Nessuna crisi per il mercato delle armi italiane

di Marco Magnano (*)

Nel 2016 il nostro Paese ha esportato pistole, fucili e munizioni per oltre un miliardo, con un grande aumento soprattutto verso il Medio Oriente

Il rapporto annuale dell’Opal (Osservatorio permanente sulle armi leggere)

Venerdì 24 novembre l’Osservatorio permanente sulle armi leggere (Opal) ha presentato alla stampa il suo rapporto annuale sull’export italiano, riferito in questo caso al 2016. «È ormai una consuetudine – afferma Piergiulio Biatta, presidente di Opal – anche se quest’anno siamo un po’ in ritardo perché i dati di Istat ed Eurostat sono usciti soltanto nelle scorse settimane».

Che cosa emerge da questo rapporto? In sostanza che i produttori di armi del nostro Paese continuano a muoversi in un mercato che non conosce crisi e che colloca il nostro Paese all’ottavo posto nel mondo per volume di esportazioni, con un fatturato sostanzialmente stabile rispetto allo scorso anno, pari a 1,2 miliardi di euro. Rispetto al 2015, in realtà, c’è stato un calo di 2,4 punti percentuali, ma la tendenza non sembra preoccupare produttori e venditori. Anche perché in questo settore sembrano aprirsi sempre nuovi mercati. Piergiulio Biatta spiega che nonostante la flessione generale «aumentano le forniture soprattutto di munizionamento militare al Paesi del Medio oriente, oltre 161 milioni di euro. In particolare verso l’Arabia Saudita, con 40 milioni, e poi verso la Giordania». Quello che accomuna questi Paesi, insieme ad altri della regione, è la partecipazione al conflitto in Yemen, condannato da tutte le organizzazioni mediche e umanitarie del mondo ma a cui il contributo italiano, fatto di forniture militari, è tutt’altro che secondario e tutt’altro che sconosciuto. Secondo i dati presentati da Opal, negli ultimi 20 anni i Paesi della regione mediorientale hanno investito in armi italiane oltre un miliardo di euro, senza contare che alla crescente tensione con l’Iran potrebbe corrispondere un’ulteriore domanda di armamenti, che già si è vista crescere proprio in occasione dello scoppio della guerra in Yemen.

La Rwm Italia, azienda con sede in provincia di Brescia e fabbrica in Sardegna, sembra essere la realtà più abile a sfruttare questa situazione di costante tensione e ad approfittare del livello di scontro. L’azienda, infatti, ha ottenuto dal governo l’autorizzazione a esportare armi per 489 milioni, di cui una quota consistente destinata all’Arabia Saudita. Come sottolinea Giorgio Beretta, analista di Opal e autore del rapporto, «si tratta di bombe aeree che sono utilizzate dall’aeronautica militare saudita per effettuare bombardamenti in Yemen, anche sulle zone civili, in un conflitto che ha causato oltre 10 mila morti, più della metà dei quali tra la popolazione inerme». Il contributo alla guerra in Yemen non è soltanto una fantasia del movimento per l disarmo, ma è stato riconosciuto e documentato anche dal Rapporto finale sullo Yemen redatto da un gruppo di esperti scelti dalle Nazioni unite.

«Il forte incremento di esportazioni – aggiunge Biatta – verso le zone in cui sono in corso conflitti armati, verso paesi governati da regimi autoritari, monarchie assolute del Golfo e paesi belligeranti, pone gravi interrogativi a tutte le parti sociali e in particolare alle rappresentanze politiche». Anche se gli Stati Uniti rimangono il principale acquirente di armi italiane, sono altri quindi i mercati su cui porre l’attenzione.

«Dai nostri dati – precisa poi Biatta – sono esclusi gli armamenti complessi, come navi, carri armati e velivoli, ma ci siamo concentrati soltanto su armi e munizioni di tipo militare e di tipo comune». In effetti, aggiungendo il resto delle forniture militari al totale si arriva a una cifra pari a 14,6 miliardi, un dato cresciuto di quasi l’85% negli ultimi 12 mesi.

«A noi – ricorda Biatta – interessa anche sottolineare che la provincia di Brescia si conferma nel 2016 come la principale zona di esportazione di armi e munizioni. Con quasi 326 milioni ricopre più di un quarto di tutte le esportazioni nazionali in questo senso». In effetti, colpisce quanto la produzione di pistole, fucili e munizioni sia concentrata di fatto in tre province: oltre a Brescia, sono La Spezia e Roma le aree più attive. Per la provincia di Brescia, in particolare, «il giro d’affari nel 2016 è aumentato del 9,6%, è in forte crescita. Anche in questo caso le esportazioni di armi e munizioni verso il Medio oriente nel 2016, con 31 milioni di euro, sono un record. È vero che gli Stati Uniti con 161 milioni si confermano il principale acquirente di armi dalla provincia di Brescia, ma nel 2016 ci sono state consistenti spedizioni anche verso l’Iraq, la Turchia, gli Emirati Arabi, Singapore e anche il Messico».

Il tema delle esportazioni di armi e del suo radicamento sul territorio obbliga le città e le province a interrogarsi sulla sostenibilità, etica prima di tutto, di un simile settore economico. Una questione molto sentita storicamente dalle chiese cristiane, molto attive e presenti nei movimenti per la nonviolenza e il disarmo. «La presenza delle chiese cristiane – conclude Piergiulio Biatta – è sicuramente molto forte anche in Italia. Però, diciamo che di fronte all’azione molto forte che vediamo per esempio in Germania, dove appunto si passa da un coordinamento tra tutte le chiese, cattolica, protestante, per fare pressione sulla politica affinché prenda provvedimenti, in Italia siamo un po’ in ritardo. Sembra che ognuno vada un po’ per la propria strada».

Immagine: via Flickr

(*) ripreso da «Riforma.it». La vignetta qui sopra – scelta dalla “bottega” – è di due anni fa (https://it.wikipedia.org/wiki/Alessandro_Mereu).

 

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