Un dossier sul tempo

Dedicato a Riccardo Mancini

Prima che il tempo finisca. «Tempo perfetto o tempo sincopato è quando un rubinetto gocciola da una rondella che perde. Sono più che sicuro che una memoria infantile può ricordare quanto tempo era l’intervallo fra ogni collisione della goccia e il suo schianto dentro il lavandino disordinato, in una tazza di caffè piena, con lo sporco di vecchia crema ancora attaccata sull’orlo, in un lavandino così rugginoso che il padrone ha rinunciato all’idea che l’uomo addetto alla manutenzione cambiasse il ritmo del rubinetto gocciolante, sostituendo la rondella marcia, prima che il tempo finisca». Così il grande contrabbassista Charles Mingus nelle note di copertina di un suo vecchio disco, «Mingus-ah-um»

Fare i conti, sul serio, con il tempo. Fra le arti – si dice – è soprattutto (o solo?) la musica a esserne vincolata. La musica così matematica, scientifica dovrebbe garantire tempi immutabili. No, invece: neanche il periodo musicale va sempre allo stesso ritmo, esso pure subisce la generale accelerazione della nostra vita. In una nota del saggio «Lavoro e tempo libero: fusione o polarità» di David Riesman e Warner Bloomberg (in italiano si trova in Riesman «A che serve l’abbondanza», Bompiani) si ricorda che «la musica di Bach e di Mozart viene suonata oggi circa al 10 per cento più svelta del tempo originale». In un passato recente pochi bianchi (uno si chiamava Elvis, forse lo ricorderete) tenevano un certo ritmo veeeeeeeloce nel cantare e/o nel muoversi; poi hanno imparato in parecchi.

Dentro il nostro corpo non abbiamo organi per direttamente percepire il tempo, eppure questo bisogno di precisare e definire è sempre lì. L’incauta definizione «tempo reale» (che gli sviluppi informatici hanno fatto piombare in mezzo al linguaggio di tutti i giorni) significa davvero qualcosa? Magari che l’altro tempo pèiù lento, vissuto prima, è diventato irreale?

Solo Dio. E forse neanche lui. Partiamo da sant’Agostino: «se nessuno me lo domanda (cos’è il tempo) lo so; ma se a chi me lo domanda io volessi spiegarlo allora non lo so» («Confessioni», XI, 14). E aggiunge che solo una cosa Dio non può fare, invertire la direzione del tempo. E su questo l’accordo è quasi generale…. pur se un drappello di fisici e scrittori/scrittrici di fantascienza invece pensano che un qualche dio (o chi per lui) potrebbe.

Un essere umano medio (insomma né dio né contrabbassista geniale) opera quasi subito una fondamentale divisione: c’è il tempo di lavoro e quello libero da esso. Secondo l’antropologo Evans-Prichard, il popolo Nuer manca di un’espressione che definisca il tempo, si parla di attività agricole e domestiche. Altri popoli inventano la settimana (che non corrisponde a nessun fenomeno oggettivo, al contrario di giorno-notte o delle stagioni) proprio per interrompere il ritmo di lavoro. È il sabato degli ebrei, domenica poi, addirittura week-end.

Quella che a noi sembra oggi una ovvia necessità del riposo, almeno settimanale, non risale però molto indietro: tant’è che Seneca, Giovenale o Tacito esprimevano il loro disprezzo per «i giudei» che sciupavano un settimo del loro tempo (e di quello dei loro schiavi) oziando.

A un convegno sul «tempo morente» (Venezia, dicembre 1984) Gottfried Heinemann osservava che i nostri calendari sono una simulazione delle regole e dei ritmi naturali (in realtà violati di continuo). Così ogni civiltà inventa un suo calendario. Che i giorni siano da dedicare a Dio non implicò uno stesso modo di scandire i tempi per le regole benedettine o per le preghiere islamiche. Qui in Occidente le contraddizioni fra Dio, lavoro e riposo turbarono specialmente il pensiero protestante. Ecco un Calvino che almeno in parte ha resistito al passare dei secoli: «Dopo aver fatto di tutto per guadagnare tempo, non sappiamo più cosa fare per ammazzare il tempo. Se lo svago può e dev’essere occasione di un ritorno su se stessi (…) pensiamo che può anche offrirci la possibilità di dedicare un po’ del nostro tempo agli altri, di offrire gratuitamente i nostri servizi, di restituire al settimo giorno il suo posto nella lode e nell’ascolto di Dio».

Campane e sirene. Sappiamo che nelle società pre-capitalistiche la vita è lenta, il tempo lineare: sembrano coincidere. Il capitalismo separò vita e storia. Sarà bene rileggere Jacques Le Goff («Tempo della Chiesa e tempo del mercante», Einaudi, 1977): «Tempo misurabile, meccanizzato addirittura, quelo del mercante (medievale) ma anche discontinuo, rotto da pause, da momenti morti, affetto da accelerazioni o da rallentamenti, spesso legati con il ritardo tecnico e il peso dei fattori naturali (…) E il tempo della Chiesa? Il mercante cristiano lo conserva come un altro orizzonte della sua esistenza. Il tempo nel quale agisce professionalmente non è quello nel quale vive religiosamente (…) Così il mercante è ormai in grado di usare e abusare del tempo. Rimasto cristiano, egli non potrà d’ora innanzi evitare (…) gli urti violenti e le contraddizioni fra il tempo dei suoi affari e il tempo della sua religione perché la Chiesa si aggrappa alle vecchie regolamentazioni, anche quando cede, per l’essenziale, al capitalismo nascente e vi si insinua essa stessa». In quel passaggio storico si fa sempre più forte la necessità da parte del potere (dei poteri?) di «contare le ore»: a tutte e tutti.

Il ricco e il contadino, il marinaio o il monaco, le donne (al lavoro ma anche a sfornare e tirar su quintalate di figli) o i “freschi di scoperta” indigeni amerindi continuano a lavorare, mangiare, dormire in momenti diversi. Ma gli orologi cominciano a spiare tutti e tutto.

David Landes in «Storia del tempo» (Mondadori, 198) mette in relazione le innovazioni tecniche degli orologi volta a volta con la guerra, l’industria o le esplorazioni. La campana della città, poi la sirena della fabbrica suona più forte dei rumori stagionali. Vi fu chi vide in questo una vittoria dell’umanità: ora abbiamo tutto (osserva fra gli altri Leon Battista Alberti) cioè anima, corpo e tempo dunque non abbiamo lasciato più nulla a dio.

Intorno al 1770 compare il cartellino orario. Si comincia a restituire (al padrone) quello che si è ripreso a dio. Come scrisse Marx: «se il tempo è tutto, l’uomo non è più nulla». Il capitale prolunga la giornata al di là del limite “naturale”. Inizia la rivolta.

Sparare sulle lancette. Nelle lotte operaie in Inghilterra vengono distrutti gli orologi (soprattutto dalle donne, annota un cronista del 1826). In un articolo sul «Corriere della sera» (05-11-1984) Barbiellini Amidei scrive: «Gli uomini della rivoluzione francese, il giorno della presa della Pastiglia, sparavano agli orologi delle torri di Parigi, quasi volessero fermare il tempo». Non è esatto: Barbiellini Amidei si confonde con le più famose fucilate contro le lancette sparate dai comunardi nel 1871 (e raccontate fra l’altro proprio da Marx). Il significato non era fermare il tempo ma riappropriarsene, liberarlo dagli obblighi. Già la Prima Internazionale ha messo al centro della sua azione il problema delle ore di lavoro; in occasione del congresso londinese del 1860 vengono fabbricati orologi che portano sul quadrante: «Vogliamo 8 ore di lavoro, 8 ore per la nostra istruzione e 8 ore di riposo». Una suddivisione così rigida può oggi far sorridere ma 150 anni fa aveva un profondo significato liberatorio.

Marx ha cercato di saldare insieme tempo della Chiesa e del mercante, secolarizzando il primo e naturalizzando il secondo? Sì, risponde Armidio Rizzi (su «Com-nuovi tempi», 18-11-1984): «Al tempo della Chiesa, Marx ha tolto l’attore divino, mettendo al suo posto l’uomo (…) ma a quest’uomo ha dato – diversamente dal capitalismo – una radicazione ontologica nella grande legge dell’universo».

Diverse armonie universali cercavano invece gli esaltatori delle macchine. Il barone Dupin (citato da Coriat, «La fabbrica e il cronometro», Feltrinelli 1979) nel 1847 scrisse: «Vi è dunque un enorme vantaggio a far lavorare instancabilmente le macchine, riducendo al minimo gli intervalli di riposo; la perfezione in questo campo sarebbe lavorare sempre (…) Si sono dunque introdotti nella stessa officina i due sessi e le tre età, sfruttati in aperta rivalità, l’uno contro l’altro e, se così si può dire, trascinati senza distinzione dal motore meccanico verso il lavoro prolungato, verso il lavoro giorno e notte, per avvicinarsi via via al movimento perpetuo».

Moto (e lavoro) perpetuo, regolato da orologi. Uno scrittore di fantascienza, James Ballard, l’ha portato a conseguenze estreme: è «Cronopoli», splendido racconto, involontariamente marxiano. Ed eccone un riassunto.

Cronopoli. Il protagonista, Conrad Newman, trova uno strano oggetto che serve a misurare il tempo. Scopre che è fuorilegge e chiede il perché: «come è possibile far danni con un orologio?». La risposta è secca: «Non ti pare evidente? Si può misurare il tempo e sapere con esattezza quanto uno impiega a fare una data cosa (…) e lo si potrebbe costringere a farla più in fretta».

Newman non è convinto. Trova una metropoli abbandonata, piena di giganteschi orologi con colori diversi. Il vecchio Stacey gli spiega: «Bisognava trasportare 15 milioni di lavoratori, regolarne l’afflusso (…), nutrire, divertire le persone. Solo sincronizzando tutto, questo organismo poteva reggere. Si fecero tentativi di suddividere le ore secondo diversi turni (…) istituendo permessi colorati, moneta colorata (…) e con l’aiuto di innumerevoli orologi. Le lancette in sovrappiù indicavano il numero dei minuti che rimanevano a disposizione per la categoria contrassegnata da quel colore».

Il giovane protagonista decide di restaurare quei vecchi orologi ma viene scoperto. La vicenda termina con la sua condanna, fra l’altro per aver infranto «le Leggi del Tempo», fisate dopo l’insurrezione che abbattè la “cronopoli”. In cella Newman scopre, ridendo che in cella c’è proprio uno degli orologi vietati. «Rideva ancora due settimane più tardi… quando cominciò ad avvertire l’implacabile, ossessionante ticchettio dell’orologio».

Percezioni e tempi interni. Da quando Montaigne aveva notato la confusione che regnava fra le città che fissavano l’ora zero a mezzogiorno e quelle che la indicavano a mezzanotte, ne sono accadute… e neanche siamo andati troppo lontani dalla fantasia di Ballard.

Le nostre percezioni di spazio, tempo e ritmi personali (come sostiene Ivan Illich, «Per una storia dei bisogni», Mondadori 1981) sono state deformate radicalmente dall’industria.

Henry Ford (prima di una più brillante carriera fu orologiaio) è il nemico di Illich ma lo è anche «colui che pretende un posto su un veicolo rapido: perchè sostiene di fatto che il proprio tempo vale più di quello del passeggero di un veicolo lento».

Di sfuggita bisogna ricordare che il socialismo “taylorista”, cioè nella versione Unione Sovietica, ha molte somiglianze con il capitalismo; anche prima che il muro crollasse molte persone di buon senso ritenevano che nel XX secolo la vera scelta non fu – o non sarebbe stata? – quella tra Lenin e Ford ma semmai fra Gandhi da una parte e il Cpsa (capitalismo più socialismo autoritario) dall’ altra.

Ho detto drin. Nel ‘900 orologi e cronometri si perfezionano, accompagnando e inducendo le modificazioni delle nostre percezioni. Un segnatempo enorme. Poi portatile. Il primo rumore del giorno a svegliarci.

Impreciso prima nello scandire minuti e secondi poi sempre più vicino alla “perfezione”. Con un numero crescente di funzioni ausiliarie: la sveglia soprattutto, il timer, l’agendina telefonica… per arrivare a un vecchio e celebre racconto di fantascienza (Isaac Asimov per la precisione) nel quale un cittadino camminando si ferma un attimo, spinge un bottone sull’orologio-computer: ecco, ha fatto il suo dovere, ha votato.

Giorno e notte. Una delle più vistose ribellioni del corpo al dominio congiunto del padrone e dell’orologio si verifica nel lavoro a turni. Sui disturbi lamentati dai turnisti esiste una vastissima bibliografia (che ovviamente gli esegeti del «just a time» fingono di non conoscere). Ma qui interessa il modo in cui i nostri corpi percepiscono il tempo nelle diverse ore del giorno. Ed ecco il frutto di una breve chiacchierata con Alberto Oliverio, docente di psicobiologia all’università di Roma.

«Già il senso comune ci indica che il modo in cui passiamo il tempo è diverso dalle epoche agricole e preindustriali. Dati i lenti ritmi stagionali, anche i tempi di lavoro erano presumibilmente diversi e mancava questa ossessione, alla Chaplin di Tempi moderni, che ci pervade. Noi ora non siamo più legati ai ritmi stagionali o all’alternanza giorno-notte. Abbiamo un orologio interno che ci fa essere attivi di giorno e chiede il riposo di notte ma non è così rigido: possiamo adattarci ai ritmi che ci imponiamo, seguire l’orologio “sociale”. Ma esistono fattori biologici che possono rendere più difficilmente tollerabile il lavoro notturno o su turni».

Si sa, il limite può essere forzato. Trent’anni fa in Giappone si chiedevano le 45 ore settimanali per gli operai mentre in Europa si lottava per le 35. Nella periferica Italia un governo cascò – ma era moooooolto tempo fa – perché un (allora) partito comunista (rifondato) si impuntò sulle 35 ore; o almeno quella versione dei fatti è la più accreditata e tramandata.

Ma il lavoro può essere vivo, morto, piacevole, nocivo… e cambia la percezione del tempo a esserne “proprietari” (e soddisfatti di quel che si sta facendo) magari rischiando l’auto-sfruttamento. E invece molti vivono il lavorare (e non solo nelle fabbriche) come se fossero costantemente vittime del cloruro di polivinile che causa difficoltà a orientarsi nel tempo (!) e nello spazio: talvolta è una percezione soggettiva ma non per questo meno reale. Alcuni lavori sono organizzati in modo tale da far perdere ogni cognizione del tempo, possono essere svolti solo in condizioni di trance.

Riprendere tempo si può? All’inizio degli anni ’80 un lungo dialogo fra Pietro Marcenaro e Vittorio Foa finì in un libro piuttosto interessante, «Riprendere tempo» (Einaudi, 1982) anche per alcune riflessioni segnate dalla logica istintiva del tempo che muta nel lavoro subordinato. «Ci sono casi nei quali l’organizzazione del tempo viene più esplicitamente avversata come contraddittoria (…) Capita che suoni la sirena di fine turno mentre si sta per finire un lavoro» e – osserva Marcenaro – in certi operai qualificati, specie di piccole fabbriche, c’è imbarazzo a venir via, essi preferirebbero vedere il lavoro finito. Non c’è accordo fra quel lavoro, l’orologio e la concreta persona.

Uno dei libri più belli (e dimenticati) di Primo Levi si chiama «La chiave a stella» e racconta del legittimo orgoglio di un operaio qualificato; non c’è contraddizione fra quel piacere di lavorare e l’odio per l’attività ripetitiva e i ritmi inumani imposti agli operai «massa» cioè dequalificati della fabbrica taylorista e poi toyotista o magari ai lavori dei call center. Il primo lascia la fabbrica malvolentieri quando la sirena suona, gli altri si ammalano spesso e legittimamente. E i secondi magari scrivono (negli anni ’70) sui muri della fabbrica: «Viva il compagno assenteismo, terrore dei padroni ma fa bene all’organismo».

Ce lo insegnò Ulisse che le sirene cantano bene ma sono assai pericolose.

Julio, Italo, Goya e Alice. In termini surreali, come fu quasi sempre la sua scrittura, Julio Cortazar pone la domanda (marxiana) su chi sia il “padrone” del tempo; e in «Storie di cronopios e di fama» (Einaudi, 1971) – per l’esattezza nel «Preambolo alle istruzioni per caricare l’orologio» – così conclude: «Non ti regalano un orologio, sei tu che vieni regalato; sei il regalo per il compleanno dell’orologio». E nella nota finale (al libro citato) Italo Calvino aggiunge: «in Cortazar i sogni della ragione producono orologi» e sì, ogni riferimento a Goya è voluto.

Certo mutano i modelli e le funzioni dei segna-tempo, spesso non esiste un meccanismo da caricare…. ma chi è il padrone? Alice o l’orologiaio matto?

Nel 1984 (non quello di Orwell). Sul finire del secolo sono arrivati tempi “nuovi” o – garantisce l’informatica – “reali”. Gli orologi al quarzo annullano, sotto il nostro occhio, le ore lasciando solo minuti e secondi. Il dilemma – che il pensiero dominante evita persino di nominare – è se la dilagante informatizzazione della società oltre a rendere più flessibile, più rapida, più mobile la produzione (già fatto) permetterà a tutte/i di decidere sul proprio tempo di vita. In un tempo lontanissimo, quasi giurassico, scriveva Marco D’Eramo («il manifesto», 17/5/1984): «non è l’astratta quantità di minuti a rendere più felici le persone; è la possibilità di flettere il proprio tempo di lavoro ai propri bisogni (…) Tutti a parlare di riformismo (…) ma non sul tempo di lavoro della gente, un decimo nei trasporti, un altro decimo nella manutenzione del corpo, un quarto (80mila ore) di lavoro secco, ci rimane in tutto un sesto di vita». Trent’anni dopo qualcosa è mutato ma, con ogni evidenza, non in meglio. Allora la polemica di D’Eramo era specialmente con i sindacalisti italiani, poco attenti a questo problema che il movimento dei lavoratori altrove – almeno in Europa – si stava ponendo. Si lottava per bucare il muro delle 40 ore ma poi venne la catastrofe sociale che taluni spacciano per globalizzazione.

Resta la questione che non è solo il numero delle ore ma la qualità, il senso del lavorare. In un’intervista (a «il manifesto», 26/9/84) Willi Hoss – saldatore alla Mercedes ed eletto deputato con i Verdi ma rimasto in fabbrica – si faceva ben capire: «Se devo essere sincero, preferirei lavorare 40 ore (invece che 35) ma avere il controllo sulle mie condizioni di lavoro, la produzione, la tecnologia».

In francese maintenant significa ora, adesso. Scomponendo però si pptrebbe leggere main (mano) e tenant (tenendo); dunque «l’adesso» è ciò che si tiene in mano. Il resto si vedrà.

Spqr. Per molti l’informatizzazione della società avrebbe risolto (e risolverà) ogni problema nel tempo del lavoro come in quello libero. Alcuni di questi entusiasti rientrano nella categoria dei piazzisti, pagati a cottimo per uniformare i loro sogni e pensieri alla produzione, al dominio; altri sono laudatori del nuovo a prescindere, li potremmo chiamare «spqr» che in questo caso non è la vecchia sigla di Roma ma «siamo qui per qualsiasi rivoluzione». Poi ci sono gli apocalittici: tutto è perduto, abbandoniamo il pianeta nei prossimi 10 minuti. Altri e altre sono possibilisti, entrano nel merito, non si schierano per ideologia, indagano, pensano, si battono, provano a organizzare idee e… persone. Si può discutere se/quanto le prestazioni umane possano avvicinarsi a quelle di una macchina ma il buon senso, l’evidenza, l’esperienza inducono a concludere che vi siano limiti non valicabili. Certo alcuni studi (e la fantascienza) suggeriscono che il corpo e la mente degli esseri umani possano essere potenziati e/o collegati a macchine o computer. A che prezzo però? E per quale progetto?

I lontanissimi ’70 e ’80. Tornando al libro citato, «Riprendere tempo», risulta evidente che per diminuire l’orario di lavoro non esiste un solo modo né un unico contesto economico. Riassumeva infatti Vittorio Foa: «Si parla di 35 ore (…) Sono naturalmente a favore della riduzione d’orario ma essa rimane all’interno di un modello rigido e uniforme di lavoro: Non solo non prende in considerazione l’esistenza di disponibilità differenziata verso il lavoro e i diversi bisogni di reddito, ma continua a muoversi nell’ orizzonte di una prestazione lavorativa “regolare” che si sussegue eguale a se stessa – con qualche ora in meno – giorno per giorno, anno per anno, per tutta la vita lavorativa (…). Quindi risulta in qualche modo marginale rispetto a una prospettiva che intende invece affrontare i tempi di lavoro per affrontare l’organizzazione dell’insieme delle scelte di vita di una persona». Per chi può scegliere s’intende.

Negli anni ’70 (solo utopici?) hanno avuto (concreto) successo in alcuni Paesi – specie in Francia, dove venne varata una precisa regolamentazione – le Ett, ovvero Etablissements de Travail Temporaire (ditte di lavoro saltuario) dove si poteva lavorare 8 giorni e prendersene altrettanti di vacanza. Un approccio al lavoro precario ben diverso da quello attuale, ricattatorio e dequalificante, ma che richiede una differente ingegneria sociale e soprattutto che le persone (e non le merci) siano al centro.

Parolacce. L’idea del riposo, della vacanza, dell’ozio continuano a dipendere da più complessi e generali rapporti economici, da “brutte parole” (e che infatti nel nuovo secolo non possono essere pronunciate in pubblico, almeno fra persone ben educate) come crisi, reddito, potere d’acquisto o – peggio ancora .- sfruttamento, giustizia sociale, rapporti di forza fra le classi, dominio, beni comuni e diritti inalienabili, ridistribuzione del reddito e persino della ricchezza (anche intellettuale) socialmente prodotta. Un altro mondo è di certo possibile, se lo vogliamo.

1935-1957-1985-Mida… Quant è lontano quel 1935 in cui un polemico, ma ascoltato quasi ovunque, Bertrand Russell poteva scrivere (in «Elogio dell’ozio»): «se il salariato lavorasse 4 ore al giorno, ci sarebbe una produzione sufficiente per tutti e la disoccupazione finirebbe, sempre che si ricorra a un minimo di organizzazione. Questa idea scandalizza la gente perbene, convinta che i poveri non sappiano che farsene di tanto tempo libero».

Ventidue anni dopo quel Russell, in tempi di “abbondanza” (almeno nella sua parte di mondo) David Riesman – in un saggio della già citata antologia «A che serve l’abbondanza?» – così riassumeva: «1) Il tempo libero deve fornire scopi e soddisfazioni e mete stimolanti che il lavoro ha ormai cessato di fornire a molti, a causa dei mutamenti verificatisi sia nella natura del lavoro che nella nostra natura; 2) il lavoro e il tempo libero stanno diventando sempre più difficili da distinguere; 3) i lavoratori di fabbrica si comportano nello svago sempre più come la popolazione americana in generale, facendo sorgere il problema se i loro ruoli, largamente condivisi, di consumatori non influenzino il loro modo di vedere».

Le riflessioni di Riesman, nonostante gli anni pesino in certi passaggi (e poi sa l’abbondanza è finita) restano piene di spunti interessanti e proiettati sul futuro, tant’è che l’autore più volte ricorre alla letteratura avveniristica. Come in questo passo. «Un recente racconto di fantascienza ancora una volta illumina il problema ed è mia convinzione che la sf (science fiction) sia quasi la sola nuova letteratura, genuinamente sovversiva, che goda oggi di un’ampia circolazione. Si tratta d’un racconto di Frederik Pohl, intitolato Il morbo di Mida (in italiano lo si trova in varie antologie – ndr) che distingue una società in cui le classi superiori sono privilegiate per il fatto che viene loro concesso di spendere meno tempo e meno energie nel consumo forzato; viene loro consentito inoltre di vivere in case più piccole e di occupare un minor numero di robot che svolgono servizi per loro (…) Ma soprattutto a loro viene concesso di trascorrere più tempo nel lavoro (…) Per quanto si tratti di fantascienza, lo è assai poco (…) Una indagine condotta da Fortune nel 1957 dimostrava che i top executives lavorano in media 60 ore o più la settimana. In molti altri campi, la rivoluzione del tempo libero ha aumentato le esigenze nei confronti di coloro che sono al servizio del tempo libero altrui…». In Giappone morire di troppo lavoro diventa normale, dopo gli anni ’80, per impiegati e dirigenti. L’epidemia si chiama Karaoshi: casi niente affatto isolati tant’è che, il 27 agosto 1992, vengono aperti 347 centri medici per far fronte a questa “patologia”.

Fatte le debite differenze sembra che questo tempo “noioso”passi dal lavoro al “riposo” senza consentire quell’ozio (creativo) il cui elogio cantava Bertrand Russell (e in precedenza Lafargue). Il mio tempo libero ha «lo stesso orario della fabbrica», tutta la nostra vita ha «un continuo orario di lavoro» diocesano – con parole diverse ma concordi nel concetto – alcuni operai ed operaie in «Coscienza operaia oggi» (De Donato, 1980) un libro di interviste curato da Giulio Girardi che molte persone ricordano come docente, sociologo, cristiano critico, animatore di importanti esperienze in America latina.

La torta del tempo. Senza pretese di scientificità ma con risultati assai interessanti, molti anni fa io e il mio socio (di scrittura come di socialità) Riccardo Mancini elaborammo un gioco che io ancora utilizzo spesso – la “torta del tempo” – per conoscere meglio i partecipanti a gruppi eterogenei. Si chiede alle persone di disegnare o calcolare su base settimanale, 144 ore dunque, le “fette” della propria torta temporale: 5-6 macro-fette per verificare le ore dedicato a lavoro, spostamenti, casa (significativo che la maggior parte degli uomini conti solo il mangiare, diversamente dalle donne costrette a contare il lavoro di cura e riproduttivo, le attività domestiche, ecc), affettività, tempo libero, varie… Continuo a notare variabili clamorose: a volte nei tempi di lavoro o di spostamento più spesso nella dipendenza (è voluto l’uso di un termine da tossicomania) da televisione e/o computer. Mondi diversi, dominati anche da differenti velocità. Io ho trovato straordinario e rassicurante che di recente 4 persone (su un gruppo di 39) abbiamo scritto nella torta che ogni settimana c’è un bel gruppo di ore «per me» e/o del quale «non saprei render conto» .

Liberare (dall’uomo) il tempo. «Dimmi a che velocità vai e ti dirò chi sei» polemizzava Illich nel saggio prima citato e concludeva un paragrafo così: «gli uomini liberi possono percorrere la strada che conduce a relazioni sociali produttive solo alla velocità di una bicicletta». In effetti quello che domina nella quotidianità come ci viene imposta sembra invece essere il tempo degli “sportivi” (se non devi tenere sempre la testa come una Ferrari o una MacLaren, beh almeno tira ogni 24 secondi come nel basket) sempre precisamente calcolato, sudato e… dopato. O se preferite il tempo dissolto, schizzato, incendiario, super-drogato della Borsa; «per me il futuro è ieri, mi serve l’informazione ora, prima della chiusura. No, tra 10 minuti è storia. Alle 4 sarò un dinosauro» spiega il giovane broker nelle prime sequenze del film «Wall Street» di Oliver Stone

In un convegno sul tempo (a Fermo nel 1980) Alberto Asor Rosa osservava che il mondo sta frenando. Certo non si riferiva ai ritmi di vita e di lavoro: qui l’accelerazione è evidente. Almeno in parte l’informatica è una (paradossale) conseguenza più che una causa: non diamole colpe che non ha.

Avanza anche nel senso comune l’idea scientifica e la pratica (da macchine scandita) che il tempo sia frazionabile sempre più con il sottinteso che potremmo-dovremmo utilizzarne ogni secondo, annullando il diritto a un tempo “soggettivo”.

In un racconto di fantascienza, «Sindrome regressiva», Philip Dick propone un protagonista condannato ad andare sempre più veloce e dice: «Tutto mi sembrava irreale. Pensavo che guidando abbastanza veloce avrei potuto raggiungere qualche posto dove le cose siano solide». Uno psicologo non troverebbe per nulla “fantascientifica” questa fissazione.

I signori grigi. Nella favola «Momo» (Longanesi) Michael Ende ci narra che alcuni signori grigi, agenti della «Cassa di risparmio del tempo» convincono sempre più persone a risparmiare tempo (sarà restituito con gli interessi al 62° anno). Ai “risparmiatori”  accade l’inspiegabile: di tutto il tempo messo da parte non ne rimane mai un po’. I «signori grigi» si nutrono di ore. Minuti, secondi sottratti agli altri. E’ solo una piccola favola dove i bambini alla fine vincono che però vuole ricordarci come i secondi o i minuti siano tutti eguali per l’orologio… non per noi.

L’idea del tempo è in crisi (mutamento? evoluzione?) perfino nelle strutture scientifiche – questa non è la sede per approfondire ma rimando ai box dove ne accenna Fabio De Sicot – e allora perché socialmente non dovrebbe essere discussa daccapo? Una volta si diceva, con malcelato disprezzo, che il tempo è dei filosofi. Un poeta sovversivo, tale John Lennon, così cantava (in «Working Class Hero», fate caso al titolo): «appena sei nato già ti fanno sentire piccolo, negandoti il tempo invece di dartelo». Potrebbe non essere così domani o magari oggi. Riprendiamoci il tempo come suggerisce una canzone dei 99 Posse.

Non occorrono sofisticate indagini per considerare che convivono (resistono?) attorno a noi tanti tempi del vivere, non tutti omologati cioè frenetici.

«Trova il tempo di riflettere, è la fonte della forza. / Trova il tempo di giocare, è il segreto della giovinezza. / Trova il tempo di leggere, è la base del sapere. / Trova il tempo di essere gentile, è la strada della felicità. / Trova il tempo di sognare, è il sentiero che porta alle stelle. /. Trova il tempo di amare, è la vera gioia di vivere. / Trova il tempo di essere contento, è la musica dell’anima»: così un’antica ballata irlandese. Naturalmente ai credenti (e in questo caso anche ai non credenti) verranno in mente le analoghe, bellissime parole dell’«Ecclesiaste» che qui accenno solamente: «c’è un tempo per tacere e un tempo per parlare; un tempo per strappare e un tempo per cucire; un tempo per gettare pietre e un tempo per raccoglierle…. ».

Ciao Riccardo. Quanto avete letto finora è, con modifiche minime, il dossier che ho preparato per il prossimo numero della rivista «Cem mondialità». Ricalca forse all’80 per cento (ciò spiega alcune citazioni datate) quello che avevo scritto con Riccardo Mancini per la rivista «Politica ed economia» con la firma Erremme Dibbì (doppio acrostisco e pseudonimo della nostra “ditta”) e che venne pubblicato nel numero 4 del 1985 con una splendida scheda di Sandro Portelli sui tempi…. della musica e dell’America e con una nostra lunga intervista a Luciano Gallino («L’orologio della metropoli»).

Quanto mi sarebbe piaciuto riscrivere daccapo quel dossier proprio con Riccardo, andando a vedere tutto quel che è cambiato come il molto che resta lì (magari sotto la cenere o dietro lo specchio di Alice).

Riccardo Mancini è morto nel dicembre 2007 e dunque non potrò confrontarmi con la sua saggezza e la sua pazzia ma ho deciso – almeno sul blog dove ovviamente ho più spazio – di mantenere questo dialogo a distanza con lui (adesso sarai sax, nuvola o albero, fratello mio?) e di dedicare a lui questo dossier che tanto ci fece sudare e divertire. Pochi giorni fa ho trovato in un cassetto un nostro, cioè con la calligrafia di entrambi, quadernetto: 60 pagine di appunti fitti-fitti tutti sul tempo (libri letti, interviste, idee, canzoni, racconti di fantascienza, la giornata di un nostro amico alla verniciatura Fiat… ) perché era ancora l’epoca della scrittura a mano e qualcuna/o meno giovane ricorderà la differenza.

Il sabato si cambia droga. Differenze allora. Per esempio in questo inizio secolo non è più ovvia (neppure in Occidente, la parte ricca del mondo) la necessità di riposare almeno un giorno alla settimana, magari due. Questo curiosamente unisce gli operai comandati come i loro padroni: i primi se non possono pagarsi la troppo costosa cocaina dei ricchi ricorrono a droghe meno care (e liberamente vendute in farmacia) per tenere i ritmi sia lavorativi che della “festa”. Il mix di farmaci ogni tanto va variato: per svegliarsi, per dormire, per il sabato sera. Qualunque farmacista o medico idf (informato dei fatti) viene colto da riso irrefrenabile alle parole «legge anti droga»: le droghe sono lì, quasi tutte sul bancone, in libera vendita. La persecuzione di chi “spinella” è solo un infame rito sociale e poliziesco contro i più deboli (è noto a chiunque voglia saperlo che il tabacco uccide mentre “la marja” fa bene). Che nel terzo millennio per reggere i lavori  speedy (e gli straordinari di fatto obbligatori, visti i salari bassi; per tacere l’alienazione) si debba ricorrere a droghe pesanti è un fatto ben noto ma poco indagato (per ragioni ovvie); consiglierei dunque la lettura di «Il produttore consumato» (Il poligrafo) scritto da Francesca Coin… o almeno occhieggiate la mia recensione che è qui sul blog in data 1 febbraio 2008.

La mia mano corre veloce. Molto altro è mutato dal 1985 nel quale io e Riccardo sudammo e ci divertimmo su quel dossier. Per esempio io sto scrivendo su un computer, non più su una Olivetti come 35-40 anni fa: volete mettere la velocità del mouse o del polpastrello che corre su uno schermino rispetto al carrello da mandare a capo?

Gli oggetti che sempre più ci posseggono – ricordate la citazione di Cortazar? – portano via fette-ore enormi, difficili in una “torta del tempo” a dividere perché spesso svolgiamo (o ci illudiamo?) varie attività insieme. Guardo mio figlio, diciottenne sveglio e neanche troppo “drogato” di merci” (ma di tv un pochino sì). In certi momenti è sul computer a chattare, la cuffia nelle orecchie, mangia, la tele è accesa e se squilla il telefono risponde al volo. Che fette sono le sue? Ci penso ma non so decidere se ammirarlo per la sua così eclettica concentrazione… o farmi prendere dal panico.

Consuma, lavora e crepa… era/è uno slogan che risuona in qualche manifestazione. Fa il paio con l’ancora più ironico, «aiuta lo Stato, uccidi un pensionato»: se non lavori più, se la pensione è bassa e dunque non consumi… che-campi-a-fà? Il tuo tempo è finito e non per caso si preferisce il termine “badante” (doppiamente offensivo) per chi si occupa di te; senza riflettere che i lavori “di cura”, l’affettività e la socialità, il lungo tempo dell’età più matura dovrebbero essere considerati al centro della nostra convivenza, opportunità non pesi.

Divora il mondo. Un bel libretto (di Stampa alternativa mi pare) spiegava «101 ragioni contro Mc Donald». La prima, secondo me, è proprio l’idea del fast food in sè: mangiare lento è necessario , lo slow food non è vezzo di qualche tipo strambo (e con “tempo da perdere”) ma necessità biologica e sociale. Spero che chi legge questo blog si stia incamminando verso riflessioni (e pratiche) di… lentezza; in ogni caso nel box indico un paio di letture utili; come colonna sonora consiglio la canzone di Enzo Del Re – «pausa, pausa, ritmo lento» – che dà il titolo a un recente film di Guido Chiesa, «Lavorare con lentezza»: meglio ancora è il vivere lentamente, assaporando le ore e i minuti.

La tempa? Molti altri importanti discorsi restano fuori, nonostante la lunghezza del dossier (questo è oltre il doppio rispetto a quello che uscirà su «Cem»). Per esempio che i tempi delle donne non siano quelli degli uomini dovrebbe essere del titto evidente… e non lo è. Spero che prossimamente Monica Lanfranco o qualche altra amica arricchisca il mio dossier parlandone, dando un diverso respiro e sguardo: il tempo e la tempa mi vien da pensare, da giocare.

Tempo in gabbia. Ho amici e amiche che hanno passato un lungo pezzo della loro vita in carcere (per motivi politici e non). Avrei voluto che qualcuna/o di loro ne raccontasse qui. Per esempio Luigi Scricciolo – per tutte/i «Luigino» – che purtroppo è morto a marzo dell’anno scorso. Il suo calendario non era il mio o quello della maggioranza di chi sta leggendo. Quasi 900 giorni in galera, poi gli arresti domiciliari (comunque un tempo e un vivere coatto): nel suo caso senza un processo, per arrivare dopo 7171 giorni (quasi 19 anni) al totale proscioglimento, il famoso “scusate, ci siamo sbagliati (anzi lo “scusate” non venne pronunciato né in pubblico né privatamente). Sul mio blog ne ho parlato di recente, essendo uscito il romanzo, «7171» appunto, di Enrico Pili. Voi capirete che dire 17mila520ore (in attesa di giudizio) oppure un milione51milae200 minuti non è proprio lo stesso. Prendete fiato e pensate come vi suona 77 milioni settecentosessantamila secondi, «la maggior parte in isolamento». Ricordate? La punizione aggiuntiva per il Conrad Newman (del racconto di Ballard sopra citato) fu lasciargli l’orologio in cella.

La finisco qui? Con ogni evidenza non sono in grado di offrire conclusioni, sintesi o ricette. Voglio solo ribadire che quella lunga rivolta – per riprendersi tempo, per decidere chi è il padrone delle nostre vite – non è finita anche se oggi sembra sconfitta. E’ importante ricordare come andò e non rassegnarsi: per un breve periodo storico, almeno in alcune parti del mondo ricco e/o toccato da rivoluzioni sociali, gli esseri umani hanno fatto rallentare gli orologi del capitale, si sono ripresi una parte del loro tempo. Non è poco.

Lo ripeto: un tempo liberato e un altro mondo sono possibili, basta volerlo. Come anni fa scrisse Arundhati Roy, a volte se si appoggia l’orecchio in terra, nell’erba, lo si sente venire questo mondo nuovo. Provate. Proviamo.

Redazione
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  • Giorgio Chelidonio

    L’aver superato, prima con la memoria infra-generazionale poi con la scrittura, la “percezione biologica del tempo” (ben codificata nel rapporto natura-cultura dei mammiferi) é stato probabilmente il passaggio evolutivo che ci ha portato ad essere Homo sapiens (definizione autoreferenziale spesso smentita nei fatti). Ma molti, troppi fanno della memoria ambientale e relazionale un’uso disinvolto, quasi che fosse un peso inutile facendosi così vittime/complici di quel “nuovismo” che ha accomunato il fascismo “della prima ora” e la sua attuale riedizione tele-mediatica. Quella che Enzo Biagi aveva definito (cito a memoria) “il nuovo che é già avanzato”.
    Il testo proposto è così denso di spunti e riferimenti che merita di essere letto con calma, magari centellinato come un vino d’annata capace di tramandare il meglio di stagioni ormai scivolate via.

    P.S. ORE 06:00 DEL 13/7/2010:
    Davvero a mente …fresca!

  • Bello questo dossier.
    Sulla questione della unidirezionalità della freccia del tempo: il fisico Luigi Fantappiè sostenne che ciò che si verifica in alcuni esperimenti con le particelle elementari, dove il futuro determina il presente, è legge generale e la chiamò “sintropia”. Le mie conoscenze di fisica non mi permettono di giudicarne la validità, ma al di là del futuro che si prospetta ne sento uno che chiama.

  • Splendido articolo!
    Ho letto (a puntate), riletto, meditato (a puntate), preso appunti, spunti e titoli di autori utili. Chissà che non mi sblocchi una vecchia ideuzza…
    Ciao.
    Clelia

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