Opporsi al fascismo di Erdogan

articoli di Chiara Cruciati, Elena Santoli e Tommaso Chiti. Il «Rapporto sulle violazioni dell’esercito turco e milizia alleate nel nord e nell’est della Siria dall’operazione contro Afrin ad ottobre 2021».

Libertà per Ocalan. La lotta dei curdi sbarca a Napoli

Artisti, intellettuali e politici partiti dalla Grecia. Come il leader del Pkk 23 anni fa

L’arrivo al porto di Napoli della Carovana per la libertà

di CHIARA CRUCIATI (*)

Ad accoglierli hanno trovato centinaia di persone, sul molo Pisacane del porto di Napoli. Un po’ di pioggia, bandiere curde e quelle rosse di Rifondazione comunista e una canzone, Bella ciao, intonata mentre scendevano la scaletta della barca, addosso una maglietta nera con il volto del leader del Pkk, Abdullah Ocalan. A mezzogiorno sono sbarcati in Italia i 40 partecipanti alla carovana per la libertà, intellettuali, politici, artisti curdi e di svariati paesi del mondo, partiti da Atene l’8 novembre.
Un’iniziativa che a Napoli è stata coordinata da Rete Kurdistan Meridione e che cade a 23 anni dall’arrivo di Ocalan in Italia. Partì dalla Grecia, come la carovana, in cerca di asilo politico in terra italiana. Pochi mesi dopo sarebbe stato catturato a Nairobi, con quella che è stata definita «un’operazione di pirateria internazionale», dai servizi segreti turchi, principio della lunga prigionia che ancora oggi lo costringe nell’isola-prigione di Imrali.

È A OCALAN che era rivolta l’iniziativa della carovana. A lui e alla quotidianità affrontata nei quattro angoli del Kurdistan dal progetto di confederalismo democratico sorto dalla sua teorizzazione, sotto attacco della Turchia ormai da anni. Sotto diverse forme: l’occupazione militare-jihadista del cantone curdo-siriano di Afrin e dell’est del Rojava, la campagna di attacchi con i droni contro il campo profughi di Makhmour e la regione di Shengal, in Iraq, e infine i bombardamenti continui contro le montagne di Qandil, rifugio della leadership politica del Pkk e della sua resistenza armata.

Di questo parla al manifesto Yuksek Koc, co-presidente del Congresso popolare dei curdi in Europa, a bordo con ex deputati e deputate dell’Hdp, oggi in esilio: «Il nostro obiettivo è attirare l’attenzione sui crimini che la Turchia compie in Kurdistan. Una guerra sporca che si serve di ogni mezzo e tecnologia con il sostegno di Usa e Russia. Lo Stato turco pensa di uscire dalla propria crisi, di ricostruire la propria grandezza, distruggendo la nostra esperienza, anche usando armi chimiche, proibite, contro i villaggi e i civili».
«Chiediamo di cancellare il Pkk dalla lista dei gruppi terroristici, per togliere alla Turchia ogni copertura politica. Chiediamo a tutte le città d’Italia e d’Europa di concedere a Ocalan la cittadinanza onoraria, come ha fatto Napoli».

IN ATTESA di incontrare il neo-sindaco Manfredi, al molo c’erano due presidenti di municipalità, Alessandro Fucito e Nicola Nardella, che hanno ricordato il percorso che ha condotto a quella cittadinanza «su spinta dei movimenti politici e sociali» perché «la battaglia del popolo curdo è quella di noi italiani e napoletani, per la libertà».
Dal porto si è mosso il corteo, ha attraversato il centro di Napoli fino a piazza del Plebiscito. È davanti al palazzo della prefettura che il piccolo camion che guidava la marcia, con musiche e slogan, si è fermato mentre i tanti curdi e curde arrivati dal resto d’Italia danzavano al suono delle melodie tradizionali.

A camminare con loro anche Nicoletta Dosio, tra le leader del movimento No Tav della Val di Susa: «Con il popolo curdo abbiamo un legame particolare, alcuni dei nostri giovani sono stati nel Rojava a combattere per la difesa di una popolazione con cui sentiamo di avere tanto in comune – dice al manifesto – La difesa della bellezza e della natura, l’affermazione di una socialità dal basso, l’autogestione delle comunità e l’importanza del ruolo della donna. Anche quella No Tav è una lotta di donne: la violenza sulle donne e sulla natura hanno la stessa origine, la sopraffazione dell’essere umano su altri esseri umani».

«PER QUESTO chiedo la liberazione di Ocalan e di tutti i detenuti – continua – Io ho provato il carcere, ho visto come nella prigione il sistema nasconde le proprie colpe. È un luogo da cui ci si salva solo collettivamente. Io non sono per migliorare la situazione nelle carceri ma per abolirle». Uno dei pilastri del confederalismo democratico in atto nella Siria del nord-est, che ha tra i suoi punti il totale stravolgimento del sistema penale.

IL CARCERE sperimentato anche da Ertugrul Kurkcu, presidente onorario del Partito democratico dei popoli (Hdp). Al Cinema Modernissimo, dove nel pomeriggio la carovana ha incontrato centinaia di persone, corre veloce tra le tappe della sua vita: «Ho 74 anni, sono turco e sono comunista. Provengo dai movimenti rivoluzionari turchi, dalla lotta armata e la prigione. Ad Ocalan la nostra esperienza ha dimostrato che era possibile ribellarsi. Lui ha messo in comune quell’esperienza con quella del popolo curdo. La lotta nazionalista curda è così uscita dalla dimensione tribale per divenire universale. Ha rivoluzionato sia i movimenti rivoluzionari turchi che la lotta del popolo curdo».
Per l’occasione è stato lanciato il sito freeapo.org, un’iniziativa del media center di Rete Kurdistan, con video, timeline e approfondimenti.

(*) ripreso dal quotidiano «il manifesto» del 13 novembre

 

UE-Turchia, il terribile impatto umano di un accordo illegittimo

di (**)

Espulsioni collettive verso la Turchia previste per chi scappa da Afghanistan, Siria, Somalia, Bangladesh, Pakistan e arriva – via mare – sulle isole greche del Mar Egeo. Questo è quanto è stabilito da una Dichiarazione tra Unione Europea e Turchia del 2016 e una Decisione ministeriale adottata in Grecia a giugno di quest’anno. Una disciplina che non tiene conto della tutela dei diritti umani e delle violazioni perpetrate in Turchia contro i richiedenti asilo, dettagliatamente documentate da un rapporto pubblicato qualche giorno fa dalla Commissione Europea.

Stop Deportations‘, Turchia – Fonte: European Pressphoto Agency, Credits: Sedat Suna

Ai sensi della Dichiarazione UE-Turchia adottata il 18 marzo 2016, la Turchia e l’Unione Europea hanno reiterato il loro impegno ad attuare un piano d’azione comune avviato il 29 novembre 2016 e stabilito precise procedure di rimpatrio per i migranti per cui la Turchia è considerata come il Paese responsabile a esaminare la richiesta di protezione internazionale.

Tali procedure – la cui legittimità è giuridicamente discutibile – dovevano essere, come dichiarato dalla Commissione Europea in un comunicato del 16 marzo 2016, “una misura temporanea e straordinaria” giustificata in particolare dalla necessità di “ripristinare l’ordine pubblico”. Ciò nonostante, come dimostreremo, esse non solo rimangono ad oggi ancora in vigore ma il loro campo di applicazione è stato altresì recentemente esteso.

Una prima problematicità intrinseca alla Dichiarazione del 2016 riguarda la sua discutibile legittimità come accordo internazionale. Tale testo normativo è stato negoziato e adottato dal Primo ministro turco congiuntamente ai membri del Consiglio europeo, ossia i capi di Stato e di Governo degli Stati membri dell’UE, senza l’approvazione né il coinvolgimento del Parlamento europeo né dei Parlamenti nazionali.

Essa è stata dunque adottata in violazione all’articolo 218 TFUE (Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea) che detta le regole riguardanti la negoziazione, la firma e la conclusione degli accordi internazionali, e si presenta come un mero “Statement” congiunto. Tuttavia, la Dichiarazione del 2016 riveste de facto l’efficacia di un accordo internazionale e sembra possedere di conseguenza piena forza vincolante con riguardo agli effetti che essa produce. Non è forse casuale il lapsus della Commissione europea nel qualificare tale Dichiarazione come “Accordo”.

Un secondo punto controverso è il fatto che le procedure stabilite dalla Dichiarazione presentate come provvisorie, non solo siano dopo cinque anni ancora in vigore ma che il loro campo di applicazione sia stato addirittura esteso, in virtù di una recente Decisione ministeriale congiunta adottata dal Governo greco il 7 giugno 2021.

Ci si domanda dopo quanto tempo gli effetti di un testo normativo mirato a stabilire misure “temporanee” cessino e se la straordinarietà della loro applicazione non fosse in realtà un pretesto per legittimare disposizioni i cui tempi di attuazione, altrimenti, sarebbero stati oltremodo dilatati.

Ma se la Dichiarazione del 2016 operava un discrimen unicamente a discapito delle persone provenienti dalla Siria, è con la Decisione del 7 giugno di quest’anno che è stato stabilito che qualsiasi individuo proveniente da Siria ma altresì Afghanistan, Somalia, Bangladesh e Pakistan sia sottoposto in via di principio alle procedure di espulsioni forzate verso la Turchia.

Quello che più sconcerta è il fatto che la grande maggioranza dei richiedenti asilo sbarcati sugli hotspots delle isole greche (Lesvos, Chios, Samos, Leros, Kos) nel 2021 appartiene a queste nazionalità (di cui 45.3% Afghani) per cui, tra l’altro, il tasso di riconoscimento delle richieste di asilo è in assoluto tra i più elevati: 91.6% per i Siriani, 66.2% per gli Afghani, 94.1% per i Somali.

Questi elementi fanno dubitare della legittimità di tale strumento normativo che ha come effetto quello di esternalizzare geograficamente il fenomeno migratorio ai confini dell’Europa senza tuttavia garantirne le frontiere giuridiche in termini di tutela dei diritti umani fondamentali. Ma ciò che allarma ancora di più della disciplina delle espulsioni collettive dei richiedenti asilo verso la Turchia è il concetto di “Paese terzo sicuro” su cui essa si fonda.

In applicazione di tale concetto gli Stati membri dell’Unione Europea, come la Grecia, sono autorizzati a deportare in un altro “Paese terzo sicuro” coloro che intendano richiedere asilo politico o protezione sussidiaria. Tale possibilità è sottoposta a due condizioni cumulative: il passaggio fisico dell’individuo dal “Paese terzo” e una connessione – non precisamente definita – con esso. La problematicità sta nel fatto che la qualificazione comunemente accettata dalle istituzioni europee della Turchia come “Paese terzo sicuro” è inconfutabilmente errata alla luce delle inequivocabili disposizioni di diritto europeo.

In virtù dell’articolo 38 della Direttiva 2013/32/UE recante procedure comuni ai fini del riconoscimento e della revoca dello status di protezione internazionale, “Gli Stati membri possono applicare il concetto di Paese terzo sicuro solo se le autorità competenti hanno accertato che nel Paese terzo in questione una persona richiedente protezione internazionale riceverà un trattamento conforme ai seguenti criteri: a) non sussistono minacce alla sua vita e alla sua libertà per ragioni di razza, religione, nazionalità, opinioni politiche o appartenenza a un determinato gruppo sociale; b) non sussiste il rischio di danno grave definito nella direttiva 2011/95/UE; c) è rispettato il principio di «non-refoulement» conformemente alla convenzione di Ginevra; d) è osservato il divieto di allontanamento in violazione del diritto a non subire torture né trattamenti crudeli, disumani o degradanti, sancito dal diritto internazionale; ed e) esiste la possibilità di chiedere lo status di rifugiato e, per chi è riconosciuto come rifugiato, ottenere protezione in conformità della Convenzione di Ginevra […]”.

Come riportato altresì dal recente rapporto sulla Turchia pubblicato dalla Commissione europea il 19 ottobre 2021, è ormai ben noto e riccamente documentato che la promozione e il rispetto dei diritti umani e fondamentali sia posta a grave rischio sul territorio turco, a maggior ragione nei confronti di coloro che, in assenza di una via legale, migrano in condizione di irregolarità.

In relazione al punto a della Direttiva, per esempio, da anni il Governo turco minaccia sistematicamente la libertà di oppositori politici, giornalisti, studenti, accademici, sindacalisti, scrittori, difensori dei diritti umani, avvocati e opera dure persecuzioni contro minoranze etniche, religiose, persone curde, discriminazioni e incitamento all’odio contro appartenenti alla comunità LGBTQI+ oltre che violenze basate sul genere. Il recente ritiro della Turchia dalla Convenzione di Istanbul del 2014 sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica solleva in questo senso ulteriori preoccupazioni.

In merito al punto b: arresti non legittimi e detenzioni arbitrarie, atti di tortura e sparizioni forzate sono posti in essere da anni dal Governo turco, in particolare contro migranti irregolari e richiedenti asilo; ciò è aggravato da un sistema giudiziario non indipendente e non compatibile con gli standard europei né internazionali (i migranti possono essere detenuti in Turchia fino a un anno senza che siano necessari né una motivazione specifica né un controllo giudiziario).

Riguardo al punto c: l’ordinamento giuridico turco, in virtù degli articoli 53 e 54 LFIP (Legge n. 6458 del 2013 su Stranieri e Protezione Internazionale), ammette una deroga al principio di “non-refoulement” (divieto di respingimento) laddove, per esempio, un individuo entrato irregolarmente sul territorio turco – come la totalità dei migranti costretti a fuggire e per cui non è prevista una via legale di migrazione – tenti di lasciare la Turchia per raggiungere un paese limitrofo come la Grecia.

Sul punto d: la deportazione coatta di migranti e richiedenti asilo verso il loro Paese di origine – da cui fuggono perché non sicuro – è realizzata da anni dal Governo turco e la vedremo più avanti.

Infine, il punto e: malgrado la Turchia sia parte della Convenzione di Ginevra del 1951 sui Rifugiati, la possibilità di ricevere protezione internazionale è solo tecnicamente possibile perché essa non è firmataria del Protocollo del 1968 e perché l’ordinamento turco prevede unicamente uno status di rifugiato “condizionato” che offre una serie di diritti inferiori rispetto alla protezione internazionale garantita dalla Convenzione di Ginevra (i.e. ‘protezione temporanea’ ai sensi del Regolamento sulla Protezione Temporanea n. 2014/6883 e della Legge n. 6458 del 2013 su Stranieri e Protezione Internazionale).

In virtù di quanto esposto finora, è evidente che la Turchia non soddisfi i criteri per essere considerata un “Paese terzo sicuro ai sensi della disciplina europea e del diritto internazionale. Tuttavia, tale pericolosa fictio juris produce effetti irrimediabili sulla condizione di queste categorie di persone particolarmente vulnerabili.

Al fine di stabilire se la Turchia sia oppure no un “Paese sicuro”, il richiedente asilo proveniente da Siria, Afghanistan, Somalia, Bangladesh e Pakistan è sottoposto a un ulteriore e arbitrario esame sull’ammissibilità della domanda. Tale esame, malgrado risulti molto spesso approssimativo quanto alla valutazione personale che attua, è suscettibile di costituire la base legale per l’espulsione forzata verso la Turchia.

Consulenza legale di preparazione al colloquio d’asilo, Legal Centre Lesvos – Credits: Elèna Santioli

Il concetto di “Paese terzo sicuro” costituisce ai sensi dell’articolo 84 IPA (Legge di Protezione Internazionale n. 4636/2019) un fondamento per l’inammissibilità di una domanda di protezione internazionale. In applicazione della Decisione ministeriale congiunta del giugno 2021, le domande presentate dai richiedenti asilo provenienti da Siria, Afghanistan, Pakistan, Bangladesh e Somalia possono essere respinte come ‘inammissibili’ senza tuttavia essere esaminate nel merito.

L’ammissibilità della domanda prende in conto unicamente il periodo compreso tra l’arrivo del richiedente asilo in Turchia e la sua partenza verso la Grecia, non le ragioni per cui è stato costretto a fuggire dal suo paese di origine. Laddove il richiedente non sia in grado di dimostrare che la Turchia non è per lui un “Paese sicuro”, le autorità greche dichiarano quest’ultima come lo Stato responsabile a esaminarne la richiesta di asilo nel merito.

Le decisioni di prima istanza che dichiarino una domanda di protezione internazionale come inammissibile, oltre ad essere fondate su un concetto errato, sono spesso non conformi alle disposizioni di diritto europeo e internazionale da una prospettiva procedurale e di forma. Il più delle volte si presentano come identiche e ripetitive, con sezioni chiaramente copiate e incollate, in violazione dell’obbligo ex articolo 10 della Direttiva 2013/32/EU di fondare l’esito del giudizio su una valutazione individuale: “[…] Gli Stati membri provvedono affinché le decisioni dell’autorità accertante relative alle domande di protezione internazionale siano adottate previo congruo esame. A tal fine gli Stati membri dispongono: a) che le domande siano esaminate e le decisioni prese in modo individuale, obiettivo ed imparziale”.

Un’altra grave criticità delle decisioni sull’ammissibilità della domanda di asilo è rappresentata dal fatto che esse non considerino gli sviluppi – inclusi quelli legislativi – successivi al 2016 (cf. Dichiarazione EU-Turchia) e ciò in violazione dell’obbligo che pesa sulle autorità di emettere decisioni attuali tramite la realizzazione di un’indagine ex officio sulla situazione in Turchia.

Laddove la richiesta di asilo venga considerata come inammissibile, all’individuo viene dato l’ordine immediato di lasciare la Grecia – ordine che è stato “temporaneamente sospeso” da marzo 2020. L’ordine di lasciare il territorio greco viene emesso insieme alla decisione di rigetto della domanda. Imponendo di presentare la domanda di protezione internazionale al Governo turco, il richiedente asilo viene de facto limitato nell’esercizio dei suoi diritti ed esposto al rischio di trattamenti disumani e/o degradanti.

Il Governo turco costringe tali individui, anche con la forza, a firmare “documenti di ritorno volontario” (oltretutto scritti in turco). Sono molti i casi documentati di individui, anche minori non accompagnati, che – dopo essere stati espulsi dalla Grecia alla Turchia (dove sono nella maggior parte dei casi posti in centri di detenzione) – sono deportati nel loro Paese di origine. Sono almeno 315,000 i Siriani che sono “volontariamente” rientrati in Siria negli ultimi anni (non è escluso che ve ne siano molti di più ma, poiché il loro tracciamento risulta complesso, le statistiche rischiano di non essere rappresentative).

Numerosi avvocati in Turchia denunciano da anni la mancanza dell’elemento intenzionale in quelli che sono presentati dal Governo turco come “ritorni volontari”. Da marzo 2020, le deportazioni dalla Grecia alla Turchia sono tuttavia sospese, ufficialmente per ragioni legate al Covid-19. Questo ha creato una situazione ancora più assurda: da una parte i richiedenti asilo non hanno il diritto di rimanere in Grecia e ricevono l’ordine di deporre la loro domanda di protezione internazionale in Turchia, dall’altro la Turchia non ne ammette il rientro.

L’articolo 86 IPA (Legge di Protezione Internazionale n. 4636/2019) al paragrafo 5 stabilisce chiaramente che “laddove il Paese terzo sicuro non consenta al richiedente di entrare nel suo territorio, la sua domanda deve essere esaminata nel merito dalle Autorità competenti”. Questa disposizione non è tuttavia attuata e i richiedenti asilo rimangono de facto in un inammissibile – ma ammesso – deplorevole limbo legale.

Human Rights Graveyard‘, Lesvos – Fonte: Legal Centre Lesvos, Credits: Boštjan Videmšek

In virtù di quanto esposto finora, ci si domanda quale sia ancora il prezzo da pagare da coloro che fuggono da guerre e persecuzioni prima che sia data loro la facoltà di beneficiare di un diritto, quello di fare richiesta di protezione internazionale, che gli è fondamentale e ci si auspica altresì che il fenomeno migratorio, che appartiene a questo mondo, venga regolamentato attraverso la realizzazione di vie legali di accesso al nostro Continente e che le politiche migratorie vengano elaborate sempre più in un’ottica di tutela dei diritti umani fondamentali e non di esternalizzazione delle frontiere.

(**) da vociglobali.it

Nuova minaccia militare turca al Rojava

di Tommaso Chiti (***)

All’ombra dell’agenda internazionale continuano a fumare le macerie di conflitti apparentemente dimenticati, come la campale guerra per procura che, da scontro interno, ha visto la Siria trasformarsi in un teatro di distruzione inarrestabile.

Nelle ultime settimane diverse fonti stanno parlando di un’imminente nuova operazione del governo turco del ‘sultano’ Erdogan, che starebbe concentrando a ridosso del confine settentrionale della Siria reparti militari e milizie jihadiste affiliate, nella zona del Rojava curdo.

I funzionari turchi non confermano né smentiscono la notizia, mentre i media prevalentemente filo-governativi, a causa della stretta censura vigente in Turchia, non esitano a parlare di operazioni “per garantire la sicurezza nazionale”.

In questo contesto il Parlamento turco ha di recente rinnovato l’autorizzazione a missioni militari nell’area per altri due anni, al fine di controllare i quasi mille chilometri di confine che corrono fra i due paesi medio-orientali, in un’area storicamente insediata da popolazioni curde.

Nel malaugurato caso che queste manovre venissero confermate, si tratterebbe della terza operazione militare turca contro le Forze Democratiche Siriane, di cui fanno parte prevalentemente le Unità di Protezione Popolare (YPJ, YPG), considerate una minaccia dal ‘sultano’ Erdogan per la loro vicinanza allo storico partito dei lavoratori PKK.

Dopo l’invasione di Afrin del marzo 2018 e quella di Tal Abyad e Serekanye nell’ottobre 2019, l’ennesima campagna militare punterebbe al consolidamento della presenza turca nella regione, per bloccare i collegamenti fra territori siriani sotto il controllo curdo, occupando zone ad est e ad ovest dell’Eufrate per l’espansione di quella ‘zona di cuscinetto’, che già negli ultimi anni è stata impiegata per il trasferimento coatto dei profughi siriani finora detenuti in Turchia.

Oltre tre anni dopo l’invasione turca, paradossalmente denominata ‘ramoscello d’ulivo’, che secondo Erdogan doveva contribuire ad “annientare i terroristi e garantire stabilità all’area”, un recente rapporto del Rojava Information Center ha documentato crimini e violazioni dei diritti umani.

Dalle evidenze emerge infatti come le milizie jihadiste filo-turche abbiano perpetrato aggressioni e violenze sistematiche contro la popolazione, con oltre 150 rapimenti e stupri accertati, citando anche i dati del Missing Afrin Women Report del 2020. Soltanto nell’ultimo quadrimestre (aprile-luglio) il rapporto parla di oltre un centinaio di arresti politici, con la pratica diffusa della tortura.

Il controllo delle aree occupate viene infatti perpetrato con operazioni di segregazione e sostituzione delle popolazioni originarie, fra cui curde e yazide, con profughi di cultura arabo-islamica, insediati con la forza.

Molti parlano anche di “turchificazione” dei territori occupati imponendo lingua ufficiale, pratiche amministrative e riferimenti culturali tipici della potenza occupante, come l’obbligo del velo per le donne e l’applicazione della shar’ia.

Al contrario degli intenti dichiarati da Erdogan, parla la devastazione di oltre 300mila piante di olivo e da frutto e la distruzione di circa 10mila ettari di terreni coltivabili.

La strategia turca è dunque passata da una fase di conflitto militare aperto, ad una guerra di logoramento a bassa intensità, sfruttando prevalentemente milizie non regolari, onde evitare ricadute ed implicazioni per il regime di Ankara.

A rinfocolare i piani di una nuova offensiva dell’esercito turco in Rojava sembrano essere state anche alcune iniziative della nuova amministrazione statunitense, con sanzioni imposte alle milizie del gruppo Ahrar al-Sharqiya ed altre misure analoghe contro il sedicente ‘Esercito Nazionale Siriano’ sempre affiliato ad Ankara. Peraltro nel rapporto sul Traffico di Persone del 2021 del Dipartimento di Stato USA, il governo turco è stato esplicitamente implicato nell’utilizzo di bambini soldato, includendo così per la prima volta un membro della NATO in questa lista nera.

Gli incontri recenti a Washington fra la nuova amministrazione di Joe Biden ed esponenti del Consiglio Democratico Siriano guidato dalle SDF hanno evidentemente rappresentato un campanello d’allarme per la Turchia.

Ma le nuove minacce di ostilità sembrano in parte condizionate da altri fattori di carattere più ampio.

Da un lato la crisi economica perdurante in Turchia potrebbe trovare in una nuova campagna militare l’arma di ‘distrazione di massa’ a favore del governo Erdogan, uscito non proprio indenne dalle ultime consultazioni elettorali, nonostante la stretta sulla libertà di stampa e di opposizione al suo regime.

Un’altra variante sempre più accreditata e rilanciata anche dal Rojava Information Center riguarderebbe invece la ‘guerra dell’acqua’ che lo stato turco porta avanti in Siria.

L’abbassamento sensibile (di circa 300m³ in meno al secondo) del livello dei fiumi Tigri ed Eufrate, dovuto alla crisi climatica, ma anche dalle operazioni di incanalamento ed irreggimentazione delle acque mediante le numerose dighe a monte dei fiumi in territorio turco, ha causato una riduzione notevole di approvvigionamento per i tre impianti idro-elettrici siriani di Tabqa, Tishrine e Firat, attualmente operanti in modo alternato e discontinuo.

Per Selman Barudo, co-presidente della Commissione per l’agricoltura e l’economia dell’amministrazione autonoma della Siria settentrionale e orientale, “la mancanza di acqua, soprattutto in una stagione dell’anno troppo cruciale per le colture di grano e cotone, ha un effetto devastante sull’agricoltura e sull’economia. Le regioni agricole di Tabqa, Rakka e Deir-ez-Zor sono le più colpite. Il livello dell’Eufrate è così basso che i dispositivi di pompaggio degli agricoltori non sono più sommersi e quindi non possono irrigare le colture”.

Nonostante gli accordi di Losanna (1923) fra Turchia, Siria ed Iraq per la gestione condivisa delle vie fluviali, negli ultimi diciotto mesi sono state registrate ben 24 interruzioni idriche, accreditando così l’ipotesi di un deliberato utilizzo della risorsa come arma politica del regime di Erdogan.

A fronte di questa situazione sempre più critica, molti attori internazionali restano a guardare in silenzio. Se gli USA rischiano di replicare l’abbandono dei loro alleati curdi sul campo, la Russia ha avviato una sorta di negoziato per la gestione insieme ad Ankara di imminenti campagne militari nell’area, come quella promossa dal regime di Assad su Idlib, in contropartita del nullaosta ad Erdogan per l’ulteriore operazione in Rojava.

In questo quadro l’Unione Europea resta alla finestra, nonostante nel marzo 2018 il Parlamento europeo abbia chiesto alla Turchia di fermare l’offensiva e ritirarsi da Afrin, senza successo. Anche l’ONU ha sollevato preoccupazioni per il livello di violenza nella Siria settentrionale.

Inoltre, l’Ufficio Informazioni del Kurdistan (UIKI) ha rilanciato la richiesta di indagini internazionali sull’impiego di armi chimiche in Kurdistan, come nei casi documentati nelle regioni del Kurdistan meridionale di Heftanîn, Metîna, Zap e Avaşîn.

Anche per questo proprio pochi giorni fa è salpata dalla Grecia la “Nave della Pace” approdata il 12 novembre a Napoli, per chiedere la liberazione del leader curdo Abdullah Öcalan.

Il conflitto turco-curdo è attualmente una tempesta – si legge nella dichiarazione dell’equipaggio europeo che ha promosso l’iniziativa – Il partito turco di governo AKP non solo conduce da tempo una guerra contro la popolazione curda nel proprio paese, ma fa anche affidamento su un’escalation militare contro le conquiste dei curdi in Siria e Iraq. Una soluzione politica e pacifica alla questione curda sembra quindi fuori portata. Ma soprattutto nei momenti in cui una soluzione al conflitto sembra quasi impossibile, la solidarietà internazionale può sviluppare una grande forza e ravvivare la speranza di pace”.

Dopo la debacle in Afghanistan e la tendenza europea ad alimentare il circolo vizioso con l’esportazione di conflitti armati e l’importazione di profughi, se non addirittura l’esternalizzazione delle frontiere per tenerli confinati in paesi terzi dietro sovvenzione di regimi sempre più autoritari, di fronte a questa nuova minaccia del governo turco si impone un cambio di paradigma per l’UE, che riesca davvero a tutelare quei valori di democrazia e diritti umani, sempre troppo sacrificati sull’altare degli interessi commerciali e delle incapacità politiche.

INFO:

https://rojavainformationcenter.com/2021/10/state-of-the-occupation-rights-violations-continued-during-the-spring-in-turkish-occupied-nes/

https://rojavainformationcenter.com/2021/10/orient-xxi-la-turquie-mene-une-guerre-de-leau-en-syrie/

http://uikionlus.org/chiediamo-indagini-internazionali-nelle-aree-di-guerriglia-del-kurdistan-meridionale/

http://uikionlus.org/la-nave-della-pace-viaggera-dalla-grecia-allitalia-chiedendo-la-liberta-per-abdullah-ocalan/

(***) ripreso da transform-italia.it

«Rapporto sulle violazioni dell’esercito turco e milizia alleate nel nord e nell’est della Siria dall’operazione contro Afrin ad ottobre 2021»

di Staffetta Sanitaria

L’ultimo Report che UIKI ci ha chiesto di tradurre dà conto della «guerra a bassa intensità» che riguarda il NES, le zone invase dalla Turchia nel 2018 (Afrin e dintorni) e quelle invase nel 2019 a seguito dell’accordo con la Russia. 

Consentiteci alcune breve considerazioni.

Sui media mainstream (e non solo) sembra che il “fenomeno  ISIS” venga ormai storicizzato e rappresentato come una parentesi nella storia del medio-oriente conclusasi nel 2015 con la cacciata da Kobane e al limite con la successiva sconfitta dell’ISIS a Raqqa. Ci sembra una lettura inadeguata in quanto esistono decine di migliaia di esponenti delle stesse milizie e che sono rappresentati dai prigionieri nei campi profughi nel NES, dagli appartenenti alle cellule dormienti e dalle migliaia di miliziani che ora combattono sotto la bandiera dello SNA (Esercito nazionale siriano) che appoggia la Turchia nelle zone siriane occupate. Tutti questi sono caratterizzati dallo stesso mix ideologia-religione e dalle stesse pratiche militari. Semmai il modo di gestire le terre siriane occupate non rientra più nel “codice legale” definito dagli ideologi dell’ISIS, ma è “liberamente” interpretato ed applicato da ogni milizia, con condotte che comprendono stupri, espropri, rapimenti a fini di richiesta di riscatto, uccisioni e detenzioni arbitrarie.

Il secondo aspetto che vogliamo evidenziare riguarda la preannunciata invasione turca che questa volta mirerebbe a prendere direttamente città importanti e/o simboliche come Qamishlo e Kobane. Questo rapporto evidenzia che non c’è nulla da attendere: dall’invasione di Afrin in poi non è mancato giorno che non ci sia stato un attacco, un bombardamento, l’uccisione deliberata di civili, di personale sanitario, il rapimento di donne ecc. In un processo che non può che definirsi “terrorismo di Stato”. Nel report più volte l’uccisione di civili collegata all’esplosione di mine, all’attacco dei droni, ad incursioni dei miliziani viene presentata come “casuale”. Se una casualità si ripete per centinaia di episodi è difficile non pensare che sia pianificata e non l’esito di singole iniziative di miliziani.

Fra le diverse situazioni di cui il Rapporto dà conto vogliamo richiamare l’attenzione sulle centinaia di migliaia di persone, fuggite da Afrin, da Idlib ecc e che vivono nei campi profughi. L’accesso a queste strutture è quasi impossibile a causa delle minacce e delle condizioni di insicurezza che le milizie islamiste hanno creato. Le persone più vulnerabili sono colpite, non solo nelle condizioni di vita quasi impossibili ma anche nei codici relazionali che sempre più spesso si richiamano alle tradizioni patriarcali e identitarie e stanno portando a matrimoni fra minori, poligamia, interruzione dell’istruzione per i minori e sua sostituzione con “il gioco della guerra”. 

Ultima considerazione. Ci si continua a chiedere, ormai stancamente, come mai nessuno possa o voglia fermare la Turchia. Evidentemente ci sono molte ragioni strategiche, ma non dobbiamo dimenticare che sono i Paesi occidentali che armano, direttamente e indirettamente, la Turchia e quindi sono complici di questi crimini contro l’umanità. E’ italiana la tecnologia degli elicotteri usati da Afrin in poi, è europea la tecnologia dei droni usati più recentemente sia in NES che nel Kurdistan iracheno, è europeo (quasi certamente di origine britannica) il fosforo bianco usato per bruciare vive decine di persone e pure legalmente esportato ed usato dall’esercito turco.

Staffetta sanitaria

Per avere il rapporto completo scrivere a staffettasanitaria@gmail.com

 

 

 

 

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