Perché, nella crisi del debito pubblico, …

… avremmo voluto dirci cattolici

di Lanfranco Caminiti

Padre nostro che sei nei cieli

Padre nostro che sei nei cieli / Rimetti a noi i nostri debiti / Come noi li rimettiamo ai nostri debitori. La tradizione liturgica della Chiesa ha sempre usato il testo di Matteo (Mt 6,9-13). In Luca (Lc 11,2-4) invece, è detto: «Rimetti a noi i nostri peccati come noi li rimettiamo ai nostri debitori», dove a me sembra – e Luca era un letterato – ci sia asimmetria e incongruenza tra peccati e debitori. A meno che per Luca il debito non fosse di per sé un peccato, e viceversa. O, ancora, che Luca fosse più attento alle radici ebraiche della preghiera al Padre; in Selishah, 21 si dice: «Cancella i nostri peccati davanti ai tuoi occhi», e nello Yom Kippur – che è il Giorno dell’espiazione – si invoca: «Perdona i nostri peccati come noi li perdoniamo a tutti coloro che ci hanno fatto soffrire». Ma il testo aramaico dice “haqwbajn” e cioè proprio i debiti, e così per il testo greco “ofeilémata” – ὀφειλήματα, che sono propriamente i debiti economici. In latino, la preghiera suona così: Et dimitte nobis debita nostra sicut et nos dimittimus debitoribus nostris. Dove dimittere ha il doppio significato sia di condonare, perdonare, sia di pagare, soddisfare un creditore. I nostri debiti verso Dio – che è prestatore di ultima istanza – non possono che essere peccati, nostre imperfezioni, nostre tentazioni, nostre mancanze: ma i nostri crediti non possono esser voucher per il cielo, come in una partita doppia. Nel Catechismo si spiega così: «la nostra domanda verrà esaudita solo a condizione che noi, prima, abbiamo risposto ad un’esigenza. La nostra domanda è rivolta verso il futuro, la nostra risposta deve averla preceduta». La condizionalità qui è stringente, il memorandum si fa austero e rigoroso: solo se noi lasceremo cadere i nostri crediti, potremo sperare che Dio rimetta i nostri debiti verso di lui. È proprio questo però il punto: il credito è un futuro – Dio è sempre in credito con noi, ci ha dato credito, i conti si faranno alla fine dei giorni –, il debito è un passato. Il debito verso dio è oltremondano, i nostri crediti sono invece volgarissimi e terreni. Come possono equipararsi? Sarebbe come comprarsi sicure indulgenze dal cielo per l‘eternità con oboli. L’incongruenza e l’asimmetria restano. Si impastano nella lingua: se il tedesco Schuld è sia colpa che debito, l’inglese forgiveness è sia perdono che remissione di un debito e redemption è sia riscatto, salvezza che rimborso, estinzione di un debito. Da qualche parte però deve esserci stato un cortocircuito: la Conferenza episcopale tedesca ha deciso di non prestare più i propri “servizi”, dal battesimo al matrimonio all’unzione, ai cattolici che non si registrano – in Germania ci si registra all’anagrafe delle confessioni religiose – e non pagano quindi più la Kirchenaustritt, una sorta di ottoXmille, che lì sarebbe una tassa ma è come un debito verso Dio, e è dovuta, obbligatoria e non volontaria. La motivazione è stringente: il nuovo Decreto ribadisce che non si potrà più fare la distinzione tra appartenenza “civile” e appartenenza “spirituale” alla Chiesa cattolica. Sembra riversarsi qui tutta una letteratura primeva del cristianesimo, edificante e legata all’obbedienza all’autorità più che al messianesimo e alla speranza. Clemente Romano, in una lunga preghiera, raccomandava di «obbedire a quelli che comandano e guidano sulla terra» [Lettera ai corinti, 60,3-61,2]; san Cipriano invitava a non dimenticare l’impero di cui si è cittadini [in Lattanzio, De opificio Dei, I, 9]; Commodiano parla di «obbedire agli ordini di Cesare» [De duobus populis, 81]. Le religioni mediorientali però erano chiare: tra le tavolette trovate nella città hurrita di Hattusa – in quella che adesso è l’Anatolia, più o meno dove poi regnarono gli Ittiti – vi è un Canto della liberazione dal debito. Il dio Tessub ordina ai suoi fedeli di sollevare il popolo di Ebla dal loro debito: «Se prenderete su di voi il debito di Ebla, farò potenti le vostre armi. Vincerete sui vostri nemici e la vostra terra sarà prospera. Ma se non cancellerete il debito di Ebla, la città del trono, nello spazio di sette giorni sarò su di voi, distruggerò Ebla, e farò come se non fosse mai esistita». Il Deuteronomio (Deut. 15: 1-2) è altrettanto diretto: «Alla fine di ogni sette anni concederai la remissione dei debiti. E questa sarà la forma della remissione: Ogni creditore condonerà ciò che ha dato in prestito al suo prossimo; non esigerà la restituzione dal suo prossimo e dal suo fratello, perché è stata proclamata la remissione dell’Eterno». E l’islam esorta, senza farne un obbligo, a dilazionare il debito di un povero e specialmente a trasformare il debito in una elemosina. Allah dice infatti (Corano, 2: 280): «Chi è nelle difficoltà, abbia una dilazione… Ma è meglio per voi se rimetterete il debito, se solo lo sapeste!» Nel 1994, Giovanni Paolo II nella sua Lettera apostolica Tertio Millennio Adveniente aveva circoscritto le cose alle loro dimensioni, proponendo il Giubileo del 2000 «come un tempo opportuno per pensare, tra l’altro, ad una consistente riduzione, se non proprio al totale condono, del debito internazionale, che pesa sul destino di molte Nazioni». 

Dicono i messicani che il Pacifico non ha memoria, ma non è vero

Il 21 maggio 1927 Charles Lindbergh atterra all’aeroporto Le Bouget di Parigi accolto trionfalmente dopo aver attraversato l’Atlantico in solitaria senza scalo con il suo piccolo aereo Spirit of St. Louis. È una classica impresa dello spirito americano, della modernità: la sfida tecnologica alla natura che però comporta coraggio e ardimento, l’individualismo – la traversata senza scalo era stata già compiuta da una coppia di aviatori inglesi –, il trust finanziario che la sostiene con intenti commerciali, il ruolo e l’importanza dei mass-media nell’enfatizzare l’evento. Il volo – che fu davvero l’ossessione americana del primo Novecento, e spiega il mito popolare di personaggi come Amelia Earhart e Howard Hughes – fu seguito dall’intera nazione attraverso la stampa popolare e la radio e fece di Lindbergh una sorta di Cristoforo Colombo all’incontrario: lo Spirit of St. Louis era poco più e poco meno di una caravella. Era comunque già un curioso rovesciamento: la frontiera, l’ignoto, la terra promessa era sempre stata a ovest, e ora si guardava verso est. L’oceano atlantico non era il wild west, non era una terra fertile, una prateria colonizzabile. Gli americani potevano ricongiungersi così facilmente all’Europa e l’Atlantico diventava addomesticato. Eppure, le loro radici europee sono sempre state non un elemento d’identità e di appartenenza ma di differenziazione, di presa di distanza, a cominciare dai Fathers Founders e dai primi emigranti in fuga. Qualche anno fa, sul «New York Magazine» veniva presa in considerazione tra il serio e il faceto l’ipotesi di una Repubblica autonoma di New York, a partire dalla diffidenza, quando non dal disprezzo, che l’America profonda sente verso la Grande mela, covo di intellettuali, ebrei e fautrice di un modo di vita «così europeo». Nell’articolo, Thomas Frank, autore di What’s the Matter With Kansas?, argomentava che questi sentimenti avevano le loro radici nei movimenti populisti di fine Ottocento, quando i newyorkers erano considerati come dei parassiti, buoni a nulla. In Complotto contro l’America [The Plot Against America, 2004], Philip Roth precipita la storia americana in un incubo inventando un confronto elettorale nel 1940 tra Franklin Delano Roosevelt e Lindbergh, da cui questi risulta vincente. Lindbergh proclama la neutralità americana nel conflitto mondiale scatenato dal Terzo Reich e stringe un patto di non aggressione con Hitler e l’imperatore Hirohito del Giappone. I rimandi del romanzo sono plurimi. Anzitutto a Qui non è possibile [It Can’t Happen Here, 1935] di Sinclair Lewis, in cui s’ipotizzava che nelle elezioni presidenziali del 1936 vincesse un demagogo populista che avrebbe imposto negli Stati Uniti un regime nazifascista. E anche a La svastica sul sole [The Man in the High Castle, 1962] di Philip K. Dick, in cui Hitler e l’impero giapponese hanno sconfitto gli alleati nella Seconda guerra mondiale, diffondendo il nazismo nel mondo intero e l’America, che si è mantenuta neutrale, è ora divisa in tre stati, la costa orientale [sotto controllo tedesco], quella occidentale [controllata dai giapponesi] e quello delle Montagne Rocciose, che fungono da cuscinetto. Però, mentre i romanzi di Sinclair e Dick sviluppano la loro narrazione in un tempo parallelo inventato, Lindbergh era davvero antisemita e simpatizzava per il nazismo e l’impero nipponico e propugnava il neutralismo americano. Fondò, nel 1940, l’America First Committee per contrastare la linea interventista di Roosevelt, che peraltro aveva un largo seguito popolare: parlò contro l’intervento americano nella guerra europea – sostenendo che gli Stati uniti vi fossero trascinati dagli ebrei – fino al dicembre del 1941 quando, in seguito all’attacco a Pearl Harbour, gli Stati Uniti dichiararono guerra all’Impero giapponese. Pearl Harbour è il vero incubo americano: l’attacco dal Pacifico, l’Oriente. Nell’immaginario americano la Seconda guerra mondiale è soprattutto una guerra contro il pericolo da est, il pericolo giallo: è la foto – in posa, e non spontanea – dei marines che piantano la bandiera a stelle e strisce su quel che resta dell’isolotto di Iwo Jima [a cui qualche anno fa Clint Eastwood ha dedicato due film, Flags of Our Fathers e Letters from Iwo Jima, 2006, con due sguardi contrapposti] l’immagine che sintetizza la fine del conflitto – come per noi europei è la foto – in posa, e non spontanea – della bandiera sovietica sul Reichstag. È la firma dell’imperatore Hirohito sulla corazzata USS Missouri, ancorata nel Pacifico, il momento in cui la guerra può dirsi conclusa – immagine che riprese George W. Bush per dichiarare improvvidamente la vittoria nel conflitto contro il terrorismo proprio da una corazzata. La grande battaglia americana che determinò una svolta nella Seconda guerra mondiale è quella delle Midway, nelle acque sterminate del Pacifico, mentre per noi europei la battaglia determinante fu Stalingrado, in una forma che sintetizza secoli di guerre continentali, di fanterie che avanzano e si attestano, di trincee scavate nella terra, di attese logoranti, di massacri casa per casa, muro dopo muro, porta dopo porta. Ed è sul Pacifico, contro Hiroshima e Nagasaki, che gli Americani sganciano le loro bombe nucleari, esibizione di una potenza ormai illimitata. È il Pacifico il limite ostile degli americani, la frontiera insormontabile oltre la quale non c’è una terra amica, un atterraggio trionfale. Il Pentagono sta dislocando in acque internazionali, partendo dal Golfo Persico verso est, apposite navi che fungono da basi galleggianti per le forze speciali. Altre basi aree e navali vengono installate o potenziate in Thailandia, Filippine, Singapore, Australia e altri paesi. A Singapore è arrivata la prima «littoral combat ship», una nuova nave da guerra che si può avvicinare alla costa per attaccare in profondità. La U.S. Navy ne dislocherà nel Pacifico oltre cinquanta. 
Nell’offensiva diplomatica, per creare fratture tra la Cina e i paesi limitrofi, la Clinton sta effettuando decine di visite. L’Europa non “gode” di uguale attenzione. Gli Americani si sono sempre tenuti alla larga dall’Europa – tutt’al più siamo il loro Erasmus –, dove non si sono mai sentiti a casa, a parte il periodo incantato degli anni Venti. Quello della fuga da un insopportabile e opprimente provincialismo e bigottismo, mitizzato da Woody Allen nel suo Midnight in Paris, con Gertrude Stein al centro di un salotto intellettuale raffinato e appassionato e avido di sensualità, dove ruotano Ernest Hemingway e Francis Scott Fitzgerald, in compagnia di Zelda, incontrando la crema della genialità europea, da Picasso a Buñuel, e, in un gioco temporale, Lautrec e Zola.

L’Europa non è mai stata così sola.

I cosacchi non hanno abbeverato i loro cavalli alle fontane di san Pietro

Dopo l’89, dopo il crollo del muro di Berlino e della cortina di ferro e lo sfaldamento del socialismo all’est, il mondo ha perso ogni assialità di riferimento, di schieramento. Il confronto e il conflitto fra est e ovest, fra il blocco sovietico e quello occidentale, fra il socialismo e il capitalismo, fra lo statalismo e il mercato avevano segnato il secolo. È stata la nostra iattura, di noi europei dico: prima avevamo un ruolo nel mondo, fare da argine al comunismo sovietico ed eventualmente essere la steppa invasa dai suoi cosacchi. Il fondamentalismo islamico, che ha sostituito il comunismo come ideologia del pericolo per l’occidente, non ha edificato un’eguale simmetria. Il fondamentalismo non ha una patria specifica – come era l’Unione sovietica per il socialismo – da cui si irradia, un territorio identificabile, e quindi non è fronteggiabile con un muro, una linea Maginot, una catena di missili puntati, una guerra fredda: il fondamentalismo islamico può essere ovunque e conduce una guerra asimmetrica. Il comunismo era speculare e opposto al capitalismo, gli contendeva il “discorso” sulla produzione, il lavoro e la distribuzione della ricchezza; il fondamentalismo è altro. Il capitalismo – benché spesso certi suoi epigoni ne sembrino convinti – non è una religione, come non lo è l’occidente. È questa l’asimmetria. L’occidente tecnico e nichilista non può condurre una guerra religiosa, perde misurandosi su questo terreno. Se è così, non possono esistere territori cuscinetto, continenti da conquistare ideologicamente e su cui installare testate e depositare battaglioni sempre allertati. A ridosso della Grande depressione del 1929, centinaia di migliaia di americani chiesero di poter andare in Unione sovietica: una parte di essi era in cerca di lavoro – tecnici, operai specializzati, laureati di saperi scientifici – ma la quasi totalità partirono con mogli e figli per convincimento, per aiutare a edificare il socialismo e goderne [scomparvero risucchiati nelle purghe staliniane e nei lager]. Dove andrebbero oggi gli americani che abbracciano la fede fondamentalista? Agli ultimi Emmy Awards ha stravinto Homeland, una produzione televisiva americana centrata sulla caccia di un agente Cia, che soffre di bipolarismo, nei confronti di un marine, che è stato prigioniero di al Qaeda in Iraq ma che si sospetta faccia parte ora di una cellula di estremisti islamici che prepara un attacco all’America. Prima dell’89, prima della fine di una lettura araba della mappa del mondo dei conflitti da destra verso sinistra, da est verso ovest, il sud del mondo aveva provato a ritagliarsi un proprio spazio fuori dalla morsa della guerra fredda dove nulla fosse demonizzato e tutto potesse essere messo alla prova: Nasser e il panarabismo, Tito e la Jugoslavia, le voci del Terzo Mondo nonallineate che si riunivano e provavano a costituire un polo di cooperazione. Era un mondo di speranze, sottoposto a pressioni terribili ma anche a vantaggi e sostegni da chi poteva considerarli propri amici in quanto nemici dei propri nemici – i princîpi della guerra continuavano a vigere. Quel mondo doveva tenere assieme e svolgere diversamente modernizzazione e democrazia, produzione e distribuzione, autogoverno e alleanze, sotto un’accelerazione temporale impressionante. I processi si sono invece separati e ostacolati, finendo in una scala di priorità: la modernizzazione si poteva solo a scapito della democrazia, la produzione solo a scapito della distribuzione e via così. Ne sono venute tirannie o accumulazioni primitive di neocapitalismi. Il sud del mondo non è diventato un’alternativa. D’altronde non poteva esserlo al capitalismo né al comunismo: poteva funzionare attrattivamente solo in presenza di entrambi, come una combinazione o una possibile evoluzione. Nel riflusso, nella deriva, nella perdita, il sud è diventato orfano di uno dei genitori, disconoscendo però l’altro come tutore. Ci sono biografie che valgono tutta una storia: Rachid Ghannouchi, leader del partito islamista Enhada che ha vinto le recenti elezioni in Tunisia, le prime dopo il regime di Ben Ali, era da giovane un nasseriano panarabista, poi ha studiato alla Sorbona e ha amato Sartre e Fanon e i suoi dannati della terra, poi è stato in carcere a lungo sotto Ben Ali, adesso propugna un islam che sappia intrecciarsi con la democrazia. È difficile dire cosa accadrà in Nord Africa e nel Medio Oriente: probabilmente accadrà di tutto. Fenomeni diametralmente opposti si contrappongono dopo essere stati vicini: le primavere arabe sono state rivolte contro le tirannie, e non sempre quando ci si batte per disperazione è chiaro quale sia il percorso della speranza, come non sempre quando rimuovi ciò che ostruisce un flusso, sai che forma prenderà l’effluvio che era bloccato. Mohammed Bouazizi, il giovane ambulante che si diede fuoco dando inizio alle rivolte del Nord Africa, trovava tutto ormai intollerabile, insopportabile, impossibile da vivere. Si sottraeva, se ne andava, nel modo più radicale possibile, senza cercare un altrove – non ci sono più altrove per il sud, deve vivere o morire presso di sé. La forza radicale delle trasformazioni dovrà trovare un punto di equilibrio, perché non possono convivere fenomeni così distanti e opposti, lacerandosi, ostruendosi, combattendosi. È però troppo presto, e troppo presto si è provato a chiudere il cerchio: i militari – punto di forza del regime di Mubarak – non possono essere il punto di equilibrio in Egitto, Mahmoud Jibril – a lungo compromesso con Gheddafi – non poteva essere il punto di equilibrio in Libia. Non fu Gorbaciov a fermare i carri armati della restaurazione dei militari sovietici, ma Boris Eltsin. È così che vanno le cose. E non sempre finiscono meglio. L’Europa non è mai stata così debole. Così insignificante. Poteva giocare una partita importante per ritrovare se stessa nel Mediterraneo. Ma alla Germania – che fa la politica europea d’oggi – non interessa il Mediterraneo, non cerca più, come Goethe, mehr licht e il Grand Tour, che tutt’al più si ferma a Rimini e l’Adriatico. L’occidente è ormai solo l’America. E anche il Mediterraneo non è mai stato così solo.

Lo stoccafisso unisce il Mediterraneo ai mari del Nord, tutto il resto ci divide

I paesi europei con un debito pubblico eccessivo, e i cui titoli sovrani faticano a trovare acquirenti, se non pagando interessi spropositati, in un momento in cui chi già li possiede in quantità tende a disfarsene per il timore di un continuo deprezzamento e di un’insolvenza incombente, sono mediterranei e cattolici – Italia, Spagna, Portogallo – o ortodossi – Grecia e Cipro. I paesi europei che hanno un debito pubblico non allarmante e un rapporto d’esso con il Pil in linea con i parametri di Maastricht, e i cui titoli sovrani trovano facilmente acquirenti anche se gli interessi sono addirittura negativi, sono nordici e protestanti – Germania, Olanda, Finlandia. Se al gruppo dei paesi indebitati fino al collo, che sono tutti mediterranei, aggiungiamo l’Irlanda, che mediterranea non è, sappiamo però che cattolica lo è di sicuro. Il tratto dominante della faglia che sta spaccando l’Europa è quindi solo cartograficamente una spaccatura tra il nord e il sud. Invece, più profondamente è una separazione religiosa. Tra protestanti e cattolici. Quelli dell’orribile acronimo Piigs, sono cattolici, i virtuosi che chiedono più rigore e manifestano perplessità a operare salvataggi, quelli della tripla AAA sono invece protestanti. L’Europa ha già vissuto nel Seicento questa separazione e questo conflitto nella lunga Guerra dei Trent’anni tra l’Impero spagnolo e l’Olanda [e i principi tedeschi e la Svezia], a cui la pace di Westfalia pose termine adottando la regola cuius regio, eius religio – che ciascun territorio abbia una sua religione – che a noi oggi può sembrare un banale principio di tolleranza, come consentire che ciascuno si circoncida se lo crede, ma che allora significò la risistemazione del potere politico – la Catalogna, il Portogallo, le Fiandre conquistarono l’indipendenza mentre nel Sud Italia scoppiò la rivolta di Masaniello – e soprattutto dell’economia europea. La nuova spaccatura europea ruota intorno la moneta unica di riferimento, che ha sostituito nei nostri cuori e nelle nostre menti la religione unica di riferimento, e dentro una crisi finanziaria che a quella del Seicento somiglia per tanti versi, soprattutto per quel che riguarda l’Impero spagnolo, sempre più in penuria dell’oro e dell’argento delle colonie, con una tecnocrazia dispendiosa e presa tutta dalle sue dinamiche intestine nella capitale unica di riferimento, una casta politica sparsa nelle regioni inzeppata di privilegi, una produzione in rallentamento e quasi allo sfascio, e una tassazione minuta fatta di rendite e gabelle divenuta insopportabile e che non lasciava nulla ai ceti territoriali in ascesa contro l’immobile e parassita baronia. La nuova pace di Westfalia arriverà rompendo la sacralità della moneta unica sancendo il principio cuius regio, eius moneta – si chiama così il nostro equivalente generale di scambio perché la prima zecca romana fu posta sotto la protezione del tempio di Giunone moneta, dal latino monere, cioè ammonire avvertire, il denaro è un ammonimento –, a ogni territorio corrisponda una propria moneta? Non potremmo arrivarci evitandoci il flagello, un massacro – che oggi per fortuna non ha il carattere della morte in battaglia, ma quello della disoccupazione di massa, che ha già raggiunto – non in Germania, certo, gli eventi non si ripetono mai eguali – i livelli dopo la Prima guerra mondiale?

Due fantasie letterarie: gli Stati uniti d’Austria e quelli d’Europa

Agli inizi del Novecento, un gruppo di intellettuali austriaci si era preso la briga di proporre all’arciduca Ferdinando – proprio quello su cui il serbo Gavrilo Princip svuoterà poi a Sarajevo il caricatore della sua rivoltella dando inizio alla Prima guerra mondiale – la trasformazione dell’Impero austro-ungarico in Stati uniti d’Austria. E quello rimane – sulla carta, perché, come si sa, le cose andarono da tutt’altra parte, con la Finis Austriae e la formazione di repubbliche e monarchie indipendenti – l’unico progetto europeo di costruire pacificamente, in una lunga storia che non ci ha risparmiato guerre e annessioni e invenzioni di nazionalismi, una federazione di Stati. L’unico esempio storico – un progetto! – del percorso che il dibattito fra le cancellerie europee d’oggi sembra far riemergere. L’Impero austro-ungarico era costituito da territori che oggi appartengono a tredici stati europei, dall’austriaca Vienna alla rumena Transilvania, dalla boema Praga alla serba Vojovodina, dalla polacca Galizia all’italiana Trieste, dall’ucraina Leopoli alla slovacca Brno. Vi si parlavano undici lingue e si professavano tutte le religioni, con una preponderanza cattolica, una forte presenza protestante e ortodossa, e importanti enclave musulmane e ebraiche. Austria e Ungheria avevano costituzioni, parlamenti e ministeri separati, ma per la politica estera e quella economica i ministeri competenti erano in comune. Le questioni finanziarie e di bilancio erano regolate da trattati decennali rinnovabili. E c’era un’unica moneta, che valeva da Trento a Cracovia passando per Budapest: la corona. Nonostante il bel Danubio blu e tutta la nostalgia di Claudio Magris per la Felix Austria e il Biedermeier, l’Impero era fondato su un evidente squilibrio di potere fra l’Austria e le altre nazionalità – fra il centro e le periferie – che premevano per una maggiore autonomia e per l’indipendenza: la guerra, attraversata peraltro da conflitti di classe fortissimi, con la spartizione delle spoglie, ne fu l’orribile occasione. L’Austria – il motto imperiale degli Asburgo era un vocalizzo, AEIOU: Austriae Est Imperare Orbi Universo, Spetta all’Austria governare il mondo – si ridusse a un territorio molto circoscritto e finì, fino ai nostri giorni, con l’essere risucchiata, come una provincia tedesca, nell’orbita rassicurante e prepotente della Germania, proprio quello che era stata sempre la sua ossessione e il suo incubo. Io non so se Robert Musil nel suo straordinario L’uomo senza qualità – forse la fine degli imperi sono i periodi più fecondi della letteratura europea, perché smontano e rifondano la modernità e il suo racconto, almeno da Cervantes in poi –, descrivendo le inutili e verbose riunioni dell’Azione parallela, pensasse proprio al progetto degli Stati uniti d’Austria e a quell’appassionato quanto inconcludente manipolo di intellettuali. Certo, la Cacania, come Musil nominò il territorio dove non-agiva l’Azione parallela – tutti i principi di film hollywoodiani, almeno finché gli emigrati europei vi ebbero un ruolo, che si innamoravano di ballerine, o viceversa tutte le principesse di improbabili spiantati venivano da regni lontani il cui nome risuonava sempre questo, Kakania –, somiglia troppo all’Impero asburgico, per essere altro. Eppure, proprio questo a me sembra fosse il punto del progetto degli Stati uniti d’Austria: si sovrapponeva cartograficamente all’Impero, lasciando le cose com’erano eppure trasformandolo in qualcosa di radicalmente diverso. Che è un po’ quello che potrebbe capitare all’Europa nel volgere di questa crisi, passando dalla Comunità europea a una Federazione di Stati – gli Stati uniti d’Europa? –, dove l’unione fiscale, l’unione bancaria, l’unione monetaria sono with strict and effective. Il monito di Kohl – «La Germania è a un bivio: o europeizzare la Germania o germanizzare l’Europa» – all’indomani dell’unificazione con l’Est per far digerire ai tedeschi l’euro suona ancora irrisolto e inquietante. George Soros, il capo di uno dei più grandi fondi di investimento del mondo, ha posto un quesito diverso e simile in un lungo articolo pubblicato contemporaneamente dai più importanti giornali d’Europa, in cui si mostra preoccupato per la spaccatura e lo squilibrio tra paesi creditori e debitori, tra un centro e progressive periferie: «[…] persuadere la Germania a scegliere tra queste due strade: mostrarsi un paese egemone solidale con l’Unione, oppure uscire dall’euro. In altre parole, la Germania deve guidare l’Europa o uscire dall’Europa». Che la Germania esca dall’euro è una fantasia ricorrente, ma è con ogni evidenza – può mai esistere un’Europa senza la Germania? – una domanda retorica la cui risposta è obbligata: la Germania deve guidare l’Europa. Ecco, a volte sembra che gli Stati uniti d’Europa che in tanti vanno agognando siano assimilabili a una germanizzazione dell’Europa, a una nuova costituzionalizzazione formale di ciò che materialmente è già nelle cose, ovvero all’Impero austro-ungarico modificato negli Stati uniti d’Austria.

Sacro e profano

Ora, questa, della frattura religiosa intraeuropea, che qui si rileva può essere solo una suggestione, anche se Stephan Richter in un suo articolo ripreso dal «Corriere della Sera» afferma che «troppo cattolicesimo è un guaio per la salute fiscale delle nazioni» e che ci fosse stato Lutero a Maastricht avrebbe salmodiato: «Read my lips. No unreformed Catholic countries». Figurarsi, una suggestione può valere un’altra: il professor Cassano – illustre mente meridionalista e mediterranea – s’è fatto convinto, come Montesquieu, e vuol convincerci che il clima sia il fattore centrale delle evoluzioni antropologiche – l’economia, le forme del vivere comune, le leggi – e quindi, presumibilmente la frattura produttiva e creditizia oggi sta fra lo scirocco e i gelidi venti del nord. Epperò, c’è una gran parte del pensiero laico europeo e mediterraneo – e italiano in special modo, lo si è letto diffusamente nella ricorrenza dei 150 anni – che crede, forse sulla scorta di Gibbon che considerava il cristianesimo come la causa della fine dell’Impero romano o di Machiavelli che individuava nella religione cattolica quell’indebolimento e infragilimento delle virtù repubblicane romane e pagane che impedivano una risoluta azione verso l’unificazione delle italiche genti, che la nostra palla al piede e nel processo politico che ci ha portato all’Unità del paese e nello sviluppo capitalistico sia stata proprio nella mancata riforma protestante. Il laicismo europeo ha sempre fatto propria l’idea che il capitalismo sia davvero figlio del protestantesimo – e dell’oculatezza del risparmio e dell’iniziativa individuale e del rischio e dell’innovazione che è figlia dell’apertura mentale alla ricerca e alla scoperta scientifica – mentre lo statalismo, assistenziale e paterno e padronale, intanto che siamo ancora convinti che il sole giri intorno la terra, non abbia fatto altro che sostituire una forma di unione sociale eternamente immobile e assoggettata intorno la Chiesa, a un’altra identica, intorno lo Stato. La crisi starebbe spazzando via ogni residua illusione di rendita. Sul «Sole 24 ore», Guiso e Herrera scrivono: «Noi sosteniamo da tempo che le difficoltà nel management della crisi europea, e in particolare l’atteggiamento della Germania, riflettano le profonde differenze nelle norme culturali e nelle convinzioni che regolano i rapporti tra le persone in Germania [e nel Nord Europa] rispetto alla Grecia [e nell’Europa mediterranea]. In Germania prevale una cultura della cooperazione e della punizione sociale che richiede ai cittadini non solo di contribuire direttamente al bene pubblico ma impone loro il dovere di punire chi non vi contribuisce. In Germania l’economia è [ancora] parte della filosofia morale, per cui la crescita non è il portato delle politiche keynesiane di sostegno alla domanda ma il premio a comportamenti virtuosi». Sarà una suggestione, la mia, nient’altro, eppure per esplicitare il senso delle varie “riforme” che il nostro governo tecnico ha varato o ha in animo di varare si fa riferimento a una serie di “valori” – il merito individuale, l’ingiustizia di vivere al di sopra dei propri mezzi, la sobrietà invece della ritualità fastosa, il rovesciamento dei diritti acquisiti in diritti da meritarsi, la vacuità della lamentela per un lavoro che non si trova e che invece sarebbe abbondante basti solo rimboccarsi le maniche, la critica a tutti quei privilegi sociali che non solo non avrebbero più ragion d’essere ma hanno un che di simoniaco e di diabolico, e amenità di questo genere – che nella loro neutralità a volte sono condivisibili ma hanno spesso il tenore di 95 Tesi affisse al portone della chiesa di Wittenberg. La prima delle Tesi di Lutero diceva così: «Il signore e maestro Gesù Cristo volle che tutta la vita dei fedeli fosse una penitenza». Non solo: come si ricorderà, lo scontro era intorno alla questione dell’obolo, se bastasse pagare per ottenere l’indulgenza e l’assoluzione. Per Lutero, non era così: bisognava espiare. La Tesi 94 dice: «Bisogna esortare i cristiani perché si sforzino di seguire il loro capo Cristo attraverso le pene, le mortificazioni e gli inferni». E la Tesi 4: «Rimane cioè l’espiazione sin che rimane l’odio di sé (che è la vera penitenza interiore), cioè regno dei cieli». È a questa “espiazione” – Atonement era il titolo del bel libro di Ian McEwan intorno ai sensi di colpa che durano una vita, senza mai perdono –, a quest’odio di sé – avremmo troppo ballato sull’orlo dell’abisso, avremmo sprecato e dissipato – che suggestivamente sembrano richiamare oggi, a noi mediterranei e cattolici, i protestanti del Nord. Quello che è curioso, storicamente curioso, è che lo scontro di civiltà che avrebbe dovuto politicizzare le società occidentali democratiche contro l’islam in realtà non c’è stato. Invece, lo scontro di civiltà – riecheggiando Benedetto Croce, il Cristianesimo è la più grande rivoluzione occidentale e non se ne può prescindere – sembra posizionarsi all’interno dell’Europa, ma non contro l’Altro, ma tra noi stessi. Come è per lo più nostro costume e storia. Una Controriforma potrebbe allora essere necessaria – un movimento di opinioni e di proposte che sia religioso senza essere fideista – che sappia intrecciare l’attenzione sociale alle povertà provocate da questo regime che considera l’uomo solo in quanto lavoro e il suo merito solo in misura dei suoi successi e la colpa, il peccato, il debito, come dovuti ai suoi insuccessi, con la cura democratica contro l’espropriazione verticista delle decisioni. Una Controriforma che riposizioni il materiale e l’immateriale, il sacro e il profano, i diritti e i doveri, la politica e la religione, in forma non teocratica – rendendo progressivo il più grande sommovimento rivoluzionario che ha traversato il mondo negli ultimi decenni, la sollevazione del mondo islamico dalla comparsa di Khomeini.

L’amore per il denaro può essere una virtù teologale?

Nell’autunno 2011, è stato reso noto il documento del Pontificio Consiglio 
della Giustizia e della Pace, dal titolo: Per una riforma del sistema 
finanziario e monetario 
internazionale
 nella prospettiva
 di un’autorità pubblica
a competenza universale. A mio giudizio, è il più importante testo politico sinora apparso sulla crisi finanziaria. È scritto in maniera facilmente comprensibile, ha una cornice filosofica [teologica] di spessore che regge tutto l’impianto di analisi ed è il cuore del documento, valuta aspetti tecnici senza perdersi in tecnicismi, prospetta delle proposte concrete a breve termine e infine avanza un progetto di lungo respiro. Come in altri ragionamenti correnti, si addita la spaccatura che sarebbe avvenuta tra economia materiale [le merci] e economia immateriale [la finanza, il denaro]: nella prima il mercato avrebbe comunque continuato a funzionare trovando equilibrio e stabilità, nella seconda c’è stato il disastro. Invece, io credo piuttosto che l’occidente viva una crisi di produzione, di produzione di merci, di produzione di senso e di produzione di valore. La relazione tra produzione di massa, occupazione di massa e consumo di massa che è stato il volano del Novecento e della sua democrazia si è spezzata per una doppia spirale speculare: l’introduzione delle tecnologie risparmia-lavoro e il rifiuto del lavoro di farsi disoccupazione, massa disoccupata. La prima non riesce più a produrre ricchezza, non consente al capitale di fare profitti, perché questi sono garantiti solo negli stadi più vicini al consumo e meno garantiti in quelli più lontani; il secondo non è riuscito a uscire dalla condizione di precarietà e a conquistare uno statuto del reddito, e quindi del consumo. Siamo cioè dentro una doppia debolezza di “programma”, del capitale e del lavoro. Così, il capitale continua a comprimere i diritti del lavoro, come se lì stesse la salvezza, il lavoro continua a resistere sui margini del capitale, come se lì stesse la salvezza. La debolezza di programma del capitale e del lavoro di produrre ricchezza e benessere si è riversata sui mercati e sulla società intera. Il capitale e il lavoro [il mondo materiale] non sono scomparsi, ma le loro reciproche “ambizioni”, e quindi il loro conflitto, si è marginalizzato. Noi non viviamo né una crisi di sottoconsumo né di sovrapproduzione. La crescita non sarà economica sinché non sarà politica. Il «New York Times» ha intervistato alcuni operatori di Wall Street su cosa pensassero della protesta di Zuccotti Park e Paul Krugman in un suo op-ed riporta, scandalizzato, la frase di uno di loro: Financial services are one of the last things we do in this country and do it well. Let’s embrace it – «I servizi finanziari sono una delle ultime cose che sappiamo fare bene in questo paese. Sosteniamoli». Trovo questa frase emblematica nella sua crudezza, perché racconta delle delocalizzazioni scriteriate, della difficoltà di competizione con i paesi emergenti, dello sperpero delle capacità e dei talenti dei lavoratori occidentali accantonati o spremuti in mansioni che spesso si rifiutano di compiere. E pure del fatto che l’unica cosa in cui l’occidente sia riuscito bene in questi ultimi vent’anni sia stata produrre denaro, produrre ricchezza. La grande finanza c’è sempre stata [i mitici Rotschild, gli gnomi svizzeri], ma non aveva mai prodotto ricchezza diffusa. La grande trasformazione dell’occidente, nell’ultimo scorcio del secolo scorso, è stata quella di spostarsi progressivamente verso la produzione di denaro [valore] e di ricchezza, piuttosto che la produzione di merci, compito questo che è stato delegato prima [con le delocalizzazioni] e assunto poi dai paesi in sviluppo: sono loro, la Fabbrica del mondo. L’occidente è diventato la Borsa del mondo, e si è dedicato alla valorizzazione dei beni. È stata questa crescita del valore che ha prodotto questa stratosferica quantità di ricchezza, con cui si è comprata una altrettanto stratosferica quantità di beni. Ha vinto la sua “narrazione”, il suo “programma politico”. Per dire, con la crescita di valore “inventato” delle case e la ricontrattazione delle relative ipoteche, clienti classificati come insolventi, a cui nessuno avrebbe venduto neppure uno spazzolino per il cesso, hanno potuto invitare gli amici a un barbecue, sistemare i denti ai figli, prendere i biglietti per la partita dei Mets. E questa è vita, ragazzi. La finanza globale è stata l’unica risposta all’impasse del conflitto tra capitale e lavoro, tra nuove tecnologie e rifiuto del lavoro. Ed è stata vincente e convincente per il capitale, che si è finanziarizzato, e per il lavoro, che si è simbolizzato e matematizzato [ha con il linguaggio matematico e informatico provato a contenere il rischio, l’incertezza, il futuro – cosa che non c’entra nulla con la techné, che indispettisce i consiglieri pontifici, e che più umana non c’è]. La crisi finanziaria dell’occidente è crisi politica del valore diffuso. Lo si intuisce più chiaramente pensando alla crisi dei debiti sovrani: il debito pubblico è politico. Ristabilizzare i valori delle cose può accadere, secondo le ricette degli economisti, per deflazione [è quello che sta succedendo] o per inflazione [è quello che potrebbe succedere]. In realtà, stiamo vivendo una vera schizofrenia della politica: da un lato controlla l’inflazione e dall’altro inietta tutta la liquidità necessaria nel sistema finanziario per impedirne il collasso. La schizofrenia ha preso il posto del conflitto. Il tentativo è questo: cercare di ristabilire il valore di scarsità del capitale in un mondo dove questo valore si è diffuso, ovvero si è deprezzato. È il conflitto – e non la guerra, speriamo e preghiamo – che ristabilirà il valore delle cose. Il valore dei prezzi: a partire dal lavoro. Poco convincente, a mio avviso, nel documento pontificio è la sottolineatura del bisogno d’etica per uscire dalla crisi. Come viene detto: «un discernimento e una valutazione di tipo etico». L’etica dovrebbe stare al posto suo, anche se non so bene quale sia. Il liberismo ha vinto perché ha agito su quello che Keynes definiva «l’amore per il denaro» [«Dovremo saperci liberare di molti dei principi pseudomorali che ci hanno superstiziosamente angosciati per due secoli, e per i quali abbiamo esaltato come massime virtù le qualità umane più spiacevoli. Dovremo avere il coraggio di assegnare alla motivazione “denaro” il suo vero valore. L’amore per il denaro come possesso, e distinto dall’amore per il denaro come mezzo per godere i piaceri della vita, sarà riconosciuto per quello che è: una passione morbosa, un po’ ripugnante, una di quelle propensioni a metà criminali e a metà patologiche che di solito si consegnano con un brivido allo specialista di malattie mentali», Economic Possibilities for our Grandchildren, Conferenza tenuta da Keynes a Madrid nel giugno del 1930]. Ma il liberismo non è in crisi perché è risultato falso che il sommum bonum avvenga attraverso l’utile individuale. Figurarsi se a Londra o Francoforte o New York o Hong Kong pensano a Bentham e Bastiat quando aprono le Borse. Non è in crisi perché l’amore per il denaro [per il benessere che il denaro può permetterci di avere per noi e i nostri figli] è venuto meno, semmai il contrario, perché come in una piramide o uno schema Ponzi ha illuso – e le illusioni sono potenze creative – che tutti potessero appagarlo. È da qui che dobbiamo ripartire, dal desiderio, non dall’astinenza, non dalla redenzione penitente dal peccato e dalla colpa. Altrimenti, dovremmo cominciare a guardare alla sharia e alle banche islamiche come a un ideale. Diciamo che, sul denaro e sul bene, tengo un riferimento più terra terra: «Non partirsi dal bene potendo, ma sapere entrare nel male,
necessitato» [N. Machiavelli,
Il Principe, XVIII, 15]. Poco convincente ancora è la proposta di regole e controlli sul mondo della finanza. Io continuo a non capire come sia possibile mettere sotto controllo il denaro [la circolazione] senza mettere contemporaneamente sotto controllo la produzione e lo scambio. E questa storia [il socialismo reale, le nazionalizzazioni] si è dimostrata fallimentare. E non credo che la sua versione cinese, rivisitata e corretta, sia un buon modello. Dirò, infine, cosa trovo più condivisibile, ovvero la necessità di una Conferenza mondiale – una Conferenza di pace la definirei perché gli effetti devastanti che la crisi ha prodotto, produce e potrebbe produrre somigliano a quelli di una guerra – tra le nazioni per fare delle cose. Non credo in una permanente Autorità politica globale come suggerisce il documento pontificio – sebbene siano da sottoscrivere le critiche ai regionalismi e ai nazionalismi autarchici – ma c’è assoluta necessità di uno “spirito” che vada oltre i vertici G20 e G8 di “aggiustamento”.

Sarà uno spirito santo? Avrà la forma di un piccolo aereo bimotore? Aleggerà sul Mediterraneo?

 (Nicotera, settembre 2012)

Bibliografia

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– Gibbon Edward, Declino e caduta dell’impero romano, Mondadori, Milano, 1998.

– Keynes John Maynard, La fine del laissez faire ed altri scritti, Bollati Boringhieri, Torino 1991.

– Machiavelli Niccolò, Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, Einaudi, Torino, 2000.

– Machiavelli Niccolò, Il Principe, Einaudi, Torino, 2005.

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– McEwan Ian, Espiazione, Einaudi, Torino, 2002.

– Musil Robert, L’uomo senza qualità, Einaudi, Torino, 2005.

– Roth Philip, Il complotto contro l’America, ET 1 ed., Einaudi, Torino, 2004.

– Sinclair Lewis, Qui non è possibile, Jandi Sapi, Milano–Roma, 1944.

– Tzouliadis Tim, I dimenticati – Storia degli americani che credettero in Stalin, Longanesi, Milano, 2011.

– Veyne Paul, Quando l’Europa è diventata cristiana [312-394], Garzanti, Milano, 2008.

– Villari Rosario, Un sogno di libertà – Napoli nel declino di un Impero 1585 – 1648, Mondadori, Milano, 2012.

Filmografia

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 Sitografia

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– Guiso Luigi – Herrera Helios, L’etica della punizione, «Il Sole 24ore» 29 giugno 2012, http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-06-29/letica-punizione-063618.shtml?uuid=Abb8LvzF&fromSearch

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– Khan Ajaz Ahmed – Mould Helen, Islam and Debt, http://www.islamic-relief.com/InDepth/downloads/islamanddebt.pdf

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– Senior Jennifer, The Independent Republic of New York, «New York Magazine», May 21 2005, http://nymag.com/nymetro/news/rnc/9573/

– Soros George, Ultimatum a Berlino, «La Lettura» supplemento domenicale del «Corriere della Sera», 9 settembre 2012, http://lettura.corriere.it/debates/ultimatum-a-berlino/

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