Il maschio burionico

Il maschio burionico – Gianluca Ricciato (scarica e leggi in pdf)

 


La “puerilità” dell’Oriente ha qualcosa da insegnarci, fosse anche l’angustia delle nostre idee di adulti (Maurice Merleau-Ponty) [1]


Il maschio burionico

Qui e ora noi viviamo in una sorta di iperuranio tecnologico in cui le funzioni cognitive sono privilegiate rispetto a tutte le altre, in particolare rispetto alle funzioni sensoriali, emozionali e sentimentali. Questa non è una novità, le radici di questo modo di vivere sono quelle della nostra cultura greco-latina e la pervasività di un certo tipo di technè nello sviluppo umano inizia con le rivoluzioni industriali dell’epoca moderna. Tuttavia, da circa 20 anni a questa parte, l’avvenuto sdoppiamento della nostra identità quotidiana tra cosiddetta vita reale e vita virtuale ha posto la questione in termini diversi a livello antropologico, non solo rispetto alla pervasività degli strumenti, ma soprattutto rispetto all’organizzazione delle vite e al rapporto soggetto-mondo.

Questo vuol dire che un’esistenza che non passa attraverso lo sdoppiamento virtuale è un’esistenza che fa fatica ad avere voce. E specularmente, che una presenza mediatica ossessiva rende iper-reale un’idea o un fatto. Ciò non rende più o meno vera quell’idea, ma la percezione di quell’idea come vera.

In questo panorama si è innestata una apparentemente nuova figura di uomo di potere, le cui caratteristiche sono sempre apparentemente diverse da quelle del passato, ma rispetto al modello epistemologico esse fanno perno sulle classiche leve del dominio patriarcale che le culture femministe del ‘900 (e non solo quelle) hanno letteralmente messo a nudo.

Provo ad elencarle perché siano più chiare possibili, in quanto sono il nucleo di quello che sto cercando di evidenziare:

  • logocentrismo epistemologico e fallocentrismo morale
  • mito del progresso come deificazione della techné
  • competitività contro cultura cooperativa
  • primato delle competenze a scapito delle conoscenze sistemiche
  • cultura della guerra come modello mentale e linguistico

Mi soffermo su quest’ultimo aspetto. Secondo il linguista americano George Lakoff, le risorse simboliche attraverso cui viviamo, cioè sostanzialmente il modo in cui ci facciamo un’idea del mondo, nella nostra cultura, non a caso, è incentrato su alcune grandi risorse concettuali legate alla figura retorica della metafora.[2] Ciò vuol dire, ad esempio, che le metafore la discussione è una guerra e il tempo è denaro non sono semplici espressioni linguistiche figurate, ma fatti neurolinguistici che si imprimono, per così dire nelle nostre menti (sto usando un’altra metafora pervasiva della nostra cultura) e determinano le nostre azioni, o quanto meno le condizionano. La ricognizione di espressioni quotidiane legate a queste macro-metafore – concetti metaforici li chiama per l’esattezza – sono una parziale dimostrazione di questo discorso:

“ho attaccato i tuoi discorsi”

“mi sono difeso da te”

“ho guadagnato un’ora”

e tante altre. Una delle proposte di Lakoff per modificare il paradigma imperante è quella di simbolizzare ad esempio la discussione come una danza, invece che come una guerra: tutto sarebbe diverso, non c’è dubbio. Ma forse non basterebbe.

Un passo più avanti lo fa la filosofa femminista Luisa Muraro: secondo lei la questione non è cambiare metafora, ma è individuare il meccanismo che non permette di uscire da un regime di ipermetaforicità che sarebbe il reale fondamento epistemologico dell’iperuranio tecnologico di cui si parlava all’inizio, così come di molti meccanismi di alienazione della società contemporanea in cui i corpi e le esperienze cessano di parlare per sé stesse se non sono interpretate da una mente superiore. In questo porta come esempio l’esperienze dell’autocoscienza degli anni Sessanta-Settanta, in cui gruppi di donne riprendevano la parola e la riportavano all’interno dei loro corpi parlanti e in relazione, superando le interpretazioni che fino ad allora ne avevano dato uomini padri, uomini preti, uomini medici, uomini filosofi, uomini scienziati.[3]

Scrive il medico e opinionista televisivo Roberto Burioni in un tweet del settembre 2018: “Quando in giro vedo una donna brutta la guardo sempre con attenzione. Nel 99,9% dei casi mi rendo conto che se si curasse, se dimagrisse e via dicendo non diventerebbe bella, ma certo di aspetto non sgradevole. Una volta che si è non sgradevoli la partita è aperta. Fidatevi”.

Questa frase ha seminato lo sconcerto in molti suoi sostenitori (e sostenitrici), non capendo come un paladino del progresso e della scienza possa scivolare in una frase così inopportuna e lesiva delle donne – una frase medievale come si ama dire nell’iperuranio tecnologico.

Un’altra serie di frasi, sempre sul suo profilo twitter, che per la verità ha sconcertato di più un’altra fetta di società, quella ecologista, è questa: “Precisiamo che in tutti questi miliardi di anni il Requiem l’ha scritto solo Mozart e senza l’uomo questa terra sarebbe solo uno stupido orologio a cucù”, “la intera vita di quei miliardi di creature non vale un foglio degli spartiti di Mozart o Rossini”, “Gioacchino Rossini è solo cenere, come i miliardi di animali morti insieme a lui. Il sestetto della sua Cenerentola no. Ripeto, la natura è – ovviamente secondo me, siamo nel campo delle opinioni – sopravvalutata. Per lo più punge e puzza.”

A dispetto del titolo e di queste frasi riportate, questo testo che sto scrivendo non ha l’intenzione di prendere di mira Burioni. Se vogliamo lui è la punta dell’iceberg, quello che ci mette di più la faccia, e forse anche il più coerente e coraggioso rappresentante di un modello dominante in ascesa e, allo stesso tempo, quello che svela in modo più trasparente i meccanismi di quel modello. E forse per questo lo dovremmo ringraziare, che ne sia consapevole o meno.

Scrive il fisico e filosofo Fritjof Capra nel 1982: «La natura, nella sua concezione [di Bacone] doveva essere “rincorsa nelle sue peregrinazioni”, “costretta a servire” e resa “schiava”. Essa doveva essere “messa in ceppi” e scopo dello scienziato doveva essere quello di “strappare con la tortura i suoi segreti”. Pare che gran parte di queste immagini violente siano state ispirate dai processi per stregoneria, che erano frequenti al tempo di Bacone. In quanto ministro della Giustizia sotto il re Giacomo I, Bacone aveva grande familiarità con tali processi, e poiché la natura era considerata di solito femmina, non sorprende che egli trasferisse nei suoi scritti scientifici le metafore usate nei tribunali. In effetti la sua concezione della natura come donna alla quale si debbano strappare i segreti con la tortura per mezzo di dispositivi meccanici richiama alla mente con grande evidenza la diffusione della tortura alle donne nei processi per stregoneria dell’inizio del Seicento»[4]

Aggiunge in modo esplicativo, citando Capra, la filosofa Nicoletta Poidimani nel 1998: “La nascita del pensiero scientifico moderno ha cancellato la concezione secondo cui il mondo era attraversato da una grande corrispondenza che, mediante la circolazione fra interno ed esterno, alto e basso, permetteva un’apertura sul mondo stesso. Secondo il pensiero alchemico-qualitativo, infatti, l’azione sulla materia si rifletteva anche sul soggetto dell’opus in modo tale che la trasmutazione investiva sia il macrocosmo che il microcosmo-essere umano.”[5]


Di cosa stiamo parlando quindi, in (forma e) sostanza?

Non credo che tutte/i possiamo capire tutto, e non solo certo per motivi di competenze. Ma allo stesso tempo non credo nemmeno che sia un valore il fatto di dire cose incomprensibili o appellarsi al “non mi capite, nessuno mi capisce in un mondo di trogloditi”. L’intento di questo testo è politico e non nel senso che dà alla parola politica quel mainstream pervasivo che è l’ordine simbolico dell’iperuranio tecnologico. È politico in un altro senso, nel senso della politica prima in cui tutto ciò che mi riguarda entra in relazione con il mio corpo e con gli altri corpi, in un modo che cerca connessioni e non competizione.

Stiamo parlando del fascino e della seduzione che riesce a costruire intorno a sé chi descrive il mondo reale come fatto di materia inerte, “uno stupido orologio a cucù”, “miliardi di animali morti”, al cospetto delle opere dell’ingegno umano, dell’arte, della razionalità, della scienza, ammesso che abbia senso mettere tutto questo in uno stesso calderone.

Ma è quello che questo pensiero affascinante fa: l’essere umano è un essere superiore che dà senso a ciò che sarebbe insensato, è questo il background epistemologico, il senso finale.

Io so io, e voi esseri altri da me non siete un cazzo, detto in una caduta di stile perché l’obiettivo reale è proprio far cadere dal piedistallo un pensiero tanto affascinante nella sua forma quanto pericoloso nella sua sostanza.

«Il grande statista incespicando su di una bella frase vuota vi cade dentro», dice Prevert citato dal filologo belga Albert Henry[6], secondo cui c’è un’altra figura retorica, la metonimia, ad assicurarci la vertigine reale del vuoto che nella metafora della “frase vuota” non si vede.

Il motivo per cui non è mi possibile stare in silenzio nei confronti di un mondo iper-competitivo, che seleziona ed esclude parti di società dalla partecipazione; che delega in mano a multinazionali private la gestione della cosa pubblica, i suoi alimenti, i suoi farmaci; che deifica soluzioni tecnologiche o biotecnologiche rendendo invisibile le pur autorevoli voci critiche; che trasforma l’informazione in propaganda; che ignora gli stessi progressi scientifici, la stessa evoluzione culturale novecentesca che impedisce a qualunque pensatore di considerare oggettivo e assoluto il suo punto di vista; che impone con la violenza linguistica idee ritenute giuste, progressiste, avanzate e liberali: il motivo per cui non mi è possibile accettare questo è lo stesso motivo per cui quasi vent’anni fa decisi di intraprendere dei percorsi di messa in discussione del maschile patriarcale dentro di me.


Il patriarcato tecnocratico scientista

A un certo punto della mia vita, diciamo all’interno della mia vita universitaria bolognese[7], mi resi conto di una sofferenza e insofferenza di fondo che caratterizzava la mia partecipazione alla vita sociale ufficiale, compresa quella accademica: essa aveva a che fare con la competizione delle idee tra menti che cercavano di dimostrare che ce l’avevano più lungo, il sapere, ossia che la loro preparazione dottrinale era più lunga delle altre. Era una dinamica sociale in cui non vedevo una caratteristica maschile prettamente biologico/essenzialista (e non la vedo tutt’ora), ma non ne vedevo ancora nemmeno il meccanismo simbolico-sociale che l’aveva generata, cioè una cultura di potere che viaggiava da secoli e millenni nel treno parallelo dell’élite, rispetto al treno del popolo, detto in modo sintetico, e che su quella cultura logocentrica e competitiva fondava la sua giustificazione etica e morale.

Quel treno parallelo – il patriarcato occidentale – però lo avevano costruito dei maschi, aveva attraversato territori meravigliosi, ad esempio quelli dell’Asia Minore del IV secolo a. C. dove una congiuntura di eventi favorevoli aveva creato una società prosperosa e dall’aspettativa di vita lunghissima e, non a caso, aveva generato la filosofia occidentale. Ma su questo treno non ci potevano salire quasi nessuna donna, costretta nei ginecei, e nessun uomo considerato schiavo. Ma intanto il treno andava avanti, e attraverso guerre, scoperte geografiche e invenzioni della tecnica, costruiva la nostra civiltà. Una civiltà che non nascondeva, ma esaltava l’esclusione degli incivili e il dominio sul selvaggio. Quel selvaggio, fatto di corpi, streghe, sangue e desideri che se non annientati, sarebbero stati addomesticati e incasellati in qualche punto della gerarchia sociale, attraverso il meccanismo infallibile della sussunzione.

Questa parabola però, è stata sostanzialmente messa in discussione nei secoli ‘800 e ‘900. L’anarchismo e il comunismo prima, l’ecologismo e il femminismo poi, ma in generale una serie trasversale di pensieri e pratiche insofferenti rispetto a questa costruzione culturale, oppure consapevoli dei danni arrecati a popoli ed ecosistemi, ha reso impraticabile rivendicare ufficialmente una civiltà fondata sul dominio, sull’esclusione e sulla superiorità culturale. Questo non vuol dire che questo modello sia superato, ma solo che si deve nascondere. Deve prendere le sembianze di amante della libertà, del confronto, dell’evoluzione umana, dell’uguaglianza, e forse per questo è ancora più pericoloso.

Quando ho capito, grazie soprattutto al confronto con donne e con il pensiero femminista, che il mio malessere era legato al fatto che la mia cultura, le mie idee, i miei consumi e le mie pratiche di vita andavano ad alimentare un mondo che in realtà detestavo, tutto mi è stato più chiaro, anche se non si era risolto niente, e anche se questa comprensione non è stata veloce né facile né indolore. Quando ho capito poi che c’erano dei modi per ricucire le parole e le cose, cioè per far sì che potesse esserci un modo di fare cultura, relazione e società che non fosse quella civiltà opprimente di sostanza patriarcale, di forma capitalista e di pratica consumista, sia nella materia che nello spirito, sia nei consumi che nelle relazioni, la mia visione è riuscita definitivamente a cambiare.

La pratica dell’autocoscienza tra uomini, ad esempio, è stata una delle forme di liberazione, che ho iniziato a praticare nella seconda metà della mia vita universitaria, quella che ormai era andata fuori corso, ma che era stata necessaria perché io mi liberassi dell’indottrinamento culturale e approcciassi il pensiero e la vita in modo differente.  Mi sono avvicinato infatti al gruppo di autocoscienza maschile bolognese intorno alla metà degli anni 2000. Il gruppo si trovava alla Libreria delle donne di Bologna, in via San Felice, ed aveva come centrali le pratiche della condivisione e dell’ascolto non giudicante. Questo vuol dire che durante i nostri incontri eravamo attenti a condividere partendo da noi, dal nostro vissuto, mettendo al centro la narrazione e le emozioni, e allo stesso tempo imparando a stare in ascolto, a non giudicare o dare il resoconto “psicoanalitico” del racconto dell’altro, ma semplicemente provare a sentirlo risuonare dentro di noi e capire cosa ci smuoveva e come potevamo entrarci in contatto in modo orizzontale, senza darne una “chiave di lettura dall’alto”.

Questa pratica è stata fondamentale per me (e lo è tutt’ora) perché mi ha aiutato ad allontanarmi dal maschile logocentrico, cioè da quell’atteggiamento maschilista iper-razionalista, giudice e dominatore, per cui soprattutto tra maschi si rimane sempre ad un livello di contesa mentale o intellettuale, di “guerra di parole”, di discorso “generale” (i massimi sistemi) e di incapacità di guardarsi dentro e aprirsi veramente all’altro/a. È in realtà un discorso che non ha nulla di essenzialista, in quanto permea tutte le soggettività in modo surrettizio e molto spesso si insinua in tutte le pratiche, comprese quelle che si vorrebbero “liberate”: spesso molte pratiche sulla “parità” sono solo pratiche di “assimilazione” che non mettono veramente in discussione le pratiche di potere, anche se ad agirle sono soggettività non maschio-etero-cis come si dice oggi. Per questo motivo, secondo me, al di là delle connotazioni identitarie e degli incasellamenti di genere, una pratica di spostamento dal politico razionale/attualista ad un politico sistemico/reale potrebbe essere un modo per uscire fuori dalla gabbia della sussunzione (detto in altre parole, disseminare autocoscienza all’interno di tutti i collettivi al posto di logorroiche riunioni).

Ma fare autocoscienza tra maschi, cioè tra soggetti che hanno un vissuto segnato dall’identità sessuale maschile e da quello che comporta come “tributo di genere” (e nonostante l’incomprensione di molti e molte, troppi e troppe, in questi anni) ha una sua peculiarità politica ben precisa, per me. Significa condividere il vissuto non di testa, ma di testa-cuore-pancia, una condivisione di quella che riconosciamo come oppressione patriarcale che ha condizionato le nostre vite in quanto maschi, cioè nel modo particolare in cui un corpo maschile viene condizionato all’interno di una costruzione di genere maschile-maschilista. E tutto quello che ne consegue, violenze varie comprese, su sé stessi, sulle donne, sulle soggettività degeneri, su tutto il resto del vivente. Io personalmente credo che senza questo portato profondo la messa in discussione del maschile sia una cosa superficiale e non riesca veramente a scardinare né il maschilismo né l’eteronormatività.

Mi trovo spesso in imbarazzo, soprattutto negli ultimi anni, nel sentire a livello pubblico voci maschili che danno ricette di soluzioni al patriarcato, decaloghi del buon maschio o peggio ancora che parlano di generici diritti civili senza aver mai messo in atto pratiche di liberazione, individuali e collettive, dal proprio patriarcato interiore, o magari aver solo iniziato dei percorsi che in realtà sono lunghi, dolorosi e problematici. E sono convinto che se questa pratica, questo modo di stare in relazione, permeasse anche le diverse realtà politiche collettive, sarebbe un passo verso una liberazione reale, per scardinare i meccanismi inconsci della riproduzione del potere dentro di noi.


Lo scenario globale

Durante i mesi scorsi, dall’inizio della pandemia, ho scritto e pubblicato in varie parti numerosi testi in cui ho cercato di creare un ponte concettuale laddove mi sembrava e mi sembra di vedere solo precipizi mentali. Ho chiamato in negativo questo ponte, esagerando in pomposità, patriarcato tecnocratico scientista, e i motivi spero siano stati chiarificati da quello che ho scritto finora.

Delegare l’analisi di un fatto emergenziale all’economia dominante in tutte le sue forme, dalle televisioni generaliste ai tecnici referenziati, dai personaggi dello spettacolo ai giornalisti che vengono pagati dai gestori di quella stessa economia dominante, è quello che è successo da vent’anni a questa parte, cioè da quando siamo entrati nel mondo della guerra infinita, dell’attacco al nostro stile di vita, del terrore globale, dei missili intelligenti e delle guerre batteriologiche. In sostanza da quando l’ansia e la paura sono a capo dell’agenda politica e vengono utilizzate come armi di controllo di massa.

Fino al Novecento è stato possibile avere voci dicotomiche e avverse alle narrazioni ufficiali, perché c’erano sistemi di potere in competizione tra di loro, di conseguenza c’era un controllo del “territorio delle idee” molto meno pervasivo rispetto al “villaggio globale”, per usare un termine ormai vintage. Oggi, dal 2001 in poi almeno, lo scenario è totalmente cambiato ed è avvenuto attraverso lo spostamento metaforico: si riproduce l’immagine dello scontro delle idee, l’immagine del dibattito plurale, l’immagine dell’amicizia e delle relazioni, l’immagine di uno stile di vita alternativo al capitalismo, laddove non è più possibile stare realmente al di fuori. O meglio, laddove stare al di fuori veramente, o quantomeno stare ad una distanza che possa vedere il suo meccanismo invasivo e pervasivo, richiede uno sforzo molto grande. Uno sforzo che non può essere solo intellettuale e soggettivo, ma deve essere di pratiche di vita e di relazioni, di percorsi di cambiamento individuale e di nuova società. Forse ci aveva preso quel movimento dei movimenti che l’iperuranio tecnologico nascente di allora si sforzava di derubricare in no global e così è rimasto nell’immaginario collettivo, sebbene molto di quello che diceva quel movimento si sia avverato, compresa la necessità di mettere al centro della politica le pratiche di un altro mondo possibile e del cambiare il mondo senza prendere il potere[8], in quanto uniche forme reali e non  virtuali, essenziali e non ideali, di messa in discussione dei modelli dominanti e delle loro ingiustizie.

Se niente sarà più come prima, come si ama dire da mesi, vuol dire che una parte, quella del potere renderà sempre più violenta la scissione tra virtuale e reale, e i suoi meccanismi di dominio e di esclusione. E un’altra parte, questa volta, dovrà impegnarsi davvero a fare un mondo libero, nelle sue idee e nelle sue pratiche.

Non sarà facile ma non è che tutto questo lo si dice per creare meccanismi di frustrazione o di colpevolizzazione. È normale la resistenza psichica a cambiare, di chiunque di noi. Un altro linguista che è molto importante per tutto quello che ho scritto e studiato nella mia vita, cioè il russo Roman Jakobson, scriveva nel 1963: «quando il ricercatore costruisce un metalinguaggio per interpretare dei tropi (figure retoriche, nota mia), egli possiede mezzi più omogenei per trattare la metafora mentre la metonimia, basata su un principio diverso, sfugge facilmente all’interpretazione. Perciò niente di paragonabile ai numerosi scritti sulla metafora può essere citato per quanto concerne la teoria della metonimia. Per la stessa ragione, se in generale sono stati intuiti gli stretti legami che uniscono intimamente il romanticismo alla metafora, è stata per lo più ignorata l’affinità profonda che congiunge il realismo alla metonimia. Non solo lo strumento dell’analisi, ma anche l’oggetto dell’osservazione spiegano la preponderanza della metafora sulla metonimia nelle ricerche scientifiche. Poiché la poesia si concentra sul segno e la prosa, pragmatica, soprattutto sul referente, i tropi e le figure sono stati studiati essenzialmente come procedimenti poetici»[9].

Quando il modo di simbolizzare la cura e la medicina dei popoli indios dell’Amazzonia; il modo di simbolizzare la terra dei Sem Terra brasiliani e dei contadini indiani; il modo di simbolizzare la comunità e la società degli zapatisti del Chiapas; e, per tornare alla mia terra, da cui sono partito, il modo di simbolizzare la musica e la magia della società contadina dell’Italia meridionale, il suo modo metonimico e analogico di stare al mondo, la sua comprensione dei fenomeni che abbiamo perduto nella nostra epistemologia riduzionista-meccanicista e che rischia di farci perdere l’umanità: quando tutto questo verrà re-integrato nell’evoluzione umana, quando ritorneremo sulla terra e affronteremo tutti i suoi problemi veramente e non a parole sui media, forse potremo reinventare un futuro e un progresso anche nella vita reale.

O forse è solo l’ora di farlo, e chi capirà seguirà. Che c’è bisogno di un’altra cultura, di un’altra scienza, di un’altra pedagogia, di un’altra comunità, e soprattutto che esistono già mondi possibili al di fuori della divisione fittizia tra scientisti-progressisti e reazionari-sovranisti funzionale all’iperuranio tecnologicoall’interno della cui fiction i primi sono incapaci di accettare che possano esistere cure mediche efficaci, reazioni avverse e causalità diverse, nello spazio geografico e nella storia, da quelle spacciate come uniche inventate dalla loro cultura attuale; i secondi sono capaci solo di immaginare sordide regressioni di vecchie culture di dominio per sostituire il dominio attuale, come se il problema fosse solo la forma esteriore e non la sostanza di questo dominio coloniale culturale.

La sostanza, invece, è uscire dal dominio coloniale culturale.

Gianluca Ricciato - Fiabe Atroci

Note

[1] M. Merleau-Ponty, Segni, Il Saggiatore, p. 186,  Milano 1967 (Parigi 1960)

[2] George Lakoff, Mark Johnson, Metafora e vita quotidiana, Bompiani, Mi 1998 (titolo originale “Metaphors we live by”, Chicago 1980)

[3] Luisa Muraro, Maglia o uncinetto. Racconto linguistico-politico dell’inimicizia tra metafora e metonimia, Manifestolibri, Roma 19982 (19811),

[4] Fritjof Capra, «Il punto di svolta. Scienza, società e cultura emergente», Feltrinelli 2000[titolo originale The turning point. Science, society and the rising culture, 1982]

[5] Nicoletta Poidimani, L’utopia nel corpo. Oltre le gabbie identitarie molteplicità in divenire, Mimesis, Mi 1998, pag. 40

[6] A. Henry, Metonimia e metafora, Einaudi To, 1979 (Parigi 1971), p. 193

[7] https://fiabeatroci.wordpress.com/2017/10/08/il-maschio-ha-perso-solo-il-pelo/

[8] John Holloway, Cambiare il mondo senza prendere il potere, Edizioni Intra Moenia (2004)

[9] Due aspetti del linguaggio e due tipi di afasia (1956), in Roman Jakobson, Saggi di linguistica generale, Feltrinelli, Mi2002(Parigi 1963),  pp. 21-45.


Questo testo può essere scaricato (qui sotto), diffuso e ripubblicato citando l’autore e la fonte

Gianluca Ricciato

2 commenti

  • ELISABETTA ZAGNONI

    Una analisi vera e interessante (per quel che la mia modesta cultura mi ha permesso di capire…)) Finalmente si comincia ad analizza quello che è accaduto e continua ad accadere in questo periodo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.