Wu Ming 1: molti mondi oltre le colline

  riflessioni di Giuliano Spagnul su «Un viaggio che non promettiamo breve: 25 anni di lotte No Tav» incrociando Mapuche, «noi» e molto altro

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Nei lontani anni Settanta una coppia di critici americani di fantascienza parlando della capacità di vedere al di là dei puri e semplici fatti, auspicava che la fantasia speculativa dovesse correre liberamente verso “il mondo oltre le colline”1. Nell’introduzione alla ristampa del libro del collettivo di Un’ambigua utopia «Nei labirinti della fantascienza», Antonio Caronia ed io, riflettendo sulla morte della fantascienza (in quanto genere incalzato da una realtà che, ormai, lo sopravanza sempre e di più) prendendo a prestito quella efficace immagine ci chiedevamo: «quale “mondo oltre la collina” possiamo oggi desiderare ancora di immaginare se non quello di una valle in lotta contro il TAV? Giovani (comunque), percossi ma non rassegnati»2 . Questi giovani (comunque, al di là della loro data anagrafica) sono i protagonisti, non eroi né tantomeno anti-eroi, della difficilmente etichettabile opera di Wu Ming 1, «Un viaggio che non promettiamo breve. Venticinque anni di lotte No Tav» – Einaudi Stile libero, 652 pagine più una cartina pieghevole – uscito a fine ottobre.

Chi, come me, avendo seguito le cronache della lotta NO TAV volesse, dopo questo lungo arco di tempo, fare un po’ il punto della situazione – anche dopo aver visto il bellissimo documentario/intervista di Luca Rastello3 – si troverebbe di colpo a dover scegliere fra ben tre libri apparsi quasi in contemporanea: quello dell’antropologo Marco Aimé4, del ricercatore indipendente Alessandro Senaldi5 e infine di Wu Ming 1. Ho stranamente fatto una scelta, per me inusuale e mi sono indirizzato su quel che a prima vista prometteva essere il più narrativo, il meno saggistico dei tre. Forse per una certa diffidenza verso una ricerca antropologica, sociologica che temevo troppo accademica. La stimolante recensione di Sandro Moiso6 su questi due libri poi mi ha convinto del contrario e della loro validità; ma ormai avevo deciso e del risultato di questa scelta mi accingo ora a parlare.

Dalla quarta di copertina veniamo avvisati che «la voce del narratore ci fa passare dal romanzo di non-fiction alla chanson des gestes, dall’inchiesta serrata alla saga popolare di ispirazione latinoamericana, con omaggi a Gabriel Garcia Màrquez e al ciclo di Manuel Scorza». Con una qualche preventiva riserva mi sono infine immerso nella lettura per uscirne quasi d’un fiato pochi giorni dopo, galvanizzato da quelle gesta di lotta ma anche oppresso da un senso di disagio, non tanto per le sorti di quella valle – lì si sa che sarà düra – ma per le sorti piuttosto dell’Italia e del mondo intero, che pensano al contrario che non sarà così dura e basterà un sì (meglio tanti sì) per rispingere in avanti il “progresso”, quel progresso che si vuole infinito. Ma certo, come scriveva Giorgio Manganelli: «i libri che non danno disagio sono libri diseredati dagli dèi, sassi deceduti lungo il sentiero»7. E lungo questo sentiero che percorre tutta la Val di Susa ne troviamo di sassi non deceduti che, al contrario, sono vivi e animati di buone intenzioni: quelle di essere scagliati contro gli invasori di ieri e di oggi. Cambiano le divise ma le modalità sono sempre le stesse: opprimere, piegare, ridurre al silenzio, all’acquiescenza impaurita degli occhi bassi. Wu Ming 1 dispiega il racconto come fosse una ferrovia appunto e la punteggia di stazioni da cui salgono e scendono i viaggiatori/protagonisti e di scambi che ne modificano i percorsi temporali quanto gli spazi geografici. Ci si può trovare così tra i filatoi in valle di fine Ottocento, insieme alle «cite (bambine) (…) con le mani nell’acqua, così per dieci ore». Oppure tra i nativi mapuche, fra Cile e Argentina, nella Patagonia, che lottano contro – no, non contro gli yankee, gli imperialisti stelle e strisce – contro di noi, gli italiani del signor Benetton e del nostro gioiello nazionale Enel. Anche i mapuche erano ovviamente arrivati in valle, d’altronde «non c’è da stupirsi che i mapuche tentassero di far conoscere la loro lotta in Italia. L’Italia era il ventre della bestia»8. Bestia o altrimenti proposta in più momenti nel libro col nome – tra il vago e l’inquietante – di Entità. Prestito letterario più che sudamericano specificamente nordamericano, da H. P. Lovecraft che viene addirittura coinvolto nella narrazione tramite l’espediente epistolare. Quale maestro migliore per tentare di dar corpo e immagine al mostruoso che si aggira da un quarto di secolo in valle, nascosto sotto panni e lustrini dei cosiddetti servitori dell’ordine. Ma in valle non c’era solo l’entità con i suoi sgherri pronti a darle manforte, un contropotere si era organizzato e «l’orda d’oro era calata nella piana, buttando giù le recinzioni, mettendo in fuga le forze dell’ordine e smontando l’avvio del cantiere». Ecco il S. Giorgio che ucciderà il drago: l’orda d’oro9, quel corpo collettivo capace di «cospirare cioè respirare insieme». L’entità non respira, ansima; e come potrebbe altrimenti se il respiro è, come ci ricorda la filosofa Rossella Fabbrichesi: «l’espressione massima dell’umano – la nascita, la morte, il godimento sessuale – sono contrassegnate da intense esperienze di respiro: il pianto del bambino, trascinato nell’aperto del mondo, l’agonia del morente, contrassegnata dal rantolo, il respiro affrettato che accompagna l’amplesso»10 . E perché no? Il respiro ostruito, impedito dai gas dei lacrimogeni, urticanti, cancerogeni; respiro impedito di una vita impedita ma che ostinatamente resiste e che di fronte alla fine del mondo, contro cui nulla può, fa quello che le compete di fare: ricominciare ancora una volta. Ed è forse questo ricominciare ancora e ancora una volta da capo che fa dire allo scrittore che «la Libera repubblica ha davvero curvato lo spazio politico. Ha dato la sensazione che lì stesse accadendo qualcosa di assolutamente inedito nel nostro tempo. Per me era come essere contemporaneamente in un passato glorioso e sull’orlo del futuro». Sull’orlo, in bilico, ma non a scrutare il futuro, piuttosto a costruire futuro e soprattutto a sperimentare libertà. Perché è questa la grande posta in gioco, di questa piccola valle come del resto del mondo: insinuare «“coni d’ombra” nelle mappe del dominio “in cui praticare autonomia e sperimentare libertà”» perché la libertà non è quella cosa lì, preconfezionata, che aspetta solo di essere presa e consumata; ma piuttosto qualcosa di instabile che va esperito di volta in volta attraverso pratiche, conflitti, esperimenti del possibile. E le pratiche che questa valle costruisce e decostruisce da venticinque anni (ma anche da prima, come qui viene ben raccontato) rivolte al loro interno, fra i membri della comunità e all’esterno, verso gli altri, gli amici ma anche i nemici (coloro che vogliono imporsi come dominatori) sono la condizione imprescindibile che permette questa assidua e indomita resistenza. Una pratica che con lo slogan «A sarà düra», un grido «rivolto sia all’avversario, come minaccia, sia al movimento stesso, come monito» costruisce una sorta di sopportazione non rassegnata che insieme a un altro slogan forte – «Si parte insieme e si torna insieme (…) non lasciare indietro nessuno» – costituisce una sperimentazione per un vero e proprio processo alchemico che tenti la trasmutazione “dal corpo proprio al corpo comunitario”11. Un processo politico ricchissimo che prende e filtra dai laboratori del passato, grazie forse anche alla posizione strategica di un posto che è valle, conca ma anche via di passaggio, di transito di quella «piazza laica viaggiante» che è sempre stato il treno (ma del quale la pubblicità funerea, di qualche tempo fa, di Freccia Rossa sembra annunciare la fine). In mezzo alla difficoltà delle lotte in tutt’Italia, il laboratorio valsusino sembra essere un’eccezione, che l’autore interroga a più riprese lungo tutto il libro: «perché, sotto l’aspetto della resistenza, quel margine estremo di territorio nazionale, quel lembo d’Italia misconosciuto, quella zona di confine fosse diventata un centro, e i territori più centrali fossero divenuti marginali». Un’anomalia, ma la cui stranezza, nell’evolversi del racconto viene meno. Le domande che quelle lotte e quelle pratiche pongono ci interrogano su come fare «ad avere una vita vera nella vita falsa» e come fare a resistere alle «narrazioni tossiche» del dominio. Domande vitali per tutti noi, la cui possibilità di deroga ci sta portando rapidamente verso il baratro. Al contrario, l’esser stati costretti ad affrontarle, offre forse agli abitanti di quella valle la possibilità di avere ancora un futuro. Il NO FUTURE non suona ancora in valle anche se potrebbe apparire il contrario.

Mi rendo conto che dovrei scrivere ancora pagine e pagine su questo libro e alla fine forse mi ritroverei a riscriverlo borgesianamente pagina per pagina. Con rammarico non scriverò di Askatasuna, di Sole e Baleno, del rapporto fra i cattivi di fuori e i primitivi della valle e dell’ombra che ricorre spesso, per motivi diversi, di Genova 200112. Non scriverò dell’incazzatura di ogni volta che sento pronunciare la parola NIMBY13 da qualche servo dell’informazione; del tempo e della lotta per riprenderselo, contro il suo consumo da parte della velocità (e di una delle sue macchine celibi, l’AV). E ancora della deturpazione e devastazione dei territori e dei corpi delle persone, di padre Pio NO TAV, del sabotaggio e di folletti e streghe; insomma decisamente troppo per una sola recensione.

Mi soffermerei per finire su un ultimo punto: quel «noi partecipativo» che ha causato un processo e una condanna alla ricercatrice dell’Università Ca’ Foscari di Venezia Roberta Chiodi. Roberta che era presente a un’azione di protesta in valle per la propria tesi di Antropologia Culturale sul movimento NO TAV è stata imputata e condannata per aver «descritto l’azione usando la prima persona plurale», nonostante non le sia stata contestata nessuna partecipazione diretta agli scontri. Un’altra ricercatrice lì presente come lei era stata assolta proprio per l’assenza di quel «noi partecipativo». Quel “noi”, incriminato perché denunciante «un ruolo attivo e non certo di mera osservatrice» è in realtà una seria e definitiva autoaccusa. Confessa il proprio rifiuto a una posizione neutra e falsamente obiettiva. Come ricorda l’antropologa Clara Gallini: «la ricerca sarà di tanto più obiettiva quanto più sarà ‘partigiana’».14 Insomma la falsa neutralità, qualunque sia l’analisi che andrà a elaborare, necessariamente sosterrà il gioco del dominio puntellandone la legittimità. Concludiamo con il lapidario finale «era chiaro a tutte e a tutti: nessuno avrebbe portato in dote al movimento la vittoria. La vittoria andava conquistata».

Nota 1: Alexei e Cory Panshin, Mondi interiori, Editrice Nord, Milano 1978, p. 13

Nota 2: Antonio Caronia e Giuliano Spagnul (a cura), Nei labirinti della fantascienza, Mimesis, Milano 2012, p. 16 #0000ff;">http://un-ambigua-utopia.blogspot.it/2015/01/nei-labirinti-della-fantascienza.html

Nota 3: “Una stanza di casa mia. Val di Susa e dintorni: una conversazione con Luca Rastello” di Daniele Gaglione.

Nota 4: M. Aimé, Fuori dal tunnel, Meltemi, Roma, 2016

Nota 5: A. Senaldi, Cattivi e primitivi, Ombre corte, Verona, 2016

Nota 6: S. Moiso http://www.labottegadelbarbieri.org/fuori-dal-tunnel-cattivi-e-primitivi/

Nota 7: G. Manganelli, Laboriose inezie. Garzanti, Milano 1986, p. 17

Nota 8: Il gruppo Benetton «possedeva 900 000 ettari di terre in tutto il Paese, buona parte dei quali in Patagonia, su terre ancestrali dei mapuche, che da anni lottavano per riaverle, subendo la repressione poliziesca e giudiziaria». L’Enel «grazie alla politica di privatizzazioni del regime di Pinochet (…) era diventata proprietaria dell’82 per cento dei fiumi e dei laghi del Cile». Con la costruzione di cinque dighe si dovrebbe allagare 5.900 ettari di riserva naturale in gran parte abitata dai mapuche.

Nota 9: Primo Moroni e Nanni Balestrini, L’orda d’oro, SugarCo 1988 poi Feltrinelli 1997 e 2003

Nota 10: R. Fabbrichesi, In comune. Dal corpo proprio al corpo comunitario. Mimesis, Milano 2014, p. 30

Nota 11: per giocare ancora col felice sottotitolo del libro di Rossella Fabbrichesi

Nota 12: Nel blog che qui mi ospita si è già parlato dell’unico cattivo punito di quegli eventi di inizio secolo, Francesco Puglisi reo di aver distrutto un bancomat a Genova e condannato a 14 anni di galera. La sua ragazza si è tolta la vita per aver causato incidentalmente il suo arresto da latitante. http://www.labottegadelbarbieri.org/solidarieta-a-francesco-puglisi-detenuto-per-il-g8-di-genova/

Nota 14: acronimo per Not in My Back Yard «significava ‘non nel mio cortile’. –Ma se non lo curo io, il mio cortile, chi altri lo farà? – mi aveva detto un attivista».

Nota 14: C. Gallini, Le buone intenzioni, Guaraldi, Firenze, 1974, p. 90. Da un’altra prospettiva Michael Bachtin, L’autore e l’eroe, Einaudi, 1988, p. 116: «Nessuno può occupare una posizione neutrale verso l’io e l’altro; il punto di vista astrattamente conoscitivo è privo di un approccio di valore: per un orientamento di valore è necessario occupare un posto unico nell’evento unitario dell’esistenza, è necessario incarnarsi».

 

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