Libri: “mirmema”, briganti, Vinyls…

Ecco un po’ di recensioni che usciranno (“Il castoro”) sul prossimo numero della rivista “Come solidarietà“. Il menù prevede una miscellanea su Migrazioni Interculture Razzismi Meticciato E Molto Altro. Graditi commenti, critiche, segnalazioni. A seguire le schede di tre libri: «100 giorni sull’isola dei cassintegrati» di Silvia Sanna, «Non piangete la mia morte» di Bartolomeo Vanzetti e «Brigante se more: viaggio nella musica del Sud» di Eugenio Bennato. Come sempre, gradisco commenti, critiche e segnalazioni. (db)

Questa volta il castoro si avventura in una miscellanea di libri che si collocano in quel nodo storico dove si mescolano desideri, paure, opportunità e problemi legati a chi migra, ai mille volti del razzismo, al nuovo meticciato di popoli e culture, ai diritti di cittadinanza, alla difficile definizione delle identità. A me piace definirlo mirmema, acrostico un po’ folle per indicare Migrazioni Interculture Razzismi Meticciato E Molto Altro.

Nel 1721 Montesquieu pubblica «Le lettere persiane»: non è solo la storia del viaggio (cioè della migrazione) di Usbek e Rica ma anche il loro sguardo – disincantato, ingenuo, saggio, ironico – sul mondo quasi incomprensibile che incontrano. La stessa idea, cioè guardare noi stessi da fuori, attraversa altri testi famosi: dal lieve «Papalagi», grande successo nei “millelire” di Stampa Alternativa, al celeberrimo «Sentinella», racconto fantascientifico di Fredric Brown. In questo filone si colloca, sin dal titolo montesquieuano, «Le nuove lettere persiane», raccolte da Francesca Spinelli per Ediesse (120 pag, 10 euri) con la collaborazione del settimanale «Internazionale» e della ong Cospe: sono gli «sguardi dall’Italia che cambia» di Farid Adly, Ejaz Ahmad, Ismail Ali Farah, Lubna Ammoune, Mayela Barragan, Paula Baudet Vivanco, Domenica Canchano, Alen Custovic, Raymon Dassi, Darien Levani, Gabriela Pentelescu, Edita Pucinskaite, Sun Wen-Long e Akio Takemoto con la prefazione di Gad Lerner, le illustrazioni di Zerocalcare, le conclusioni («scrolliamo il giornalismo italiano») di Viorica Nechifor e una utile finestra – «Altre voci in Italia e nel mondo» – di Valentina Lombardo.

Se questo gioco di specchi – cioè l’idea di guardare come altre persone ci guardano… mentre noi guardiamo loro – vi affascina, suggerisco di recuperare un vecchio ma insuperato libro di Genevieve Makaping, antropologa, sociologoga e giornalista camerunense (ma da 30 anni in Italia): «Traiettorie di sguardi» appunto, con il sottotitolo «E se gli altri foste voi?» pubblicato nel 2001 da Rubettino,

Altro libro Ediesse da recuperare è «Permesso di soggiorno», sottotitolo «Gli scrittori stranieri raccontano l’Italia» (208 pag, 10 euri): 15 autori e autrici per 17 racconti più un reportage fotografico di Mario Dondero, la prefazione di Enrico Panini e la post-fazione di Angelo Ferracuti. Temi e stili diversi ma sempre di grande efficacia. La storia più graffiante, quasi crudele è «Colf» di Gabriella Kuruvilla cioè un’autrice che incontreremo, alla fine di questa miscellanea, in vesti ben più gioiose.

Fra le antologie di racconti “migranti” va segnalato almeno «Storie di extracomunitaria follia» (Mangrovie edizioni: 198 pag, 12 euri) di Claudileia Lemes Dias che arriva in Italia da Rio Brilhante, in Brasile, «paese di 27mila anime e 225.500 bovini» e che da questa surreale partenza sembra aver preso slancio per volare soprattutto con le ali dell’ironia.

Ironica è pure Laila Wadia, nata in India e da tempo a Trieste. Il suo «Come diventare italiani in 24 ore» (Barbera editore: 160 pagine, 13 euri) è intrigante soprattutto negli esperimenti e nei giochi linguistici («le parole sono pongo») ma abbastanza inquietante quando ci ributta in faccia gli stereotipi. Potrebbe essere un altro capitolo di quel «Nuove lettere persiane» prima citato. Ne riparlerò presto su codesto blog.

Armando Gnisci è fra coloro che hanno meglio studiato la letteratura migrante e i suoi influssi in un’Italia sempre più meticcia. A lui la casa editrice Sinnos ha affidato la cura di una collana – «Nuovo immaginario italiano» – che esordisce con due titoli. Il primo, di Domenico Verdoscia, «Maghreb-Italia» (16 euri per 160 pag) raccoglie cinque «vite e voci migranti» seguite per una decina d’anni nei luoghi di partenza e di approdo, con la prefazione di Annamaria Rivera. Il secondo è di Lorenzo Luatti: «E Noi? Il “posto” degli scrittori migranti nella narrativa per ragazzi» (224 pagine, 19 euri) si muove su un terreno sinora poco esplorato e – come scrive Gnisci nella prefazione – in modo «tenace, illuminante, affidabile».

All’interno delle grandi migrazioni ci sono anche organizzazioni criminali specializzate nel traffico di esseri umani: forniscono schiavi per un mercato del lavoro che in Occidente va allargandosi in nuove-vecchie forme d’illegalità e per un altro mercato (quello del sesso) che non conosce crisi. Chiunque voglia guardare oltre le belle frasi sa che in Italia, negli ultimi anni, le istituzioni hanno più favorito che combattuto entrambe queste due forme di schiavitù. Non sorprende dunque leggere nell’agile reportage «Intrattabili» (128 pagine per 10 euri) di «norme inefficaci e insensate» per combattere «lo schiavismo a fini sessuali» e di come invece bisognerebbe «prevenire, contrastare, recuperare». Il libro di Fabrizio Mastrofini si apre con una mappa italiana, con le ricadute positive dell’articolo 18 (della legge 286-1998) che assicura protezione e permesso di soggiorno alle vittime della tratta – ma che per scarsa convinzione e finanziamenti irrisori vienre poco applicasto – e si chiude con i progetti europei che cercano di costruire ponti con la società civile.

In questa miscellanea ovviamente molti temi sono, è inevitabile, sfiorati appena. Ecco qualche veloce consiglio per chi desiderasse approfondire. Ma ovviamente si rimanda anche ai precedenti “castori”.

A esempio Christopher Hein, fondatore del Cir (Consiglio italiano per i rifugiati) ha scritto su una delle vergogne e delle ignoranze (confondere esuli e migranti) italiane: il suo «Rifugiati: 20 anni di storia del diritto d’asilo in Italia» è uscito da Donzelli.

Torna sulle radici del razzismo, sui suoi mutamenti e sulla tragica funzionalità che esso stabilisce con la modernità-normalità sia dell’economia che della politica, Alberto Burgio in «Nonostante Auschwitz» (Derive-Approdi editore) un sentiero di lettura fra epoche e Paesi.

Negli ultimi anni anche in Italia sono finalmente usciti gli scritti di William E. B. Du Bois, sociologo scrittore e attivista afro-americano che già alla fine dell’800 individua i temi centrali del razzismo che attraverserà, in vari contesti e forme, tutto il secolo successivo. La più recente traduzione di Du Bois risale all’anno scorso: «Sulla linea del colore: razza e democrazia negli Stati Uniti e nel mondo» (il Mulino).

In relazione al 150° anniversario dell’unità d’Italia ma anche alla crescente “creolizzazione” del nostro Paese, escono molti libri che si interrogano sull’identità. Prezioso è soprattutto quello di Antonio Nanni e Antonella Fucecchi, «Rifare gli italiani» (Emi) con una intrigante copertina dove spiccano un Cavour caffellatte e un Mazzini limone. Ma ve ne sono altri interessanti. Come lo spaccato di voci raccolte, per cercare di capire “cosa ci tiene insieme”, da Filippo Maria Battaglia e Paolo Di Paolo per «Scusi lei si sente italiano?» (Laterza). O come il saggio «Lo straniero» (Raffaello cortina editore) di Umberto Curi.

Fra i rimossi storici dell’identità italiana dominano il colonialismo e l’emigrazione. Se Giantonio Stella è riuscito – soprattutto con «L’orda» – a ricordarci «quando gli albanesi eravamo noi», molti altri libri sono invece passati inossercati. Speriamo che non accada per le nove storie – fra verità storica e letteratura – che Angelo Mastrandrea ha raccolto in «Il trombettiere di Custer e altri migranti» (di nuovo Ediesse).

Nonostate le anagrafi italiane siano, da secoli, affollate di cognomi rivelatori – Moretti, Moro, Morini, Morucci… – di migrazioni e meticciati, ancor oggi c’è chi prova a dire (anzi urlare negli stadi) che “se è nero non può essere italiano”. La vicenda di Mario Balotelli è la base su cui Luigi Garlando ha costruito il romanzo «Buuu» uscito da Einaudi. Ma se volete scavare nelle mille ambiguità dello sport “universale” conviene recuperare i libri di Mauro Valeri e in particolare le 39 storie vere (e relative interviste) raccolte in «Black Italians: atleti neri in maglia azzurra» uscito 5 anni fa da Palombi; l’autore è sociologo e psico-terapeuta, ha diretto l’Osservatorio nazionale sulla xenofobia per 4 anni, ma soprattutto è appassionato di sport e dotato di una scorrevole, piacevolissima scrittura.

Infine per un’età 4-7 anni va segnalato «Questa non è una baby-sitter» con i testi di Gabriella Kuruvilla e le illustrazioni di Gabriella Giandelli (36 coloratissime pagine) pubblicato da Terre di mezzo per un prezzo variabile: 7,50 euri se lo si acquista per strada ma 12 (in edizione cartonata però) se si va in libreria. A proposito i venditori di libri per strada essendo perlopiù visibilmente stranieri sono definiti da qualcuno anche “vu sfoglià?”… ma si spera che l’ironia sia rivolta ai nativi che – in proporzione ad altri popoli – purtroppo leggono sempre meno.

GLI OPERAI AUTORECLUSI

Il 24 febbraio sarà un anno da quando 15 operai della Vinyls (gruppo Eni) di Porto Torres hanno occupato l’ex carcere dell’Asinara. Una spettacolare ma anche disperata protesta contro la cassa integrazione che precede il licenziamento. Le prime proteste iniziano il 19 ottobre 2009 con protagonisti Marcello Biosa, Antonio Salaris e Andrea Sechi, «68 anni in tre». Nel corso del tempo i cassintegrati si arrampicano su una torre del Quattrocento, «eretta dagli aragonesi per difendere porto Torres dai pirati»… e chi vuole troverà una metafora. Poi traghettati dalla «balena d’acciaio Sara D.» occupano l’ex carcere dell’isola.

Speranze e stanchezze, ritratti personali e collettivi, solidarietà e indifferenza, nuovi progetti… Silvia Sanna ha accompagnato questi auto-reclusi per tutto il cammino e in «100 giorni sull’isola dei cassintegrati» (Il maestrale: 190 pagine per 12 euri) ne racconta la vita quotidiana in un testo prezioso anche per altri. Ed è significativo che in molte città da giugno, cioè dall’uscita del libro, a oggi si siano organizzate presentazioni e iniziative solidali mentre i media (presunti grandi) cancellavano quelli della Vinyls – ma anche tutti gli altri operai – dall’orizzonte. Nelle schede dei 14 occupanti che chiudono il libro Silvia Sanna chiede a ognuno il suo «slogan personale» e 4 di loro hanno scelto lo stesso: «chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso»

BART E NICK, VITTIME DEL RAZZISMO

«Non dovete vergognarvi (…) Non tacete ma gridate dai tetti che io sono innocente». Così scrive ai suoi cari l’anarchico Bartolomeo Vanzetti, piemontese emigrato negli Stati Uniti, dove verrà assassinato sulla sedia elettrica (il 23 agosto 1927) con Nicola Sacco per una rapina – nella sparatoria vi furono due morti – commessa il 15 aprile 1920.

Non ebbero certamente un processo giusto Nick e Bart ma all’epoca la grande mobilitazione internazionale non riuscì a salvarli. Solo nel 1977 il governatore del Massachusetts, Michail Dukakis, ammise pubblicamente che le indagini e la sentenza erano profondamente influenzate dal «pregiudizio razziale» (contro gli italiani) e da quello politico anti-anarchico. Dukakis proclamò il 23 agosto «Sacco and Vanzetti day» ma in tutto il mondo la memoria di Nick e Bart non si era smarrita come sottolinea anche Massimo Ortalli nell’introdurre questa famosa antologia, che era da tempo esaurita, di Vanzetti. «Non piangete la mia morte» (Nova Delphi editore: 328 pagine per 10 euri) raccoglie soprattutto le sue lettere ai familiari e si chiude con le sue ultime parole ai giudici. Una lunga e dettagliata auto-difesa dove ribadisce la sua innocenza e spiega punto per punto le scorrettezze processuali. Ma è anche l’orgogliosa rivendicazione di una vita e di una scelta politica. Queste le sue ultime parole ai giudici: «Sono tanto convinto di essere nel giusto che se voi aveste il potere di ammazzarmi due volte, e per due volte io potessi rinascere, vivrei di nuovo per fare esattamente ciò che ho fatto finora».

BRIGANTI, PIEMONTESI E MUSICA

Dovessi suggerire la lettura di uno solo fra i 100 libri usciti in questi mesi – tradizionali e «revisionisti», leghisti o sudisti, contro oppure pro l’unità – per il 150esimo anniversario dell’Italia, ne sceglierei uno che stranamente ma efficacemente combina musica e storia, la privata biografia di un artista (assurdamente accusato di aver rapinato “al popolo” una canzone della quale invece è l’autore) con documenti, citazioni, riflessioni.

«Brigante se more: viaggio nella musica del Sud» (14 euri, 208 pag) è scritto da Eugenio Bennato e pubblicato da un editore che si chiama Coniglio ma invece pubblica libri scomodi – come quello di Sabina Morandi che presto presenterò su codesto blog – con un coraggio da leone. Pur se non è noto come il fratello Edoardo, anche quest’altro Bennato è conosciuto almeno da chi ama la buona musica essendo stato nel ’69 fra i creatori dela Nuova compagnia di canto popolare, poi di Musicanuova ma anche instancabile compositore, animatore del movimento Taranta Power e autore di moltissime colonne sonore.

Ed è proprio una sua canzone, «Brigante se more», scritta per uno sceneggiato televisivo del 1979 all’origine del suo maggiore successo ma anche… dei peggiori insulti. Infatti mentre quei versi diventano celebri, quasi un “inno di lotta” in molte manifestazioni (e non solo al Sud) Eugenio Bennato viene accusato di avere rubato la canzone – o alcune strofe – alla tradizione popolare, anzi ai briganti stessi di un secolo prima. In quel particolare tribunale che si chiama “leggende metropolitane” i processi non si celebrano con le regole a noi note: che contro Bennato non ci sia alcuna prova o testimone attendibile mentre lui sia in grado di produrre 100 testimonianze a suo favore… non conta. Lui stesso racconta, con toni fra il divertito e il disperato, come abbia invano cercato di sconfiggere il “venticello” della calunnia.

La vicenda pur significativa (soprattutto da quando la rete ha moltiplicato episodi del genere) resterebbe “personale” se Eugenio Bennato non avesse la capacità di intrecciarla con quella “antologia degli orrori” che fu la lotta contro i briganti dove i massacri erano sorretti da un’ideologia razzista apertamente rivendicata dai militari ma anche da molti politici. Impressionanti i documenti che Bennato propone («tra il 1861 e il 1872 ci furono al Sud 154.850 caduti in combattimento, 111.520 fucilati o morti in carcere») ma anche le fotografie e i dati dei censimenti dai quali si evidenzia il saccheggio economico ai danni del Meridione.

Nelle ultime pagine, l’autore chiede perdono a Italo Calvino per non essere stato abbastanza attento ad “alleggerire” il testo come il grande scrittore suggeriva: «chiudo questo libro» – scrive Bennato – «con la coscienza inquieta di aver tirato fuori le cose che avevo da dire in maniera immediata e disordinata». Verissimo, alcuni passaggi sono disordinati o ripetitivi ma sulla bilancia pesano assai più i pregi di una intelligenza intrisa di ironia, della capacità di essere rigoroso senza cadere nella pignoleria e soprattutto di una scrittura agile a avvincente. Allora lo aspettiamo al prossimo cd o al nuovo libro?

Redazione
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2 commenti

  • al prossimo cd ed al nuovo libro…sono incompatibili?…me lo ricordo nel ’71 al brancaccio….un’extraterrestre Bennato…

  • Già, i Bennato, miei dirimpettai a Bagnoli, amiche le nostre mamme… Eugenio ha sempre operato in maniera colta sulla musica popolare, un artista attento che ha riscoperto e valorizzato perle dimenticate della tradizione artistico-musicale.

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