Turchia-Kurdistan, groviglio infernale: il fascismo di…

Erdogan che le democrazie non vogliono vedere

Appello per Ali Osman Kose; manifestazioni razziste contro i profughi siriani; dighe e diritti; l’anniversario dell’attacco genocida dello Stato Islamico contro la popolazione curdo-yazida; con altri link

DIRITTO ALLA VITA: NON PERVENUTO. IL CASO ESEMPLARE DI ALİ OSMAN KÖSE

di Sabo Nun’Kizi

Sono oltre 600 i prigionieri gravemente malati in Turchia e quasi 2000 i malati cronici. ALİ OSMAN KÖSE (*) è uno di questi. Risolvere il suo caso potrebbe aprire la strada per accedere alle cure anche agli altri detenuti.

Ali Osman Köse è un prigioniero rivoluzionario detenuto nelle prigioni del fascismo in Turchia da 37 anni e condannato all’ergastolo aggravato. Il fascismo in Turchia, che lo ha condannato all’ergastolo per le sue idee e azioni rivoluzionarie, ora lo sta condannando a morte in prigione non rilasciandolo, nonostante la sua diagnosi di cancro e i gravi problemi di salute.

Fu arrestato subito dopo il colpo di stato militare che ebbe luogo in Turchia il 12 settembre 1980, visse nelle prigioni della giunta fascista per 10 anni e fu sottoposto a molte torture. Ali Osman Köse fu catturato di nuovo nel 1994 e da allora è stato tenuto in prigione per 27 anni. Dal massacro nelle prigioni turche del 19-22 dicembre 2000, cioè negli ultimi 20 anni della sua prigionia, è stato tenuto in condizioni di isolamento in celle di isolamento di tipo F basate sul sistema di segregazione.

Ali Osman Köse non è in grado di vivere da solo in prigione, la sua vita è a rischio a causa del cancro e di molte altre gravi patologie (neurologiche, cardiologiche, deambulatorie, perdita di equilibrio…) dovute al fatto di aver trascorso metà della sua vita in prigione.

A causa delle pessime condizioni carcerarie, non è possibile curarlo adeguatamente. Pertanto, deve essere rilasciato immediatamente. Nonostante questo, la richiesta degli avvocati di Ali Osman Köse – di posticipare la sua pena a quando sarà guarito o in migliori condizioni – è stata respinta dall’ufficio del procuratore di Tekirdağ. Questa decisione significa che Ali Osman Köse è stato condannato a morte in prigione.

Inoltre, dopo questo rapporto emesso dall’Istituto di Medicina Legale e le forti pressioni a livello internazionale, è stato sottoposto ad operazione chirurgica e gli è stato asportato un rene. Dopo una settimana di degenza in ospedale è stato riportato in cella di isolamento dove un prigioniero (né medico né paramedico) si sta occupando di medicare la ferita.

Ali Osman Köse non è in grado di vivere da solo in prigione, la sua vita è a rischio.

A causa delle condizioni carcerarie negative che abbiamo spiegato sopra, non è possibile curarlo adeguatamente in condizioni carcerarie. Pertanto, deve essere rilasciato immediatamente.

Ali Osman Köse non è un esempio singolare. Oggi, ci sono centinaia di prigionieri malati a cui vengono negate le cure e condannati a morte nelle prigioni turche come Ali Osman Köse.

Ali Osman Köse è diventato l’esempio più evidente della politica di annientamento silenzioso del fascismo turco contro i prigionieri politici malati.

Non permettiamo al fascismo turco e alle sue istituzioni di assassinare Ali Osman Köse e centinaia di prigionieri malati come lui violando la legge e i valori etici, i fatti scientifici!

Combattiamo insieme per la liberazione di Ali Osman Köse e di tutti i prigionieri malati condannati a morte dal fascismo in Turchia!

Puoi firmare anche tu la petizione su change.org/aliosmankose

https://www.change.org/p/republic-of-turkey-ministry-of-justice-defend-the-right-of-the-sick-prisoner-ali-osman-k%C3%B6se-to-treatment-and-life?utm_source=share_petition&utm_medium=custom_url&recruited_by_id=e2391f10-a90f-11eb-83da-a1a93efa5503

LIBERATE ALİ OSMAN KÖSE E TUTTI I PRIGIONIERI MALATI!

LIBERTÀ AI PRIGIONIERI MALATI!

(*) cfr Turchia: rompere la gabbia del silenzio e Un appello urgente per Ali Osman Köse

DA “ANBAMED” (notizie dal Sud Est del Mediterraneo) – 13 agosto 2021

Turchia

Manifestazioni razziste contro i profughi siriani si sono svolte ad Ankara. Centinaia di vandali di nazionalità turca hanno attaccato case, negozi e auto di proprietà dei profughi. Il motivo sembra sia una lite con accoltellamento tra due turchi e due siriani. La polizia ha faticato a riportare l’ordine e mettere fine alla persecuzione collettiva e razzista e molti siriani sono stati evacuati dal loro quartiere in pullman. Sono state arrestate 67 persone, accusate di violenza e provocazione di disordini. Almeno 34 di loro – secondo quanto ha comunicato la procura – sono criminali comuni. In Turchia vivono circa 3 milioni di profughi siriani e negli ultimi giorni sono cominciati ad affluire centinaia di afghani in fuga dalla guerra.

La crisi economica che vive il Paese, a causa delle guerre intraprese e dell’espansionismo militare di Erdogan, viene scaricata in forma di xenofobia contro i più poveri.

Kurdistan, dighe e diritti (**)

Fotografia di Daniela Sala / FADA

A inizio luglio avrete trovato notizie e racconti sul ritiro delle truppe statunitensi dall’Afghanistan, dopo quasi 20 anni. Ebbene… gli USA hanno annunciato, seppur in sordina, un ritiro anche delle ‘truppe da combattimento’ dall’Iraq, su richiesta del Paese ospitante, che fa i conti con una prepotente presenza di milizie e partiti legati all’Iran (il New York Times ha iniziato a parlarne qui). A 18 anni dall’invasione e dalle missioni militari sponsorizzate da Washington, l’Iraq continua a essere in fermento. Il paese è un simbolo amaro del fallimento del ‘aiutiamoli a casa loro’ in salsa statunitense, ovvero della mediatizzata dottrina dell’esportazione della democrazia, come racconta questo articolo di Lily Hamourtziadou per Open Democracy, ma anche una culla di movimenti sociali, culturali e interessi economici.

Daniela Sala ha viaggiato nel Kurdistan iracheno, tra il Tigri e l’Eufrate, con il collega Bart Von Laffert, del collettivo svizzero-tedesco Selbstlaut (i progetti collettivi sono il futuro del giornalismo?) per raccontare come la crisi climatica e la fame di energia stiano desertificando una delle aree agricole più antiche del mondo.

Tra due anni qui non vivrà nessuno”, gli ha raccontato il capo villaggio di Topkhane, piccolissimo centro della regione autonoma curda nel nord dell’Iraq, “e tutto perché l’Iran sta costruendo dighe e ci fa morire di sete”. Se per molti abitanti di questa zona dell’Iraq, la colpa è da cercare oltre frontiera, Daniela e Bart hanno girato tra villaggi e città della regione per capire cosa c’è dietro il Tropical Water Project, maxi-progetto di dighe e condotte per la produzione di energia. Corruzione, interessi politici, reti clientelari che rischiano di portate a un nuovo conflitto regionale.

Leggeteli e vedete le foto di Daniela, in tedesco su Republik.

(**) ripreso da www.fadacollective.com

Il 3 agosto, anniversario dell’attacco genocida dello Stato Islamico contro la popolazione curdo-yazida, 2014,

FONTI DI PACE, con altre associazioni, ha preso parte al progetto di costruzione di un ospedale a Sinjar (in arabo) Shengal (in curdo) inviando un contributo di 10.000 euro.

Ricordiamo che più di 5000 persone indifese (donne, bambini) sono state assassinate dallo Stato islamico, e che analogo numero di persone è stato sequestrato, torturato o venduto come schiavo. Omicidi, stupri, decapitazioni, deportazioni di donne e bambini, islamizzazione forzata, schiavitù, un’enorme massa di persone costretta a fuggire dalla propria terra: queste le esperienze vissute dal popolo yazida, e questi numeri sarebbero stati assai maggiori se non fossero intervenuti in aiuto a quel popolo il PKK curdo di Turchia e l’YPG-YPJ curdo di Siria. Queste organizzazioni eroicamente,  perdendo molti loro combattenti, hanno creato un corridoio umanitario grazie al quale sono defluite centinaia di migliaia di civili yazidi.

Un passo importante è oggi il riconoscimento del genocidio del popolo yazida, operato dai Parlamenti di Belgio e Olanda. Nel rimanente dell’Occidente, al contrario, quei combattenti sono stati considerati un fastidio politico e sono stati abbandonati. Sicché l’esistenza e l’attività criminale dello Stato islamico non sono mai cessate, anzi esso si sta espandendo in Africa. Non solo: quei combattenti sono stati obbligati a farsi carico di oltre 60.000 elementi dello Stato islamico prigionieri (tra cui europei), nell’attesa infinita dell’istituzione di un tribunale internazionale che li giudichi.

Di seguito potete leggere una interessante nonché isolata voce pubblicata dal quotidiano l’Avvenire.

Iraq. Yazidi, solo 4 condanne a 7 anni dal genocidio

di Sara Lucaroni

Nell’agosto 2014 il dramma nella zona di Sinjar per mano del Daesh. Sono ancora 2.871 le persone scomparse, la comunità chiede giustizia

L’ultima, la quarta condanna di questo tipo, è dello scorso 22 luglio, ad Amburgo: Omaima A., affiliata al Daesh e rimpatriata, ha avuto quattro anni per favoreggiamento di crimini contro l’umanità nei confronti di due donne yazide. Era già stata condannata con il marito nell’ottobre 2020, mentre sul banco degli imputati era già finita l’amica Sarah O, anche lei moglie di un membro del Califfato, che quelle due donne le aveva «acquistate» a Raqqa, in Siria. È di aprile sempre dello scorso anno invece la storia di una bambina di 5 anni lasciata morire di sete, incatenata ad una finestra sotto il sole da Jennifer W. e suo marito Taha A.J. a Falluja, in Iraq, comprata al mercato delle schiave con sua madre. Entrambi sono ancora sotto processo. È la Germania il Paese che per primo ha risposto alla richiesta di giustizia che la minoranza yazida grida dal 3 agosto 2014, giorno dell’attacco dei miliziani islamisti sul Sinjar, del massacro di 5.000 uomini perché «miscredenti» e del rapimento di 6.700 donne e bambini.

Nel settimo anniversario di quello che le Nazioni Unite indica ufficialmente come «genocidio», conta solo inchiodare alle proprie responsabilità gli autori di omicidi, rapimenti, stupri, torture e riduzione in schiavitù. Sono ancora 2.871 le persone scomparse. Ma la morte, nonostante le fosse comuni ancora da scavare, non è mai il primo pensiero. In queste ore un’altra ragazza è stata ritrovata: tornano alla spicciolata dal campo di al-Hol in Siria, mescolate alle «mogli del Califfato», o dalle abitazioni di chi le schiave le rivende ai loro familiari per migliaia di dollari. La ricostruzione poggia sugli sforzi di Ong che recuperano scuole, cliniche e servizi per le famiglie che ritornano e sopperiscono ai bisogni del 75% di quei 355mila sfollati che ancora non sono in grado di lasciare le tende. Da quasi tre settimane la «Martyr’s Foundation » ha aperto un ufficio a Sinjar per risarcire i familiari delle vittime del Daesh: 200 casi già accettati, stipendio mensile di 800 dollari, ma chi arriva spesso non ha più i documenti personali per aprire il fascicolo. Il team investigativo Onu a maggio ha individuato i nomi di 469 membri del Califfato che a Sinjar hanno commesso crimini. Quattro condanne sono ancora poche.

ALTRI LINK

Giornalista curda racconta l’orrore delle carceri turche 

Intervista alla giornalista curda Zehra Dogan. Quasi mille bambini stanno crescendo oggi in prigione e non hanno alcuna idea di cosa accada all’esterno. Non hanno accesso a un’educazione scolastica e attendono unicamente che arrivi il momento in cui i loro genitori usciranno dal carcere per poterli seguire.

Bulgaria, condannata a risarcire giornalista turco (***)
Francesco Martino
La Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato la Bulgaria per l’estradizione nel 2016 di un giornalista turco, consegnato in tutta fretta alle autorità turche che lo accusavano di far parte del movimento di Fehtullah Gülen, in violazione delle norme nazionali e internazionali

(***) da “Osservatorio Balcani”

Altri rifugiati Curdi assassinati in Bashur 

Già si sapeva che la situazione dei curdi rifugiati in Bashur (il Kurdistan “iracheno”) e provenienti dal Rojhilat (il Kurdistan sotto amministrazione iraniana) era tutto fuorché rosea. Al punto che alcuni di loro si erano immolati col fuoco per protestare contro la situazione di estrema precarietà e incertezza in cui sono costretti a vivere. 

La Bottega del Barbieri

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