Imene e fazzoletto

Intervista radiofonica a Mona Eltahawy condotta da Robin Morgan per Women’s Media Center (il 23.9.2012). La trascrizione è di Michelle Kinsey Bruns. La traduzione parziale e l’adattamento – in origine erano 9 pagine – sono di Maria G. Di Rienzo. Robin Morgan è una femminista e scrittrice statunitense, autrice tra l’altro del bellissimo “Il demone amante”. Mona Eltahawy è una giornalista e femminista egiziana. L’intervista si tiene poco prima dell’arresto di Eltahawy per aver strappato un poster nella stazione della metropolitana di Times Square a New York. Il poster, che dà implicitamente dei “selvaggi” ai musulmani, è stato installato in serie nelle stazioni della metropolitana newyorkese dopo un ordine del tribunale, ed è a cura del gruppo di destra “American Freedom Defense Initiative”.

Robin Morgan: Mona Eltahawy è qui con me oggi, appena scesa dall’aereo proveniente da Il Cairo. So che recentemente hai lavorato con i gruppi di donne egiziane nello scenario post-sollevazione. Dicci cos’hai fatto.

Mona Eltahawy: Sono tornata in Egitto per svariate ragioni. Sono tornata per ragioni personali, perché volevo mostrare ai militari che l’aggressione da me subita nello scorso novembre non mi impedirà di tornare nel mio Paese di nascita. Sono tornata per lavorare con i gruppi femministi sul campo, allo scopo di lanciare prossimamente una campagna contro la violenza sessuale. E mi sto preparando a scrivere un libro a partire da un mio saggio sui diritti delle donne in Medioriente e Africa del nord.

Robin: Quando c’è stata l’esplosione attorno a questo video imbecille fatto da cristiani pazzi in California mi sono chiesta: che impatto ha avuto sulle donne, le donne erano coinvolte?

Mona: Quello che hai visto accadere a Il Cairo era una destra che rispondeva ad un’altra destra. Frange minoritarie in ambo i casi. E quando due frange di destra si rispondono, in special modo se sono religiosamente motivate, le donne non sono mai parte dell’equazione. I gruppi di destra egiziani si sono messi a rispondere a questo film terribilmente amatoriale, che era stato su YouTube per almeno due mesi, nell’anniversario dell’11 settembre, con tempismo perfetto. E l’ambasciata americana non aveva niente a che fare con il film. Bisogna riconoscere che si tratta di due frange molto piccole che parlano sulle teste del resto di noi. Ma ci sono momenti in cui davvero ti chiedi chi sta beneficiando dalla faccenda, chi c’è dietro. Ci sono molte domande ancora senza risposta su ciò che è accaduto, non solo in Egitto. In totale diciotto persone sono morte per un ridicolo filmato che nessuno avrebbe degnato di uno sguardo se non fosse stato pompato dallo scontro fra gruppi di destra.

E in Egitto, ma non solo, in tutti i Paesi dove ci sono rivoluzioni in corso, perché nessuna è stata ancora compiuta, abbiamo passato almeno due anni a cercare di cambiare lo stereotipo che ci vuole pazzi, furiosi, irrazionali. Indicando queste rivoluzioni diciamo: Vedete, abbiamo scelto una via pacifica, non abbiamo scelto la via di Al Qaida. E adesso i tizi di Al Qaida si intrufolano e dicono: Ora siamo qui. Tutto il lavoro fatto in due o tre anni è andato quasi del tutto in fumo in pochi giorni. In Egitto stiamo discutendo una Costituzione ma abbiamo la destra ed uomini terribilmente anti-donne e anti-libertà che la stanno scrivendo, è un momento molto delicato e nessuno di noi vuole il ritorno delle leggi di emergenza. Ma quando vedi questo caos attorno all’ambasciata statunitense, naturalmente cominci a sentire il ministro della Giustizia che parla di ripristinare le leggi di emergenza: perciò solo la destra beneficia della situazione. Io continuo a dire questo: La rivoluzione è qualcosa che riguarda noi, non ha a che fare con la destra statunitense o con la destra in Medioriente o in Africa del nord. E ogni volta, il giorno successivo sono chiamata una “disgrazia per l’Islam” dalla destra egiziana o una “jihadista pazza” dalla destra statunitense. Per cui sono dannata in ogni caso, che io faccia qualcosa o che non lo faccia. Ma che io sia davvero dannata se mi faranno star zitta.

Robin: L’altro giorno qualcuno mi ha chiesto “Perché i musulmani si offendono così facilmente?”. Ed io non sapevo esattamente da dove cominciare ma ho fatto una specie di lista, parziale, sugli anni recenti citando: l’invasione dell’Iraq basata su un falso; le immagini degli abusi nella prigione di Abu Ghraib; il Corano bruciato da un pastore in Florida e dissacrato dai soldati in Afghanistan; la negazione di visti d’ingresso agli intellettuali musulmani; la morte di civili musulmani negli attacchi dei droni; le campagne politiche basate speciosamente sullo spettro della legge islamica…

Mona: Riconoscere che molte ingiustizie sono state commesse è un momento necessario. Ma come musulmana, e come egiziana, e come qualcuna che conosce vari Paesi islamici, devo anche aggiungere che molti dei nostri dittatori, sostenuti dall’amministrazione statunitense e da vari governi europei, sono molto lieti di usare il legittimo risentimento e il legittimo dolore come mezzo per distrarre la gente dalle ingiustizie che loro stessi commettono. Per cui dobbiamo anche metterci di traverso quando le ingiustizie sono usate per scopi politici e manipolazioni.

Robin: Parlaci del lavoro che hai fatto sulle molestie sessuali in Egitto.

Mona: Una delle cose che spero di fare non appena ritorno a Il Cairo, è lavorare con tutti i favolosi gruppi femministi e con gli attivisti per i diritti umani che da lungo tempo contrastano le molestie sessuali negli spazi pubblici e ogni altro tipo di violenza sessuale. Una delle loro migliori campagne, di cui io sono una vera fan, si chiama “HarrassMap” (Mappa delle molestie) ed è online.

Usa una piattaforma progettata da un gruppo del Kenya che si chiama Ushahidi e cioè “testimone” o “rendere testimonianza”. Quel che fa è incoraggiare le donne che sono state molestate o assalite sulle strade de Il Cairo a mandare un messaggio di testo, o un messaggio tramite Facebook o Twitter, alla HarrassMap e loro mettono un punto rosso sulla mappa della città: cliccando il punto leggerai la testimonianza della donna che lì è stata aggredita. Non è solo un modo per indicare i punti più pericolosi, è soprattutto un modo per raccogliere documentazione: quando verrà chiesta una nuova legge (non appena avremo di nuovo un Parlamento) o quando si avrà a che fare con polizia e tribunali si potrà dire “Guardate quanti casi abbiamo registrato”, il che mostra esattamente come la polizia non stia prendendo sul serio la questione e come le donne non siano ascoltate quando fanno le denunce.

Robin: Quando tu e io parlammo dello stato in cui si trovava il movimento delle donne, nell’Egitto della prima sollevazione, tu eri preoccupata perché alcuni gruppi avevano subito scissioni, perché non lavoravano insieme, il che è comprensibile perché sotto una dittatura hai poco spazio per far pratica di lavoro comune. Ma cosa sta accadendo ora?

Mona: Penso che abbiamo raggiunto lo stadio in cui la gente ha capito che con un presidente della Fratellanza Musulmana e un esercito ancora molto potente, siamo presi fra l’incudine e il martello. Sono due facce della stessa medaglia: autoritarismo e totalitarismo che non credono nei diritti civili per cui i diritti delle donne sono al fondo di qualsiasi gerarchia valoriale. Uno dei momenti migliori della mia ultima permanenza a Il Cairo è stata la partecipazione a un incontro organizzato dalla femminista storica Nawal El Saadawi, in cui si sono seduti insieme vari gruppi femministi, più donne e uomini interessati ai diritti umani delle donne. Attualmente, la Costituzione viene scritta in maggioranza da uomini che non esito a definire misogini, molti dei quali credono vada bene dare in moglie una bambina di nove anni. Il momento che stiamo vivendo è davvero delicato, perciò Nawal El Saadawi sta tentando di coordinare i vari gruppi presenti sul campo in un’iniziativa comune, ma so per certo che ce ne sono già almeno altre due. Per cui penso che le attiviste si stanno guardando intorno e stanno dicendo: “Oh, guarda, siamo in tante e stiamo facendo un lavoro assai simile, mettiamoci insieme, perché abbiamo bisogno del potere che dà lo stare insieme per combattere l’odio contro le donne, per lottare contro il militarismo e il fondamentalismo.”

Robin: Di modo che nessuno debba reinventarsi tutto da capo, perché non sa cosa gli altri gruppi stanno facendo.

Mona: Esattamente. C’è un mucchio di lavoro fantastico all’opera, non c’è necessità di duplicare ciò che altra gente sta già facendo, facciamolo insieme. E sai, uno dei momenti più toccanti dell’incontro di cui ho parlato è stato quando una cittadina anziana si è alzata a parlare, sostenendosi con un bastone da passeggio, e ha detto: “Sentite, voglio che voi mi diate una mano a uscire a protestare perché io desidero davvero protestare con voi. Ma ho bisogno di aiuto, perché voglio esser certa che quando esco sulla strada voi giovani sarete là con me, così se ci attaccano resterò in piedi e non verrò buttata a terra e malmenata. Perciò, potremmo coordinarci, per favore?”. E tutte e tutti ci siamo guardate/i e abbiamo risposto: “Sì! Dobbiamo farlo!”.

Robin: Meraviglioso, avrei bisogno io di un po’ di gente del genere. Ma adesso dimmi qualcosa del libro, del libro che non vedo l’ora di leggere e promuovere.

Mona: Il libro si basa su un saggio che ho scritto alcuni mesi fa, che si chiama “Perché ci odiano?”. Questo testo ha causato un gran subbuglio, perché io argomentavo che molto di quel che le donne sperimentano in Medioriente e in Africa del nord è basato su un odio spietato per le donne. Chiaramente quest’odio non è limitato a tale regione del mondo..

Robin: Ah, sul serio? (risate)

Mona: E’ globale, ma quella è la regione da cui vengo, per cui ne posso parlare più diffusamente. E sto scrivendo questo libro che sono decisa a chiamare “Fazzoletti da testa e imeni.”

Robin: “Fazzoletti da testa e imeni”. Davvero, sei una che non ama correre rischi, che peccato. Se solo tu avessi una spina dorsale, Mona… (risate)

Mona: E’ mia convinzione che siamo arrivati a un punto, in Medioriente e Africa del nord, per cui tutto ruota attorno a quel che abbiamo in testa – i fazzoletti, o quel che abbiamo in mezzo alle gambe – gli imeni. Che tu parli delle mutilazioni genitali femminili o dei cosiddetti “test di verginità”, ovvero aggressioni sessuali e stupri praticati sulle dimostranti in Egitto, stai in realtà parlando di fazzoletti e imeni. E sempre durante l’incontro organizzato da Nawal El Saadawi ha parlato Samir Abrahim, la giovane donna coraggiosa che ha subìto questi test di verginità e ha denunciato l’esercito egiziano. Lei disse: “Ascoltate, dobbiamo portare le lavoratrici a questi incontri. A esempio io conosco una donna che vende ortaggi, stava vendendo con la sua bancarella per strada, e le è piombato di fronte uno di questi islamisti e le ha detto: Donna, non sei vestita in modo adeguato. E sapete che ha fatto lei? Si è tolta la blusa e ha risposto: Adesso ti vado bene?” (risate) Voglio documentare tali storie e anche le violazioni, ma una delle cose che voglio dire con il libro è che dobbiamo identificarci come femministe. Siamo in un momento critico della nostra storia e il modo in cui possiamo lottare e uscirne è identificandoci come femministe. Abbiamo una storia meravigliosa alle spalle, con Nawal El Saadawi, o Doria Shafik che invase il Parlamento egiziano con altre 500 donne negli anni ’50 eccetera. Siamo femministe, siamo qui, stiamo lottando. Perché se una rivoluzione sociale non ha come propellente i diritti delle donne fallirà.

Robin: E perché non puoi avere democrazia con solo metà della popolazione.

Mona: Assolutamente vero.

Robin: Grazie per tutto quello che fai, Mona, e grazie anche per essere stata qui oggi con Women’s Media Center.

Sempre su Eltahawy:

http://lunanuvola.wordpress.com/2011/11/30/la-nostra-rivoluzione-continua/

http://lunanuvola.wordpress.com/2012/04/25/una-combinazione-tossica/

DUE BREVI NOTE

Le traduzioni di Maria G. Di Rienzo sono riprese – come i suoi articoli – dal bellissimo blog lunanuvola.wordpress.com/. Il suo ultimo libro è “Voci dalla rete: come le donne stanno cambiando il mondo: una mia recensione è qui alla data 2 luglio 2011.

Ovviamente anche su questo blog si è già parlato di Mona Eltahawy e di Robin Morgan. (db)

 
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