Benvenuto Nao, robot casalingo…

…  Ti saluto anche da parte di nonno Erone e di ben due Stephen

di Fabrizio “Astrofilosofo” Melodia

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Ciao Nao, benvenuto: sei il nostro primo robot casalingo. Non è l’incipit di un racconto di fantascienza nello stile de «L’uomo bicentenario» di Isaac Asimov in cui una famiglia statunitense porta a casa il primo robot domestico senziente, in grado d’imparare – o si tratta di un paradossale “difetto di fabbricazione”?- e dunque evolversi come un essere umano andando oltre il semplice servire.

Siamo dinanzi a una vera creatura robotica, di nome Nao. Il suo cervello è nientemeno che l’intelligenza artificiale Watson, progettata e realizzata da Ibm, la quale ha pensato bene di far dare un corpo all’anima da lei realizzata.

Nao è un robot alto all’incirca 60 centimetri, progettato e costruito dalla Aldebaran Robotics, dotato del supercervello dell’Ibm, il quale si è già messo in luce per essere riuscito a battere un essere umano in un quiz-show televisivo.

Ora tale mente ha un corpo, in grado di muoversi e agire. Watson, l’intelligenza artificiale, è in grado, per mezzo di connessione wifi, di ricercare informazioni in Rete, al ritmo di 300 pagine al secondo: riconosce odori, persone, espressioni facciali e suoni, grazie a una gigantesca banca dati situata nel cloud (hard disk virtuale di notevoli dimensioni, paragonabili ormai a quelle del cervello dell’androide Data di «Star Trek») della multinazionale che l’ha prodotto.

Viene presentato a Milano, dove l’Ibm ha investito all’incirca 150 milioni di dollari in un centro ricerca che porta il suo nome, in compagnia di Michelle Unger, il responsabile della divisione Cognitive Computing.

Nao risponde alle domande con la sua voce sintetica dal timbro infantile, analizzando i dati di coloro che erano registrati all’evento, suddividendoli per professioni in percentuale, oltre a dare consigli a Michelle Unger, tramite apposita app inserita nella sua memoria, per esempio di pranzare al ristorante del noto chef Carlo Cracco: in modo molto simile alle app installate sul cellulare, comparando migliaia di dati con un algoritmo dedicato.

Le applicazioni dell’intelligenza artificiale Watson creata dall’Ibm e del corpo costruito dall’Aldebaran Robotics sono tutte puntate al mondo del lavoro e dell’industria: non per nulla l’impennata è avvenuta proprio nei Paesi orientali, dove già erano stati costruiti robot come Asimo, un maggiordomo dall’intelligenza artificiale molto semplice, o Pepper, assistente personale che accoglie clienti o assiste anziani nelle case, oppure come Connie, che riceve i clienti all’Hilton Hotel ad Austin, in Texas.

Secondo una stima dell’Idc – gruppo mondiale specializzato in ricerche di mercato, consulenza e organizzazione di eventi in ambito It e Tlc – nel 2019 il mercato dei robot varrà all’incirca 135 miliardi di dollari, con una crescita annua del 17 per cento.

Gli studiosi sono assai preoccupati: Burt Selman, docente di scienza del computer alla Cornell University, stima che nel prossimo trentennio la metà dei posti di lavoro sarà a rischio, perché Nao e compagni soppianteranno i colleghi umani.

Personalità come Elon Mask, Bill Gates e il fisico Stephen Hawking sono intimoriti dalla possibilità che l’intelligenza artificiale si evolva a tal punto da soppiantare l’essere umano.

Un altro Stephen – famoso quanto Hawking – ovvero il buon King, autore di tanti capolavori del fantastico, sostiene che i timori dei colleghi si basano solo sulle ataviche paure dell’ignoto e sull’istinto di conservazione della specie. E’ necessario fare un passo avanti per comprendere in realtà quanto i robot non siano altro che una nuova forma di vita: camminerà al passo dell’essere umano, in pace e libertà. King non ha tutti i torti. E qui dovremmo ripercorrere con la mente l’evoluzione dell’uomo artificiale fin dalla culla dell’antica Grecia. Tutto – o quasi – iniziò da un certo Erone di Alessandria (di poco più giovane di Gesù, insomma vissuto in quel periodo che molti chiamano I secolo dopo Cristo, altri I secolo EC, dell’era comune) e dalla sua scuola, con gli allievi Ctesibio e Filone di Bisanzio i quali ne continuarono gli insegnamenti.

Quando gli scritti di Erone – su idraulica, meccanica e pneumatica, conservati dagli arabi e dai bizantini – furono riscoperti e tradotti in latino e in italiano, nel tardo 1500, si cominciò a riprodurre le sue macchine, in particolare sifoni, idranti, organi idraulici, l’eolipila (antenato del motore a getto e della macchina a vapore) e, in particolare, quelli che oggi chiamiamo robot, su cui Erone aveva scritto il trattato più noto. dall’emblematico titolo «Automata», in cui alcuni pupazzi meccanici agivano con movimenti programmati in un teatrino appositamente costruito.

Di questi meccanismi, molti erano noti in Grecia, ma quasi tutti andarono perduti e/o sopravvissero solamente vaghe testimonianze: uno dei più famosi è il cosiddetto meccanismo di Anticitera, molto probabilmente proveniente dalla città di Rodi, dove, secondo una poesia di Pindaro, pare vi fosse una grande tradizione di automi meccanici: ipotesi che viene recentemente ripresa dal mangaka Go Nagai, il quale immagina che gli automi dell’antica Grecia siano sopravvissuti fino ai giorni nostri e un archeologo dei nostri tempi li usi per impadronirsi del mondo intero.

Altri elementi che attestano la grande tradizione di automi ellenistici sono ravvisabili nel mito di Dedalo, il quale usò l’argento vivo per far “respirare” le proprie statue, oppure nel mito di Efesto e delle sue donne meccaniche. O ancora, secondo il poeta Esiodo, nel mito dell’uomo meccanico bronzeo di nome Talo e della donna Pandora.

Anche dall’antica Cina ci arriva un curioso resoconto sugli automi: si trova nel testo del «Libro del Vuoto Perfetto» (Liè Zĭ) scritto nel III secolo avanti Cristo. In esso vi è la descrizione di un più antico incontro fra re Mu del regno di Zhou (1023-957 a. C.) e un ingegnere meccanico chiamato Yan Shi, un «artefice».

E siccome il mondo islamico non è secondo a nessuno, ecco che all’arabo Al-Jazari viene attribuito il primo trattato sugli automi (1206) usato per costruire una serie di robot umanoidi programmati per suonare e intrattenere le persone. Al-Jazari inventò pure un ingegnoso automa per lavarsi le mani, utilizzando per la prima volta il meccanismo di scarico delle acque sporche che oggi si usa nei nostri bagni di casa.

Non poteva mancare Leonardo Da Vinci: secondo appunti del «Codice Atlantico», ritrovati solo nei tardi anni Cinquanta, il geniaccio dei geniacci realizzò – intorno al 1495 – disegni dettagliati per un cavaliere meccanico in armatura, che era apparentemente in grado di alzarsi in piedi, agitare le braccia, muovere testa e mascella.

Erone di Alessandria con la sua opera «Automata» trovò dunque terreno molto fertile quando venne riscoperto in pieno Rinascimento, costituendone quasi un aspetto fondamentale, almeno quanto lo stesso Leonardo Da Vinci avesse espresso nel disegno dell’Uomo Vitruviano, come già ho scritto in note precedenti qui in “blottega”.

Molti automi furono realizzati tra 1600 e 1700 da parte degli artigiani delle libere città imperiali, i quali li situarono nelle famose “Wunderkammer”, le stanze delle meraviglie meccaniche.

Il filosofo Renato Cartesio, nelle sue ricerche su anima e corpo degli esseri umani, fece notare quanto i corpi degli animali siano nient’altro che complesse macchine: le ossa, i muscoli e gli organi potrebbero essere rimpiazzati da pulegge, pistoni e camme.

Ma dovevano passare oltre 100 anni dalla morte di Cartesio perché venisse costruito il “primo” automa del mondo – o dei tempi moderni, forse – ovvero “Il suonatore di flauto” del francese Jacques de Vaucanson, nel 1737. Egli costruì inoltre un’anatra meccanica, detta «digeritrice», che dava l’illusione di nutrirsi e defecare, avvalorando così le idee cartesiane… gli animali non sono altro che macchine biologiche.

Il periodo tra il 1860 e il 1910 è conosciuto come «l’età d’oro degli automi». In quegli anni prosperavano a Parigi numerose piccole imprese familiari di costruttori che dalle loro officine esportarono in tutto il mondo migliaia di automi e uccelli meccanici che cantavano. Sono questi automi francesi a essere collezionati oggi: sebbene oggi rari e costosi, attraggono collezionisti da ogni parte del mondo. I principali costruttori francesi furono Vichy, Roullet & Decamps, Lambert, Phalibois, Renou e Bontems.

La fantascienza moderna nasce nel 1818 con «Frankenstein o il moderno Prometeo» ma quella popolare, di grande successo data invece 1899 con il romanzo «La guerra dei mondi» di Herbert George Wells ed era figlia di questa forte evoluzione tecnologica. Nel romanzo deboli alieni portano morte e distruzione perché hanno a disposizione giganteschi automi da combattimento, una sinistra metafora dell’imperialismo britannico.

E non dimentichiamo lo schiavismo della classe operaia, tanto ben rappresentata nell’opera «Rur» di Karel Capek, in cui per la prima volta – siamo nel 1921 – si usa il termine robot, dal cecoslovacco “robota”, ovvero servire.

Dunque Stephen King non ha tutti i torti a sottolineare che certi timori, anche illustri, siano quelli di una classe dominante che da sempre ha sfruttato la forza lavoro e che teme di venire soppiantata o cancellata, venendo meno la necessità della schiavitù del lavoro e del salario.

Volendo le coincidenze potrebbero moltiplicarsi. Rammentate forse l’origine del nome di HAL 9000, il computer del film «2001: Odissea nello spazio», il quale impazzisce – o di nuovo si tratta d’un difetto di fabbricazione? – a seguito della conoscenza dell’obiettivo di raggiungere il “monolite nero”. Infatti usando il cifrario di Cesare (se non sapete cos’è…. guardate qui: Cifrario di Cesare – Wikipedia) con lo spostamento in avanti di una sola lettera dell’alfabeto (invece che di tre, come nel vero cifrario) al posto di “H-A-L” si ottiene I-B-M. Tale ipotesi fu smentita dallo scrittore Arthur C. Clarke e dal regista Stanley Kubrick, ma la coincidenza sembra grandissima, non dimenticando che il logo Ibm appare sul braccio di una tuta spaziale proprio nel film.

Insomma i robot sono nuove forme di vita ben disposte oppure nemici “naturali” che alla fine soppianteranno gli obsoleti e deboli esseri umani? Nel frattempo – cioè mentre Nao e compagni si evolvono – vorrei ricordare i cyloni, robot uniti a vere intelligenze artificiali ottenute grazie alla Rete Globale che permette loro d’esistere: siamo nella serie «Battlestar Galactica». Il loro casuale creatore, Daniel Graystone, li creò per essere lavoratori docili e obbedienti, senza diritti al salario, alle ferie o al riposo. I Cyloni maturarono nel tempo la consapevolezza di essere schiavi e non accettarono più quella condizione, dando origine alla guerra contro l’umanità, che si concretizzò nella distruzione delle 12 colonie e alla fuga dei superstiti umani a bordo della nave da guerra BattleStar Galactica: «I cyloni furono creati dagli umani. Furono creati per rendere la vita più facile sulle 12 colonie. Ed ecco che venne il giorno in cui i cyloni decisero di sterminare i loro padroni. Dopo una guerra lunga e sanguinosa, fu dichiarato un armistizio. I cyloni se ne andarono alla volta di un altro mondo che potessero chiamare casa. Fu costruita una remota stazione spaziale… dove gli umani e i cyloni potessero incontrarsi e mantenere relazioni diplomatiche. Ogni anno i coloniali inviano un ufficiale… i cyloni nessuno. Nessuno ha mai visto o avuto notizie dai cyloni per oltre 40 anni».

Il ciclo di «Battlestar Galactica» – creato da Ronald D. Moore, già prolifico autore della serie tv «Star Trek: The Next Generation» – mette in luce la cecità dell’essere umano dinanzi alle forme di vita diverse da lui, considerate solo come un mezzo e non come un fine, come entità meritevoli (quanto lui) di esistere e di essere libere e felici.

Nao e compagni forse non vorranno sostituirci ma semplicemente essere nostri amici in una pacifica e fraterna convivenza, in quanto essi saranno privi dell’avidità e della cupidigia proprie del sistema di produzione capitalistico: forse alla fine saranno i prodotti di questo sistema a soppiantare il capitale, liberando i loro creatori dalla schiavitù in cui sembrano tanto contenti di esistere.

L'astrofilosofo
Fabrizio Melodia,
Laureato in filosofia a Cà Foscari con una tesi di laurea su Star Trek, si dice che abbia perso qualche rotella nel teletrasporto ma non si ricorda in quale. Scrive poesie, racconti, articoli e chi più ne ha più ne metta. Ha il cervello bacato del Dottor Who e la saggezza filosofica di Spock. E' il solo, unico, brevettato, Astrofilosofo di quartiere periferico extragalattico, per gli amici... Fabry.

3 commenti

  • Vorrei aggiungere un piccolo p.s.: nella serie televisiva “Star Trek:The Next Generation”, l’androide Data si mette in luce per essere un ottimo sindacalista del futuro, difendendo i diritti dei robot minerari….

  • Astrofilosofo ha toccato il tema dei temi, la contraddizione che porterà fatalmente al crollo della civiltà oppure al superamento del modo di produzione capitalistico: Il problema della estrazione del plusvalore e realizzazione del profitto. I robot non creano valore, i capitalisti che li usano si appropriano del valore creato altrove, del valore creato dal lavoro salariato. L’abbattimento dei costi che l’introduzione dei robot permette rende concorrenziale il capitalista che li usa, che quindi entra vantaggiosamente nella ripartizione della rapina del frutto del lavoro umano, senza però contribuire all’incremento del profitto complessivo. Il capitale da ammortizzare aumenta, diminuisce il valore prodotto. Quando la presenza dei robot diventerà una porzione significativa del lavoro complessivo non ci sarà abbastanza profitto per remunerare i capitali investiti. Si verificherà a quel punto una crisi di sovrapproduzione permanente, una crisi tale da far impallidire quella che stiamo attraversando. É a quel punto che agli uomini si porrà l’alternativa di prendere nelle proprie mani la direzione della società, togliendola alle forze cieche e oscure che lavorano per l’accumulazione o sprofondare in una barbarie senza fine di guerre, miserie e dispotismo vari. Fra quanti decenni ancora? Due, tre? Chi lo può dire? La storia riserva continue sorprese. Difficile però riservi la sorpresa di un capitalismo capace di superare indenne il giro di boa della prima metà del secolo.

    • Carissimo MAM, che dirti? Mi trovi perfettamente concorde con te. Purtroppo vorrei essere cosi ottimista e confidare nel movimento concreto che abbatte lo stato di cose presenti. Ma il pessimismo dell’intelligenza deve cedere all’ottimismo della volontà. E la fantascienza è il connubio eccellente di questi due aspetti. I cyborg ne sono una prova ne concreta che un nuovo essere umano è possibile oltre alle logiche di mercato e allo stra potere dell’American Way of Life, di cui persino Superman ha cominciato a vederne tutte le perversioni e non solo i limiti. Per risponderti, scriverò un articolo a parte citando questo tuo sapiente commento. E parlerò di ginoidi… Giusto per restare in tema di utopie al femminile…. Grazie davvero con tutto il cuore

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