamplista Tabaré Vázquez che Katoen Natie è divenuta padrona del terminal messo all’asta dal colorado Jorge Batlle, nonostante il Frente ne avesse denunciato i progetti di speculazione quando si trovava all’opposizione.

I belgi di Katoen Natie sono già proprietari di Seaport Terminals Montevideo S.A., Nelsury S.A., ma lo scalo portuale di Montevideo da tempo fa gola a molti, se è vero che, già nel 2017, la svizzera Mediterranean Shipping Company (MSC) aveva cercato di strappare Cuenca del Plata a Katoen Natie.

Dietro all’operazione spregiudicata, ma non sorprendente, di Luis Alberto Lacalle Pou e alla poca opposizione al progetto del suo predecessore Tabaré Vázquez vi è una lettera inviata dalla multinazionale belga ad entrambi. La missiva, del febbraio 2020, è arrivata pochi giorni prima che Vázquez lasciasse il palazzo presidenziale per far posto a Luis Lacalle Pou, in procinto di assumere la guida del paese dal 1° marzo 2020. Il contenuto era chiaro: se lo Stato uruguayano avesse scelto di affidare Cuenca del Plata ad un’altra impresa sarebbe stato citato in giudizio da Katoen Natie.

È anche per questo che, nell’aprile 2020, la maggioranza di destra attualmente alla guida del paese inizia i negoziati con Katoen Natie e riesce ad evitare che lo Stato uruguayano venga trascinato in giudizio.

Tuttavia è evidente che le modalità di concessione del terminal all’impresa restano, nella migliore delle ipotesi, poco trasparenti. Di fronte alle promesse di Katoen Natie, un investimento di 455 milioni di dollari per ampliare Cuenca del Plata, di cui lo stesso Uruguay si farà carico, Luis Alberto Lacalle Pou ha dato subito mandato a Luis Alberto Heber, ministro delle opere pubbliche, di chiudere l’accordo con la multinazionale belga, la quale ha beneficiato di una ulteriore concessione di 50 anni (oltre agli 11 risalenti alla prima concessione).

Katoen Natie ha annunciato con entusiasmo che trasformerà Cuenca del Plata nel centro logistico più moderno di tutta l’America latina, ma è chiaro che l’obiettivo della multinazionale belga è quello di ottenere il monopolio completo del porto di Montevideo. La minaccia dell’impresa, che aveva fatto capire di voler citare in giudizio lo Stato uruguayano, ha rappresentato un assegno in bianco che Luis Alberto Lacalle Pou e la banda di neoliberisti che governa il paese non aspettava altro che firmare.

A rivestire un ruolo determinante nell’intera vicenda è stata la minaccia di Katoen Natie di ricorrere al Ciadi – Centro internazionale per il regolamento delle controversie relative ad investimenti, l’istituzione della Banca mondiale tutt’altro che trasparente dove si risolvono i problemi sorti tra stati e multinazionali, ovviamente sempre a vantaggio di quest’ultime. L’impresa belga ha accettato di ritirare la sua minaccia solo quando è riuscita a strappare un accordo vantaggioso per i suoi interessi, un risultato ottenuto facilmente grazie alla presenza, a Montevideo, di un governo rimasto fedele ai dogmi del neoliberismo anni Novanta.

David Lifodi
Sono nato a Siena e la mia vera occupazione è presso l'Università di Siena. Nel mio lavoro "ufficioso" collaboro con il sito internet www.peacelink.it, con il blog La Bottega del Barbieri e ogni tanto pubblico articoli su altri siti e riviste riguardo a diritti umani, sindacalismo, politica e storia dell’America latina, questione indigena e agraria, ecologia.

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