Ecuador: un paese carcere

Il presidente Daniel Noboa, sul modello del salvadoregno Bukele, vuol costruire degli enormi penitenziari, compresi alcuni flottanti, per risolvere il problema della delinquenza. Negli ultimi cinque anni, in Ecuador, il tasso di violenza è quintuplicato.

di David Lifodi

                                                 Foto: https://www.nodal.am/

Giovani, ma già avvezzi alla repressione a qualunque costo. Dopo il presidente salvadoregno Bukele, che ha fatto notizia per aver costruito il più grande penitenziario dell’America latina, denominato Centro de Confinamiento para el Terrorismo, adesso è la volta di Daniel Noboa.

Il presidente dell’Ecuador, eletto il 15 ottobre scorso, resterà in carica soltanto fino al 2025, il tempo necessario per portare a termine il mandato interrotto volontariamente dal suo predecessore, il banchiere Guillermo Lasso, tramite il controverso meccanismo della muerte cruzada, ma ha già le idee chiare: la costruzione di mega carceri sembra essere uno dei suoi obiettivi principali.

Del resto, la volontà di trasformare il paese in un’immensa prigione non sorprende, poiché è stata proprio la sua promessa di utilizzare il pugno duro in un paese ormai in preda al crimine organizzato a consentirgli di vincere le elezioni, ma a preoccupare, nella sua intervista rilasciata lo scorso 6 dicembre, Una mirada a Quito, è l’intenzione di seguire l’esempio di Bukele. Noboa si affiderà infatti alle stesse imprese che hanno lavorato per soddisfare l’urgenza di Bukele di poter disporre in breve tempo del più grande carcere del continente latinoamericano e costringere all’isolamento i detenuti più pericolosi.

Uno dei rischi maggiori del proclama di Noboa è che avvenga quanto sta già accadendo da tempo in El Salvador: le carceri piene a causa di arresti indiscriminati e i veri signori del crimine organizzato fuori a dettare la linea di governo alle principali istituzioni del paese. A far discutere, in particolare, è la richiesta di cooperazione inoltrata da Noboa a Israele per la costruzione di penitenziari definiti “supermax” nonché delle cosiddette cárceles barcazas, in attesa che vengano costruiti istituti di pena sul modello di quelli salvadoregni.

Le cárceles barcazas sono delle carceri flottanti, a cui Noboa aveva già fatto riferimento in campagna elettorale: secondo il presidente dell’Ecuador questa sarebbe la soluzione per risolvere, almeno momentaneamente, il problema del sovraffollamento carcerario. Si tratterebbe, in pratica, di imbarcazioni blindate, impossibilitate, però, a rimanere a lungo in mare aperto, poiché avrebbero necessariamente bisogno di cibo per i detenuti, combustibile e tutto ciò che è necessario per la manutenzione delle imbarcazioni stesse, oltre ad essere comunque costrette a rimanere ancorate nei pressi della costa.

Il costo per ogni imbarcazione flottante ammonterebbe a circa otto milioni di dollari all’anno e dovrebbero essere ospitati almeno 400 detenuti di massima pericolosità, ma l’Ecuador non è in grado di spendere simili cifre e, in più, le crisi carcerarie, gli scontri e gli episodi di violenza che, almeno dal 2020, si ripetono con sempre maggior frequenza nel paese, non verrebbero risolti da misure di confinamento, anzi, quest’ultime violerebbero apertamente i diritti umani dei detenuti.

L’Ecuador avrebbe bisogno di una riforma carceraria profonda, ma lo slogan “mano dura, più carceri”, preso in prestito da Bukele, sul modello del carcere di Guantánamo a Cuba , non risolverebbe il problema perché la criminalità organizzata è un fenomeno mutante in grado di adattarsi comunque alla situazione. Secondo Noboa, le prime tre imbarcazioni-carcere potrebbero arrivare da Usa, Australia e Inghilterra entro 7-8 mesi.

Ha destato molta impressione nel paese l’ultima campagna elettorale, caratterizzata dall’utilizzo, da parte di tutti i candidati, dei giubbotti antiproiettile. La crescita incontrollata della violenza, dovuta al consolidamento territoriale dei cartelli del narcotraffico, compresi quelli messicani in espansione verso l’Ecuador, alla porosità della frontiera con la Colombia, utilizzata spesso dalla criminalità organizzata di entrambi i paesi e ad un clima di insicurezza generalizzato, era culminato, lo scorso 9 agosto, con l’uccisione del giornalista, e candidato presidenziale, Fernando Villavicencio.

Poco più di un mese fa, nel corso di un’intervista, Daniel Noboa ha fatto capire che una banda criminale avrebbe offerto al presidente un accordo di pace e questo ha rafforzato nell’inquilino di Palacio de Carondelet l’idea che la costruzione di carceri di massima sicurezza possa risolvere il problema delle delinquenza. In Ecuador, negli ultimi cinque anni, il tasso di violenza è quintuplicato, trasformando il paese, in relazione al numero degli abitanti, in uno dei più violenti dell’America latina.

David Lifodi
Sono nato a Siena e la mia vera occupazione è presso l'Università di Siena. Nel mio lavoro "ufficioso" collaboro con il sito internet www.peacelink.it, con il blog La Bottega del Barbieri e ogni tanto pubblico articoli su altri siti e riviste riguardo a diritti umani, sindacalismo, politica e storia dell’America latina, questione indigena e agraria, ecologia.