Memorie selettive e matasse piene di nodi

Una recensione – in lieve ritardo – a «Cent’anni a Nordest: viaggio tra i fantasmi della “guera granda”» di Wu Ming 1 (**)

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«Dobbiamo fare i conti con questi intrichi di identità, con le nostre memorie selettive, con matasse piene di nodi»: così Wu Ming 1 in «Cent’anni a Nordest» (Rizzoli: 274 pagine per 17 euri) uscito a giugno e dedicato ad Antonio Caronia.

Se la firma è Wu Ming (in collettivo o singolarmente) i libri sono sempre belli, perlopiù tendenti all’ottimo. Lo conferma questo viaggio nella ragnatela che si avvolge attorno al Nordest.

Si inizia con un cimitero in fiamme (agosto 2013) e con un cimitero «errante» (giugno 2007). Sino all’ultima riga – «Bentornati, fantasmi della diserzione» – non ci si annoia mai. Persino «i titoli di coda» (in sostanza le indicazioni biblio-sito-grafiche, qualche nota e ulteriori suggestioni/provocazioni) non hanno il noioso sapore della pappa per “specialisti”.

E’ un reportage narrativo? O un racconto-inchiesta? O un montaggio di storia, cronaca, mappe e dubbi? La definizione, qui più che mai, interessa zero. La quarta di copertina suggerisce il cammino: «A Nordest il passato si confonde con il presente, tra memorie rimosse ed eredità inconfessate. Così ho deciso di studiare, intervistare, mappare, scrivere».

Nordest vuol dire i luoghi della prima guerra mondiale, «la guera granda, nelle parlate venete». Qui c’è il fiume della retorica, «la Piave» ribattezzato maschio perché gli eroi – si sa – non possono essere femmine. Qui Gorizia, «tu sei maledetta». E qui Caporetto, «o meglio Kobarid». Trento e Trieste, sempre citate insieme pur se sono lontane e diverse. Ed ecco Bolzano «che non era “irredenta” né italiana, ma già che ci siamo prendiamola».

In questo centenario del grande massacro il Nordest è pieno di ambigue, macabre, talvolta fasciopatriottarde “offerte turistiche”.

La pianura veneta – sintetizza Wu Ming 1 (d’ora in poi WM1) – è «divorata dalla psoriasi del mattone e del cemento». In meno di 40 anni «questa terra è passata dalla miseria […] a una ricchezza perseguita con pochi freni», al leghismo-razzismo, alle spinte secessioniste. A me torna sempre in mente l’esplosivo mix di soldi e ignoranza cantato dai Pitura Freska per spiegare come/dove nascono i Pietro Maso.

«Suolo e sangue. Blot und Boden»: da queste parti, più che altrove, torna a risuonare l’antico, terribile; commenta l’autore, citando Karl Kraus, «l’unione di sangue e terra provoca il tetano». La prima parte del libro si muove fra indipendentismi, austronostalgie, «mitologie tossiche» (e perlopiù inventate). Molta merda, tanto kitsch e dunque torna utile a WM1 la definizione di kitsch che venne proposta da Milan Kundera: «Un mondo dove la merda è negata e dove tutti si comportano come se non esistesse».

Ma ogni tanto, nelle pieghe del passato inventato, affiora anche qualche complicata verità: a esempio, «con l’annessione all’Italia, Trieste non sembra aver fatto un buon affare». Muovendosi – 100 anni dopo – fra le spinte “identitarie” di Trieste incontreremo persino Bruce Springsteen: una grottesca vicenda del giugno 2012.

Attenzione: «la nostalgia per gli Asburgo può nasconderne una più lercia: quella per le SS». Pochi lo ricordano ma «dal 10 settembre 1943 al 1 maggio 1945, con la creazione della Zona Operazioni Litorale Adriatico, de facto Trieste fu annessa al Terzo Reich». E c’è oggi chi rivendica quei “bei tempi”.

In molti punti il reportage di WM1 deve fare i conti con l’assurdo. Per citarne solo due.

La rivendicazione di un Putin dalle origini venete tocca i vertici della insensatezza. I dettagli sono importanti. E allucinanti. Visto che la desinenza “in” è «tipicamente veneta», alla fine WM1 taglia corto: «Vero. Lenin era di Montebelluna, Rasputin di Monselice, Gagarin di San Donà di Piave».

Pazzesca è anche la vicenda del fascistissimo fregio dello scultore Giovanni Piffrader che, dopo 70 anni di repubblica nata dall’antifascismo, è ancora lì a Bolzano, in bella vista, con «il motto CREDERE OBBEDIRE COMBATTERE» (e anzi i lavori non erano finiti perciò si provvide a sistemare l’opera nel 1957, «in occasione di una visita del presidente Gronchi»).

«Si fa presto a dire Nordest» ma – spiega WM1 – quelle tre regioni sono diversissime fra loro.

«Non parleremmo di “Nordest” senza la Prima guerra mondiale. Il Nordest è il prodotto di quella guerra che operò una cesura irreversibile […] Il Nordest è figlio della guera granda in ogni suo aspetto a cominciare dal paesaggio». Di nuovo, con bravura, Wu Ming 1 intreccia passato e presente: a esempio tentando di rispondere a una ben scomoda domanda, ovvero come mai nel Trentino e Alto Adige (dove «c’è un Welfare che altrove te lo sogni») «ci si ammazza più che altrove?».

Dopo aver ragionato sul mito degli Alpini e degli Schutzen, sulle «due destre» e sulla memoria antimilitarista che ogni tanto riaffiora, il libro prova a fare i conti con alcuni nodi – «vanno sciolti con pazienza, uno a uno» – del passato, chiedendosi se «il centenario della Grande guerra, coi suoi 4 anni di ricorrenza» potrebbe essere un’occasione per un ragionamento collettivo. (A parer mio è una domanda retorica se rivolta alle istituzioni ma serissima se la consideriamo l’invito a un brainstorming popolare).

I grandi cimiteri nazionalisti e fascisti. O il Carso, «che in tedesco si chiama Karst, in sloveno Kras». Ronchi che usa il suffisso «dei Legionari» ma qualcuno vorrebbe ribattezzare «dei partigiani». Le infamie di Cadorna, di Andrea Graziani, del Duca d’Aosta. Le fucilazioni sommarie di Villesse, di Cervicento, di … («durante la guerra si svolsero ben 162.563 processi» per diserzione). Il «monumento al disertore di tutte le guerre» a Rovereto (nel novembre 2004). Ma anche il presidente Napolitano che elogia «il superiore senso dello Stato» del fascista Giorgio Almirante. L’oggi degli aerei da guerra F 35. Il cambio di nome a Udine del «piazzale Cadorna» nell’agosto 2011… Sono alcune tappe del viaggio di Wu Ming 1.

Storie sepolte: dalla retorica e dalla censura più che dal tempo. Ma che qualcuno oggi racconta. Come l’attore e regista Alessandro Anderloni: come il drammaturgo Massimiliano Speziani; come – aggiungo io – la lettura «Ancora prigionieri della guerra» (*). Come questo libro importante, anzi indispensabile. «Perché diserzione e disobbedienza non sono “acqua passata sotto i ponti” ma domande poste al presente, a chi vuole fare la guerra oggi».

(*) Essendo parte in causa (co-autore con Francesca Negretti) non mi dilungo sulla lettura «Ancora prigionieri della guerra»; chi vuole saperne di più troverà informazioni qui in “bottega”.

(**) Questa sorta di recensione va a collocarsi nella rubrica «Chiedo venia», nel senso che mi è capitato, mi capita e probabilmente continuerà a capitarmi di non parlare tempestivamente in blog di alcuni bei libri pur letti e apprezzati. Perché accade? A volte nei giorni successivi alle letture sono stato travolto (da qualcosa, qualcuna/o, da misteriosi e-venti, dal destino cinico e baro, dalla stanchezza, dal super-lavoro, dai banali impicci del quotidiano +1, +2 e +3… o da chi si ricorda più); altre volte mi è accaduto di concordare con qualche collega una recensione che poi rimaneva sospesa per molti mesi fino a “morire di vecchiaia”. Ogni tanto rimedio in blog a questi buchi, appunto chiedendo venia. Però, visto che fra luglio e agosto ho deciso di recuperare un bel po’ di queste letture e di aggiungerne altre, mi sa che alla fine queste recensioni recuperate e fresche terranno un ritmo “agostano” quasi quotidiano, così da aggiornare in “un libro al giorno toglie db di torno” quel vecchio detto paramedico sulle mele. D’altronde quando ero piccino-picciò e ancora non sapevo usare bene le parole alla domanda «che farai da grande?» rispondevo «forse l’austriaco (intendevo dire “astronauta” ma spesso sbagliavo la parola) oppure «quello che gli mandano a casa i libri, lui li legge e dice se van bene, se son belli». Non sono riuscito a volare oltre i cieli, se non con la fantasia; però ogni tanto mi mandano i libri … e se no li compro o li vado a prendere in biblioteca, visto che alcuni costano troppo per le mie attuali tasche. «Allora fai il recensore?» mi domandano qualche volta. «Re e censore mi sembrano due parolacce» spiego: «quel che faccio è leggere, commentare, cercare connessioni, accennare alle trame (svelare troppo no-no-no, non si fa), tentare di vedere perché storia, personaggi e stile mi hanno catturato». Altra domanda: «e se un libro non ti piace, ne scrivi lo stesso?». Meditando-meditonto rispondo: «In linea di massima ne taccio, ci sono taaaaanti bei libri di cui parlare perché perder tempo a sparlare dei brutti?». (db)

 

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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