Il limite, la violenza

di Giancarla Codrignani
No, cara Muraro, la nonviolenza non è la «predicazione antiviolenza di argomenti morali» e non c’è mai un tempo in cui «la violenza nelle cose e fra i viventi» comporti l’uso della forza. Le ragioni «fisiche e metafisiche» della forza sono facilmente contestabili perché, se è vero che fin dai presocratici sappiamo di non poter prescindere dal conflitto, nel terzo millennio nessuno può teorizzare la guerra come soluzione. Per giunta la sapienza delle donne. che conoscono la violenza delle strutture di potere ma – anche e soprattutto –  la violenza dei padroni del corpo femminile, insegna non solo l’indegnità, ma l’inutilità della forza.
So bene che non a questo tu fai riferimento, anche se forse non pensi che a muoverti sia la paura. Perché io, per esempio, ho paura.
Io, però, non ho mai pensato al progresso come a un ideale: secondo la storia umana dall’antenato africano – ma anche da Romolo Augustolo – a noi c’è stata una tensione evolutiva che ci induce (anche se non tutti e in tutti i Paesi) a vivere perfino meglio e più a lungo .Non c’è garanzia di continuità neppure del sole o della specie umana. Però credo in un senso, il postulato di cui ho bisogno e che posso anche includere nella categoria del divino.
Neppure ho mai pensato che le ideologie fossero per sempre: la sinistra contiene tanti nomi storici che credo di continuare a pensare perfino con affetto, ma la prima incrinatura è avvenuta proprio sulla forza identitaria e, poi, nazionalista, con la spaccatura fra interventisti e anti- nel 1914. Certo, i partiti della sinistra – compresi quelli che con i nomi di Lotta Continua, Potere Operaio e dopo Rifondazione, Idv, perfino 5stelle hanno escluso di identificarsi come partiti – hanno fatto avanzare “le masse”, rimaste purtroppo vulnerabili da media e consumi.
Vedo bene anch’io i rischi che il rullo compressore della crisi schiacci diritti e vite; ma non voglio “prevedere” l’uso della forza per nessuna legittima difesa. Mi interessa sapere se possiamo “prevenire”.
La politica è sempre internazionale. Più di trent’anni fa si lottava contro “l’imperialismo delle multinazionali”: era già la globalizzazione, ma non siamo riusciti a creare una globalizzazione culturale antagonista. L’economia è stata finanziarizzata e per giunta con titoli spazzatura e agenzie di rating inventate: quali proposte ci sono state per difendere i diritti? E’ evidente che adesso un mondo crolla e siamo in braghe di tela. Che forza possiamo usare, se troppa gente porta i bambini la domenica ai centri commerciali a vedere cose tutte uguali e tutte brutte e finisce le giornate al videopoker?
Monti e la Fornero significano lacrime e sangue? Penso che solo la ragione e lo studio (sarò una prof, ma si studia troppo poco) possano far produrre proposte e correttivi e vie d’uscita dalla crisi per una più povera ma non peggiorata umanità. Quale “forza” può evitare trasformazioni già in essere se non, appunto, la ragione che è «di per sé» nonviolenta? Viviamo immersi nel Mediterraneo come una portaerei e vediamo: che nessuno dei governi usciti dalle rivolte dei gelsomini è rassicurante per le diverse genti che aspiravano a miglior vita; che Israele medita sortite di forza contro un Iran uscito più minaccioso dalle elezioni; che la Siria è al crocevia di una crisi destinata a destabilizzare l’area; che in Turchia si penalizza l’informazione e non si risolve la questione kurda….E intanto l’Europa non mette in funzione ad altissimo livello gli strumenti sia della diplomazia sia degli aiuti. E noi per primi ci neghiamo perché tiriamo già la cinghia. E intanto abbiamo ridotto senza cancellarli gli F35.
Reagan e i Bush armavano alleati infidi, boicottavano i trattati di disarmo e non proliferazione, aprivano fronti di guerra… Avevano per caso ragione?
Abbiamo sempre detto come donne, da Lisistrata in poi, che i conflitti si attraversano, si snodano, si sfarinano. Si prevengono. Lo abbiamo sempre detto perché partiamo dal senso del limite, contro ogni forma di hybris. Non è che, «al limite», resta il possibile  ricorso alla violenza (o antiviolenza): la violenza è, in ogni caso, «il» limite.
(7 marzo 2012)

UNA NOTA PER CHI PASSA DI QUI
Ringrazio di cuore Giancarla Codrignani (ho una grande stima per il suo pensiero e per ciò che concretamente ha portato avanti negli anni) per avere inviato questo intervento. Chi legge può metterlo in relazione con «Non c’è mai una violenza giusta» di Monica Lanfranco qui in blog e la mia risposta «Sullo stesso piano chi aggredisce e chi si difende?» (ignoro se Codrignani li abbia letti ma ha un’importanza relativa). I tre interventi sono in relazione con quello che Luisa Muraro ha scritto su «Via Dogana» e che vale la pena leggere nella sua interezza. Anche se la discussione mi pare che stia allargando ad altri temi.
Sono in disaccordo con Giancarla Codrignani e dunque resto della mia opinione già espressa qui: che Muraro abbia molte ragioni; che il suo pensiero sia stato forzato.
Al fondo questioni molto più grandi. Quanto la democrazia, come l’abbiamo sinora intesa, sia già “democratura” (un incrocio fra democrazia e dittatura) e come difendersi dalla sua crescente, quotidiana violenza. Perchè un confronto sia serio sarebbe necessario che tutte/i evitassimo di confondere la realtà con i desideri, la teoria con la pratica e l’oggi con il passato.
Un aspetto decisivo è se sia in campo un progetto (pur minimo ma serio, incisivo, presente là dove ci sono “lacrime e sangue”) per opporsi a quel che sta accadendo – la “democradura” almeno secondo me – con una forza nonviolenta. Per «prevenire» scrive Codrignani. Bene. Se questo progetto (magari nascente, ripeto) non esiste o è debolissimo, non incide sul mondo reale, allora io credo che l’invito a condannare ogni violenza – compresa quella difensiva – sia sbagliatissimo: si traduce in un invito a rassegnarsi, a sottomettersi alla legge del più forte. E comunque significa mettere sullo stesso piano le vittime che si difendono e gli aggressori: mi pare mostruoso.
In questi anni non mi stanco di ripetere che paciocconi e pacifisti non sono la stessa cosa; che per combattere la violenza bisogna per prima cosa identificarla, chiamarla con il suo nome (anzi: con nomi e cognomi); ma soprattutto che volere in astratto la pace e organizzare la nonviolenza come una leva sovversiva contro l’economia di guerra e d’ingiustizia sono ipotesi (e pratiche) molto diverse; infine che ci sono troppi “paci-finti” (e non solo nei partiti) che marciano con le belle bandiere e poi votano per le spese di guerra o fanno finta di non  vederle. Cè un libro straordinario – da studiare e meditare – del vicino 2005: si intitola «Dizionario critico delle nuove guerre», scritto da Marco Deriu per la Emi. Spiega, a me pare in modo inoppugnbile, come da tempo siamo immersi in una economia che produce guerre e come questo (sottolineo: questo) pacifismo “reale” nulla cambi, nulla intralci e anzi in un certo senso sia un’utile foglia di fico.
Io mi fermo qui ma la discussione continua in blog sia con interventi (per esempio è in arrivo quello di Mauro Antonio Miglieruolo) sia con commenti. Un grazie a tutte/i. (db)

Redazione
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2 commenti

  • Marco Pacifici

    …”correttivi e vie d’uscita da una crisi per una piu povera ma non peggiorata umanita”…Quando leggo che anche una mente eccelsa come Giancarla Codrignani è caduta nella trappola falsa e virtuale della “crisi” che non esiste non è mai esistita, ma tutti (???)sappiamo essere l’arma mortale per schiavizzare l’umanita, capisco che non abbiamo piu futuro. In bocca al lupo, sperando che almeno loro nostri cuccioli selvatici non crepino…

  • Nessuno può più teorizzare la guerra come soluzione?
    Ma con chi ce l’hai: nomi e cognomi, per favore. Qui, su questo blog, non mi pare ci sia qualcuno che la teorizzi.
    Se poi invece intendi parlare della guerra di classe, non prevenibile perché già in atto (e massiciamente), oso farti presente cheo gni giorno che Dio Padre Onnipotente manda in terra, ogni minuto, ogni secondo, le vittime di questa guerra sono migliaia. Vittime: morti, mutilazioni, malattie, miserie, dolori. Alcuni di questi di queste vittime sono probabilmente inevitabili, in quanto portato delle miserie umane. La gran parte però sono conseguenza diretta del sistema in cui viviamo, della guerra guerreggiata. con armi materiale e con armi immateriali, scatenata dai Padroni delle Ferriere e per loro conto oggi dai tecnici carogna, contro le masse pazienti e bastonate. Una guerra che produce morti per fame, malattie indotte, incidenti sul lavoro, sofferenze da cattiva sanità e persino morti per le guerre guerreggiate con gli eserciti.
    Mi sa tsnto, allora, che qui più che altro si sta parlando del sesso degli angeli.
    Vogliamo continuare a parlare del sesso degli angeli? Parliamo pure del sesso degli angeli. Giochiamo.
    Intanto loro uccidono.

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