La guerra finirà solo con la sconfitta della Russia…

… dicono gli irresponsabili, al bar della guerra, giocando con la vita degli altri

articoli e immagini e video di Enrico Peyretti, Josè Nivoi, Anna Myroniuk, Alexander Khrebet, Roger Waters, Lorenzo Poli, Anatol Lieven, Alfonso Navarra, Antonia Sani, Alex Zanotelli, Massimo Zucchetti, Enrico Tomaselli, William Schryver, Francesco Vignarca, Michael Roberts, Franco Fracassi, Matteo Saudino, Manlio Dinucci, F. William Engdahl, John Mearsheimer, Roberto Buffagni, Antonio Mazzeo, Vittorio Rangeloni, Francesco Masala, Francesco Sylos Labini, Laura Schrader, Gian Marco Martignoni,Pierluigi Fagan, Carlos Latuff, Mauro Biani, Patrizia Cecconi, Nico Maccentelli

 

 

PER UN PROGRAMMA DI PACE – Enrico Peyretti

 

Pubblichiamo degli “Appunti” di Enrico Peyretti per un programma di pace ad uso dei partiti e dei gruppi che si candidano alle elezioni del 25 Settembre

 

0 – Premessa – La questione della pace include tutte le altre: giustizia, economia, povertà,
ambiente, lavoro, salute, relazioni internazionali, scuola e istruzione, informazione, libertà…
1 – Per la pace è necessario ripudiare la guerra, per impegno costituzionale e razionalità politica.
Oggi, ma già da Hiroshima, la guerra non è più giustificabile, è impossibile che abbia fini giusti senza pericoli estremi, totali. La guerra è fuori e contro la ragione politica.
Ma non basta. È necessario emanciparsi moralmente e smontare politicamente l’enorme apparato bellico, spreco di risorse, produttore di cultura di guerra, di corruzione civile, di focolai di guerra.
2 – Per la pace è necessario negare collaborazione politica, economica, culturale, emotiva, alle politiche di guerra.
Ma non basta. È necessario, in positivo, costruire una propositiva cultura etico-politica di pace, una cultura che riconosce i conflitti reali di ogni genere, ma li pensa e li affronta in modo nuovo e radicalmente alternativo:

1) con strategie non distruttive;

2) con la disposizione civile fondamentale che ripudia l’uccisione di persone umane come inumano mezzo di azione, sempre illegale e degradante, impolitico;
3) con azioni di difesa non identiche, nel metodo armato, all’offesa ricevuta, quindi con azioni di resistenza popolare attiva nonviolenta, di disobbedienza coraggiosa che frustra il potere ingiusto, come fecero efficacemente (per fare un solo esempio meno noto, tra molti nella storia) le donne di Carrara, nel luglio 1944, disobbedendo in massa davanti alle armi naziste che imponevano lo sgombero della città.
3 – Per la pace è necessario uscire dalle culture politiche militari e dalle alleanze militari di difesa offensiva.

Ma non basta. È necessario, in positivo, diffondere nella cultura etico-politica dei cittadini e cittadine l’obiezione di coscienza personale (come papa Francesco ha proposto ai giovani nell’incontro internazionale di Praga, 13 luglio 2022, vedi vatican.va), che rifiuta ogni collaborazione alla guerra, nell’esercito, nell’industria, nel lavoro personale, nella informazione e cultura.
È necessario, in positivo, istituire corpi civili di pace, istituzioni pubbliche di volontari e volontarie, come già esistono nel volontariato civile non governativo, preparati alla intermediazione nei conflitti, alla solidarietà e soccorso delle popolazioni, a sostenere la difesa popolare nonviolenta, alla interposizione tra gruppi in guerra, alla internazionalizzazione di ogni conflitto nel quadro legale obbligatorio delle Nazioni Unite, che, in nome della unica Umanità, vuole definitivamente «salvare le future generazioni dal flagello della guerra» (Statuto delle Nazioni Unite, Premessa), con la sua proibizione e punizione legale.
4. L’abolizione legale e politica della guerra è il passo di civiltà e umanizzazione richiesto a queste nostre generazioni e all’azione politica odierna. L’umanità nella sua storia ha saputo abolire altre istituzioni disumane, per umanizzarsi. A noi è chiesta fiducia e volontà. L’abolizione della guerra è la definitiva misura della nostra umanità.

da qui

 

 

Al momento di marciare molti non sanno che alla loro testa marcia il nemico – Francesco Masala

 

I nemici dell’Italia stanno lavorando (vedi qui), ma sono gli amici degli amici, mica come la Russia.

L’Italia regala 200 milioni di euro per la scuola ucraina, per allevare nuovi balilla, in Italia non esistono bambini poveri, non esistono malati che non si possono curare, persone che non potranno pagare le bollette dell’energia elettrica e del gas.

Si continua a mandare armi, per far finire prima la guerra. Visto il successo della strategia d’ora in poi in Italia si combatterà l’alcolismo offrendo liquori agli alcolisti.

La nostra stampa di regime, che passa le veline dei ministeri della guerra, continua a osannare le sorti magnifiche e progressive dell’esercito ucraino e dei loro comandanti, quelli che usano i civili come scudi umani, in un regime di apartheid verso i russofoni dell’Ucraina.

Eppure basterebbe ascoltare Franco Fracassi, Vittorio Rangeloni, Stefano Orsi, Manlio Dinucci, fra gli altri (pochi) che raccontano le cose come sono.

Qualcuno pensava che la Russia avrebbe fatto la fine dell’Unione Sovietica, ma sembra che non sia così.

Putin è cattivo, Al Sisi (chi se ne frega di Giulio Regeni), Mohammad bin Salman (chi se ne frega di Jamal Kashoggi), Israele (chi se ne frega di tutti i palestinesi) sono buoni.

Sembra passato un secolo da quando la Russia chiedeva il Donbass, visto che il governo ucraino è nemico dei suoi cittadini di lingua russa, chiedeva la non adesione alla Nato e la neutralità dell’Ucraina.

L’Ucraina non era d’accordo, voleva l’integrità territoriale, fra pochi mesi sarà disintegrata, una parte sarà russa, una parte polacca, una parte sarà un nuovo stato di proprietà di Cargill, Monsanto e Gates, per comodità si chiamerà Ucraina.

 

 

Josè Nivoi: “Noi portuali di Genova non vogliamo far parte dell’ingranaggio delle armi”

(intervista di Anna Polo)

Transito e traffico d’armi per i porti italiani, europei e non solo… ma i portuali non ci stanno e si organizzano in rete per bloccare le navi della morte. Ne parliamo con José Nivoi del CALP (Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali) di Genova, che sabato 27 parteciperà al dibattito “Armiamoci e pa(r)tite: la guerra non porta nulla di buono” durante Èqualafesta 2022 a Germignaga (Varese).

Come e quando è nato il CALP (Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali)?

Il Calp è nato il 15 ottobre 2011, dopo una grande manifestazione a Roma. Sul pullman di ritorno si decise di far rinascere il collettivo di lavoratori portuali, più che altro per delle esigenze sindacali: la struttura sindacale di allora, la CGIL, non permetteva e continua a non permettere di dialogare tra le varie realtà, se non in sporadici appuntamenti. Volevamo uscire da quella logica, discutere di problematiche di vario genere, non solo portuali, ma anche di carattere politico.

Vi muovete da tempo a Genova per denunciare il traffico di armi e impedire il passaggio di navi cariche di bombe e missili. Puoi raccontarci alcuni momenti significativi della vostra lotta?

La nostra lotta è iniziata più o meno nel 2014, quando abbiamo visto parcheggiati all’interno dell’area portuale dei grandi fuoristrada della Toyota, che poi venivano caricati su una nave diretta a Tangeri. In seguito tramite un articolo di giornale siamo venuti a sapere che quei pick-up erano stati portati a Tripoli e che da Tripoli alcuni di questi per via di malfunzionamenti – motori rotti e via dicendo – erano tornati a Genova. A distanza di qualche mese uno di noi è arrivato con un video di Youtube dove si vedeva un pick-up con sopra montata una mitragliatrice in una zona di guerra dopo il rovesciamento del governo Gheddafi. Sparava come un pazzo ad altezza villaggi e sul parabrezza c’era ancora uno dei nostri adesivi con scritto Genova. A quel punto abbiamo cominciato a lavorare sull’aspetto delle armi nel porto.

momenti più eclatanti sono stati il blocco effettivo con lo sciopero e le azioni del 2019, la denuncia del governo italiano, che fa transitare tranquillamente le navi saudite perché c’è un interesse sovranazionale degli Stati Uniti e la denuncia dello scontro di interessi tra Italia e Francia per mantenere il controllo dei pozzi petroliferi Eni e Total in Libia.

Nel maggio 2021 abbiamo tentato di bloccare un carico di armi destinato a Israele, in rete con i portuali di Livorno e di Napoli. La nostra azione ha creato dei problemi diplomatici tra Italia e Israele, ma anche con gli USA. Quando si è diffusa la notizia che stavamo bloccando questo carico di missili Di Maio è andato all’ambasciata israeliana a Roma dicendo: “Non vi preoccupate, la sistemiamo noi questa vicenda. State tranquilli”. Israele infatti aveva minacciato di boicottare in toto le merci italiane se i portuali italiani non avessero smesso di boicottare le loro navi.

Grazie alle nostre mobilitazioni che hanno dato gambe al movimento pacifista, abbiamo cominciato a lavorare come rete, fino ad arrivare a gennaio 2021 al blocco deciso dal Parlamento Europeo della compravendita di circa 19.000 missili della RWM, destinati ai droni usati dall’Arabia Saudita contro gli yemeniti.

Oltre a Genova, altri porti italiani ed europei stanno portando avanti le vostre stesse azioni. Esiste una rete organizzata per scambiarsi informazioni e coordinare i blocchi dei porti?

Come sindacato USB siamo radicati a Genova, Livorno, Civitavecchia, Trieste e da poco anche Palermo, con una collaborazione informativa e di azione. Abbiamo avuto dei contatti con portuali in giro per l’Europa a Bilbao, Sagunto, Valencia, Marsiglia, Amburgo e Rotterdam e stiamo cercando di creare una rete nel tentativo di costruire uno sciopero internazionale, che non è una cosa semplice da fare. Abbiamo avuto contatti anche con portuali americani e sudafricani e ricevuto i ringraziamenti di organizzazioni yemenite e dei palestinesi di Gaza e siamo in contatto con moltissimi gruppi pacifisti italiani, europei e mondiali. C’è un continuo dibattito su come riuscire a organizzare questa giornata internazionale.

Qual è la situazione attuale riguardo al passaggio di navi cariche di armi destinate a paesi coinvolti in conflitti, come Arabia Saudita, Israele, Libia e Turchia?

Le armi trasportate dalle navi che passano da Genova e dai porti italiani sono perlopiù compravendite estere in transito in Italia. Il percorso tipico parte dagli Stati Uniti, arriva nell’Europa del nord e poi a Genova e si dirige verso Alessandria d’Egitto, uno dei Paesi che più acquista armi, anche se non c’è un contesto di guerra come per esempio in Siria e Yemen. Dopo Alessandria d’Egitto le navi toccano il porto di Iskerderun a circa 80 km dal confine con il nord della Siria. Alcune vanno in India, perché l’esercito indiano compra veicoli in dotazione all’esercito USA e a Gedda.

Questi sono i porti toccati dalla compagnia saudita Bahri; poi c’è anche l’israeliana Zim, che movimenta armamenti venduti dagli USA e dall’Europa a Israele (anche se è uno dei produttori, alcuni armamenti li compra all’estero). Sono arrivate armi anche in Libia e in generale c’è un continuo commercio nei teatri più conosciuti.

I portuali di Genova hanno una lunga storia di lotta contro il traffico di armi. Che cosa vi spinge a continuare l’impegno dei vostri padri?

Per noi è una è una questione etico-morale, oltre che di carattere sindacale e di sicurezza sul lavoro. Nel momento in cui queste navi entrano nel porto di Genova il rischio di esplosioni e contaminazioni aumenta in modo esponenziale, soprattutto pensando che a circa 200 metri si estende un quartiere popolare a popoloso come Sampierdarena. Le autorità portuali si muovono solo quando vedono l’incidente, la prevenzione è solo sulla carta e non di fatto. Prefettura, Autorità Portuale e Capitaneria di Porto non applicano leggi come la 185, che vieta transito ed esportazioni di armi verso paesi in guerra: una palese violazione, che si aggiunge a quella dell’articolo 11 della Costituzione.

Noi denunciamo i massacri e le violazioni dei diritti umani da parte per esempio dell’Arabia Saudita. Con la scusa del libero passaggio delle merci lo Stato italiano fa passare tranquillamente queste navi. Insomma, il commercio viene prima delle vite umane.

Come dicevo prima, per noi comunque il fattore più importante è quello etico morale. Qui è un po’ una tradizione: i portuali di Genova hanno sempre praticato la solidarietà attiva per esempio ai tempi della guerra in Vietnam, o della dittatura in Cile.

Quando nelle mie ore di lavoro carico e scarico armamenti che, lo so benissimo, uccideranno migliaia di civili, tra cui centinaia di bambini, io faccio parte della filiera della produzione delle armi. Il missile che esplode è solo l’atto finale di una produzione occidentale. Noi in questo ingranaggio non ci vogliamo stare; vogliamo uscirne, vogliamo spostare merci per il bene comune e non per alimentare i profitti di privati tipo Leonardo e Fincantieri.

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“È la piaga del tempo quando i pazzi guidano i ciechi” – Pierluigi Fagan

 

… Bastava essere appena poco meno che ciechi ed esenti dal dominio mentale dei pazzi, per accorgersi che la storia era ben più lunga e complessa. Ma per carità, ai tempi c’era pure chi lanciava i nuovi bandi di ostracismo verso i complessisti, spargitori di dubbi, untori della psiche che deve credere, ubbidire e combattere. Il pericolo rappresentato dal discorso complesso era introdurre il tempo, le cose accadono perché hanno cause stratificate nel tempo. Cause? Tempo? Maddai, è Putin che è pazzo e con lui 150 milioni di russi, topini di Hamelin imperial-zaristi anche un po’ sovietici.

Per otto anni non ci siamo curati di cosa stesse succedendo in Ucraina. Francesi e tedeschi hanno provato a mettersi in mezzo sovraintendendo a ben due accordi di convivenza (gli accordi di Minsk I e II). Quando nessuno dei contraenti ha preso a rispettarli se ne sono fregati, non hanno detto nullo, non hanno convocato alcuna riunione a Bruxelles, non hanno fatto una conferenza stampa, niente. Non potevano del resto, perché gli amici americani e britannici erano già lungamente all’opera per far diventare l’Ucraina una minaccia militare vitale per la Russia. Non che questo fosse un interesse europeo, anzi, è che l’Europa è una entità condominiale a base economico-monetaria, non si occupa di queste cose, non può farlo, anche perché scoprirebbe altra cosa su cui s’è voluta applicare la cecità nevrotica. Motivi, ragioni e logiche di una unione economica, nulla hanno in comune con ragioni, motivi, logiche di una unione politica che poi avrebbe nei suoi orizzonti anche questo tipo di problemi che sono problemi geopolitici. A Bruxelles e dintorni, erano talmente pazzi da sapere tutto questo; eppure, a nessuno è venuto in mente di pensare “be’ forse dovremmo slacciarci dalle forniture energetiche russe visto che qui si finirà a cuscinate”. No, per carità, che tutto vada come va, perché turbarsi? Quando succederà l’inevitabile vedremo come gestirlo tanto lo faremo pagare ai soliti ciechi a cui diremo che ora è tempo di stringere la cinghia, di mostrarsi uomini, di difendere i principi. In fondo, più che pazzi, direi furbacchioni.

Così per le questioni ambientali e climatiche. Per la inquietante crescita cinese che si sapeva sarebbe andata in rotta di collisione geopolitica con gli Stati Uniti trascinando con sé la transizione epocale di ordine dal bipolare-unipolare al multipolare. Lo scrivevo io che non sono un genio e non ho un think tank che mi fornisce i dati del mondo otto anni fa, vuol dire che se non si era ciechi e pazzi la cosa aveva una sua evidenza abbastanza elementare, no? No. Così a cascata per la restrizione delle risorse visto il poderoso aumento della domanda, il fine ciclo della economia moderna qui in Occidente in favore di un nuovo ciclo asiatico: “l’Occidente non si trova né mai più si troverà nelle condizioni storiche che ne hanno determinato l’incredibile crescita economica, negli ultimi duecento anni” si scriveva otto anni fa. Maddai, che pessimista! Ecco, quando non si sa cosa dire riguardo analisi quanti-qualitative che comunque si prendono la briga di mettere numeri e fatti sotto le affermazioni, invece che mettere altri fatti e numeri a falsificazione, si introduce il giudizio psicologico: sei un pessimista, sei un ottimista, mettiamoci buona volontà ed altre scemenze rincuoranti.

Così otto anni dopo, il sacerdote di Notre Dame scala affranto il pulpito e ci dà il severo ma giusto ammonimento “non vi illudete più, aprite gli occhi, rinsavite, la festa è finita, per sempre! Idioti!”. “Idioti” non l’ha detto ma l’ha pensato, sono certo e forse, spiace dirlo, non ha neanche tutti i torti.

All’improvviso  gas a 320 euro (che vale sempre meno rispetto al dollaro con cui si paga il gas, se non rubli), inflazione, recessione tecnica negli Usa, speculazione hedge fund, rischio nucleare a Zaporizhzhia, il governo ucraino convoca nunzio apostolico per censuare le parole del papa che si doleva della morte di una giovane russa saltata per aria, fiumi in secca, Taiwan, fine dell’abbondanza, preghiamo palpitanti stringendo nelle mani tremanti l’unica salvezza, l’Agenda Draghi; l’talia agli italiani! diseguaglianze insostenibili? eguaglianza fiscale! flat tax per tutti! ed altre devianze …

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I legionari stranieri in Ucraina denunciano: “Missioni suicide, abusi, minacce fisiche” – Anna Myroniuk – Alexander Khrebet

 

I combattenti della Legione Internazionale denunciano la cattiva condotta dei loro comandanti. L’inchiesta giornalistica è stata condotta alla testata ucraina Kyiv Independent, assolutamente insospettabile di simpatie per la Russia. A quanto pare la realtà dell’Ucraina considerata “democratica” è profondamente diversa da quella idilliaca narrata dai nostri media di regime…

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Il Kyiv Independent pubblica questa inchiesta per far luce sul presunto abuso di potere della leadership di un’ala della Legione Internazionale, una legione creata per i combattenti stranieri e dedicata alla difesa dell’Ucraina.

I membri dell’unità della Legione affermano di aver denunciato la cattiva condotta dei loro comandanti alle forze dell’ordine ucraine, al Parlamento e all’Ufficio del Presidente Volodymyr Zelensky, ma di non aver visto alcuna reazione adeguata e di essersi quindi rivolti ai giornalisti come ultima risorsa.

I soldati che hanno evidenziato i problemi all’interno di questa unità della Legione affermano di aver ricevuto minacce per aver parlato. Per la loro sicurezza, non riveliamo le loro identità.

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All’inizio di maggio, un combattente brasiliano è arrivato in Ucraina per unirsi alla Legione Internazionale in seguito all’appello del Presidente Volodymyr Zelensky ai “cittadini del mondo” affinché venissero ad aiutare a difendere l’Ucraina.

Pensava che la sua vasta esperienza nell’esercito brasiliano lo avesse preparato praticamente per qualsiasi compito.

Eppure non era pronto a compiere missioni suicide per ordine del suo comando, né a tollerare ordini di saccheggio e furto.

Come comandante di plotone della Legione Internazionale, gli fu ordinato di fare proprio questo.

L’ufficiale brasiliano ricorda che i suoi subordinati dissero, prima di dimettersi dalla Legione: “Siamo venuti qui per aiutare questa gente a combattere per il Paese, contro l’invasione. Non siamo venuti qui per fare esattamente quello che fanno i russi quando sono in territorio ucraino“.

L’inchiesta del Kyiv Independent rivela problemi endemici in uno dei reparti della Legione Internazionale, supervisionato dall’intelligence ucraina.

Secondo diverse fonti, alcuni comandanti dell’unità sono coinvolti in furti di armi e beni, molestie sessuali, aggressioni e invio di soldati impreparati in missioni avventate.

Le accuse contenute in questa storia si basano su interviste a legionari, testimonianze scritte di oltre una dozzina di ex e attuali membri della legione e un rapporto di 78 pagine sui problemi di questa particolare unità della Legione Internazionale.

Per circa quattro mesi, i combattenti stranieri hanno bussato alle porte delle alte cariche chiedendo aiuto. Il rapporto è stato presentato al Parlamento e le testimonianze scritte sono state inviate all’ufficio di Zelensky. Alyona Verbytska, commissario del presidente per i diritti dei soldati, ha confermato di aver ricevuto le denunce dei legionari e di averle trasmesse alle forze dell’ordine.

Ma le autorità, dicono i soldati, sono riluttanti a risolvere il problema…

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Roger Waters finisce nella lista nera del governo ucraino – Lorenzo Poli

 

Roger Waters, il co-fondatore dei Pink Floyd e leggenda del rock britannico, è stato segnalato dalle autorità ucraine come un nemico da eliminare fisicamente. Il dossier contenente le informazioni private e le folli accuse del governo di estrema destra guidato da Zelensky nei confronti del musicista è stato pubblicato su “Myrotvoretz”, la lista di proscrizione ufficiale del governo ucraino, nella quale vengono resi pubblici i nomi, i cognomi, gli indirizzi, i numeri telefonici dei giornalisti (e non solo) sgraditi al governo di Kiev. Costoro vengono definiti tra le altre cose “criminali”. In questo sito le autorità pubblicano le liste degli oppositori al governo ucraino, invitando tutti i “patrioti” a contribuire alla loro uccisione, spesso facendo affidamento su bande paramilitari di stampo neonazista…

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Anatol Lieven: L’etica del realismo

 

…Considerazioni realistiche ci danno importanti spunti per quanto riguarda la Russia e l’Ucraina. Ogni funzionario statunitense con una profonda conoscenza della Russia (come gli ex ambasciatori George F. Kennan, Jack F. Matlock Jr., Thomas Pickering e William J. Burns) e ogni realista statunitense intelligente (come John Mearsheimer e Stephen Walt), comprendeva che, per l’establishment russo, impedire all’Ucraina di aderire a un’alleanza militare ostile è un interesse vitale per il quale poteva essere pronto a entrare in guerra. Collegate a questo sono altre due questioni di vitale importanza per la Russia: mantenere la base navale russa a Sebastopoli e mantenere un ruolo chiave per la lingua russa in Ucraina.

Dire questo non giustifica le azioni di Putin nei confronti dell’Ucraina. Sono state gravemente immorali, per non dire disastrose per gli interessi della Russia. Tuttavia, prima di intraprendere il progetto di trasformare l’Ucraina in un alleato, l’establishment statunitense avrebbe dovuto riconoscere che la guerra era un risultato molto probabile.

Si può qui fare un confronto legittimo con la Dottrina Monroe americana, che continua in forma modificata fino ad oggi. I governi centroamericani hanno il diritto perfettamente legittimo di cercare investimenti cinesi. Se, tuttavia, avessero cercato un’alleanza militare con la Cina, loro – e il governo cinese – avrebbero dovuto farlo nella piena consapevolezza che gli Stati Uniti avrebbero mobilitato le proprie risorse e avrebbero agito con estrema spietatezza per rovesciare quei governi e bloccare quell’alleanza, con conseguente non solo terribile sofferenza umana, ma il probabile fallimento del progetto di alleanza. (in realtà gli USA hanno promosso colpi di stato anche in assenza di alleanze militari, ndt).

Come sarebbe andata se l’establishment statunitense fosse stato guidato da un approccio realista nel caso dell’Ucraina? In primo luogo, si sarebbe dovuto valutare se gli Stati Uniti fossero davvero preparati a combattere per difendere l’Ucraina. Questo punto riguarda la distinzione realista tra interessi vitali e secondari. Poiché l’Ucraina non è mai stata un interesse vitale degli Stati Uniti per il quale gli Stati Uniti sono pronti a entrare in guerra con la Russia, la proposta di adesione alla NATO per l’Ucraina è sempre stata vacua e politicamente e moralmente irresponsabile.

In secondo luogo, se gli Stati Uniti volevano corrispondere ai desideri degli ucraini che il loro paese si sviluppasse in direzione occidentale, dovevano anche rispettare l’opinione (non solo di Mosca ma di molti ucraini, almeno fino a questa guerra) che questo processo doveva essere combinato con il mantenimento di relazioni strette e amichevoli con la Russia. In altre parole, l’offerta di adesione alla NATO avrebbe dovuto essere abbandonata a favore della riforma economica e politica e gli accordi commerciali tra Occidente e Ucraina avrebbero dovuto essere elaborati in modo tale da consentire la continuazione del commercio con la Russia…

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Al TNP un passo per escludere il primo uso nucleare dalla deterrenza?

 

La Decima Conferenza di riesame del Trattato di Non Proliferazione nucleare – TNP (si tiene ogni cinque anni dall’entrata in vigore del Trattato) è in corso a New York e si svolge in una congiuntura internazionale drammatica in seguito allo scontro militare sul terreno ucraino dietro cui sta una guerra più generale, in questo momento soprattutto economica, tra la NATO e la Russia.

New York giunge dopo Vienna, il primo riesame che si è svolto questo giugno del Trattato di proibizione delle armi nucleari – TPNW, ratificato al momento da oltre 60 Stati; ed è il primo banco di prova su come questo secondo percorso disarmista “proibizionista”, di cui sono protagonisti gli Stati non nucleari in ribellione, possa sbloccare lo stallo che caratterizza il primo percorso, del disarmo cosiddetto negoziato, bilanciato e controllato, in mano alle grandi potenze nucleari.

Il TPNW di Vienna ha chiesto al TNP di New York di riconoscere il suo carattere complementare di attuazione del famoso quanto disatteso articolo VI: le trattative “in buona fede” per giungere ad un “disarmo generale e completo”, “sotto controllo internazionale efficace”.

La risposta parzialmente positiva rispetto a questa istanza degli Stati non nucleari protagonisti di Vienna TPNW potrebbe passare per una formulazione contenuta nella bozza di dichiarazione finale preparata dalla presidenza argentina del TNP sulla base del lavoro di due commissioni.

Per la prima volta, in questi documenti delle commissioni, si dice che le potenze nucleari portano responsabilità nella situazione di riarmo e di proliferazione atomica (la situazione di insicurezza deriva anche dal mancato disarmo!) e che hanno il dovere di ridurre il ruolo del nucleare nelle strategie militari che non hanno da contemplare più il primo uso dell’arma nucleare nelle dottrine di “deterrenza”.

Può sembrare poca cosa ma in realtà, stante i rapporti di forza attuali, se lo si affermasse nelle conclusioni ufficiali del TNP sarebbe un passo concreto che potrebbe aprire la strada ad un dialogo per ridurre il rischio di un disastro atomico (almeno la guerra nucleare per errore con la “deallertizzazione” concretizzata dalla separazione delle testate dai vettori) e cominciare a svoltare dal riarmo verso il disarmo delle testate.

Dal coordinamento di ICAN, la Campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari, insignita nel 2017 del Premio Nobel per la pace, è giunto l’appello a mobilitarsi urgentemente perché, in sintesi e in sostanza, il “no first use” sia mantenuto nel draft che verrà sottoposto al vaglio della fase finale della conferenza di New York, contro le pressioni in atto per toglierlo. Noi, Disarmisti esigenti, e altri soggetti alleati, tra i membri italiani di ICAN, abbiamo raccolto l’appello e provveduto a scrivere in questo senso alla rappresentanza italiana all’ONU: vedi lettera sotto riportata (in estratto), indirizzata all’ambasciatore Maurizio Massari e per conoscenza al Ministro degli Esteri Luigi Di Maio, già firmatario dell’ICAN Pledge.

Occuparsi di questo tema della denuclearizzazione significa per noi, oltretutto, con ricaduta sul lavoro politico locale, dare ascolto e voce al sentimento e all’opinione pacifista della maggioranza del popolo italiano, ignorati dalle coalizioni principali in lizza nelle elezioni politiche del 25 settembre; ed in verità ci sembra poco raccolti anche da chi si proclama ecopacifista ma, a differenza ad esempio di Papa Francesco, non coglie la centralità del problema pace versus guerra in questo momento storico …

Ma dobbiamo essere realisti sugli esiti di New York: i nostri rappresentanti di ICAN presenti ai lavori ci informano che il dissenso degli Stati nucleari alle bozze di testi varati dalle commissioni del TNP è fortissimo e questo prelude all’ennesima conclusione senza documento finale, come nelle due ultime conferenze del 2010 e del 2015. Il disarmo nucleare è sempre il nocciolo della questione e il destino di questa Conferenza di revisione dipende dalla domanda vecchia di 50 anni: conformarsi all’articolo VI del TNP – e quindi riconoscere oggi il contributo del TPNW – o non conformarsi – rigettando con una quantità di pretesti tale riconoscimento?

Alfonso Navarra – Disarmisti esigenti
Antonia Sani – Coordinamento antinucleare europeo
Alex Zanotelli – Missionario comboniano

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Un piano di pace “nucleare” per la guerra in Ucraina – Massimo Zucchetti

 

Da quando è mancato Piero Angela ho sentito particolarmente il suo ultimo appello “Io ho fatto la mia parte, fate anche voi la vostra”. Eccomi. Sono professore universitario di impianti nucleari. Eh già, come alcuni sanno.

La centrale nucleare di Zaporizhia (Zapo, per noi che la conosciamo) è in zona di guerra. Dista 45 km dalla città omonima che è ancora in mano ucraina ed è bombardata dall’esercito russo e delle repubbliche.

La Centrale è dai primi di marzo in mano ai russi e finora aveva continuato a funzionare. Sono in realtà ben SEI impianti VVER (il moderno PWR russo, nulla a che vedere con Chernobyl) costruiti da URSS (5) e Russia (1) in Ucraina a fine anni 80 e primi 90.

Ognuno ha una potenza di 950 MWe, e nel complesso è la più grande centrale in Europa. Può tranquillamente produrre fino a 45 miliardi di kWh di energia: da sola, per dire, produce un sesto di tutte le centrali elettriche italiane messe assieme.

Non c’è nulla di “segreto” o militare in quella centrale, sia l’Ucraina che la Russia sono membri dell’IAEA e la centrale è sempre stata revisionata dagli ispettori dell’Agenzia.

Faccio anche presente che la Russia ha nel suo territorio 6300 bombe atomiche, decine di reattori e complessi nucleari militari, eccetera: a loro e ad altri 4 (USA, UK, Francia, Cina) è “consentito” avere il nucleare militare.

Ergo: sia gli uni che gli altri vogliono quella montagnata di energia elettrica, e basta.

Per ora, la Centrale ha messo energia elettrica in rete, continuava anche ad arrivare in Ucraina, ma i piani sono certamente di annettere la zona ad una repubblica o direttamente alla Russia, “tagliare i fili” all’Ucraina e arrivederci.

Allora l’Ucraina, che da quella zona sta per essere cacciata, come da ovunque in questa guerra, comprensibilmente “non ci sta”.

Allora – usando razzi ed altri armamenti gentilmente forniti da noialtri – prova a fare un po’ di caciara. Dato che sono un po’ più svegli di Giggino Di Maio, sanno dove possono colpire.

Qualunque centrale termoelettrica – sono le leggi della termodinamica – per fare circa 1.000 MWe ne deve produrre 3.000, di MW, termici, attraverso o reazioni di combustione (di carbone o gas, per esempio) o nucleari. Quindi per ogni 1.000 elettrici che produce, ne deve scaricare 2.000 di calore in un “pozzo freddo”, un fiume, ad esempio.

Dato che una centrale nucleare è un impianto a rischio rilevante, perché contiene molto materiale radioattivo, la “fornace” dove si produce il calore, che si chiama nocciolo, è contenuta entro diversi contenitori di sicurezza, a cipolla, l’ultimo dei quali (il contenitore in cemento) è progettato (la faccio breve) per farsi un baffo dei missili ucraini…

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La vittoria impossibile – Enrico Tomaselli

…Nessuno può perdere

Il punto cardine è che entrambe i contendenti, USA e Russia, non possono né vogliono perdere.

Quindi, presumibilmente, nessuno dei due farà la prima mossa verso la fine delle ostilità. Sarebbe auspicabile che a farla fosse l’Europa, ma è troppo debole politicamente, divisa al suo interno e strutturalmente soggetta al dominio americano. Quando la crisi comincerà a mordere davvero, i singoli paesi cercheranno di sottrarsi alla morsa, ciascuno per proprio conto, senza alcuna visione comune e, soprattutto, senza una comune linea politica, capace di avviare un processo di pace. Per come stanno adesso le cose, quindi, l’ipotesi più probabile che possa portare quanto meno ad un cessate il fuoco è quella della partizione. L’esercito ucraino collassa, le perdite materiali ed umane ed il crollo del morale ne annichiliscono la capacità di combattimento e praticamente cessa di resistere all’avanzata russa. A quel punto, l’esercito polacco occupa la parte occidentale del paese, spingendosi verso la linea del fronte. Per evitare il contatto e lo scontro diretto Russia-NATO entrambe le forze armate si fermano, si crea una zona cuscinetto, una no-man’s-land sul modello coreano, e la guerra viene congelata. La Russia può rivendicare di aver conseguito i suoi obiettivi, la NATO rivendicherà d’aver fermato la Russia. Non ci sarà alcun trattato di pace, perchè la NATO non riconoscerà mai formalmente le conquiste territoriali russe.

Last but not least, la guerra rimane in stand-by, tenendo comunque impegnate le forze armate russe nel territorio ex-ucraino e funziona da ottimo deterrente a qualsiasi tentativo europeo di riallacciare rapporti commerciali con Mosca.

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La distruzione dell’esercito ucraino da parte della RussiaWilliam Schryver

 

La “smilitarizzazione” dell’Ucraina

Questa è stata esattamente la mentalità russa in Ucraina. Il loro obiettivo principale, fin dall’inizio, come esplicitamente espresso dal Presidente Vladimir Putin nel suo storico discorso del 24 febbraio 2022, è stato quello di “smilitarizzare” l’Ucraina – di distruggere il suo esercito.

Quando la guerra è iniziata, le forze ucraine più capaci, esperte, ben armate e ben posizionate NON erano a Kiev, ma nel Donbass e a Mariupol. Erano posizionate lì da mesi, con l’obiettivo finale di riconquistare il Donbass e la Crimea – un obiettivo mai lontano dalla mente dei leader ideologici e politici dell’Ucraina.

Infatti, ne parlavano apertamente e senza riserve. Credevano fermamente che la forza delle loro forze armate, dopo otto anni di preparazione, avesse raggiunto un punto tale da poter effettivamente raggiungere quell’obiettivo.

I loro benefattori nella NATO li hanno incoraggiati a crederlo, perché il sogno più grande della NATO era anche quello di innalzare i suoi vessilli sulla base navale di Sebastopoli e quindi esercitare il dominio sull’intero Mar Nero e sul Bosforo.

In virtù di questo e di molti altri obiettivi geostrategici – primo fra tutti l’arresto della rinascita russa – la NATO ha fornito armi all’Ucraina per anni, e queste spedizioni di armi sono state ampliate e accelerate drasticamente alla fine del 2021.

Decine di migliaia di truppe ucraine erano state addestrate all’uso di questi armamenti NATO. E, come era noto a chiunque prestasse anche solo un po’ di attenzione, migliaia di responsabili dell’intelligence, delle forze speciali e dei mercenari occidentali (prevalentemente americani, britannici e francesi, e molti di loro) sono stati incorporati nelle forze ucraine in prima linea, dove molti sono stati uccisi o catturati, mentre un contingente sostanziale è ancora presente.

Molte di queste truppe occidentali sono lì principalmente per coordinare la ricezione, l’interpretazione e l’uso “fattibile” di dati “ISR” (Intelligence, Surveillance & Reconnaissance) USA/NATO, molto preziosi e ancora di più riservati.

La madre di tutti gli eserciti per procura.

All’inizio del 2022, l’esercito costruito dagli Stati Uniti e dalla NATO in Ucraina si era gonfiato fino a diventare la forza terrestre più grande e meglio armata d’Europa. Per quasi tutti i parametri, era più potente degli eserciti combinati di Germania, Francia e Italia…

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Una valutazione dei rischi per bloccare l’invio di armi – Francesco Vignarca

 

Inizia domani a Ginevra l’Ottava Conferenza degli Stati Parti del Trattato Att ( Arms Trade Treaty) che regola i trasferimenti internazionali di armi. Appuntamento rilevante, considerata la congiuntura di sicurezza, che non a caso vedrà l’intervento nella sessione di apertura della ministra degli Esteri tedesca Annalena Baerbock (la Germania è presidente di turno della Conferenza) e di Peter Maurer, presidente del Comitato internazionale della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa.

L’Att è un Trattato fortemente voluto dalla società civile internazionale riunita nella campagna Control Arms e ottenuto grazie a una forte pressione dal basso: nel 2014 diventato la prima norma internazionale sui trasferimenti di armi. Oggi fanno parte del Trattato, avendolo ratificato, ben 111 Paesi: tutti gli Stati europei, gran parte dell’America Latina, il blocco degli Stati africani occidentali, Australia, Nuova Zelanda, Giappone, Canada e dal luglio 2020 anche Cina. Purtroppo mancano dalla lista sia Usa (che con Obama hanno solo firmato il Trattato, mai ratificato dal Senato) sia Russia, cioè i due principali esportatori di armi del mondo, responsabili secondo i dati Sipri di quasi il 60% delle vendite dell’ultimo quinquennio.

Un punto che verrà sicuramente toccato a Ginevra è quello dei flussi di armi verso l’Ucraina perché i criteri dell’Att (come le Convenzioni del Diritto Umanitario) segnalano come problematico e sbagliato l’invio di armi in zona di conflitto. Al di là dell’eclatante caso ucraino, la questione del commercio di armi tocca tutti i conflitti, anche e soprattutto quelli ignorati dalla maggioranza dei media e della politica occidentale; i flussi di armi preparano le guerre: chiudere un occhio per troppo tempo porta all’esplosione di situazioni che poi diventano ingestibili. Per questo è fondamentale che gli Stati si ricordino che i trasferimenti di armi non possono essere considerati mero ‘business’.

La Conferenza di quest’anno affronterà in particolare uno dei pericoli maggiormente segnalati, anche nel caso ucraino: la diversion (letteralmente dirottamento) delle armi rispetto ai percorsi autorizzati. Un evento che può avvenire in qualsiasi momento del ciclo di vita dell’arma e per cause logistiche, di furto, di corruzione. Il problema è che, una volta deviate dal loro «percorso autorizzato», le armi non scompaiono dalla scena ma finiscono ad armare movimenti terroristici, sostenere il crimine organizzato e possono facilitare violenze di ogni genere e senza confini. Non a caso la Campagna Control Arms continua a insistere sul concetto di «uso finale» delle armi: non basta solo considerare chi riceverà il materiale mi-litare, ma anche il previsto e concreto utilizzo dello stesso. Gli Stati aderenti al Trattato dovrebbero dunque considerare l’intero ciclo di vita delle armi e delle munizioni, soprattutto in situazione di conflitto. In che modo? Secondo i criteri Att tutti gli Stati devono condurre una valutazione del rischio prima di autorizzare o meno un trasferimento di armi.

L’invio di armi favorirà o minerà la pace e la sicurezza? Potrebbe essere usato per commettere o facilitare violazioni di diritti umani, atti di terrorismo, violenze di ogni genere? Se tali rischi risultassero troppo elevati, i Governi hanno l’obbligo di non autorizzare. È importante sottolineare la parola ‘rischio’, perché nelle regole condivise del Trattato è sufficiente solo quello e non serve una certezza incontrovertibile o che le violazioni siano già state commesse per bloccare una vendita di armi.

La ‘valutazione preventiva del rischio è la innovativa e positiva prospettiva scelta per favorire al massimo il vero obiettivo del percorso che ha portato al Trattato, cioè la protezione dei civili e delle comunità. Per questo è fondamentale un alto livello di trasparenza su autorizzazioni rilasciate e vendite effettuate. Anche in questo aspetto la società civile gioca un ruolo cruciale a livello sia internazionale (domani verrà diffusa la nuova edizione dell’Att Monitor) sia nazionale, diffondendo i dati sull’export militare italiano presenti nella Relazione al Parlamento prevista dalla Legge 185.

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Ucraina: l’invasione del capitale – Michael Roberts

 

…Nonostante la moratoria sulla vendita di terreni agli stranieri, nel 2016 dieci multinazionali agricole erano già arrivate a controllare 2,8 milioni di ettari di terreno. Oggi, alcune stime parlano di 3,4 milioni di ettari nelle mani di società straniere e di società ucraine con fondi stranieri come azionisti. Altre stime arrivano a 6 milioni di ettari. La moratoria sulle vendite, che il Dipartimento di Stato americano, il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale avevano ripetutamente chiesto di rimuovere, è stata infine abrogata dal governo Zelensky nel 2020, prima di un referendum finale sulla questione previsto per il 2024.

Ora, con la guerra in corso, i governi e le imprese occidentali stanno intensificando i loro piani per incorporare l’Ucraina e le sue risorse nelle economie capitalistiche dell’Occidente. Il 4 e 5 luglio 2022, alti funzionari di Stati Uniti, Unione Europea, Gran Bretagna, Giappone e Corea del Sud si sono incontrati in Svizzera per la cosiddetta “Conferenza sulla ripresa dell’Ucraina”.

L’agenda dell’URC era esplicitamente incentrata sull’imposizione di cambiamenti politici al Paese, ovvero “rafforzamento dell’economia di mercato“, “decentralizzazione, privatizzazione, riforma delle imprese statali, riforma fondiaria, riforma dell’amministrazione statale” e “integrazione euro-atlantica“. L’ordine del giorno era in realtà un seguito alla Conferenza sulla riforma dell’Ucraina del 2018, che aveva sottolineato l’importanza di privatizzare la maggior parte del settore pubblico ucraino rimanente, affermando che “l’obiettivo finale della riforma è quello di vendere le imprese statali agli investitori privati“, insieme alla richiesta di ulteriori “privatizzazioni, deregolamentazione, riforma energetica, riforma fiscale e doganale“. Lamentando che “il governo è il più grande detentore di beni dell’Ucraina”, il rapporto afferma: “La riforma delle privatizzazioni e delle aziende di Stato è stata a lungo attesa, poiché questo settore dell’economia ucraina è rimasto in gran parte invariato dal 1991“.

L’ironia è che i piani dell’URC per il 2018 sono stati osteggiati dalla maggior parte degli ucraini. Un sondaggio dell’opinione pubblica ha rilevato che solo il 12,4% è favorevole alla privatizzazione delle imprese statali (SOE), mentre il 49,9% si oppone. (Un ulteriore 12% era indifferente, mentre il 25,7% non ha risposto).

Tuttavia, la guerra può fare la differenza. Nel giugno 2020, l’FMI ha approvato un programma di prestito di 18 mesi e 5 miliardi di dollari con l’Ucraina. In cambio, il governo ucraino ha revocato la moratoria di 19 anni sulla vendita di terreni agricoli di proprietà statale, dopo le forti pressioni esercitate dalle istituzioni finanziarie internazionali. Olena Borodina, della Rete ucraina per lo sviluppo rurale, ha commentato che “gli interessi del settore agroalimentare e gli oligarchi saranno i primi beneficiari di questa riforma… Questo non farà altro che emarginare ulteriormente i piccoli agricoltori e rischia di separarli dalla loro risorsa più preziosa“.

E ora l’URC di luglio ha ribadito i suoi piani di acquisizione dell’economia ucraina da parte del capitale, con la piena approvazione del governo Zelensky. Al termine dell’incontro, tutti i governi e le istituzioni presenti hanno approvato una dichiarazione congiunta denominata Dichiarazione di Lugano. Questa dichiarazione è stata integrata da un “Piano di ripresa nazionale“, a sua volta preparato da un “Consiglio di ripresa nazionale” istituito dal governo ucraino.

Il piano prevedeva una serie di misure a favore del capitale, tra cui la “privatizzazione delle imprese non critiche” e la “finalizzazione dell’aziendalizzazione delle SOE” (imprese di proprietà dello Stato), come ad esempio la vendita della società statale ucraina di energia nucleare EnergoAtom. Per “attrarre capitali privati nel sistema bancario”, la proposta chiedeva anche la “privatizzazione delle SOB” (banche statali). Cercando di aumentare “gli investimenti privati e di stimolare l’imprenditorialità a livello nazionale”, il Piano di ripresa nazionale ha sollecitato una significativa “deregolamentazione” e ha proposto la creazione di “progetti catalizzatori” per sbloccare gli investimenti privati nei settori prioritari.

In un esplicito invito a ridurre le tutele del lavoro, il documento ha attaccato le rimanenti leggi a favore dei lavoratori in Ucraina, alcune delle quali sono un retaggio dell’era sovietica. Il Piano di ripresa nazionale lamentava una “legislazione del lavoro obsoleta che porta a complicare i processi di assunzione e licenziamento, la regolamentazione degli straordinari”, ecc. Come esempio di questa presunta “legislazione del lavoro obsoleta”, il piano sostenuto dall’Occidente lamentava che ai lavoratori ucraini con un anno di esperienza viene concesso un “periodo di preavviso per il licenziamento” di nove settimane, rispetto alle sole quattro settimane di Polonia e Corea del Sud.

Nel marzo 2022, il Parlamento ucraino ha adottato una legislazione d’emergenza che consente ai datori di lavoro di sospendere i contratti collettivi. Poi, a maggio, ha approvato un pacchetto di riforme permanenti che esentano di fatto la stragrande maggioranza dei lavoratori ucraini (quelli delle aziende con meno di 200 dipendenti) dal diritto del lavoro ucraino. I documenti trapelati nel 2021 mostrano che il governo britannico ha istruito i funzionari ucraini su come convincere un’opinione pubblica recalcitrante a rinunciare ai diritti dei lavoratori e ad attuare politiche antisindacali. I materiali di formazione lamentavano il fatto che l’opinione popolare nei confronti delle riforme proposte fosse in gran parte negativa, ma fornivano strategie di messaggistica per indurre gli ucraini a sostenerle.

Mentre i diritti dei lavoratori saranno eliminati nella “nuova Ucraina”, il Piano di ripresa nazionale mira invece ad aiutare le imprese e i ricchi riducendo le tasse. Il piano si lamentava del fatto che il 40% del PIL ucraino provenisse dal gettito fiscale, definendolo un “onere fiscale piuttosto elevato” rispetto all’esempio della Corea del Sud. Il piano chiedeva quindi di “trasformare il servizio fiscale” e di “rivedere il potenziale per diminuire la quota del gettito fiscale sul PIL“. In nome dell’”integrazione nell’UE e dell’accesso ai mercati”, ha proposto anche la “rimozione delle tariffe e delle barriere non tariffarie non tecniche per tutti i beni ucraini“, chiedendo al contempo di “facilitare l’attrazione degli IDE (investimenti diretti esteri) per portare in Ucraina le più grandi aziende internazionali”, con “speciali incentivi agli investimenti” per le società straniere.

Oltre al Piano di ripresa nazionale e al briefing strategico, la Conferenza sulla ripresa dell’Ucraina del luglio 2022 ha presentato un rapporto preparato dalla società Economist Impact, una società di consulenza aziendale che fa parte del Gruppo Economist. L’Ukraine Reform Tracker spingeva ad “aumentare gli investimenti diretti esteri (IDE)” da parte delle società internazionali, e non a investire risorse in programmi sociali per il popolo ucraino. Il rapporto del Tracker sottolinea l’importanza di sviluppare il settore finanziario e chiede di “rimuovere le regolamentazioni eccessive” e le tariffe. Ha chiesto di “liberalizzare ulteriormente l’agricoltura” per “attrarre gli investimenti stranieri e incoraggiare l’imprenditoria nazionale”, così come “semplificazioni procedurali” per “rendere più facile per le piccole e medie imprese” espandersi “acquistando e investendo in beni di proprietà dello Stato”, rendendo così “più facile per gli investitori stranieri entrare nel mercato dopo il conflitto“.

L’Ukraine Reform Tracker ha presentato la guerra come un’opportunità per imporre l’acquisizione da parte del capitale straniero. “Il momento postbellico può rappresentare un’opportunità per completare la difficile riforma fondiaria estendendo il diritto di acquistare terreni agricoli a persone giuridiche, anche straniere“, si legge nel rapporto. “L’apertura della strada al capitale internazionale per l’agricoltura ucraina probabilmente aumenterà la produttività del settore, incrementando la sua competitività nel mercato dell’UE”, ha aggiunto. “Una volta terminata la guerra, il governo dovrà anche prendere in considerazione la possibilità di ridurre in modo sostanziale la quota delle banche statali, privatizzando Privatbank, il più grande istituto di credito del Paese, e Oshchadbank, che si occupa di pensioni e pagamenti sociali”.

Altrove le politiche pro-capitale offerte dagli economisti occidentali semi-keynesiani sono meno esplicite. In una recente raccolta del Center for Economic Policy Research (CEPR), diversi economisti hanno proposto politiche macroeconomiche per l’Ucraina in tempo di guerra. In questo documento gli autori “sottolineano all’inizio che la crisi ucraina non è un contesto per un tipico programma di aggiustamento macroeconomico, cioè non le solite richieste di austerità fiscale e privatizzazione del FMI. Ma dopo molte pagine, diventa chiaro che le loro proposte sono poco diverse da quelle dell’URC. Come dicono loro stessi, “l’obiettivo dovrebbe essere quello di perseguire un’ampia e radicale deregolamentazione dell’attività economica, evitare il controllo dei prezzi, facilitare l’incontro tra lavoro e capitale e migliorare la gestione dei beni russi sequestrati e di altri beni sottoposti a sanzioni“.

L’acquisizione dell’Ucraina da parte del capitale (principalmente straniero) sarà così completata e l’Ucraina potrà iniziare a ripagare i suoi debiti e a fornire nuovi profitti all’imperialismo occidentale.

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Di chi è il grano che arriva dall’Ucraina? F. William Engdahl

 

Il grande clamore umanitario delle ultime settimane, che richiede la spedizione sicura di grano ucraino per alleviare la crisi della fame in Africa e altrove, è ingannevole a molti livelli. Non ultimo, chi è il proprietario della terra su cui viene coltivato il grano e se quel grano è in realtà mais illegale brevettato OGM e altri cereali. Il regime corrotto di Zelenskyy ha stretto accordi con le principali aziende agroalimentari OGM dell’Occidente, che hanno preso furtivamente il controllo di alcuni dei terreni agricoli “terra nera” più produttivi del mondo.

Il colpo di Stato della CIA del 2014

Nel febbraio 2014 un colpo di Stato sostenuto dal governo statunitense ha costretto il presidente eletto dell’Ucraina a fuggire in Russia per salvarsi. Nel dicembre 2013 il presidente Viktor Yanukovych aveva annunciato, dopo mesi di dibattiti, che l’Ucraina avrebbe aderito all’Unione economica eurasiatica russa dietro la promessa di un acquisto da parte della Russia di 15 miliardi di dollari del debito statale ucraino e di una riduzione del 33% del costo del gas russo importato.

L’offerta concorrente era stata una misera “adesione associata” all’UE, legata all’accettazione da parte dell’Ucraina di un pacchetto di prestiti draconiani del FMI e della Banca Mondiale che avrebbe imposto la privatizzazione delle preziose terre agricole ucraine, consentito la semina di colture OGM e imposto gravi tagli alle pensioni e austerità sociale. In cambio di un prestito del FMI di 17 miliardi di dollari, l’Ucraina avrebbe dovuto anche aumentare le tasse sul reddito personale fino al 66% e pagare il 50% in più per il gas naturale. I lavoratori lavorare dieci anni in più per ottenere la pensione. L’obiettivo era quello di aprire l’Ucraina agli “investimenti stranieri”. Il solito stupro dell’economia da parte del FMI per conto degli interessi corporativi globalisti.

Una disposizione chiave delle richieste degli Stati Uniti e del FMI al governo post-golpe del primo ministro scelto dagli Stati Uniti Arseniy Yatsenyuk, un leader delle proteste di Maidan sostenute dalla CIA contro Yanukovych, è stata quella di aprire finalmente le ricche terre agricole dell’Ucraina ai giganti stranieri dell’agrobusiness, soprattutto ai giganti degli OGM, tra cui Monsanto e DuPont. Tre dei membri del gabinetto Yatsenyuk, compresi i ministri chiave delle Finanze e dell’Economia, erano cittadini stranieri, imposti a Kiev da Victoria Nuland del Dipartimento di Stato USA e dall’allora vicepresidente Joe Biden. Le condizioni di prestito imposte da Washington al Fondo Monetario Internazionale richiedevano che l’Ucraina annullasse il divieto sulle colture geneticamente modificate e permettesse a società private come la Monsanto di piantare i suoi semi OGM e di irrorare i campi con il Roundup della Monsanto.

Da quando l’Ucraina ha dichiarato l’indipendenza dall’Unione Sovietica nel 1991, il mantenimento del controllo della preziosa terra “nera” del Paese è stato uno dei temi più scottanti della politica nazionale. Recenti sondaggi mostrano che il 79% degli ucraini vuole mantenere il controllo della propria terra dall’appropriazione straniera. L’Ucraina, come la Russia meridionale, ospita la preziosa terra nera o chernozem, un terreno scuro e ricco di humus che è molto produttivo e necessita di pochi fertilizzanti artificiali…

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Prof. Mearsheimer – Giocare con il fuoco in Ucraina: i rischi sottovalutati di una escalation catastrofica

(introduzione di Roberto Buffagni)

  • Questo articolo di John Mearsheimer, apparso il 17 agosto su “Foreign Affairs”, ha grande importanza, e va letto e valutato con la massima attenzione, sia per il suo contenuto, sia per il significato politico che assume. Le ragioni sono le seguenti:

 

  1. John Mearsheimer è, probabilmente, il maggiore studioso al mondo della logica di potenza. Si è diplomato a West Point, ha fatto parte dell’Esercito e dell’Aviazione degli Stati Uniti. Ha insegnato per quarant’anni all’Università di Chicago. I suoi testi sono letture obbligatorie in tutti i corsi di International Relations almeno occidentali, e nelle Accademie militari di tutto il mondo. Non ha mai cercato o accettato impegni nell’amministrazione politica degli Stati Uniti per conservare la sua indipendenza di pensiero e la sua obiettività di studioso.

 

  1. “Foreign Affairs” è il più importante periodico specializzato statunitense in materia di politica internazionale, e viene letto da tutta l’ufficialità politica ed economica americana ed europea. Esso non solo pubblica l’articolo di Mearsheimer, ma lo pubblica in forma gratuita, accessibile a tutti, in modo da garantirgli la massima diffusione possibile; ciò che probabilmente implica una forma di convalida ufficiosa della posizione di Mearsheimer, o quanto meno la volontà del board di “Foreign Affairs” che l’articolo di Mearsheimer – un severo monito sui rischi della guerra in Ucraina, e implicitamente un preoccupato appello per un cambio di strategia – venga letto e preso in considerazione dai policymakers americani ed europei, e dall’opinione pubblica occidentale tutta.
  2. L’articolo di Mearsheimer dunque si inserisce nel tentativo di forze statunitensi, tutt’altro che trascurabili, di favorire un mutamento nella strategia americana contro la Russia; come il recente intervento di Henry Kissinger sul “Wall Street Journal”[1], o la videointervista di George Beebe, Director for Grand Strategy del Quincy Institute for Responsible Statecraft[2], ex consigliere per la sicurezza del Vicepresidente Dick Cheney.
  3. Il contenuto dell’articolo non ha bisogno di chiarimenti. Come gli è solito, Mearsheimer espone con limpidezza e semplicità argomenti strettamente concatenati. Mi limito a sottolineare alcuni punti.
  4. La guerra è imprevedibile, e chi ritenga di poterla prevedere e controllare con certezza è in errore. L’imprevedibilità della guerra è una premessa teorica, esposta con la massima perspicuità da Clausewitz; e un fatto empirico illustrato da mille esempi. Ad esempio, nella IIGM i tedeschi attaccarono l’Unione Sovietica perché certi di poterla sconfiggere. Concordavano con questa previsione tutti, ripeto TUTTI gli Stati Maggiori del mondo: salvo miracoli, l’Unione Sovietica sarebbe stata sconfitta. Poi l’Unione Sovietica, dopo sei mesi di sconfitte tremende, ha fatto il miracolo e ha inflitto alla Germania una sconfitta devastante.
  5. L’interpretazione della volontà del nemico, e l’interpretazione dei fatti militari sul campo, sono sempre dubbie, soggette all’errore, e provocano reazioni, sviluppi, conseguenze imprevedibili e molto difficili da controllare. Esempio: nell’articolo, Mearsheimer correttamente individua l’origine del cambio di strategia statunitense nell’interpretazione americana degli eventi bellici: “Inizialmente, gli Stati Uniti e i loro alleati hanno appoggiato l’Ucraina per impedire una vittoria russa e negoziare da posizione favorevole la fine dei combattimenti. Ma non appena l’esercito ucraino ha iniziato a martellare le forze russe, specialmente intorno a Kiev, l’amministrazione Biden ha cambiato rotta e si è impegnata ad aiutare l’Ucraina a vincere la guerra contro la Russia.” Se è corretta l’interpretazione dell’operazione militare speciale russa proposta da “Marinus” (probabilmente il gen. Paul Van Riper, Corpo dei Marines) su “Maneuverist Papers n.22”[3], l’Amministrazione presidenziale e i suoi consulenti militari hanno sbagliato l’interpretazione della fase iniziale dell’invasione russa: hanno creduto che le sconfitte tattiche subite dai russi intorno a Kiev segnalassero le scarse capacità delle FFAA russe, mentre si trattava di una complessa manovra diversiva volta a fissare le truppe ucraine nel Nordovest, mentre il grosso delle forze russe si posizionava nel Sudest; una diversione ben riuscita che ha condotto all’attuale situazione sul campo, nettamente favorevole alla Russia. Personalmente, credo esatta la lettura di “Marinus”, che peraltro coincide con la lettura del nostro gen. Fabio Mini. Da questa errata lettura della situazione sul campo, l’Amministrazione americana ha concluso che fosse possibile e vantaggioso perseguire obiettivi strategici estremamente ambiziosi, sui quali ha formalmente impegnato la reputazione e il prestigio degli Stati Uniti.
  6. Quanto più a lungo dura una guerra, tanto più imprevedibili sono il suo decorso e le sue conseguenze. Questo è un semplice corollario dei due punti precedenti: con il passare del tempo, incertezza si aggiunge a incertezza, imprevedibilità a imprevedibilità, possibilità di errore e incidente a possibilità di errore e incidente.
  7. A che cosa è dovuto il presente stallo della guerra in Ucraina? A mio avviso, consegue a una scelta politica russa. Da quanto si può intendere della situazione militare sul campo, già ora la Russia potrebbe sferrare un’offensiva per ottenere una vittoria decisiva sull’Ucraina, annientandone le FFAA. La Russia sta impegnando nei combattimenti soltanto le milizie delle Repubbliche del Donbass, e i mercenari dell’Orchestra Wagner. Le truppe russe si occupano del martellamento d’artiglieria delle posizioni fortificate ucraine, e non entrano in combattimento se non occasionalmente, in formazioni ridotte. Esse hanno avuto tutto il tempo di riposarsi, ricostituirsi, riorganizzarsi, e sono insomma più che pronte all’impiego. Le migliori truppe ucraine hanno subito perdite incapacitanti, nessun territorio ucraino preso dai russi è mai stato riconquistato stabilmente. La controffensiva annunciata dagli ucraini resta un annuncio, probabilmente perché di fatto impossibile: le migliori truppe ucraine hanno subito perdite incapacitanti, le nuove formazioni sono raccogliticce, mal addestrate, e scontano un incolmabile divario sia nella direzione operativa, sia nelle capacità combattive, sia nell’armamento a disposizione, nonostante gli aiuti occidentali. Se la Russia non sferra già ora un attacco decisivo per annientare le FFAA ucraine, probabilmente è per due ragioni: a) non far perdere la faccia agli Stati Uniti, provocandone una reazione estrema con l’escalation di ritorsioni a cui condurrebbe b) attendere sia le elezioni statunitensi di midterm, sia le reazioni dei governi europei alla crisi energetica che si annuncia per l’inverno, con le gravi conseguenze politiche e sociali che innescherà.
  8. In conclusione: per prevenire i gravi rischi di una escalation illustrati dall’articolo di Mearsheimer, una escalation che può sfuggire al controllo dei contendenti e condurre sino alla guerra nucleare, è assolutamente necessario che i Paesi europei più direttamente minacciati dall’escalation, e già ora più gravemente danneggiati dalla strategia americana, se ne differenzino e appoggino le forze che negli Stati Uniti tentano di correggere la rotta strategica, e di creare le condizioni minime per una trattativa tra USA e Russia. È una svolta politica difficile, ma necessaria e urgente: dopo, potrebbe essere troppo tardi…

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Draghi & C. ultimo atto: vendita blindati a oligarca per armare milizie e truppe speciali ucraine – Antonio Mazzeo

 

Blindati acquistati in Italia da un controverso oligarca che finiscono nelle mani dei reparti d’assalto ucraini per la sporca guerra in Donbass. Alla vigilia di ferragosto, undici veicoli MLS Shield prodotti dall’azienda abruzzese Tekne SpA sono stati consegnati ai paracadutisti della 79^ Brigata Aerea d’Assalto, il reparto d’élite delle forze armate ucraine con quartier generale a Mykolaiv, impiegato a partire del 2014 contro le autoproclamate repubbliche indipendenti di Donetsk e Lugansk e, dopo l’invasione del 24 febbraio, per la controffensiva anti-Russia nella tormentata regione sudorientale del Donbass. Ad acquistare i blindati l’“organizzazione non governativa” Sprava Hromad e la Poroshenko Foundation, la fondazione del magnate ed ex presidente della repubblica ucraina Petro Oleksijovyc  Poroshenko, presente alla cerimonia di consegna dei veicoli da guerra.

Secondo quanto dichiarato dallo stesso Poroshenko, “per gli undici blindati italiani sono stati versati più di 3 milioni di euro e sono in grado di equipaggiare un intero battaglione anfibio”. “Sono stati necessari tre mesi e mezzo perché questi veicoli giungessero alle forze armate ucraine dopo una serie di negoziati per ottenere le licenze di esportazione”, ha aggiunto l’ex presidente. “L’unicità di questo progetto è che l’equipaggiamento Nato viene acquistato non attraverso un programma di appalti statali, ma grazie a contributi privati. Intense trattative e così abbiamo ottenuto che il governo italiano autorizzasse la vendita di attrezzature militari ad un’organizzazione non governativa fuori dall’UE”.

“Per la prima volta nella storia, veicoli blindati da combattimento sono stati venduti a un fondo di solidarietà e ai volontari dell’Ucraina”, conclude enfaticamente Petro Poroshenko. “L’incredibile è diventato possibile! Ringraziamo quindi per l’aiuto i funzionari italiani, gli ambasciatori, l’addetto militare dell’Italia in Ucraina e quello ucraino in Italia, il Ministero della Difesa e lo Stato maggiore delle Forze Armate”.

La transazione bellica con tanto di “presunta” autorizzazione del governo italiano è stata salutata con “emozione ed entusiasmo” dagli uomini della 79^ Brigata Aerea. Euroweeklynew.com nel servizio sulla consegna dei blindati, l’11 agosto scorso, ha riportato le dichiarazioni di alcuni combattenti ucraini. “Io penso che essi rappresentano una speranza per il futuro, per contribuire alla nostra vittoria e sconfiggere gli invasori”, il commento di un militare. “Se ci aiuteranno ad espellere l’occupante dalla nostra terra, poi noi voteremo tutti per Pyotr Oleksiyovych”, l’impegno espresso da un secondo parà…

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Energodar, centrale nucleare sulla linea del fronte – Vittorio Rangeloni

 

Energodar è la piccola cittadina dell’Ucraina meridionale che ospita la centrale nucleare più grande d’Europa.

Nonostante sia nota come Centrale nucleare di Zaporozhye, il capoluogo della regione da cui prende il nome si trova a circa 50 chilometri da essa. Attualmente Energodar e Zaporozhye sono divise non solo dal fiume Dniepr, ma anche dalla linea del fronte: il capoluogo è sotto il controllo di Kiev, mentre Energodar – e quindi la centrale – è saldamente in mano all’esercito russo dal 3 marzo, quando in meno di un’ora i corpi speciali di Mosca si sono sostituiti ai militari ucraini presenti a presidio della struttura.

Questo impianto ricopriva un quinto del fabbisogno energetico del Paese. Oggi sono attivi tre reattori su sei; la maggior parte del personale della centrale (nove mila persone su undici) è per gran parte rimasto a Energodar, continuando a svolgere le proprie mansioni nonostante il cambio di bandiera.

Alexandr Volga, capo dell’amministrazione locale, spiega che le prime provocazioni da parte dell’esercito di Kiev sono iniziate a fine giugno: “Nel cielo sopra la centrale dapprima sono apparsi i droni da ricognizione e in seguito quelli kamikaze, poi si è aggiunta anche l’artiglieria con i razzi”. Dai casi isolati si è passati ad attacchi sistematici. Nel corso delle ultime settimane il territorio della centrale nucleare e le aree adiacenti, compresi i centri abitati, vengono colpiti quotidianamente da colpi di artiglieria e razzi, uno dei quali è ancora conficcato nel terreno non distante dal sito di stoccaggio del combustibile nucleare, dietro ai reattori.

Di fronte ai cancelli dell’ingresso all’impianto un edificio riporta evidenti danneggiamenti provocati dall’impatto di uno di questi colpi di artiglieria sulla facciata. La parete colpita guarda proprio verso i reattori, indicando la traiettoria del tiro: “dietro ai reattori c’è il fiume. Dall’altra parte del fiume ci sono i territori controllati dall’Ucraina”.

Per Kiev questa centrale è di vitale importanza, perché Mosca “staccare la spina” e deviare il flusso di energia verso i propri territori.

Secondo Kiev i bombardamenti sulla centrale, e quindi anche contro il personale militare russo presente all’interno, sarebbero condotti dagli stessi militari di Mosca. Una strategia che – secondo Mikhail Podolyak, il consigliere di Zelensky – servirebbe per “colpire e disconnettere l’Ucraina dalla centrale nucleare e incolpare l’esercito ucraino di tutto questo”. Come se il bombardamento dell’infrastruttura fosse l’unica via per staccare la corrente a Kiev.

Inoltre per la non ha alcun senso per la Russia portare proprio ora instabilità su quel fronte (stabile per diversi mesi) accendendo i riflettori dell’opinione pubblica mentre si appresta ad effettuare la transizione della centrale verso gli standard dell’agenzia nazionale Rosatom, rischiando di creare un disastro peggiore di quello di Chernobyl.

D’altra parte a Kiev anche coloro che credevano ad una rapida controffensiva del proprio esercito e nel ripristino del controllo sui territori persi – incluso il sito di Energodar – comprendono che oggi non ci sono abbastanza forze. Ottenere ciò con le armi non è possibile, per cui occorre trovare altre strategie, tra cui quella delle provocazioni, come già accaduto ripetutamente nei mesi scorsi. A chi giova il caos? Proprio in seguito a questa recente escalation ed all’aumento di queste nuove tensioni, 42 paesi hanno chiesto alla Russia di abbandonare la centrale e consegnarla all’Ucraina.

I bombardamenti su Energodar sono proseguiti anche nei giorni dopo la mia visita. La situazione è estremamente preoccupante e meriterebbe una seria valutazione, a prescindere dalle posizioni sostenute. Eppure anche in questo caso abbonda la propaganda, il tifo, le speculazioni e l’ipocrisia. Il fronte di Energodar non è una semplice questione tra due fazioni in conflitto, bensì una questione di interesse mondiale. È una “battaglia” in cui si può solo perdere, tutti.

 

 

Il grande assente nella discussione pubblica e nella campagna elettorale è LA GUERRA – Francesco Sylos Labini

 

Già perchè la guerra implica due punti determinanti. Da una parte la fedeltà assoluta alle decisioni US e dunque il coinvolgimento diretto nella spesa militare e nell’invio di armi. E su questo la convergenza tra tutte le forze politiche tranne due è chiaramente assoluta. Le due sono abbastanza irrilevanti: da una parte i 5S che potrebbero essere più rilevanti in termini di voti ma sono troppo timidi o incapaci. Dall’altra Unione Popolare che ha un programma più chiaro in proposito ma mi sembra difficile avrà un peso elettorale significativo. Come giustamente nota Domenico Gallo in questo articolo che link più sotto, Letta ha sacrificato completamente la linea del PD ad un appiattimento totale sul tema dellla guerra: è il prezzo della fedeltà atlantica e qualcuno deve pur assicurare il lavoro sporco. Questo a prezzo, come dice Gallo, di lasciare alla destra la possibilità di stravolgere la costituzione e dunque di avere un impatto ben al di là di continuare la linea guerrafondaia del governo Draghi o fare interventi contro gli immigrati e i diritti civili (cosa che faranno al 100%).

Ma l’altro tema, sempre assente nella campagna elettorale e sempre collegato alla guerra, è l’esplosione del prezzo dell’energia. Se come sembra le bollette nell’autunno inverno del 2022 saranno 10 volte più care di quelle del 2021 (e di questo si tratta) la situazione economica e sociale sarà semplicemente esplosiva. E si tratterà di contere l’esplosione.

Ma, mi sembra, si tratterà anche di soffocare in ogni modo una sponda politica alle istanze pacifiste che sono di gran lunga maggioratorie. Il soffocamento mediatico è già avvenuto, basti ricordare le campagne vergognose contro l’ANPI e contro la marcia Perugia Assisi che gridano ancora vendetta e che solo gli stolti non hanno compreso. Basti pensare all’assenza nel dibattito pubblico del Papa.

Non penso che le cose saranno così semplici da gestire. Sia perchè stiamo andando incontro ad un periodo di grandissima tensione sociale sia perchè il movimento pacifista potrà avere un ruolo importante se la guerra continuerà ancora e se la situazione peggiorerà (e la centrale Nucleare di Zaphorizia è sempre una minaccia enorme che incombe su tutti noi). Insomma mi sembra che qui i conti si sono fatti, come al solito, senza l’oste.

da qui

 

scrive Gian Marco Martignoni a Norma Rangeri, direttore del Manifesto

 

Cara Direttrice, ho riletto per  ben  due volte l’articolo di Dario Bellini, apparso su Alias di sabato 20 c.m, stante che ad un certo punto  scrive ” tra gli ucraini più di 5.000 civili e 10 mila militari morti ; tra i soldati dell’operazione speciale russa a metà agosto si arriva probabilmente a 50 mila “. Non citando alcuna fonte in merito, sono entrato in rete per verificare la fondatezza di quel probabilmente. Poichè le uniche fonti sono quelle diffuse dagli ucraini o dalla CIA, chiedo a Dario Bellini se ha qualche elemento in più per suffragare un dato che appare allo stato dell’arte alquanto improbabile o figlio della propaganda.

 

 

Turchia. Un genocidio all’ombra della Nato – Laura Schrader

 

La guerra russo-ucraina mette in piena luce una contraddizione del mondo occidentale: la difesa, portata avanti con tutti i mezzi possibili, di uno Stato sovrano aggredito nel caso dell’Ucraina e la complicità nell’aggressione di due Stati sovrani, Irak e Siria da parte di un importante membro della Nato, la Turchia. Da anni infatti Ankara aggredisce, invade e occupa militarmente il Nord dell’Irak e il Nord Ovest della Siria nell’ambito della sua politica di genocidio nei confronti del popolo del Kurdistan, residente nelle aree tra i confini di Turchia, Irak e Siria e Iran in cui da millenni convivono con la maggioranza kurda minoranze etniche e religiose: cattolici siriaci, cattolici caldei, armeni, yazidi, alawi, ebrei… Oltre alla sovranità degli Stati confinanti, Ankara viola la Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio delle Nazioni Unite, che stabilisce che per genocidio si intende una serie di operazioni persecutorie «commesse con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso come tale».

Erdogan ha ufficialmente presentato il progetto dell’occupazione militare di parte del Rojava (l’Occidente del Grande Kurdistan) in Siria alla scopo di eliminare la sua popolazione, di cancellare ogni traccia di storia, cultura, religione e di insediare arabi fondamentalisti sunniti. Il progetto è stato parzialmente realizzato con l’occupazione e la devastazione del cantone di Afrin, lasciato da Ankara nella mani dei suoi alleati jihadisti che lo dominano con la sharia e praticano rapimenti, torture, massacri e stupri; tra i mille crimini, l’assassinio in strada di Hefrin Khalef, segretaria del partito democratico e pacifista “Per il di Futuro della Siria”. I turco-jihadisti hanno distrutto i luoghi di culto cristiani e yazidi e hanno espiantato e venduto all’estero gli alberi di ulivo, principale risorsa della regione. La Turchia non può, al momento, completare l’invasione a causa del divieto sia da parte di Russia e Iran, alleati del presidente siriano Assad, sia da parte degli Stati Uniti, che mantengono nel Rojava un Comando militare. Ma dall’aprile scorso compie assassinii con droni (circa 200 vittime), mirando in particolare alle combattenti kurde più importanti che si sono distinte nella guerra contro l’Isis. Un altro Stato sovrano, l’Irak, è aggredito. La Turchia da mesi bombarda con aerei, droni e artiglieria pesante i territori kurdi oltre il confine turco-iracheno, con vittime civili anche tra i rifugiati nei campi-profughi e la devastazione di ospedali, colture agricole, chiese cattoliche e templi yazidi, in una zona già duramente provata dalla barbarie dell’Isis; a fine luglio le bombe turche hanno colpito una struttura turistica causando nove vittime tra cui una bambina e decine di feriti.

La politica di genocidio di Erdogan imperversa, poi, entro i confini turchi. Nel sud-est kurdo, Ankara ha distrutto con l’esercito lo storico quartiere Sur di Diyarbakir e la città di Cizre, in entrambi i casi con innumerevoli vittime civili, tra cui moltissimi bambini, arsi vivi nelle loro case. Ha destituito nel Kurdistan turco i due terzi dei sindaci, donne e uomini democraticamente eletti con preferenze altissime insediando commissari governativi e condanna a molti anni di carcere chiunque manifesti l’identità kurda. Famosi i casi dell’artista Zehra Dogan e della cantautrice Nudem Duran per la quale è in corso da tempo (inutilmente) una grande mobilitazione da parte dei più famosi musicisti rock guidata da Roger Waters dei Pink Floyd.

Il Memorandum Trilaterale. La complicità dell’Occidente e in particolare della Nato si è manifestata in tutto il suo cupo fulgore con il Memorandum Trilaterale tra Turchia, Finlandia e Svezia firmato il 28 giugno scorso a Madrid. L’accordo prevede il consenso della Turchia all’ingresso nella Nato dei due Paesi nordici in cambio della loro cooperazione nella persecuzione del PKK, delle unità di difesa YPG e YPJ e del partito PYD. L’estradizione si presenta di non facile attuazione (clamorosa la richiesta avanzata per la parlamentare svedese Amineh Kakabaveh, kurda iraniana, prontamente presentata e ovviamente rifiutata). Anche l’impegno di modificare le leggi dei due Paesi per adeguarsi alla legislazione antidemocratica di Ankara dovrebbe richiedere tempo. Può essere adottata invece facilmente l’abolizione del blocco di vendita di armi alla Turchia, stabilito dopo la barbara occupazione di Afrin e la fine degli aiuti economici alla amministrazione autonoma del Rojava. Nell’ambito della Nato, assistiamo al sacrificio dell’identità e dei valori di due Stati europei fino a ora baluardo di civiltà in ossequio ai diktat di un Paese in vetta alle classifiche mondiali per le violazioni dei diritti umani, e la condivisione di una politica di genocidio miseramente mascherata con l’etichetta della lotta al terrorismo contro PKK, YPG/YPJ e PYD.

Il PKK movimento di resistenza armata sul territorio. Il Partito dei Lavoratori del Kurdistan-PKK è un movimento di resistenza senza il quale lo stato turco, che costituzionalmente non ammette etnie diverse dalla turca e religioni diverse dalla islamo-sunnita, avrebbe portato a termine il genocidio fisico e culturale del popolo kurdo. Il PKK è un movimento legittimo secondo il diritto internazionale che combatte sul proprio territorio per il diritto all’esistenza di un popolo negato dalla etnia dominante. La qualifica di terrorista, che vale soltanto per Turchia, Usa e Nato, e in parte per la UE, è il facile strumento con cui Ankara vuole cancellare il popolo kurdo. Il PKK ha più volte rispettato tregue unilaterali per favorire negoziati di pace per la soluzione politica della questione kurda; particolarmente fruttuosi quelli iniziati nel 2013, annullati da Erdogan nel 2015. Il co-fondatore del PKK Abdullah Ocalan, il Nelson Mandela del Medio Oriente, leader di milioni di kurdi, storico e politologo, da 23 anni è imprigionato nel carcere di massima sicurezza sull’isola di Imrali in condizione di totale isolamento, riconosciute come tortura dalle Nazioni Unite, in spregio dei più elementari princìpi di umanità e delle pressanti richieste delle Nazioni Unite e del Comitato Europeo contro la Tortura dell’Unione Europea e di numerose sentenze della Corte Europea. Inutili gli appelli reiterati negli anni del mondo politico, intellettuale, sindacale con migliaia e migliaia di adesioni per la sua liberazione e la soluzione politica della questione kurda. Determinante è stato il ruolo dell’esperienza militare e logistica del PKK nella guerra e nella vittoria contro l’Isis in Irak e in Siria. La Corte di Giustizia Europea – in cui da otto anni pende il giudizio sulla legittimità dell’inclusione – aveva espresso nel 2008 parere ad essa sfavorevole e ha dichiarato infondata l’inclusione del Pkk tra le organizzazioni terroristiche negli anni dal 2014 al 2017. Nel 2021 la giustizia belga ha dichiarato illegittima l’inclusione del PKK tra le organizzazioni terroristiche e il Parlamento britannico – con deputati conservatori, laburisti e del SNP (Partito Nazionale Scozzese) – ha invitato il Governo a rivedere la legittimità dell’inclusione.

YPG e YPJ e PYD protagonisti nella guerra contro l’Isis e del confederalismo democraticoLa Turchia fornisce la prova della sua volontà di annientare il popolo del Kurdistan in quanto tale nel momento in cui ottiene di inserire nel Memorandum Trilaterale, in qualità di terroristi le donne e gli uomini delle unità di difesa YPJ e YPG, tuttora alleati della coalizione occidentale, che hanno sconfitto l’Isis al costo di 12 mila caduti, e la loro organizzazione politica, il partito PYD. Il popolo kurdo ha realizzato nel Rojava il confederalismo democratico: nell’ambito dello stato siriano, un esperimento di democrazia fondata sulla centralità del ruolo della donna, il rispetto e la valorizzazione di ogni minoranza etnica e religiosa, la tutela dell’ambiente che è studiato e apprezzato in tutto il mondo, e che la Svezia, fino al Memorandum, supportava con contributi economici. YPG, YPJ e PYD non hanno mai manifestato o compiuto ostilità nei confronti di Ankara, si limitano a difendersi dalle aggressioni.

Il nuovo Strategic Concept della Nato: impegno a 360° contro il terrorismo. In concomitanza con il Memorandum Trilaterale la Nato ha pubblicato a Madrid il 29 giugno il 2022 Strategic Concept. Un evento che avviene raramente, il precedente è del 2010. Il nuovo documento stabilisce che il pericolo più grave del mondo è il terrorismo e che lo scopo principale della Nato è combatterlo a 360 gradi. Impossibile non notare un certo ritardo, e non ricordare che la Turchia era fiancheggiatrice dell’Isis: memorabili lo scandalo del quotidiano Cumurriyet il cui direttore è fuggito in Germania per aver pubblicato foto eloquenti della consegna di armi turche al Califfato, e l’apertura dei confini alle forze islamiste, tanto che la stampa internazionale definì la Turchia “l’autostrada della Jihad”. Stando alle dichiarazioni rilasciate da Erdogan all’agenzia di stampa governativa Anadolu, la Nato nel nuovo Strategic Concept avrebbe già a Madrid inserito ltra le formazioni terroristiche le “forze che ci minacciano” e cioè YPG/YPJ e PYD e Feto l’organizzazione religiosa dell’imam Gulen, esule in Usa.

La Turchia è un immenso carcere per turchi, kurdi, cittadini di ogni altra nazione non allineati a Erdogan, e al suo AKP, partito islamico nazionalista. Vengono condannati a pene altissime con l’accusa di terrorismo centinaia di deputati di partiti di opposizione, accademici, giornalisti, artisti, scrittori, musicisti, avvocati, sindacalisti, insegnanti, lavoratori e studenti, attiviste per i diritti delle donne, difensori dei diritti delle persone omosessuali, operatori nel settore dei diritti umani, compresa l’intera Amnesty International. Qualche esempio tra le personalità turche: l’imprenditore-mecenate Osman Kavala, condannato all’ergastolo come lo scrittore Ahmet Altan, e la scrittrice Ainsi Erdogan. Tra i kurdi, oltre il e la co-presidente del partito democratico HDP, Selahhatin Demirtas e Figen Yuksekdag, e centinaia di suoi aderenti, la parlamentare Leyla Guven, co-presidente del partito DTK, Congresso della Società Democratica: 22 anni (nel 2020) per aver criticato l’invasione turca della Siria. Sono morti in carcere per sciopero della fame contro i processi farsa l’avvocata Ebru Timtik e tre componenti del gruppo musicale Grup Yorum: la voce Helin Bolek e gli strumentisti Mustafa Kocak e Ibrahim Gokcek.

Il rapporto annuale 2021 del Consiglio d’Europa SPACE – Statistiche penali sulle Popolazioni Carcerarie, indica che il 95% delle persone in carcere con condanne per il reato di terrorismo nel Paesi del Consiglio d’Europa si trova in Turchia: 30.555 persone su un totale di 32.006. Alla luce delle ossessioni terroristiche di Erdogan e della capitolazione di Svezia e Finlandia alle pretese del sultano il 2022 Strategic Concept della Nato si colora di un significato tanto grottesco quanto allarmante. La libertà è preziosa e fragile per tutti.

da qui

 

 

La bestia umana: riflessioni sulle dichiarazioni dell’ambasciatore ucraino presso la Santa Sede – Patrizia Cecconi

 

Le dichiarazioni di ieri dell’ambasciatore ucraino presso la Santa Sede, Andrii Yurash, sembrano uscire da un romanzo di Zola, “la bestia umana”. Una sorta di malattia sociale in cui la crudeltà prende il sopravvento su ogni cosa.
Il trasparente odio verso tutto ciò che attiene alla Russia, fino a mostrare irritazione contro il Papa per le sue parole di umana pietà rivolte alle vittime della guerra, tra cui i bimbi russi oltre che ucraini rimasti orfani, è desolante. Il biasimo di Yurash si fa particolarmente tagliente e assume la forma di un arrogante rimprovero verso Bergoglio per aver espresso pena verso Darya Dugina, assassinata nell’attentato terrorista a Mosca. Un biasimo espresso con parole che inequivocabilmente attestano l’indifferenza per la morte della giovane definendola “ideologa dell’imperialismo russo e non vittima innocente” e, quindi, indegna di qualunque espressione di umana pietà.

Yurash in poche frasi ha fornito un quadro tanto crudele quanto desolante di se stesso e del Paese che rappresenta, vittima, sì, dell’aggressione militare russa, ma non “senza peccato”, cosa che i media main stream, eco se non diretti portavoce di Paesi non meno criminali della Russia, seguitano a nascondere a danno di un’informazione corretta e a favore di una propaganda a senso unico mai vista prima d’ora in modo così massiccio.

Una propaganda mediatica scattata con sospetta e quasi unanime tempestività già il 24 febbraio (data dell’invasione russa) creando in appena un paio d’ore, quasi uno schiocco di dita, una straordinaria empatia verso il popolo ucraino – oggettivamente vittima – e verso il presidente Zelensky, sebbene quest’ultimo inviasse continui proclami traboccanti odio a livello viscerale, con punte di razzismo, imposizioni verbose ai Paesi Nato e filo-Nato e fiere ammissioni di pratiche omicide verso ucraini sospettati di simpatizzare con la Russia. Il tutto con aperto plauso dei media TV e con l’ostracismo verso chi, nonostante la premessa di non essere filo-Putin, si azzardava a fare qualche critica ricordando le responsabilità occidentali nell’infausta e criminale scelta di Putin.

La moda buonista che fino allo scorso febbraio impazzava anche sui social contro ogni forma di odio o percezione di odio sembra definitivamente passata e quindi via libera ai proclami di Zelensky, risonanti in varie aule parlamentari occidentali, carichi di odio non celato ma volutamente esplicito verso persone, cose, opere d’arte, espressioni culturali anche di altissimo livello e qualunque altro elemento colpevole di essere russo. Non importa se di Russia zarista, o sovietica o post sovietica, russo!

Non solo il popolo teledipendente ha condiviso l’ostilità antirussa rilanciata dai media, ma perfino organizzazioni e figure al di sopra (fino a febbraio) di ogni sospetto sono cadute nella palude dell’odio viscerale rasentando il razzismo ed entrando a pieno titolo nella triste famiglia criminale che dal 42 a.C. con l’incendio della biblioteca alessandrina fino ai talebani contemporanei, hanno costellato la storia di roghi, devastazioni e vergogne oltre che di inesauribili riserve d’odio e di disumanità.

L’Italia ha brillato in questo ignobile servizio, e non s’è fermata alla cultura, all’arte, allo sport, ma si è coperta di ridicolo escludendo da varie gare addirittura cani, gatti, cavalli ed alberi colpevoli di essere nati o piantati in Russia, il tutto con sommo gaudio di Zelensky e dei suoi fans!
Solo lo Stato Vaticano sembra non aver accettato le pressioni del presidente ucraino e va riconosciuto – ci piaccia o meno papa Bergoglio – che lo ha fatto fin dall’inizio, destando irritazione diffusa sia quando ha ricordato le provocazioni della Nato che era “andata ad abbaiare alle porte della Russia”, sia quando ha voluto bambini russi ed ucraini insieme in una processione religiosa, sia nella sua insistenza a chiedere il silenzio delle armi e l’avvio di reali negoziati per una trattativa di pace. Lo ha fatto anche affermando di voler andare sia a Kiev che a Mosca.

Bergoglio non ha mai mancato di esprimere solidarietà al popolo ucraino, ha anche ricevuto le discusse mogli dei comandanti nazisti del battaglione Azov che chiedevano il suo appoggio; ha mandato aiuti umanitari ed emissari cardinalizi, ma non ha mai accettato di farsi portavoce della narrazione ucraina a senso unico e del palese tentativo di annichilire la Russia, paventando che quest’obiettivo, chiaramente manifestato da Biden, comporta il rischio fin troppo concreto di arrivare ad una terza guerra mondiale.

Ma l’Italia, altre volte molto papalina, stavolta non sembra seguire il Papa nei suoi appassionati tentativi di raggiungere la pace, nelle sue condanne dei mercanti di guerra e men che meno in quelle manifestazioni di pietà umana che sembrano essere finite anch’esse sotto la censura imposta a tutto ciò che è russo. I media hanno voce più forte di lui!

Chi per mestiere lavora nella comunicazione, soprattutto quella televisiva, sa bene che usare una parola o un’altra, o addirittura un certo tono di voce nel dare una notizia, può toccare o meno le corde emotive degli spettatori. Il 24 febbraio ne è stata dimostrazione. Ebbene, commuovere il pubblico per l’assassinio di Darya Dugina, o per i prigionieri russi mutilati nelle carceri ucraine non è concesso e quindi i media televisivi, all’unisono, o tacciono o, come nel caso di Darya Dugina, danno la notizia in modo asettico, allontanando per quanto possibile anche il solo sospetto che la mano criminale fosse ucraina ma, soprattutto, evitando che si creasse empatia verso la giovane vittima e rispetto per il dolore dei suoi genitori.

La voce di Bergoglio è uscita dal coro e questo ha scatenato le ire dell’ambasciatore Yurash e anche un velato ma percepibile imbarazzo da parte dei media TV che hanno dato la notizia senza il risalto che avrebbe meritato. Peccato, poteva diventare un felice scoop per il giornalista che avesse avuto il coraggio di affrontarla in modo giusto. Invece no. Niente lacrime per la giovane intellettuale assassinata o, più asetticamente, “morta nell’esplosione della sua auto”.

La bestia umana ha vinto sulla pietà umana e ciò fa il paio con la frase soddisfatta di Biden “giustizia è fatta” pronunciata recentemente dopo l’omicidio “mirato” di Ayman al Zawahiri, o con la risata scomposta della Clinton dopo l’omicidio di Bin Laden, o con affermazioni simili degli israeliani Gantz, Lapid o Netanyahu dopo l’omicidio di capi della resistenza palestinese o di scienziati iraniani.
Ovviamente vittime molto diverse tra loro, ma tutte accomunate dall’essere state eliminate con omicidi senza processo, commessi da paesi democratici che hanno buttato nelle fogne i principi della democrazia. Tutte vittime disumanizzate, non perché mostri, non tutti lo erano, ma perché la comunicazione mediatica, fedele al diktat imposto, è riuscita a bloccare quelle innervazioni emotive che a livello di massa portano all’empatia, all’indifferenza o all’odio verso il soggetto dato. Quell’odio che scatena irrazionalmente la bestia crudele che vuole vendetta, distruzione del nemico e sterminio di chiunque, armato o inerme, colpevole o innocente venga individuato o assimilato, anche solo per vago accostamento, col nemico.

Bergoglio è colpevole di essere andato controcorrente, ha mostrato pena sia per i bambini russi che ucraini e per Darya Dugina, e per i bambini yemeniti sterminati da fame e bombe e ha definito “delinquenti che ammazzano l’umanità” tutti coloro che con la guerra e col commercio delle armi ci guadagnano. Ma forse per Yurash la massima colpa del Papa è quella di aver “consacrato al cuore immacolato di Maria” sia la Russia che l’Ucraina. Per Yurash Bergoglio ha messo insieme “carnefici e vittime, stupratori e stuprati” e questo è imperdonabile. Il nemico, o il figlio del nemico, non merita pietà. Lo esige la bestia umana, quando non viene neutralizzata da un sincero desiderio di pace.

da qui

 

Siamo già in guerra – Nico Maccentelli

Lo capisci veramente quando di fronte a un atto terroristico di criminali ucraini al soldo del loro governo, nel quale Daria Dugina figlia di Dugin salta in aria, nessun media di regime occidentale lo qualifica come terrorismo e, di conseguenza, nei commenti dei vari post di HuffItalia e del Corriere, viene fuori tutta la merda del compiacimento.

Questa è una guerra che si combatte in Occidente con la propaganda a senso unico, per aprire la strada alla gestione militare della fornitura di armi, per creare un bacino di consenso, per relegare in secondo piano le ricadute economiche già stiamo iniziando a subire sui prezzi dei prodotti energetici e in generale.

E’ una guerra semantica, dove parole come “terrorismo” vengono usate a senso unico come si fa già con la Palestina, assolvendo Israele dai suoi crimini genocidari di stato. Parole come “putiniano”, che non significano nulla perché servono per spalmare la merda su ogni voce dissenziente sono la prosecuzione del grande esperimento di controllo sociale che ha usato la parola “no-vax”.

 

Capisci che questo è il gioco, la strategia e le frasi di esaltazione dell’attentato terroristico contro Dugin che ha colpito la figlia, risuonano ancora più bestiali, feroci, ignobili, come l’esaltazione fascista verso l’entrata in guerra o quelle di Hitler. E’ l’Europa bellezza, l’UE, sono i nostri media, i nostri fanatici di un nuovo ventennio in un fascismo che si presenta in altre forme, più tecnologiche e biopolitiche: propaganda e controllo selettivo attraverso i comportamenti: lo abbiamo visto con il grande esperimento della pandemia.

E poi mi parlano della Meloni. Si servono dell’indignazione dirittoumanitarista non per i migranti, ma usano i migranti per far passare tutto il resto, per introiettarci questo fascismo nel nostro cranio e farcelo vivere come normalità acquisita. Parlano della Meloni e del suo progetto criminale di blocco navale, ma che differenza c’è tra questo e le misure di Minniti che ha finanziato i criminali libici al soldo di una cordata atlantista per bloccare proprio i migranti con i lager, la tortura e lo schiavismo? Sono di versi i dem e i fascisti mazurka coclamati? Io penso proprio di no.

E capisci quindi che la guerra è iniziata da molto tempo prima, preparata con cura step by step, una guerra che è anche contro di noi, i popoli e le classi subalterne, da parte dei criminali che siedono nelle cancellerie, al soldo delle élite di Davos, da parte dei think tank, dei manovratori mediatici, delle intelligence che creano terrorismi utili, battaglioni nazisti, al netto delle modalità con cui le consorterie si scontrano su come condurla. Oggi il nazismo da manovalanza segue gli stessi criteri dei contractor, il subappalto, una sorta di franchising “occulto”, coperto dall’azione dei media che falsificano e ristrutturano la semantica stessa, seminando odio, fabbricando i nemici e al tempo stesso i target come Daria Dugina.

Capisci che la guerra viene da noi in tanti modi e con diversi soggetti: provocazione alla Russia e alla Serbia, false flag e terrorismi come la peste nera che si può diffondere in tutto il continente, ben addestrata e finanziata dagli atlantisti. Viene da noi con il controllo e lo stravolgimento semantico e delle narrazioni, viene da noi con i mille gesti discriminanti che partono dalle migliaia di libri russi bruciati in Ucraina ai mille atti di esclusione dei russi e di ciò che è russo nella nostra vita sociale e culturale. E’ un nazismo che non ha patria, che non parte da Berlino per prendersi Danzica. E’ già a Danzica, in Gran Bretagna, in Italia, in tutta Europa. E’ nel ballo cool della premier finlandese, tanto alternativa e politically correct. E’ lo schifo che avanza.

da qui

 

GUERRA STRUTTURALE – Costituente Terra

 Cari Amici,
in TV ci si domanda perché la guerra in Ucraina è sparita dalla campagna elettorale, che peraltro si sta facendo nella stessa TV. Già, perché è sparita? Chi sa un po’ di giornalismo sa che a “fare notizia” è ciò che è nuovo e fuori dell’ordinario, per esempio un padrone che morde il cane, non un cane che morde il padrone. La guerra in Ucraina non fa più notizia perché è diventata di routine, dura da sei mesi, e non accenna a finire. E perché non finisce? È una guerra bizzarra e insensata: essa non era affatto necessaria: platealmente annunciata (dall’armata russa sul confine) non ci voleva niente ad evitarla. Bastava smettere di dire che l’Ucraina doveva entrare nella NATO (come aveva osato fare il cancelliere tedesco Scholz), bastava per il Donbass rispettare gli accordi di Minsk, e l’aggressione non ci sarebbe stata; poi sarebbe bastato un negoziato in cui si stabilisse la neutralità dell’Ucraina e un’autodeterminazione per il Donbass, come ventilato subito nell’incontro tra i belligeranti ad Ankara, e la guerra sarebbe immediatamente cessata. Invece Biden e la NATO si sono affrettati a dire che sarebbe stata una guerra di lunga durata, Zelensky è andato su tutti i teleschermi del mondo a chiedere armi, gli “Alleati” e Draghi gliene hanno fornito sempre di più, e la guerra è diventata perenne, né Putin ha scatenato l’Armata ex Rossa o ha voluto rischiare i 26 milioni di morti della II guerra mondiale per occupare Kiev e farla finire in fretta. Così la guerra d’Ucraina è diventata una guerra strutturale, non più tra Russia e Ucraina, ma per il nuovo “ordine” del mondo, mettendo ai margini la Russia e la Cina. La guerra mondiale “a pezzi”, lamentata dal Papa, è diventata così una guerra mondiale intera, con un solo “pezzo” votato al sacrificio dai suoi amici, dai suoi nemici e dai suoi cattivi governanti, l’Ucraina. È questa la ragione per cui prendiamo il lutto per l’Ucraina, partecipiamo al suo immenso dolore, vittima com’è di un gioco che la supera.
Ma come mai, evitata la terza guerra mondiale per tutto il Novecento, si è preso spensieratamente il rischio di farla nel 2000? La ragione è che tutti sono convinti, o sperano, che non sia una guerra nucleare; Putin ha del resto assicurato che non userà l’atomica se non nel caso che la Russia sia al limite di scomparire come Stato. D’altra parte la dottrina sulla guerra non è più quella virtuosa millantata fino a ieri, solo “di difesa” (come si chiamano ora i ministeri che prima erano “della guerra”) o di reazione a un’aggressione; dopo la catastrofe imprevista delle Due Torri la “Strategia della sicurezza nazionale americana” ha stabilito che non si può lasciare “che i nemici sparino per primi”, la deterrenza non funziona, la miglior difesa è l’attacco, gli Stati Uniti agiranno, se necessario, preventivamente: tutto testuale. Così, esorcizzata l’atomica, Il recupero della guerra, deciso subito dopo la rimozione del muro di Berlino con la guerra del Golfo, si è reso effettivo, ed ecco che ora la guerra è diventata strutturale, fondativa, è stata ripristinata cioè come strutturante delle relazioni internazionali e dell’ordine del mondo, come è sempre stata dall’inizio della storia fino ad ora, indissolubile dalla politica degli Stati; la guerra non solo come continuazione, ma come sostituzione della politica con altri mezzi.
Questa è la ragione per farne il ripudio. Nella Costituzione italiana esso già c’è, ma la guerra non si fa mai da soli, se non è ripudiata anche dagli altri  il ripudio non funziona. E neanche ci permettono di praticarlo: durante l’equilibrio del terrore, nella divisione internazionale (atlantica) del lavoro a noi era assegnato il compito di distruggere l’Ungheria con i missili da Comiso; chissà perché dovevamo prendercela con l’Ungheria. Poi abbiamo fatto anche noi la guerra all’Iraq, poi da Aviano sono partiti gli aerei che  bombardavano Belgrado, ed ora abbiamo riempito di armi l’Ucraina e facciamo anche quella guerra là.  Perciò abbiamo preso l’iniziativa di proporre ai candidati al futuro Parlamento di promuovere un Protocollo ai Trattati internazionali esistenti per un ripudio generalizzato della guerra e la difesa dell’integrità della Terra; e in pochi giorni da quando l’abbiamo annunciata, nell’ultima newsletter, le adesioni sono state molte centinaia: un successo, ma soprattutto un impegno e una speranza. E il ripudio deve essere “sovrano”: cioè deve stare sopra a tutto, ed essere propugnato non solo dai governi, ma dai parlamentari e dagli abitanti del pianeta come sovrani.
Sul Corriere della Sera si sono domandati poi “dove stanno i cattolici in questa campagna elettorale”, dato che non si preoccupano nemmeno del Credo proclamato da Salvini (ma quale, il credo niceno-costantinopolitano?). Bene, se li cercassero li troverebbero, insieme agli altri, tra i sostenitori di questa iniziativa, tra quelli che vanno a portare gli aiuti all’Ucraina invasa, tra quelli che con la Mediterranea Savings Humans e le altre navi umanitarie tirano fuori i naufraghi dal Mediterraneo e li fanno scampare ai flutti e alla Guardia costiera dei lager libici, finanziata e patrocinata da noi, e in chi ogni domenica chiede la pace dalla finestra di piazza san Pietro.
Nel sito “Costituente Terra” pubblichiamo l’appello e il Protocollo da promuovere “per il ripudio sovrano della guerra e la difesa dell’integrità della Terra” con le firme che finora siamo riusciti a registrare; e ai firmatari chiediamo ora di rivolgersi ai candidati alle elezioni, di cui ieri sono state pubblicate le liste, per sapere se vogliono assumerne il relativo  impegno. Pubblichiamo inoltre degli “Appunti” di Enrico Peyretti per un programma di pace dei partiti nel futuro Parlamento.

 

Redazione
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Un commento

  • Potete scrivere miliardi di fiumi di parole, ma della guerra vi sbarazzerete forse solo quando l’umanità scomparirà dal pianeta, diversamente no, chi vi alleva farà sempre le sue guerre per tosare la vostra specie. Sveglia sognatori.

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