«Jin, Jiyan, Azadî»: un libro importante

di Daniele Barbieri (*)

Esiste una lunga guerra dimenticata (cioè cancellata dall’Occidente) con profughi e massacri resi invisibili. Il Kurdistan esiste per la storia non per la geografia e la geopolitica. Il popolo curdo non ha ottenuto uno Stato e neppure un’autonomia: in modi diversi ma sempre crudeli Irak, Siria, Iran e soprattutto Turchia hanno mirato a cancellare le “minoranze” curde, milioni di persone. Della resistenza curda si parlò sui media – e persino sulle riviste patinate che lanciarono la moda “guerrigliera” – per qualche mese nel 2015 perchè combatteva e sconfiggeva lo Stato Islamico, con le donne in prima linea. Ma il popolo curdo tornò nell’ombra appena il cosiddetto Occidente decise di “lisciare il pelo” a un Erdogan, sempre più dittatore in casa e con lunghi artigli armati in varie zone del mondo quasi progettasse (certamente lo sogna) di ricreare il vecchio impero ottomano. Il nuovo sultano si arma con i soldi che l’Unione Europea gli dà per tenere lontani i profughi “non abbastanza belli e bianchi” cioè quelli che scappano dalle guerre in Siria e Irak dove la Turchia ha più di uno zampino. Un circolo vizioso che si riproduce nel silenzio dei media e nell’indifferenza quasi mondiale. Con una variabile annunciata recentemente da Recep Tayyip Erdoğan: vuole cacciare da Siria e Irak – dove andranno? – i curdi e gli altri popoli che si oppongono alle sue mire per “sostituirli” con un po’ di quei profughi (scelti e inquadrati come… non è difficile da immaginare) ora “parcheggiati” in Turchia.

Quadro fosco. Ma resiste e cresce una speranza. Contro i progetti di Erdogan e dei suoi alleati ci sono popoli – i curdi e non solo – che nella zona dell’antica Mesopotamia (noi ora la chiamiamo Medio Oriente, sbagliando persino il nome perchè sarebbe il Vicino Oriente) hanno un progetto di convivenza e di democrazia vera, cioè non paracadutata dal Trump o dal Biden di turno.

«Jin, Jiyan, Azadî» (pubblicato da Tamu) è un libro doppiamente importante. Perchè si muove in questo scacchiere decisivo per le sorti di molti popoli e dunque del mondo intero. E perchè racconta «la rivoluzione delle donne in Kurdistan» attraverso le loro voci,

Scrivono le autrici di questo libro: «le ultime correzioni vengono fatte mentre l’esercito turco e i suoi alleati jihadisti proseguono una guerra aperta e sanguinosa…» contro le zone autonome e democratiche della Siria.

Il libro non ha un autore ma è firmato dall’«istituto Andrea Wolf» che prende il nome dalla militante internazionalista tedesca, conosciuta anche come Sehid Ronahî, che fu uccisa nel 1998 mentre combatteva per la libertà del Kurdistan.

Libertà è una parola da non usare a casaccio. All’inizio del libro leggiamo che quando nell’antica Grecia compare la «gerarchia» – cioè «l’ordine del sacro» – si sente il bisogno di cercare (di inventare anzi, perchè prima non esisteva) un’altra parola che si contrapponga, indicando la scelta di chi non si sottomette a quella tirannia. Nelle prime pagine del libro leggiamo: «la parola utilizzata è amargi che in lingua sumera significa “ritorno alla madre” […] intesa come ritorno alle società naturali create intorno ai valori della donna madre» e dell’antica Dea che fu cancellata dalle religioni maschili. Ed è a questo pensiero antichissimo che si ricollega la «rivoluzione delle donne» – mai immaginata finora, almeno in queste forme – che non si oppone solo al fascista (come altro chiamarlo?) Erdogan ma porta avanti il progetto chiamato «confederalismo democratico» scuotendo il Vicino Oriente.

Libro non semplice ma avvincente e quasi sempre convincente. Che si muove su uno spettro politico, storico e filosofico amplissimo.

Le voci delle 20 militanti curde che si alternano nel libro parlano ovviamente di potere e contropotere, di resistenza e di progetto politico ma anche – non stupitevi – di fisica quantistica e di storia antica, degli irochesi e della Dea Madre, di femminismo e intersezionalità, di profughi e di Spinoza, di uomini che rifiutano (o almeno cercano di farlo) «il maschio dominante» e di cosa sia un nuovo «contratto sociale». La trasformazione dei rapporti fra donne e uomini, fra nazioni e fra specie viventi evidentemente riguarda anche noi, in questa parte del mondo così diversa per altri aspetti.

Difetti? Alcune pagine suonano retoriche, è vero. Affiora spesso una “venerazione” verso Ocalan (il leader curdo rinchiuso dal governo turco in un’isola-prigione) e verso le prime donne che iniziarono il processo di liberazione ne l Kurdistan: a noi può suonare esagerata. Ma sono difetti che si spiegano con la durezza di uno scontro politico dove inevitabilmente si “producono” eroi ed eroine, piangendo martiri, ricompattando i sentimenti verso un progetto collettivo. Piccoli difetti ma in un grande libro che aiuta davvero a capire concetti nuovi come «confederalismo democratico» e «Jineolojî, la scienza delle donne». Chi vuole tentare di costruire un mondo migliore dovrà passare dalla resistenza e dai progetti del Kurdistan.

(*) questa recensione è stata pubblicata su micromega.net

 

redaz
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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