La faccia spietata di Alcoa in America Latina

di David Lifodi

In Italia l’Aluminium Company of America (Alcoa) è nota per la questione operaia di Portovesme, ma la multinazionale di Pittsburgh non è conosciuta solo per i suoi disastri nel Sulcis-Iglesiente: in molti stati sudamericani  l’impresa statunitense ha cercato di imporre la linea del proprio paese in politica estera ed è al centro di numerosi casi di violazione dei diritti sindacali dei lavoratori.

La dichiarazione di Siguatepeque del 10 dicembre 2010, elaborata dal Frente Nacional de Resistencia Popular (Fnrp), l’organizzazione politica sorta in Honduras dopo il golpe del giugno 2009, non lascia spazio alle interpretazioni: “Il colpo di stato è l’intenzione di ritornare ad un’America Latina di proprietà della Texaco, della United Fruit Company, dell’Alcoa e di altre ancora”. La presenza di Alcoa nel rovesciamento dell’ordine democratico dei paesi latinoamericani sembra essere una costante, dal golpe cileno che destituì Salvador Allende nel 1973 a quello, recentissimo, che nel giugno di quest’anno ha condotto all’allontanamento di Lugo dalla presidenza del Paraguay a vantaggio del vicepresidente Federico Franco, l’uomo della Cia e delle multinazionali. A portare l’Alcoa in America Latina è stata la povertà dei giacimenti statunitensi di bauxite, di cui la multinazionale è leader  nel settore estrattivo. I giacimenti più ricchi si concentrano nell’America di sotto, per cui, quando Allende decise di nazionalizzare le risorse minerarie, proprio a partire dalla bauxite, Alcoa non ci pensò due volte ad allearsi con la dittatura militare. Eliminato Allende, Pinochet riconsegnò subito il controllo della bauxite all’impresa Usa. Bauxite, carbone, rame, zinco e alluminio si trovano anche in Perù, Uruguay, Ecuador, Bolivia e Paraguay. Quest’ultimo, il pollicino del Conosur,  ha dovuto affrontare Alcoa (dietro alla quale ci sono, tra le altre, Citicorp e Goldman Sachs, due colossi nel settore dei servizi finanziari) quando il presidente Fernando Lugo, peraltro moderatissimo, ha lasciato balenare l’idea di voler nazionalizzare le miniere di bauxite. Detto fatto: alla fine di giugno il golpe orchestrato contro di lui era già andato facilmente a segno. Alcuni documenti di Wikileaks hanno dimostrato che dietro alla sua destituzione si trovavano la Cia, e, per l’appunto, Alcoa. Nella sua difesa delle attività estrattive e produttive in America Latina, la multinazionale di Pittsburgh non guarda in faccia a nessuno. Alcoa ha provato a farsi giustizia sommaria anche in Ecuador e Bolivia, ma in entrambi i paesi le cose non sono andate per il verso giusto.  Nel 2008 il governo di Rafael Correa, allora nemico giurato delle multinazionali, decide di nazionalizzare la filiale ecuadoriana di Alcoa e di Glencore International plc, altra società mineraria, anglo-svizzera, una delle più grandi compagnie commerciali. In questa circostanza Alcoa non riesce ad opporsi, così come è costretta ad accettare l’espulsione dalla Bolivia quando Evo Morales decide di nazionalizzare le imprese minerarie presenti nel suo paese. Nonostante si tratti di una nazionalizzazione solo parziale, Alcoa prova a mettere in atto lo stesso meccanismo che già aveva portato al rovesciamento dei governi democraticamente eletti in Cile e Paraguay, ma non ci riesce. A Pittsburgh, però, non si perdono d’animo, e decidono di imporre delle condizioni da regime feudale ai lavoratori delle loro filiali in Centroamerica.

In Honduras, i lavoratori sindacalizzati sono riusciti ad ottenere dei diritti sacrosanti solo per pochi mesi. Nel 2007 ad una parte di loro fu riconosciuto il salario dei sette mesi in cui erano stati licenziati per aver dato vita ad un sindacato in fabbrica, addirittura assunto come controparte, e si era impegnata a dar vita ad una catena di produzione dedicata alle donne in stato di gravidanza, compresa la presenza di sedie dove potessero riposare un po’ durante il proprio turno di lavoro. E ancora: Alcoa offriva un buono quotidiano di otto lempiras (la moneta honduregna) per i lavoratori che si recavano in fabbrica con i mezzi pubblici. Durò poco: la multinazionale della bauxite mostrò presto la sua faccia più spietata. Prima cercò di dividere i lavoratori offrendo duecento lempiras agli operai che raggiungevano determinati livelli di produttività e non mancavano nemmeno un giorno, poi una parte di coloro che erano stati reintegrati fu di nuovo licenziata, infine fu annunciata una riduzione di personale di 1200 unità, tra Messico e Honduras, secondo i princìpi degni della peggiore rappresaglia. “Possiamo licenziare tre o quattro honduregni per ogni messicano”, dissero i vertici dell’azienda.  Alcoa giustificò i licenziamenti sostenendo che la domanda del mercato era in flessione, ma da allora, era il 2008, la situazione è andata peggiorando. L’impresa statunitense ha intrapreso la strada della wal-martization, per citare un termine utilizzato da alcuni giornalisti che hanno denunciato gli abusi dentro le fabbriche di Alcoa, molto simili a quelli di Wal-Mart, una delle più grandi catene della grande distribuzione a livello planetario. Terza produttrice mondiale di alluminio e bauxite, quasi centomila dipendenti in 34 paesi, Alcoa ha sempre cercato di vendersi come azienda etica e rispettosa dei diritti sindacali dei lavoratori. Al contrario, i racconti degli operai fanno capire che le fabbriche si sono trasformate nelle peggiori maquiladoras: divieto di andare in bagno, se non sotto scorta della sicurezza privata, turni di lavoro di quattordici ore, insulti della peggior specie rivolti dai capetti del reparto agli operai in catena di montaggio. Molti lavoratori, soprattutto durante i turni notturni, sono stati costretti a ricorrere a pillole di ogni tipo per reggere i massacranti ritmi di produzione. Non finisce qui: un altro aspetto odioso di Alcoa consiste nel considerare carta straccia le leggi dello stato dove va ad installarsi. L’articolo 142 del codice del lavoro honduregno prevede che qualsiasi proprietario di una fabbrica o azienda con più di venti dipendenti abbia l’obbligo di pagare alle madri che hanno figli minori di tre anni la rette dell’asilo nido: secondo voi Alcoa si sarà abbassata a tanto? I lavoratori sono stati costretti a pagare di tasca propria l’asilo dei figli per una cifra di 250 lempiras a settimana: considerando che i salari della multinazionale Usa sono già molto bassi, gli operai finiscono per spendere almeno 1/3 di quanto guadagnano in un mese.

Nelle fabbriche di Alcoa le leggi costituzionali sono sospese, come è testimoniato senza vergogna nel suo stesso manuale: “se le nostre norme sono più severe di quelle in vigore nel paese, allora le mettiamo in pratica”. Le ultime notizie dall’Honduras parlano di videocamere installate anche nei bagni allo scopo di spiare i lavoratori e ridurre al minimo il tempo non lavorato: questo è il vero volto dell’azienda di Pittsburgh in America Latina.

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