Il caso italiano…

in «Nove su dieci», un pamphlet di Mario Pianta

di Gian Marco Martignoni

Nell’ampia letteratura ormai a disposizione attorno al tema ineludibile del declino produttivo, sociale e culturale del nostro Paese merita una particolare segnalazione il recente pamphlet «Nove su Dieci» (Laterza: pagg. 176, € 14) di Mario Pianta – docente di politica economica all’università di Urbino e tra i fondatori della rete Sbilanciamoci – poiché attraverso la chiave di lettura delle diseguaglianze ci fornisce un’interpretazione del “caso italiano” decisamente originale, oltre ad avanzare un percorso di uscita dalla crisi che ha tra l’altro l’ambizione, tutt’altro che semplice, di voler aggregare un blocco sociale post-liberista.

D’altronde un ventennio di globalizzazione liberista, fondato sul primato della finanza e del libero movimento dei capitali, ha generato una bolla speculativa in seguito alla crisi del mercato immobiliare che ha lasciato senza un tetto milioni di statunitensi e portato al fallimento società immobiliari e grandi banche.

Al contempo l’Europa, guidata dalla locomotiva tedesca, è andata divaricandosi fra un centro sempre più dominante sul piano delle decisioni sovranazionali e i Paesi periferici in cui è cresciuto il debito pubblico, per via di una crescita bassa o addirittura negativa e crescenti disavanzi della bilancia commerciale: debito che, a partire dalla Grecia, è diventato oggetto da un lato degli investimenti della speculazione finanziaria e dall’altro lato delle politiche di austerità della troika (Commissione Europea, Bce, Fmi) tutte indirizzate a mettere in discussione la legislazione sul mercato del lavoro, le garanzie contrattuali, la licenziabilità dei dipendenti pubblici e privati, i sistemi pensionistici nonché a privatizzare lo stato sociale e i cosiddetti beni comuni.

In questo contesto l’Italia è stata colpita da una recessione «tra le più gravi del mondo», in quanto il declino produttivo causato da un’inadeguata struttura produttiva, dal nanismo dimensionale delle imprese, dall’assenza di investimenti e dalla mancanza di innovazione, ha determinato una preoccupante caduta del valore aggiunto del settore manifatturiero e una bilancia commerciale pesantemente in negativo.

Se si considera che già la crisi del 1992 aveva generato una forte riduzione dei salari e il taglio della spesa pubblica, oggi – dopo un ventennio di politiche all’insegna del mercato e a favore dei ricchi (con l’eliminazione delle imposte per la successione e la vistosa riduzione della progressività fiscale) condivise sia dal centrodestra che dal centrosinistra (distintosi solo per qualche leggera correzione improntata alla filosofia del liberismo temperato) – il nostro Paese si contraddistingue in Europa per il più alto divario tra profitti e salari e per un aumento vistoso delle diseguaglianze e della povertà.

La mole e la qualità dei dati riportati da Pianta nel libro indicano le proporzioni della «modernizzazione regressiva» che ha investito l’Italia e la polarizzazione determinatasi tra i nove perdenti nella scala sociale e il solo vincente.

Nove perdenti su dieci come enfatizza il titolo. Basti pensare che nel 2008 il reddito familiare medio degli italiani era di 19.400 euro, ma il 10% più ricco ha ottenuto addirittura 10 volte il reddito del 10% più povero: al vertice dei super-ricchi troviamo le star di professioni, spettacolo e sport, non chi svolge attività d’impresa.

Proprio perché questi dati sono la testimonianza del fallimento delle ricette liberiste e di quel «blocco sociale della depressione» che le ha ispirate, per Pianta urge che «le decisioni sul futuro del sistema produttivo siano riportate all’interno della sfera pubblica», con un rilancio del ruolo dello Stato finalizzato a delineare una riconversione ecologica dell’economia e la definizione di una patrimoniale su una parte delle ricchezze private, nel frattempo ingentemente accumulatesi, per abbattere il debito.

Ovviamente un percorso alternativo di questa portata può affermarsi solo se si determinano le condizioni per una diversa politica redistributiva della ricchezza, in correlazione alla costruzione sociale e politica di un’altra Europa, in grado di limitare il ruolo predominante della finanza e ribaltare la visione neo-liberista che orienta le tecnocrazie sovranazionali.

Senonché i rapporti di forza tra le classi sono tutt’altro che favorevoli, stante la diminuzione della partecipazione politica, la crescita delle formazioni populiste e le politiche di austerità contro le classi popolari, per cui fa bene Pianta a evidenziare i rischi del ritorno, come negli anni ’30, del conflitto tra capitale e democrazia.

 

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