Per la Palestina: cresce la solidarietà e …

… e si torna in piazza in molte città. Appuntamenti, proposte, analisi, libri, appelli e link.

 

UNA SPECIE DI INDICE (per favorire chi va di fretta) DI QUESTO DOSSIER

  • le manifestazioni del 18 e 19 ottobre
  • contro Cybertech Europe: appuntamento il 21 ottobre
  • gli aggiornamenti da Radio Onda d’urto
  • «Il genocidio è americano» di Piero Bevilacqua
  • notizie da Siena e Genova
  • «Con la Palestina fino alla vittoria» di Vincenzo Miliucci
  • «Su Gaza è in azione l’Internazionale Nera…» di Giampiero Cazzato
  • da Micromega: «Fanno affari e la chiamano pace»
  • «Vedi alla voce genocidio» di Marco Baliani
  • da «Comune-info»: Supportare i disertori della macchina bellica…
  • l’opuscolo BDS «Boicottare Israele»
  • scrivi al governo per dire NO ai jet del genocidio
  • Sarajevo: leggere i nomi dei bambini uccisi a Gaza
  • «I soldi sionisti dietro il genocidio» di Caitlin Johnstone
  • L’analisi di Giorgio Beretta su «Altreconomia»

 

18 ottobre 

MILANO “con la Palestina fino alla Liberazione”  CORTEO ore 15 Piazza Udine- Piazza Leonardo da Vinci

PISAh 20,30 Università piazza S.Paolo all’Orto “Break the Wall” incontro con Palestinian Agricultural Relief Committee 

REGELLO h 21 Biblioteca incontro ” quanti popoli? quanti stati? le radici storiche del genocidio a Gaza”  

ODERZO h 19,30 via Comunale 37 Cena Palestinese e presentazione libro ” sotto il cielo di Gaza” 

NAPOLI h 14 piazza Garibaldi corteo “gente do’ sud per la Palestina” 

ROMA h 17 via G. Rovetto, Gaza International-Festival for women’s ” lo sguardo resistente”

LADISPOLI (Roma) h 11-18 “FREEDOM CUP GAZA” – Campo Comunale via Firenze 

MONDOVI’ h 18 Monastero S. Biagio mostra ” I GRANT YOU REFUGE” 

TREVIGLIO (BG) h 16 piazza Manara presidio solidale con la resistenza del popolo  palestinese 

19 ottobre

POGGIBONSI h 15,30 piazza Fratelli Rosselli corteo “costruiamo la pace” 

CASTELNUOVO d’ELSA  h 19 la Corte degli Accorti ” Cena per la Palestina”

BRESCIA h 18 casa del popolo Cremlino ” la storia nascosta del sionismo” 

STEZZANO h 19 piazza della Libertà presidio per la Palestina

domani a Milano, ancora in corteo

NON LASCIAMO SOLO IL POPOLO PALESTINESE!!

La parola pace è una parola bellissima che diventa fuorviante quando viene usata strumentalmente dal nemico genocida come un’arma contro il popolo palestinese

https://www.csavittoria.org/2025/10/16/sabato-18-ottobre-ancora-in-piazza-con-il-popolo-palestinese-e-la-sua-resistenza/

21 ottobre – In occasione di Cybertech Europe alla Nuvola (EUR, Roma) indetta da Assopace Palestina; BDS Roma; Ex 51; Extinction Rebellion; Lab Puzzle; Libere Cittadine per la Palestina; Giovani Palestinesi; Global Movement to Gaza; Movimento Studenti Palestinesi; Yallafest; UDAP.

Roma si mobilita contro Cybertech: no alla complicità con il genocidio a Gaza

Il 21 e 22 ottobre, presso il centro congressi “La Nuvola” all’EUR, si terrà Cybertech Europe, una delle principali fiere internazionali dedicate alla sicurezza informatica, alle tecnologie di difesa e all’intelligence digitale. Nato in Israele, l’evento riunisce imprese, governi e istituzioni del settore della sicurezza cibernetica, con l’obiettivo dichiarato di promuovere cooperazioni e investimenti nel campo della difesa digitale e militare.

Dietro la retorica dell’innovazione tecnologica, Cybertech è in realtà uno spazio di promozione dell’industria bellica e dei dispositivi di sorveglianza che alimentano guerre, occupazioni e repressioni in tutto il mondo. Tra gli sponsor figura Cisco che, attraverso la sua lunga collaborazione con l’esercito israeliano, fornisce l’infrastruttura tecnologica per automatizzare l’apartheid nei Territori Palestinesi Occupati mediante sistemi avanzati di sorveglianza.

Tra le varie start-up israeliane sarà presente anche Check Point Software Technologies Ltd, strettamente legata all’apparato militare e di sicurezza israeliano, che collabora con imprese belliche come Israel Aerospace Industries (IAI), produttrice di droni impiegati nei bombardamenti su Gaza.

La decisione di ospitare Cybertech presso La Nuvola – struttura di proprietà di Eur Spa, società controllata per il 90% dal Ministero dell’ Economia e delle Finanze e per il 10% dal Comune di Roma – costituisce un atto politico grave che legittima e normalizza la complicità nel genocidio in corso a Gaza, offrendo spazio e visibilità ad aziende che traggono profitto dal colonialismo d’insediamento, dall’apartheid e dalle violenze dello Stato israeliano.

Tale decisione si colloca all’interno di un sistema di militarizzazione globale caratterizzato dalla proliferazione delle armi e da reti di lobbying influenzate dal potere e dagli interessi economici e militari.

Di fronte a questa complicità istituzionale e industriale, le realtà solidali con il popolo palestinese chiamano a una grande mobilitazione per martedì 21 ottobre alle ore 18.00 per contestare la presenza a Roma di un evento che legittima imprese coinvolte nel genocidio e nell’occupazione illegale, per denunciare la corresponsabilità e complicità di chi le ospita.

Se le istituzioni non interromperanno i rapporti economici, politici e militari con chi trae profitto dal genocidio, saranno le persone a farlo dal basso.

Martedì 21 ottobre alle ore 18.00 -fermata metro Eur Palasport- Roma si mobilita contro Cybertech e La Nuvola.

Scendiamo in piazza, blocchiamo tutto.

Dal basso, contro il genocidio, le guerre e contro chi le alimenta.

Roma non sarà complice.

Assopace Palestina

Bds Roma

Ex 51

Extinction Rebellion

Lab Puzzle

Libere Cittadine per la Palestina

Giovani Palestinesi

Global Movement to Gaza

Movimento Studenti Palestinesi

Yallafest

Udap

DAL NOTIZIARIO DI RADIO ONDA D’URTO

PALESTINA – L’esercito occupante isrealiano rinvia ancora una volta l’apertura del valico di Rafah, che resta chiuso, con i camion di aiuti dirottati verso il più piccolo e periferico valico di Karem Abu Salem (Kerem Shalom) e altri valichi. Dei 600 camion al giorno promessi, al momento ne arrivano meno di 300. L’Unrwa afferma di avere “abbastanza cibo fuori dalla Striscia per rifornire la popolazione per tre mesi e che le squadre sono pronte a consegnarlo”, ma non possono farlo per il blocco, criminale, di Tel Aviv. Da dentro la Striscia arriva poi l’’allarme delle autorità idriche: “non c’è abbastanza acqua a Khan Younis, chiediamo aiuto ad autorità e ong internazionali”.

Il valico di Rafah, comunque, per ora resta chiuso; “probabilmente sarà aperto questa domenica” è l’ennesimo ritardo comunicato dal ministro degli Esteri di Israele Gideon Sa’ar, oggi a Napoli per i Med Dialogues, contestato nel capoluogo campano da movimenti e realtà di base; Radio Onda d’Urto ne ha parlato qui.

Sempre in Italia ci si prepara a un altro sabato di mobilitazione per la Palestina. Restiamo a Napoli, con la manifestazione regionale del pomeriggio di “Gente Do Sud”, mentre a Milano assemblea studentesca mattutina in Piazza Scala e poi, alle ore 15, il corteo da piazza Udine a piazza Da Vinci ‘Con la Palestina fino alla liberazione!”.

Infine Brescia; sabato corteo del Coordinamento Palestina che partirà, alle ore 15, dalla metro San Faustino, che si intreccerà poi con l’annuale Marcia per l’accoglienza, che sempre alle ore 15 si concentra nella vicina piazza Rovetta, come spiega Umberto Gobbi, di Diritti per Tutti e Coordinamento Palestina di Brescia.

GAZA – Intanto dentro Gaza, nonostante il cessate il fuoco in corso, 5 morti in 24 ore per i raid israeliani tra Al Bureij, Gaza City Khan Younis. Salgono così a 24 i palestinesi uccisi da quando, venerdì, è in vigore il cessate il fuoco, nuovamente minacciato di saltare dallo stesso Saar; “Hamas ci consegni subito i 19 cadaveri di israeliani nela Striscia. Non domani, non tra una settimana, ma ora”. Replica di Hamas; “serve tempo, per capire dove sono e come recuperarli tra le macerie”. Per le autorità della Striscia, 2 anni di genocidio hanno lasciato a Gaza 20mila ordigni inesplosi e 70 milioni di tonnellate di macerie; 11 volte, per fare un paragone, di quelle presenti in Ucraina a tre anni e mezzo dall’invasione militare russa.

Da Gaza alla Cisgiordania Occupata: un bambino palestinese di 11 anni, Mohammad Bahjat Al-Hallaq, è morto quando le forze di occupazione israeliane hanno aperto il fuoco nel villaggio di Al-Rihiya, a sud di Hebron. I soldati hanno sparato proiettili veri contro un gruppo di bambini che stavano giocando a calcio nel cortile della scuola di Al-Rihiya. Il bambino è stato colpito da un proiettile che gli ha trapassato il bacino ed è stato trasferito in un ospedale vicino in condizioni critiche, prima di essere successivamente dichiarato morto. A poca distanza assedio vero e proprio ad At – Tuwani, sigillato da tutti i lati. 5 fermi tra i residenti, da anni impegnati in percorsi di resistenza popolare nonviolenta contro la loro cacciata, per fare posto a un’ “area militare” degli occupanti. Raid estesi poi a nord-est di Ramallah e un ferito ad al-Ram, nord di Gerusalemme, dove ieri era stato ammazzato un 57enne, picchiato a morte a un check point dai soldati sionisti occupanti, nel silenzio occidentale.

Solidarietà internazionale: la polizia dell’Irlanda dovrà indagare su Airbnb che opera negli insediamenti israeliani illegali in Cisgiordania. L’Alta Corte di Dublino ha annullato la decisione iniziale della stessa polizia, che sosteneva di non potere esaminare la questione per “mancanza di giurisdizione”. Analoga denuncia contro Airbnb oggi in Francia, per complicità e occultamento aggravato di crimini di guerra, depositata dalla Ligue des Droits de l’Homme, che accusano la piattaforma di affitti brevi di favorire un ‘’turismo d’occupazione’‘.

Su Radio Onda d’Urto puoi ascoltare:

Il genocidio è americano

di: Piero Bevilacqua (*)

Non lasciamoci ingannare. Quella ottenuta da Trump non è una pace, ma per il momento una tregua, un cessate il fuoco, comunque benvenuto per le martoriate popolazioni palestinesi. Esso schiude spiragli per il futuro aperti a importanti possibilità su cui occorrerà ritornare. La rivolta di massa che ha investito i paesi europei, le divisioni interne allo stato di Israele, lo scandalo della posizione genocida americana di fronte al mondo, ha costretto Trump, o qualche suo influente consigliere, a intervenire con qualche soluzione che fermasse il massacro. Il sollievo che proviamo in questo momento, le emozioni che ci suscitano le immagini dei disperati, che festeggiano la tregua tra le rovine delle proprie case, non ci deve, tuttavia, annebbiare la mente, né far desistere dai compiti dell’analisi storica. L’unica in grado di restituire la corretta lettura dei fatti. Anche se oggi bisogna pur sottolineare un fatto di grandissimo rilievo: la potenza politica delle mobilitazioni di massa. Quello che non hanno fatto gli stati di quasi tutto il mondo, il Parlamento europeo, le inconsistenti élites di un continente alla deriva, lo hanno fatto milioni di cittadini, tantissimi ragazzi e ragazze che per giorni e giorni sono scesi nelle strade nostre città. Ma il fine di questo articolo è un altro.

Oggi, in Italia, assistiamo a un evidente fenomeno di comportamento gattopardesco. Di fronte all’abbagliante evidenza del genocidio compiuto a Gaza, i narratori delle magnifiche sorti e progressive dell’Occidente cominciano ad ammettere qualcosa, ma non per rivedere errori di valutazione, accennare a un’onesta autocritica. No. Cedere su questa o quella questione particolare risponde a un intento politico preciso: mantenere intatta la visione egemonica che il genocidio manda in frantumi. Esponenti politici, giornalisti, intellettuali democratici (soprattutto quelli democratici) sono pronti a scaricare i sensi di colpa con cui per due anni hanno nascosto e giustificato i massacri, concedendo che, si, “Israele ha sbagliato, doveva fermarsi prima”, e qualcuno osa persino esporsi con “Netanyahu è un criminale”. E altre concessioni di simile tenore. Ammissioni più penose per superficialità delle menzogne precedenti. Se poi si fa cenno alle responsabilità americane naturalmente tutte vengono selettivamente concentrate sul violento e imprevedibile Trump, che aveva proposto di trasformare Gaza in un resort per miliardari come lui.

Sappiamo bene che il genocidio e il disegno della “soluzione finale” nei confronti della popolazione di Gaza e della Cisgiordania, non erano una solitaria follia del criminale Netanyahu e degli uomini del suo Governo, ma di tutto il fronte sionista delle classi dirigenti israeliane. E non solo, gran parte del gruppo dirigente israeliano ha condiviso quella scelta. Basti ricordare che il 24 luglio di quest’anno la Knesset, il parlamento di Tel Aviv, con 71 voti favorevoli e 11 contrari ha approvato una mozione che impegna il Governo d’Israele a procedere all’annessione della Giudea e della Samaria, che nel linguaggio biblico corrispondono all’odierna Cisgiordania.

Ma fermarsi alle responsabilità di Israele di fronte a quanto è accaduto, anche soltanto in questi ultimi due anni, oggi non è ammissibile neppure nelle chiacchiere da bar. In realtà abbiamo tutte le ragioni per affermare che senza l’ampio appoggio militare, politico, diplomatico e mediatico degli USA il genocidio non sarebbe stato neppure concepibile. Cominciamo col ricordare gli ingenti capitali messi a disposizione di Israele: dal 7 ottobre 2023 al 30 settembre 2024 gli Stati Uniti hanno speso ben 22,7 miliardi di dollari in sostegno militare a Israele (L. J. Bilmes, W.D. Hartung, S. Semler, United State on Israel’s Military Operations and Related U.S. Operations in the Region. October 7, 2023 – September 30, 2024, Watson Institute for International Public Affairs, 7 ottobre 2024). E questo è solo un aspetto del supporto militare. Trascuriamo per brevità le portaerei nel Mediterraneo, le migliaia di soldati insediati in area, le basi militari, ecc.

In questi due anni è stata l’amministrazione del democratico Biden a fornire all’esercito di Israele le bombe che hanno distrutto abitazioni, ospedali, scuole, università, annientato tende di rifugiati, bruciato campagne coltivate, ucciso anziani inermi, donne e bambini a migliaia al mese. Un rapporto del Comitato Speciale delle Nazioni Unite sulle pratiche israeliane nei territori occupati, presentato all’Assemblea Generale il 18 novembre 2024, ricordava che nel solo mese di febbraio le forze israeliane avevano utilizzato, nella striscia di Gaza, più di 25.000 tonnellate di esplosivo: l’equivalente di due bombe nucleari, vale a dire circa il doppio della potenza distruttiva della bomba sganciata su Hiroshima. Erano bombe spedite costantemente dagli USA, che evidentemente condividevano, con Netanyahu, il progetto della “soluzione finale” della questione palestinese. Qualcuno ricorda quante volte, durante il 2024, Joe Biden annunciava come prossimo un cessate il fuoco? Menzogne suggerite dagli esperti della comunicazione. Dovevano consentire a Israele di continuare il “lavoro sporco” (come si è espresso con eleganza quel grande statista tedesco) contro i palestinesi, ingannando l’opinione pubblica americana e offrendo ai giornalisti occidentali l’immagine di una falsa neutralità mediatoria degli USA su cui poggiare il proprio pacchetto di menzogne. Biden sotto banco inviava tonnellate di bombe, in pubblico annunciava imminenti accordi di pacificazione che non arrivavano mai.

E qui sfioro una questione capitale. Il sostegno mediatico che gli USA forniscono alle classi dirigenti occidentali per ottenere consenso, manipolare la propria opinione pubblica, mascherare anche le operazioni più criminali, è uno degli aspetti più ignorati e politicamente più rilevanti della storia contemporanea recente. Sono gli Americani che decidono (e convincono larga parte del mondo) quali formazioni sono da considerare terroriste, quali stati sono “Stati canaglia”, quali sono le forze del bene e quelle del male. Essi forniscono il materiale informativo e l’indirizzo ideologico al fine di consentire alla stampa vassalla la possibilità di impastare il nobile racconto occidentale. E alla realizzare di tale compito lavorano non soltanto con le loro potenti agenzie di stampa, come Associated Press e l’Agenzia Reuters (senza considerare l’influenza dei colossi mediatici), ma anche, e in maniera più mirata, con decine di migliaia di esperti di comunicazioni di massa al servizio del Pentagono. Gruppi di creatori di notizie che confezionano le narrazioni destinate alle redazioni dei giornali. È grazie a questa gigantesca opera sotterranea, che l’oppressione quotidiana, l’apartheid conclamato, l’imprigionamento di fatto di milioni di palestinesi a Gaza, un oltraggio all’umanità che dura decenni, è stato sapientemente cancellato agli occhi dell’opinione pubblica mondiale. (Sul ruolo della stampa oggi, P. Bevilacqua, Stampa di guerra, Historia Magistra, 2023, n. 43, ma la pubblicazione è del 2024)

Ma c’è un sostegno storico più ampio degli USA a Israele, che ha trovato il suo culmine dopo il 7 ottobre 2023, e che colloca l’iniziativa americana entro una prospettiva più vasta. Washington ha cominciato a finanziare decisamente Israele dopo la guerra dei sei giorni del 1967. Le capacità militari dimostrate dall’esercito di Tel Aviv in quel conflitto hanno convinto gli americani a farne il proprio avamposto strategico in Medio Oriente. Con gli anni, poi, le potenti lobby ebraiche USA, com’è largamente noto, hanno finito col condizionare il sistema elettorale americano, legando così in maniera sistemica lo Stato di Tel Aviv al suo protettore. Israele, spesso va oltre le indicazioni USA, vassallo irrequieto, e impetuoso. Alcuni studiosi – in una ricerca ingiustamente trascurata – hanno addirittura messo in evidenza come in fatto di tecniche militari gli israeliani hanno talora fornito insegnamenti all’esercito americano (E. Bartolomei, D. Carminati, A. Tradardi, Gaza e l’industria israeliana della violenza, DeriveApprodi, 2015). Tuttavia Israele resta il braccio armato della politica estera dell’impero americano in quella importante regione del mondo. Gli USA non si limitano a mandare armi, ma hanno bloccato dal 1948 ben 45 volte le 94 risoluzioni dell’ONU che sanzionavano le violenze e le infrazioni di Israele (tutte lodevolmente pubblicate in appendice a J. Baud, Operazione Diluvio Al-Aqsa. La sconfitta del vincitore, Max Milo, 2024). Tutti i ferventi difensori dell’ordine internazionale si ricordano della sua esistenza solo per la Russia che ha invaso l’Ucraina e dimenticano l’essenziale. Vale a dire che l’ordine internazionale è stato sistematicamente violato per 80 anni da Israele, con la copertura degli USA, i quali hanno finito con l’infliggere danni irreparabili al prestigio e alla credibilità dell’ONU. Con la copertura politica della potenza americana, Israele, soprattutto dopo la guerra del 1967, ha potuto compiere tutta la propria operazione di espropriazione delle terre palestinesi, la politica di apartheid nei territori occupati, i massacri a Gaza seguiti alle varie intifade, le occupazioni illegali in Cisgiordania, i bombardamenti in Libano e in Siria, insomma tutta l’opera che precede e accompagna il genocidio di questi ultimi due anni.

Infine un’ultima considerazione. Chi ha a cuore le sorti del popolo palestinese spesso lamenta l’indifferenza, se non l’ostilità, di gran parte degli Stati arabi nei suoi confronti. Ma di quanta corruzione in fiumi di dollari, di quante minacce militari subite si nutre da decenni questa indifferenza? Che cosa ne sappiamo noi delle operazioni segrete delle agenzie USA presso le élites politiche di questi paesi? La storia segreta della politica estera americana si può conoscere solo dopo decenni, quando vengono desecretate le carte d’archivio e il castello di menzogne con cui è stata ingannata l’opinione pubblica mondiale viene alla luce. Spesso, bisogna dire, per merito di storici e giornalisti americani. Ma davvero i governi del Qatar, del Libano, della pur debole Giordania, dell’Egitto, della Turchia, della stessa Arabia Saudita, con le loro opinioni pubbliche ferocemente antisraeliane, sarebbero rimaste inerti di fronte a tanto massacro senza la presenza militare USA, le sue basi militari, le sue portarei, la sua minaccia di devastanti bombardamenti? Forse che che le élites di quegli stati non ricordano i bombardamenti in Iraq, Libia, Siria, e ultimamente sull’Iran?

Dunque il genocidio a Gaza è interamente parte del progetto di dominio unipolare dell’Impero americano. E i governi europei che nel genocidio hanno fatto la loro parte, soprattutto Germania e Italia (E. Traverso, Gaza davanti alla storia, Laterza, 2024), oggi vedono macchiato dal disonore un mito che dura da 80 anni, pilastro egemonico della loro narrazione: quello dello Stato democratico più antico del mondo, che esporta la democrazia presso gli stati autocratici. Oggi quella democrazia appare per quello che è da decenni, una plutocrazia aperta agli esiti più avventurosi, come mostra la presidenza Trump. È evidente dunque che le élites europee si trovano intrappolate nelle menzogne con cui hanno cercato di mascherare la propria subalternità al Grande Fratello e ora cercano di fronteggiare un duplice scacco: la sconfitta nella guerra in Ucraina, con cui si voleva far crollare la Russia, e il fallimento del progetto genocida a Gaza, compresa la liquidazione dell’Iran. Perciò le loro posizioni pubbliche oscillano oggi penosamente tra il ridicolo e il grottesco. Come fanno a schierarsi con gli USA, mentre il loro governo si è trasformato in nemico, agente di una guerra economica e commerciale senza precedenti contro l’Europa? E infatti non possiamo non porci la grande domanda che riguarda il nostro immediato futuro: quale grave e irreversibile delegittimazione subiranno le classi dirigenti del nostro continente, che continuano a indicare nella Russia il nemico alle porte, mentre l’America tenta di arginare il suo declino saccheggiando il nostro patrimonio industriale e imponendoci esborsi finanziari rovinosi?

(*) ripreso da Volere La Luna

Siena. Il senato accademico vuol mantenere i rapporti con Israele, Leonardo e US Army

di Cravos – organizzazione studentesca

Siena, 13 ottobre, l’Università di Siena ha respinto la mozione proposta da Cravos e dal Comitato Palestina Siena per interrompere i rapporti con le università israeliane, con Leonardo S.p.A. e con l’esercito statunitense.

La mozione proponeva inoltre di aderire all’appello dei rettori di Gaza, di avviare collaborazioni con le università palestinesi e di istituire un regolamento che garantisse l’estraneità dell’Ateneo da collaborazioni con enti coinvolti in violazioni dei diritti umani o orientati alla produzione di armi.

Si tratta di una mozione costruita dal basso, sottoscritta in meno di due settimane, solo per quanto riguarda la comunità accademica dell’Università di Siena, da oltre 1000 studentesse e studenti, 123 lavoratori e lavoratrici, 168 dottorandi e specializzandi e 170 docenti.

Per interrompere questi accordi non serviva una commissione o un nuovo regolamento: sarebbe bastato riconoscere la realtà, ossia il coinvolgimento di tali enti nella violazione dei diritti umani. Sarebbe bastata la volontà di essere coerenti con i principi già sanciti dallo Statuto di Ateneo: promuovere la libertà, la giustizia, la pace e il rispetto della dignità umana.

Nei giorni precedenti e durante la seduta abbiamo chiesto al rettore di scendere nel cortile del rettorato per comunicare alla manifestazione, indetta a sostegno della mozione, la decisione dell’Ateneo.

Al rifiuto del rettore di scendere, studentesse e studenti sono entrati pacificamente nell’aula del senato per chiedere i motivi della bocciatura. Dopo 15 minuti di confronto, il Rettore ha sospeso la seduta del senato accademico.

La riunione è ripresa il 14 ottobre, in modalità telematica, per discutere un testo che non era stato preventivamente comunicato a tutti i senatori nei giorni precedenti. Abbiamo votato contro tale risoluzione, approvata dalla maggioranza, poiché lo riteniamo uno strumento volto a mantenere in vita proprio quei rapporti che la nostra mozione intendeva interrompere.

Il documento approvato da Unisi riprende quanto avvenuto in molti altri atenei italiani: la spinta della comunità accademica verso la rescissione degli accordi con Israele e con l’industria bellica è stata neutralizzata dai vertici universitari, che hanno preferito ricorrere a formule vaghe e compromissorie.

Ne risultano testi di facciata, che esprimono buone intenzioni ma non incidono sulle collaborazioni con enti direttamente coinvolti nella guerra e nell’occupazione.

Continueremo a coltivare nel territorio senese quel tessuto sociale che da due anni anima il movimento al fianco del popolo palestinese, e a proporci come alternativa, dentro e fuori l’Università, che rimetta al centro dell’agenda politica il diritto allo studio, all’abitare, il lavoro, contro le politiche di riarmo e ogni tentativo di reprimere la protesta.

Genova. Al Comune centro-sinistra e destra votano insieme contro gli studenti e per la Leonardo

di Potere al Popolo – Genova

Lunedi il Consiglio Comunale di Genova ha votato all’unanimità due mozioni, presentate dal centrodestra;il centrosinistra ancora una volta ha scelto di piegarsi al “pragmatismo politico” rinunciando a ogni forma di opposizione reale.
La prima mozione, che esprime “solidarietà al Magnifico Rettore dell’Università di Genova”, si inserisce in un clima repressivo contro le mobilitazioni studentesche che, con coraggio, hanno denunciato il ruolo dell’Università nel sostenere progetti bellici e collaborazioni con aziende come Leonardo.
La seconda mozione chiede il reintegro della Fondazione Leonardo come sponsor del Festival della Scienza dopo che era stata estromessa a seguito delle proteste contro il suo coinvolgimento nella produzione bellica: ha  chiesto alla sindaca e alla giunta di intervenire per “ripristinare la partecipazione della fondazione”, ignorando completamente le ragioni etiche e politiche che avevano portato all’esclusione.
Il centrosinistra genovese ha votato entrambe le mozioni, dimostrando di non avere alcuna volontà di difendere i diritti degli studenti, dei lavoratori universitari, né tantomeno la libertà della ricerca scientifica.
Si accusano gli studenti di aver bloccato le attività dell’università ed inoltre di aver arrecato “atti di offesa e di usurpazione del patrimonio artistico e storico dell’ateneo come devastazione di ambienti e imbavagliamento di statue antiche”.
Il Festival della Scienza, proprio in quest’ottica, deve restare uno spazio di divulgazione indipendente, non uno strumento di propaganda per aziende che traggono profitto dalla guerra.

«CON LA PALESTINA FINO ALLA VITTORIA»

Sono trascorsi 2 anni dall’impegno di comunicare-collegare le iniziative per la Palestina in Italia, in particolare quelle del fine settimana, tramite Radio Onda Rossa e per via mail.

Correva il 12 ottobre 2023. Due sere prima c’era stata la prima riunione romana autoconvocata c|o l’ex Snia con 65 persone presenti , tra cui i rappresentanti di 20 realta’ sociopolitiche e quelle delle organizzazioni palestinesi, che promossero la prima manifestazione a piazza Vittorio, forte di migliaia di partecipanti che in corteo giunsero dapprima a S.Lorenzo per terminare all’Universita’.

Gia’ il 12 ottobre venivano annunciate le altre manifestazioni a Torino, Milano, Bologna, Firenze, Napoli…. Poi, da quella data di settimana in settimana, e in tempi straordinari quasi tutti i giorni, come per il viaggio della Sumud Flotilla e di questi straordinari “giorni che valgono anni” dalla mezzeria di settembre a quella di ottobre 2025 , con 2 scioperi generali, la manifestazione nazionale del 4 ottobre a Roma, la mobilitazione per la Freedom Flotilla assaltata, e la difficolta’ di comunicare in tempo reale, stante la quantita’ di iniziative ovunque, quasi in tutti i 7904 Comuni !

Una prolungata esperienza , confortata dal riscontro di centinaia di sollecitazioni e consigli, di soggettivita’ capaci di colmare le dimenticanze e|o la non conoscenza di tutte le iniziative, che utilizzavano la pagina aggiungendo o mettendo in risalto la propria. 

Lo spirito è stato quello di far vedere-circolare la molecolarita’ della necessita’ di mobilitarsi per la Palestina, non solo per contribuire a fermare lo sterminio, anche per dare un senso e una risposta alla propria dignita’ offesa.  

Ho potuto cosi’ testimoniare il crescendo di partecipazione dal basso,della cosidetta gente comune,che rompendo gli indugi si è messa in moto coinvolgendo i propri amici, i compagni di lavoro, il paese, la categoria, il territorio, l’Italia. 

Ognuna|o ci ha messo del suo. Sono sorti : i presidi in Comune per l’esposizione della bandiera palestinese, poi quelli alle Prefetture “per il riconoscimento della Palestina da parte del Governo”, le cene di sottoscrizione, la musica contro il silenzio, le veglie e le fiaccolate, i sermoni dal pulpito e lo sbatter di campane, i disegni dei bambini sulla barbarie a Gaza, le piece teatrali, i docufilm, le presentazioni di libri, l’occupazione di scuole e universita’, le manifestazioni locali poi quelle regionali, la crescita dei “sanitari per Gaza”, il boikot TEVA, Carrefur, Caterpillar…… 

Poi sono venuti il blocco dei porti alle armi israeliane (Genova, Livorno, Ravenna, Trieste, Marghera,…) , dell’aeroporto di Pisa e in particolare di quello di Olbia “ai militari assassini  vacanzieri in Sardegna”, quello delle stazioni FS, di tratti di cavalcavia e di autostrade, delle fabbriche di armi in primis Leonardo : che hanno reso possibile il “blocchiamo tutto, fermiamo l’Italia contro il genocidio e per la Palestina libera”.

Ed ancora, il coinvolgimento per la Palestina : della Mostra del Cinema di Venezia, delle  kermesse musicali della “Notte della Taranta e di Pino Daniele è”, dei grandi eventi sportivi dall’atletica, al calcio, al ciclismo, di innumerevoli accademici, scrittori, artisti, giuristi, di ordini professionali, di Amnesty International, Emergency, rete NO Bavaglio, Antigone…

Senza alcuna saccenteria, ho avuto modo di dire a chi me lo ha chiesto che «non sono rimasto particolarmente sorpreso dalle migliaia del 30 agosto a Genova partenza della Sumud Flotilla,dalle decine di migliaia di domenica 16 settembre a Roma,……dalle giornate di sciopero del 22|9 e del 3 ottobre, e poi il 4 ottobre da tutta Italia».

Svolgendo questo “lavoro” settimana dopo settimana da 2 anni, ho visto crescere l’impegno della cittadinanza in ogni sua articolazione. “Sentire” il disagio dell’impotenza, felicemente risolto con la partecipazione diretta, col mettersi in gioco.

Gente silente prendere parola nella vita quotidiana, contrastare l’indifferenza, rigettare l’accusa di antisemitismo.

Le manifestazioni sono diventate via via sempre piu’ imponenti a partire dalla ripresa dei bombardamenti il 18 marzo 2025,con la rottura di Israele “degli accordi sul cessate il fuoco del 19 gennaio e lo scambio dei prigionieri entro febbraio”. Oltremodo dopo l’attacco ai depositi nucleari in Iran e lo sfregio al Qatar, con le bombe dov’era riunita la delegazione di Hamas, anche e sopratutto perche il Qatar è alleato degli Usa ospitandone una grande base militare. La gente comune ha avvertito il pericolo mortale per il mondo intero rappresentato da Israele.

Subito, a fronte di ogni ulteriore aggressione israeliana è stata corrisposta una importate dimostrazione di popolo. Lo ” stop al genocidio”  risuonava ovunque. Sono state strabilianti le manifestazioni del 30 marzo ” la Terra palestinese”, della Liberazione il 25 aprile, quella nazionale dei 100.000 il 21giugno a Roma”contro guerra-riarmo-genocidio”; mentre a maggio, a Milano e Roma, i sionisti sempre piu’ isolati e scornati, facevano attentati ai Csa Vittoria e La Strada.

Poi, con la partecipazione globale alla spedizione della Flotilla per Gaza e con l’invasione via terra di Gaza City (la rinnovata angoscia visiva del nuovo esodo di massa dei gazawi tra le macerie) le mobilitazioni dal 16 settembre al 4 ottobre hanno dilagato, fino a diventare un autentico rapporto di forza che ha contribuito non poco all’accordo di tregua presente, e speriamo alla soluzione politica per la Palestina.

Questo contagio di massa, se non sbanda e si divide per fallaci scorciatoie partitico-elettorali, puo’ prendere la forma di un Movimento capace di accompagnare la resistenza del popolo palestinese fino alla vittoria.

Come quello della mia generazione che sostenne la vittoriosa epopea del Vietnam, contribuendo a sconfiggere l’imperialismo yankee. Quella vittoria fu foriera in Italia e nel mondo di grandi lotte e conquiste sociali-culturali-politiche che hanno cambiato e trasformato un’epoca.

Auspico alla presente “generazione Gaza-Palestina” di fare altrettanto cogliendo l’occasione. Anche in tempi difficili come questi, su cui incombe l’immanenza della guerra mondiale, stante la persistenza del conflitto russo-ucraino, fautore del riarmo generalizzato e di un nuovo ordine mondiale sempre piu’ reazionario, in cui domina il delirio di potenza, che oltre ad impoverire e reprimere l’esistente, non disdegna l’uso di armi di distruzione di massa compresa l’atomica per annichilire l’umanità.

Facciamo di tutto affinche’ quanto gia’ dispiegato per la Palestina sia in grado di respirare la dimensione dei costruttori di pace, capaci innanzi tutto di “FERMARE LA GUERRA”

Vincenzo  Miliucci

«Su Gaza è in azione l’internazionale nera, con Trump, Orban, Afd, Meloni e Netanyahu». Parla Tomaso Montanari

di Giampiero Cazzato

è qui: https://www.patriaindipendente.it/servizi/su-gaza-e-in-azione-linternazionale-nera-con-trump-orban-afd-meloni-e-netanyahu-parla-tomaso-montanari/

 

su MICROMEGA

Fanno affari e la chiamano pace

Dietro la fragile tregua di Gaza, un patto che svuota di senso il diritto internazionale e trasforma la pace in affare privato.

 

VEDI ALLA VOCE GENOCIDIO  

di Marco Baliani (*)


Sono seduti al tavolo della pace, i criminali, siglano vistosamente libri mastri con firme intrise di sangue, la carneficina prosegue proprio con questo schieramento di dittatori e dittatorelli che si fanno i complimenti reciproci, dopo aver raso al suolo Gaza, affamato i palestinesi superstiti, bombardato scuole, ospedali, ucciso a sangue freddo chi cercava cibo correndo verso camion di provviste possibili.

Ci è voluto un po’ più di tempo, molti tentennamenti, molte, credo, motivate paure di isolamento, molto coraggio anche, per riuscire a pronunciare quella parola, ma alla fine David Grossman, uno degli autori ebrei più letti al mondo, ha sentito l’urgenza di pronunciarla. Sulle sue labbra quella parola, genocidio, suona ancora più mostruosa, è una parola che proviene dall’interiorità del corpo, che obbliga a vomitarla fuori con un dolore lancinante, è una rivolta della stessa carne di cui è composta la storia ebraica, non solo quella del singolo scrittore ma di tutti quegli altri che assistono più o meno attoniti alla involuzione della guerra in corso e a questa pace traballante.

Guerra che per decenni è stata una guerra mai dichiarata di confini labili, di soglie, di trincee immaginate e tunnel concreti, e che ora si è trasformata in una guerra di conquista dei territori nemici. Quando Grossman aveva partecipato alla trasmissione di Fazio, diverso tempo fa, quella parola non era uscita, e lui stesso era visibilmente ancora sotto shock per l’attacco subito da Hamas il 7 ottobre.

Per molto tempo quella terribile giornata ha giustificato o comunque tollerato la risposta militare del governo di estrema destra al potere. Come per gli americani l’11 settembre del 2001, lo shock dell’attacco è stato micidiale, come se il corpo materiale, la carne e la pelle del paese fosse stato stuprato, violentato, percosso in forme impossibili, fino ad allora, da immaginare, come si fossero sentiti vulnerabili totalmente, una cosa inconcepibile, in un solo momento vacillava la certezza delle loro forme istituzionali, della loro stessa storia. E la reazione allora come per il 7 ottobre non poteva che essere superiore all’offesa e umiliazione patita, applicando la formula del dente per dente moltiplicata per mille.

Ma il grido di Grossman ora è anche qualcos’altro. Credo che lui e non solo lui, sia consapevole che quello che sta accadendo genera una svolta epocale nella considerazione della creatività ebraica. Da questo momento sarà sempre più difficile che le opere creative degli artisti ebrei siano viste, lette, ascoltate, partecipate con la stessa adesione e slancio che avevano prima. Nei prossimi tempi si avrà difficoltà ad acquistare un libro, vedere un film, godere di una trama di una serie televisiva, non si riuscirà facilmente a separare l’ambito della creazione artistica ebraica dagli orrori realizzati e alimentati dall’esercito israeliano a Gaza e in Cisgiordania.

È che tutte le volte che ho letto Oz, che ho visto la genialità surreale di Mel Brooks o di Woody Allen, quando ho amato il Maus di Art Spiegelman, nel mio animo c’era anche una forma di riconoscenza e come una compensazione che il mio gesto offriva per tutto il dolore accumulato nel cuore dell’Europa a cui appartengo. Quelle storie lette e viste e intellettualmente e spiritualmente godute e apprezzate avevano un surplus di piacere perché era come se così facendo potessi placare in parte il rimorso accumulato, la vergogna patita, partecipando con gioia alla manifestazione della loro intelligenza.
Ora questa riserva di riconoscenza si sta esaurendo.

So che farò di tutto per con cadere in questa disillusione, ma qualcosa in me si è comunque incrinato e forse è questa stessa incrinatura che trasforma l’intervento di Grossman in un grido di allarme. Ora che ha pronunciato la parola terribile, questa parola ricadrà come un macigno sulle produzioni creative degli ebrei, insidierà la percezione della cultura e della narrazione ebraica nel mondo. Che un intero popolo si sia trasformato da vittima in carnefice di altre vittime genera un disastro mentale, emotivo, un pessimismo antico, un manicheismo esasperato.

La vendetta israeliana ha trovato una specie di capro espiatorio, un’altra etnia a cui far pagare la violenza subita e accumulata.
Mi auguro con tutto il cuore che ancora una volta l’arte, la poesia, il fare artistico delle giovani generazioni di ebrei e palestinesi riescano a superare l’orrore, a placare il disgusto, a ritrovare una leggerezza di vita in mezzo alle macerie. Sarà difficile e ora sembra impossibile, ma è a questa speranza che dobbiamo prestare la nostra militanza per la pace, se davvero ci crediamo.
(*)Testo ripreso dalla newsletter di Marco Baliani

 

«Boicottare Israele» è finalmente disponibile.

È uno strumento concreto per chi non vuole più sentirsi impotente.
Per chi non accetta che l’indignazione finisca con uno scroll.

Dentro troverai:

  • le aziende, i prodotti e le banche da evitare
  • le azioni quotidiane per uscire dalla complicità
  • le basi legali e politiche del boicottaggio
  • l’introduzione di Francesca Albanese, relatrice ONU per i diritti umani nei territori palestinesi occupati

Scritto da giornalisti de L’Indipendente e attivisti del movimento BDS, questo libro è pensato per chi vuole fare la differenza, ogni giorno.

Lo trovate anche in libreria: 150 pagine per 9,50 euri

 

https://bdsitalia.org/index.php/la-campagna-bds/risorse-bds/2909-guida-al-boicottaggio

https://bdsitalia.org/index.php/comunicati-embargo/2973-lasciamo-a-terra-i-caccia-f-35-usati-nel-genocidio-compiuto-da-israele

 

SCRIVI AL GOVERNO PER DIRE NO AI JET DEL GENOCIDIO! 

L’Italia è complice in genocidio producendo i cacciabombardieri F-35 tramite Leonardo S.p.A, azienda di proprietà statale. 

BASTA UN CLICK E LA TUA FIRMA:
➡️ 
bdsitalia.short.gy/F35-stop-scrivi-al-governo

Dopo la tregua a Gaza

di Pasquale Pugliese

Possiamo supportare in tanti modi i disertori della compattezza bellica

https://comune-info.net/dopo-la-tregua-a-gaza/?utm_source=mailpoet&utm_medium=email&utm_source_platform=mailpoet&utm_campaign=Dopo%20la%20tregua%20a%20Gaza

Sarajevo: leggere i nomi dei bambini uccisi a Gaza

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Continueremo a parlare, protestare e chiedere giustizia finché la Palestina non sarà libera”. Questo il messaggio di un gruppo di cittadini di Sarajevo che da febbraio 2024 si riuniscono ogni settimana per leggere ad alta voce i nomi dei bambini morti a Gaza

https://lazuccablog.wordpress.com/2025/10/14/i-soldi-sionisti-dietro-il-genocidio/

 

Titolo originale: “Trump continua ad ammettere di essere stato comprato e di essere al soldo dell’israeliano più ricco del mondo

di Caitlin Johnstone


Altro che Nobel: i dati mostrano che, di fatto, sono stati gli Stati Uniti a bombardare Gaza
di Andrea Siccardo per
Altreconomia  — 10 Ottobre 2025

Il prodotto più esportato da Washington a Tel Aviv nei primi sette mesi di quest’anno – fonte Dipartimento del Commercio americano – sono state bombe e granate (davanti a diamanti e aerei). Una piccola ma significativa parte rispetto ai 21,6 miliardi di dollari di aiuti militari Usa al Governo Netanyahu tra ottobre 2023 e settembre 2025. L’analista Giorgio Beretta spiega perché il presidente Trump andrebbe perseguito.

In “bottega” ovviamente trovate molti articoli e dossier: fra i più recenti vi segnaliamo: Eni-Israele: perchè è necessario continuare la lotta , Libertà per Marwan Barghouti, libertà per…, Palestina e noi: ogni giorno conta e ogni lotta pesa, Sanzioni su sanzioni a Francesca Albanese, Palestina: mobilitazione permanente in… , Haidar Al-Gazali: «24/03/2024» a Gaza e Palestina: parole e azioni per uscire dall’abisso

Raccomandiamo anche di seguire «Anbamed, notizie dal sud Est del Mediterraneo», agenzia online fondata da Farid Adly che viene inviata gratuitamente a chi la chiede: anbamedaps@gmail.com  https://www.anbamed.it

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