L’amore al tempo della peste e il concetto di fascismo ai giorni nostri

di Luca Cellini (*)

Monatti (Foto di Archivio Pressenza)

 

Nella storia, il fascismo non esordisce mai come espressione d’una dottrina politica, non ha una precisa filosofia alle spalle, né si presenta con un determinato progetto sociale come ebbero invece a suo tempo il socialismo, il comunismo, i movimenti cristiano socialdemocratici e pure i primi movimenti anarchici.
Il fascismo purtroppo non viene mai annunciato prima, i pochi che lo fanno spesso non vengono creduti.
Ciò perché anzitutto il fascismo è un preciso spazio mentale e viscerale collocato in un luogo molto basso del proprio io, una dimensione della coscienza in cui si addensano, paura di perdere, gli odi, più in generale il disprezzo per l’altro e per la vita, i risentimenti verso tutto ciò che è diverso, l’avidità e il desiderio estremo del mantenimento di certi privilegi.
Operato in maniera mai apertamente dichiarata da gran parte della classe dirigente, a cui si uniscono poi ampi strati popolari che reagiscono istintivamente, con risentimento e viscerali moti di paura, in risposta al disordine sociale, alla crisi, alla confusione, al senso d’incertezza, prodotti per l’appunto, proprio dalle politiche delle stesse classi dirigenti.
Il fascismo si manifesta sempre in risposta alla crisi diffusa, come ultima “invocazione all’ordine e alla disciplina”, in un bisogno spasmodico e incontrollabile dell’attuazione di metodi forti, cosa che purtroppo il fascismo sa interpretare con estrema decisione.
Non a caso il fascismo, ed anche il nazismo, sviluppano rituali paramilitari, talvolta persino mistici di chiamata del destino, viene anche ricercato il concetto di “divisa” camicia nera un tempo, oppure oggi felpa nera col cappuccio, anfibi, simulacri di distintivi militari, tagli di capelli, o altro come forma di riconoscimento, in un tentativo estremo di auto omologazione e d’appartenenza al gruppo, che da una parte protegge e dall’altra dà forza.
Si celebra inoltre il predominio maschile, esibito con il culto della fisicità, in quanto simbolo di vigore e “machismo”, lo scontro fisico viene motivato dal pericolo incombente, dalla necessità di difendersi e difendere“Patria” e proprio gruppo sociale dal diverso, dal caos, o dallo straniero,
La motivazione addotta, riportare “ordine e disciplina”, se necessario finanche con le armi, con il sangue e la morte, il tutto come espressione e celebrazione d’estremo coraggio, virilità e senso d’appartenenza.
Ci si dedica alla cura del corpo, creando “palestre sociali” dove esercitarsi allo scontro fisico, si procede ad esercitazioni e convocazioni paramilitari, in una simulazione d’una mobilitazione di tutto il “corpus sociale” arrivando all’inevitabile creazione di nemici da combattere con forza (il comunista, il socialista, l’umanista, l’anarchico, il riformista, il borghese liberale, il “plutocrate”, l’ebreo, lo straniero, l’immigrato, il “diverso” vengono messi tutti insieme).
Il valore principale di riferimento del fascismo è il nazionalismo come elemento di coagulo, (all’opposto dell’internazionalismo socialista o dell’universalismo umanista) attorno al quale si sacralizza la patria, le sue origini, le sue tradizioni, fino all’autoesaltazione nel concetto di appartenenza, illuminanti le definizioni di
“Ur-Fascismo e Fascismo Eterno” magistralmente esposte da Umberto Eco in una sua conferenza del 1995. Cit. “Il Fascismo è diventato un termine che si adatta a tutto perché è possibile eliminare da un regime fascista uno o più aspetti, e lo si potrà sempre riconoscere per fascista.”  Concetto ripreso di recente dalla rubrica radiofonica “Pagina 3” su RAI Radio 3 condotta da Vittorio Giacopini.

In definitiva, un regime è sempre un regime, qualunque sia la maschera che esso indossi.
E’ infatti analizzando la storia di differenti contesti geografici, epocali e sociali, che si vede che è proprio in tempi di “crisi” che l’imperiale dottrina del capitalismo, va in concreto aiuto al fascismo e il fascismo a sua volta ricambia, gettando le basi per i successivi conflitti, sempre funzionali a scongiurare la messa in discussione di un determinato modello sociale.
Capitalismo e fascismo, in tempi di crisi vanno sempre d’accordo, perché entrambi si basano su un medesimo concetto intrinseco d’estrema violenza.
Come altro definirlo se non estrema violenza il privilegio dei pochi sui molti, che trae le sue origini da un preciso modello sociale che si tramanda da migliaia di anni, in società storicamente a carattere prettamente maschiliste, guerrafondaie, rigidamente piramidali e verticistiche.
Ci si riferisce in questo ad una dottrina sia imperialista che estremista che da sempre muove verso una organizzazione sociale di tipo strettamente piramidale, modello che a seconda del contesto storico e sociale è stato imposto spesso direttamente in modo rigido, altre volte invece, diffuso e tramandato con metodi più morbidi, “celati” e molto meno evidenti, ma che in definitiva producono lo stesso identico risultato.
Sono tutti figli della medesima dottrina di organizzazione sociale ed organizzativa, che vede una struttura, dove pochissimi detengono il potere a scapito dei più.
Tutto ciò viene esplicitato tramite il controllo economico e militare, con la detenzione di risorse energetiche ed ambientali, oggi senza precedenti, con il mantenimento della proprietà dei mezzi di produzione, col controllo dei mezzi d’informazione, fino a dettare persino i contenuti storico-culturali e le notizie da far arrivare alla base della piramide sociale e quali invece no.
Una dottrina quella del privilegio che non ha mai cessato d’operare nel corso della storia, di imporre le proprie condizioni e che nel tempo si è manifestata, con differenti volti, tutti sempre molto violenti e coercitivi. A partire dall’antichità, con l’affermazione di una società basata sulla cultura della casta guerriera e nobiliare di stampo prettamente maschilista a scapito di un precedente modello di società più paritetico ed orizzontale, passando poi alla società di tipo imperialista, per prima quella romana, poi riproposta nel tempo come modello di organizzazione sociale dalla classe dominante di differenti popolazioni, sempre basandosi sullo stesso concetto, il dominio dei pochi sui molti.
Ha attraversato i secoli per ripresentarsi con le stirpi dinastiche regali, fatti di Re, Regine, società nobiliari e tutte le loro corti al seguito, immerse nei loro enormi agi e privilegi, tenute in piedi, dall’incessante duro lavoro dei servi della gleba, dei contadini, dei plebei, del “vulgus”, arrivando fino alla restaurazione, modello traghettato poi nella storia recente con il colonialismo e con il moderno imperialismo, basato sulla costruzione d’imperi economici, commerciali, materiali e militari, di smisurate proporzioni.
Fino arrivare ai giorni nostri con la corrente liberista
Neoconservatrice, quella più estremista rappresentata dalla dottrina del capitale, che grazie all’uso spregiudicato della finanza, con la detenzione di risorse e mezzi senza pari, se necessario tramite l’uso di eserciti e armamenti micidiali, di fatto ripropone ancora una volta, il medesimo modello sociale estremamente violento, imperialista, piramidale, del dominio di pochi ricchi a scapito di molti poveri.
Una dottrina che se necessario non disdegna affatto l’uso della guerra, né dell’opera di distruzione del tessuto sociale, qualora ciò possa essere funzionale ad allontanare una crisi che possa mettere in grave pericolo il modello di organizzazione sociale da questi attuato.

E’ proprio tramite i conflitti e con lo scontro sociale a vari livelli d’intensità, che si riesce prima a distrarre e confondere la base sociale stessa, mettendola prima in estrema competizione e impegnandola poi in una specie di scontro di auto-pulizia e autodeterminazione tra classi più povere, in una forma di “pratica della distruzione” di quanto finora costruito e faticosamente conquistato, per poi una volta terminati scontri sociali e conflitti, procedere alla fase di ricostruzione e di rilancio dell’economia. Interessante evidenziare che in questo contesto, le risorse energetiche, le materie prime, e i mezzi di produzione rimangono saldamente detenuti nelle mani di pochi, appartenenti sempre alla stessa classe sociale dominante, in quanto strategici e funzionali proprio al rilancio stesso dell’economia e alla riproposizione di un preciso modello d’organizzazione sociale.
Distruggere per poi ricreare nuovamente, questo il principio che sta alla base di un determinato modello, se necessario, provvedere anche a sfoltire la base sociale nella loro componente più giovane, come avvenuto sempre in tutti i tipi di conflitti, dove a pagarne sempre il presso più alto sono la fascia  di popolazione più povera insieme a quella più giovane.
Questa precisa metodologia di autoconservazione estrema di un determinato modello sociale, prevede ovviamente la creazione di un nemico, sia esso esterno o interno, poco importa.
Il fascismo, con tutte le sue implicazioni, in questa ottica, assume un’importanza di rilievo fondamentale, o per meglio dire strategica e funzionale.
E’ proprio attraverso il fascismo che si possono estremizzare certe posizioni, fomentare odio tramite determinate condizioni di sofferenza e insofferenza della popolazione, ciò specie alla base sociale, che risulta essere quella che soffre maggiormente la “crisi” con tutte le sue implicazioni.
Una volta avviato il processo, diventa facile poter operare nell’impellenza dell’emergenza, “dettata dall’urgenza del momento”, muovendo “guerra” ad un “nemico” che questo esista realmente oppure no, poco importa.
In questo processo si muovono precise condizioni verso uno stato di disagio sociale che qualora prolungato si trasforma in conflitto sociale, inizialmente a bassa intensità, che può crescere rischiando di prendere la deriva verso guerre civili, oppure in vere e proprie guerre che coinvolgono più Stati.
Il fenomeno che si produce è quello di coinvolgere sempre più ampie frange della base sociale in uno scontro dove esse si annullino a vicenda, risultando impegnate fra di loro a scaricare le tensioni accresciute, le paure, gli odi, i risentimenti, le ingiustizie subite, la violenza esteriore ed interiore che si è andata stratificando e accumulando.
Il manifestarsi della violenza da una parte e della paura dall’altra, diventano così una vera e propria forma di contagio che avviene in differenti gruppi del “corpus sociale”, i quali a loro volta, si identificano sotto diverse appartenenze, pur provenendo sempre dal medesimo livello sociale, generalmente le classi più povere.
Vanno a innescarsi così, conflitti e lotte di poveri contro poveri, o al massimo di poveri contro “un po’ meno poveri” e viceversa, per metafora si potrebbe parlare di una vera e propria malattia contagiosa della società, una specie di “peste del corpus sociale”.

Ai tempi dell’epidemia di “peste nera” purtroppo la popolazione fu dimezzata, fino che si svilupparono nelle genti, semplici metodi di “prevenzione” igienica e i giusti “anticorpi” per sopravvivere al temibile “morbo”.
La catastrofe della peste, all’epoca cambiò anche la mentalità dei sopravvissuti, il morbo aveva evidenziato in modo drammatico l’incertezza del domani e la provvisorietà della condizione umana, è da tale profonda consapevolezza, che venne la necessità impellente di dare spazio a tutto ciò che poteva essere considerato espressione di “Vita” tramite la manifestazione più alta dell’essere umano, con l’arte, la bellezza, la poesia, l’amore, nel senso più ampio del termine.
Di lì a poco sorse infatti quella che sarà ricordata tra le epoche più fiorenti della nostra storia, l’Umanesimo ed il Rinascimento.
Collettivamente però sappiamo ciò che insegna la storia, non necessariamente si debbono ripetere gli stessi errori e passare da una catastrofe certa, prima di riuscire a cambiarne in meglio il corso.

(*) ripreso da «Pressenza» che si presenta così: «agenzia stampa internazionale per la pace, la nonviolenza, l’umanesimo, la nondiscriminazione»; cfr
http://www.pressenza.com/it

 

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