Oggi vi parlerò dello zero

Un libro – in edicola per qualche giorno (*) – di Robert Kaplan e altro.

«Gnìnt» è la più piccola unità di misura in Romagna, equivale a zero. Come

mi ha raccontato, il mese scorso al convegno del Cem, Roberto Papetti dalle sue parti si conta un po’ diversamente che a Roma o Milano: dopo «gnìnt» c’è «cichinì» e poi si prosegue così: «dìs cichinì i fa un bisinì, dìs bisinì i fa un pizgòt (sì, un pizzicotto), dìs pizgott i fa un pògn (certo, un pugno), dìs pògn i fa una zèmna (e qui resto incerto anche io, pur se abito quasi in Romagna), dìs zèmman àl fa una spòrta, dìs spòrt al fa un sàc, dìs sèc i fa una carìola, dìs cariòl al fa ònna baròza (ho qualche dubbio), dìs baròzy al fa un càr, dìs chèr i fa un tréno e dìs tréno i fa un sbròmbal».

Dimenticate per un po’ il romagnolo e andate in edicola a prendere «Zero, storia di una cifra» (350 pagine per 7,90 euri; edizione originale 1999; traduzione di Stefano Galli e Carlo Capararo) di Robert Kaplan. Piacevolissimo se amate i numeri e/o la storia ma comunque una bella lettura per chiunque. Infatti intorno a quel «gnìnt», allo zero, si gioca una partita millenaria, con molti misteri.

Quel numero appare e scompare. Affascina e inquieta: «la sua potenza sembrerà divina ad alcuni, diabolica ad altri» scrive Kaplan.

Intanto: fu scoperto o inventato? Se pensate che rispondere sia facile…

Di qualunque cosa parli – qualche divagazione di troppo c’è, specialmente nei capitoli finali – Kaplan scrive bene. Sentite, quasi all’inizio, come ci prende per mano: «L’ itinerario temporale e concettuale dello zero è pieno di complicazioni, travestimenti e scambi di persona, come le vite degli esploratori che lo introdussero in Occidente».

Appare presso i Sumeri lo zero («quest’O senza figura, come Shakespeare lo ha chiamato») poi scompare per un po’ e tentare di capire il perché della sparizione occupa molte pagine. Anche la sua nuova apparizione è sospetta: quegli arabi (anzi: saraceni) portano «merci esotiche, racconti e tecniche». Ben più di un papa si insospettisce e su quel «numero oscuro» anche Tommaso D’aquino arranca assai. Per tacere del fatto che chi conta come i cristiani ha qualche problema passando per così dire dall’anno meno 1 a quello più 1. Così nel Medioevo «lo zero era considerato opera del diavolo o il diavolo stesso – il grande distruttore del significato». E ancora oggi si dice “valere zero” per svalorizzare mentre invece «lo zero non è né negativo né positivo, solo la più stretta delle terre di nessuno interposta fra i due regni».

Frasi o episodi citabili? Un bel po’. Da Sofocle a Diofanto, da Archimede a Wittgenstein, da Buddha a Silvia Plath, da Einstein a Virginia Woolf, da Fibonacci a Richard Landes, da Kurt Godel a Lutero, da Avicenna a Leonardo Da Vinci («di me se mai fu fatta alcuna cosa?» scrisse in tarda età), da Eraclito a John Donne, da Cartesio a Pascal, da Johann von Neumann a Omar Khayyam, da Flann O’Brien a… Kaplan.

In poche (davvero pochissime) pagine trionfano calcoli, equazioni, radici quadrate e frazioni ma si rassicuri chi frequenta poco la matematica: c’è quasi sempre un altro modo di spiegare… e Kaplan lo trova. Comunque si può procedere «da necessità tramite immaginazione». Facendo attenzione però, perché – Kaplan dixit – se «l’immaginazione si indurisce negli eccessi della dimostrazione fantastica, la presa sulla scatola che imprigiona i demoni si allenta e lascia uscire l’inferno». Ma ecco che all’occorrenza spunta William Blake: «siete chiaramente in errore quando affermate che le visioni della fantasia non si possono trovare nel mondo. Per me questo mondo è tutto una continua visione di fantasia e di immaginazione».

Misteri? Veri e falsi. «In ogni storia, come in ogni sogno, c’è una cripta in cui ogni frase suona profetica, ogni immagine sembra un indizio da decifrare».

Che altro? «Uno dei più affascinanti paradossi della storia è che per vedere ciò che abbiamo alle spalle dobbiamo guardare avanti, dedurre le cause da effetti sparsi qua e là, cogliere le somiglianze fra i discendenti per indovinare il volto dei progenitori».

La matematica è sì «lingua universale» ma naturalmente può diventare ossessione (e non solo per scienziate/i). «Non c’è persona che in qualche circostanza… non abbia cominciato a contare lo scorrere dei secondi, le fessure lungo il bordo del marciapiede, i nodi sparsi a caso sulle travi di legno d’un soffitto», forse «l’effetto calmante della ripetizione»

Dubbi?

Ne ho qualcuno.

Uno importante: forse l’autore dà troppo credito ai detrattori dei Maya e “zero” (ops, mi è scappato) ai loro difensori.

Uno secondario. E’ ovvio – dice Kaplan – che le uova si contino a dozzine (anziché a decine)… ma io continuo a chiedermi perché. Se qualcuna/o lo sa per favore me lo spieghi.

Cinque noterelle per chiudere.

Gli appassionati del gioco noto come warri (o mancala o kalaha o abalala o yovodji) lo incroceranno a metà libro e subito dopo sapranno perché in Inghilterra tuttora il ministro del Tesoro si chiama «cancelliere dello scacchiere». Gustoso.

Se in linea c’è un/una linguista (o dovrei dire glottologo/a?) gradirei la sua opinione intorno a quanto scrive Kaplan (pag 70) sui verbi irregolari. Grazie.

Il trucchetto a pagg 127-128 è un classico ma se avete “un giro” dove non ci sono appassionate/i di “giochini” farete un figurone. Io ne so uno simile e se mi invitate a cena ve lo insegno volentieri.

Abbiamo del tutto perduto la bellissima sequenza romagnola? Fino a un certo punto: a pagina 61 vi imbatterete in Gautama (o Buddha o Siddharta, fate voi) che infilza un elenchino da far svenire il citato Roberto Papetti.

E ricordate – con Kaplan e gli antichi Greci – che l’ironia è «un modo di intendere solo in parte quel che si dice e di tacere la maggior parte di ciò che si intende».

Devo anche dirvi che questo volume ha un numero fastidioso di refusi: in un paio di passaggi rischiano di rendere incomprensibile il testo; chi pensava che i correttori di bozze non servissero più taccia per sempre.

PS – VI FA INCAZZARE?

care e cari, sapete quanti dei nostri soldi vanno in armi? Ecco le cifre riprese da un articolo su «il manifesto» (è qui se volete leggerlo tutto: http://www.controlacrisi.org/notizia/Politica/2014/9/7/42204-litalia-e-in-guerra-e-aumenta-la-spesa-militare/ ) del sempre informato Manlio Dinucci.

«Secondo i dati ufficiali relativi al 2013, pubblicati dalla Nato nel febbraio 2014, l’Italia spende per la «difesa» in media 52 milioni di euro al giorno (avete letto bene!). Tale cifra però, precisa la Nato, non comprende diverse altre voci. In realtà, calcola il Sipri, la spesa militare italiana (all’undicesimo posto su scala mondiale) ammonta a circa 70 milioni di euro al giorno».

Vi fa incazzare? Vi sembra giusto far circolare questa informazione? E magari possiamo-vogliamo-dobbiamo discutere su come opporci?

(*) Questo «Zero» è il quattordicesimo volume della serie «La matematica come un romanzo»; in edicola viene “cangurata” dal quotidiano «Corriere della sera» con 24 titoli (wow) sempre al prezzo di 7.90. Il «Corsera» (o «Corriere dello zar», come è ribattezzato da quelli che, a ragione, non lo amano) per una volta ha preso – nel desolante panorama editoriale italiano – un’iniziativa abbastanza intelligente. E’ la terza volta che ne parlo – cfr «1 1 2 3 5 8 13 21 34 55 89 144 233 377»… «1 1 2 3 5 8 13 21 34 55 89 144 233 377»… e «Codici e segreti»: un libro… – in blog. (db)

 

Redazione
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3 commenti

  • mi scrive un amico inferocito (a torto)
    «vado in edicola a prendere ZERO e trovo invece LONGITUDINE; db, son cose da farsi?»
    preciso:
    1 – i libri hanno scadenza settimanale ma le buone edicole tengono qualcuno dei vecchi o li può riordinare
    2 – LONGITUDINE è molto bello (a proposito: grazie ad Alessio che me lo ha fatto conoscere)

  • … lo 0 funziona … 😉
    Ciao DB e grazie.
    Abbraccio
    Ago

    P. s.: prendo il libro allora !

  • per chiarire i dubbi sul significato di alcuni termini romagnoli…:
    -“zèmna” è una giumella,cioè quanto possono contenere due mani congiunte che formano una specie di coppa;
    -“baròza” è un biroccio, cioè un veicolo da trasporto per uso agricolo, a due ruote.
    Vera

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