Realizzare l’utopia: «Una persona alla volta»

Le riflessioni di Bruno Lai sul libro di Gino Strada

«L’utopia è solo qualcosa che ancora non c’è».

Lo ripeteva spesso Gino Strada, che la sua utopia l’ha realizzata: curare i feriti di guerra, “una persona alla volta”. Il suo percorso era cominciato a Sesto San Giovanni, la “Stalingrado d’Italia”, «un buon posto dove diventare grandi». Un buon posto, sì, perché a Sesto San Giovanni c’era una forte tradizione antifascista, che risaliva a prima delle guerra e nasceva da «ragioni molto concrete, tangibili: i fascisti ti tenevano d’occhio se la pensavi diversamente, i fascisti picchiavano, i fascisti avevano voluto la guerra».

Sesto San Giovanni era un quartiere operaio, con un passato partigiano ed una forte presenza del partito. Il partito comunista, ovviamente. Le fabbriche davano lavoro a tanti, e nel quartiere erano diffusi valori forti: il senso di comunità, l’etica del lavoro, la responsabilità. Il padre di Gino Strada era operaio alla Breda. Tra le conquiste della sinistra del secondo dopoguerra c’è stata la scuola pubblica aperta a tutti fino all’università. Così Gino Strada è stato il primo della sua famiglia a laurearsi. Negli anni di università studiò tantissimo, impegnandosi anche nel movimento studentesco. «C’erano diritti da difendere e da rivendicare, né l’Argentina né il Vietnam erano troppo lontani». Poi si è specializzato con Vittorio Staudacher, un luminare della chirurgia d’urgenza, un grande clinico. Il professor Staudacher lo mandò negli Stati Uniti ad imparare qualcosa di nuovo. Strada studiava tantissimo, ma non ci si fermò: «gli Stati Uniti non facevano per me. Che senso ha praticare la chirurgia d’urgenza in un Paese dove per potersi curare la gente deve tirar fuori la carta di credito? Tornai a Milano dopo quattro anni con un’esperienza sui trapianti cuore-polmone che avevamo in pochi».

La sua strada la scoprì quasi per caso, quando decise di fare esperienza nell’ospedale di un Paese povero. Fu mandato a Quetta, in Pakistan. Capitò in un ospedale per feriti di guerra. «Il Pakistan era in pace, almeno formalmente. Ma l’Afghanistan no. Anche dopo il ritiro delle forze di occupazione sovietiche la guerra era continuata: con i soldi e le armi di alcuni Paesi stranieri, Stati Uniti, Pakistan e Arabia Saudita in testa, i “ribelli” mujaheddin combattevano le forze governative del presidente Najibullah, filosovietico».

Gino Strada ricorda il suo primo paziente: un bambino di circa sette anni, portato lì in taxi dal padre. Ecco che in sala operatoria il chirurgo di Sesto San Giovanni incontra per la prima volta l’orrore: «la mano era esplosa e al suo posto c’era una palla disgustosa e bruciacchiata fatta di muscoli e pelle, ossa e vestiti, sangue coagulato e frammenti di plastica. C’è chi la chiama “lesione a cavolfiore”, il che ne descrive bene la forma ma non il contenuto: quel cavolfiore nerastro era la mano destra di un bambino di sette anni. Dovetti amputare l’arto poco sopra il polso».

In quell’ospedale Strada resistette per tutto l’incarico, mentre in tanti rinunciavano dopo poche settimane, e cominciò a porsi domande: «Una corsia pediatrica in un ospedale per feriti di guerra? Che cosa c’entrano i bambini con la guerra»? Bambini con quella “lesione a cavolfiore” ne incontrò tanti altri. Mai adulti, soltanto bambini. Perché quell’orrore era il frutto dei “pappagalli verdi”, mine che sembrano giocattoli, progettate non per uccidere, ma per mutilare bambini. E non erano le uniche mine a provocare la carneficina, di cui nell’ospedale dove lavorava arrivavano i sopravvissuti: ce n’erano molte altre, «mine fabbricate in Cina, in Russia, negli Stati Uniti, in Italia».

Quell’esperienza gli cambiò la vita: decise di voler fare il chirurgo di guerra. La destinazione successiva fu Kabul, proprio in Afghanistan. Lì, di nuovo bambini, donne, anziani, civili, pochissimi combattenti. Lo sconvolse ed indignò la tragica constatazione che la guerra faceva soprattutto vittime civili. «Dei dodicimila feriti registrati in quell’ospedale, il 34 per cento erano bambini, il 26 per cento anziani, il 16 per cento donne: oltre tre quarti di loro non avevano preso parte alle ostilità. I combattenti rappresentavano appena il 7 per cento del totale».

«Che cosa c’entravano i civili con la guerra»?

Come potevano dei soldati decidere di assassinare persone innocenti e disarmate? La risposta si trova negli scritti di Howard Zinn, storico americano radicale, con cui diventeranno amici: «esiste un meccanismo preciso per cui si accetta di uccidere gente innocente: “All’inizio della guerra si fa una scelta: che la tua parte è buona e l’altra è cattiva. Una volta che hai fatto questa scelta, non hai più bisogno di pensare: qualsiasi cosa tu faccia, non importa quanto sia orribile, è accettabile”».

Prima di diventare uno “storico radicale”, contrario alla guerra, Zinn si era arruolato volontario nell’aviazione nella Seconda guerra mondiale, «convinto di combattere una battaglia giusta. Era disgustato da quello che aveva letto della Prima guerra mondiale, quella carneficina orrenda, eppure pensava che la guerra per liberare l’Europa dal nazifascismo fosse necessaria, inevitabile. Dal suo B-17 sganciò bombe su tante città della Germania, della Cecoslovacchia, dell’Ungheria, anche della Francia. “Quando sganci bombe da otto chilometri di altezza non vedi quello che accade sotto. Non senti urla, non vedi sangue. Non vedi bambini fatti a pezzi dall’esplosione delle tue bombe. In tempo di guerra, le atrocità vengono commesse dalla gente comune, che non vede le vittime come esseri umani, li vede soltanto come il nemico, anche se il nemico ha cinque anni”.

«Sceso da quel bombardiere, capì che non esiste una guerra giusta e spese tutta la sua vita per farlo capire al mondo».

La guerra fa soprattutto vittime civili. In tutti gli anni successivi, questa assurda verità troverà infinite conferme: la maggior parte delle vittime delle guerre odierne sono civili! «La persona normale sempre più al centro del bersaglio di tutti gli incivili del pianeta, di tutti i grandi “eroi” moderni che avevano in mano armi e le usavano contro gli inermi». Questa odiosa verità Gino la ripeterà per il resto della sua vita, in conferenze, convegni, incontri di ogni genere. A cominciare da diverse partecipazioni come ospite al “Maurizio Costanzo Show”, dopo che aveva già deciso di dar vita a Emergency. In quelle occasioni indicò anche le aziende, alcune del gruppo Fiat, che producevano le mine antiuomo, che facevano vittime soprattutto tra i civili innocenti. Arrivarono tantissime lettere di solidarietà, donazioni che permisero di cominciare l’attività di Emergency, ed anche un’indignazione pubblica che portò alla Legge 374: Norme per la messa al bando delle mine antiuomo, che sarà approvata nel 1997.

Subito dopo l’attentato dell’11 settembre 2001, gli Stati Uniti di George Bush decisero di invadere l’Afghanistan. O meglio: la decisione risaliva all’autunno del 2000 ed era stata presa dall’amministrazione Clinton. Questa notizia era ampiamente riportata dai giornali pakistani dell’epoca, ma non trovava eco in quelli “occidentali”. L’attentato alle Torri gemelle fornì il pretesto che serviva per non far apparire del tutto ingiustificata, qual era, l’aggressione all’Afghanistan. L’attacco partì nell’ottobre 2001, «nella completa illegalità internazionale». «Gli Stati Uniti stavano attaccando l’Afghanistan perché aveva offerto ospitalità e supporto alla guerra santa di Osama bin Laden. Ma la “guerra al terrorismo” era solo il nome con cui cercavano di rendere accettabile la loro decisione di eliminare il governo talebano. Con i talebani avevano trattato per almeno due anni per trovare un accordo: riconoscimento formale e aiuti in cambio del controllo sui futuri oleodotti e gasdotti dall’Asia Centrale al Mare Arabico, attraverso il Pakistan. Evidentemente le cose non erano secondo i piani». Anche l’Italia partecipò all’aggressione dell’Afghanistan. Nonostante il fatto che l’articolo 11 della nostra Costituzione reciti che «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali»! Soltanto nel caso in cui il Consiglio di sicurezza dell’Onu decida un intervento militare a sostegno di un Paese aggredito, l’Italia può partecipare in difesa di chi subisce l’attacco. Scrive Gino Strada con indignazione: «Il 7 novembre 2001, quando il 92% del Parlamento italiano votò per la guerra, gli Stati Uniti non erano sotto attacco, non era in corso alcun esercizio di autodifesa da parte loro.

«Così è iniziata l’avventura afgana dell’Italia: calpestando la Costituzione, manipolando e stravolgendo lo statuto dell’Onu e le risoluzioni del suo Consiglio di sicurezza».

In quell’occasione Strada scoprì di non essere un pacifista, ma di essere contro la guerra. Allora decise di raccontarla, oltre a curarne i feriti. Un significativo aiuto arrivò dall’amico Vauro, che disegnò una famosa vignetta: «Istruzioni per capire che cos’è la guerra. Prendi la fotografia di un bambino afgano e, al posto della sua faccia, incollaci quella di tuo figlio».

Quale disastro sia stata la ventennale occupazione americana dell’Afghanistan oggi lo sappiamo tutti. «Non era difficile da prevedere, e invece ci sono voluti 2448 soldati uccisi, oltre 20.000 feriti, 300 milioni di dollari al giorno per vent’anni – solo da parte degli Stati Uniti – per capire che avevano perso la guerra senza possibilità di appello. Già nel 2001 noi dicevamo che sarebbe stata un disastro per tutti».

«Cost of War, della Brown University, stima in circa 241.000 persone le vittime dirette della guerra; altre centinaia di migliaia sono morte a causa della fame, delle malattie e della mancanza di servizi essenziali. […] La guerra ha prodotto cinque milioni di sfollati».

«Per finanziare tutto questo, gli Stati Uniti hanno speso complessivamente oltre 2000 miliardi di dollari, l’Italia 8,7 miliardi di euro. Una cifra indecente per due Paesi che in questi anni avrebbero avuto altre priorità, ad esempio la scuola e la sanità».

«Se quel fiume di denaro fosse andato alla popolazione dell’Afghanistan, adesso il Paese sarebbe una specie di Svizzera con montagne più spettacolari».

[…] «A guardar i bilanci, le uniche ad aver tratto un vantaggio da questa guerra sono le grandi industrie belliche».

«Una ricerca di The Intercept lo spiega in modo semplice: 10.000 dollari in azioni dei principali fornitori militari del governo statunitense (Boeing, Raytheon, Lockeed Martin, Northrop Grumman e General Dynamics) acquistate il 18 settembre 2001 – giorno in cui George W. Bush ha autorizzato l’intervento militare – varrebbero oggi, con utili reinvestiti, oltre 97.000 dollari».

«In ventidue anni di lavoro in Afghanistan, Emergency ha speso circa 133 milioni di euro raccolti da donatori privati, istituzionali e negli ultimi anni anche dal governo afgano».

«Con questa cifra, abbiamo aperto 3 ospedali, un centro di maternità, 44 posti di primo soccorso, abbiamo curato oltre 7 milioni di persone, formato nuovi medici e personale sanitario, dato lavoro a circa 2500 afgani».

E, aspetto importante, tutte le persone sono state curate bene. Quando Emergency apre un nuovo ospedale in un Paese povero, lo costruisce bello, «scandalosamente bello», pulito, con tutte le tecnologie disponibili nei migliori centri di cura occidentali, per dimostrare che i diritti sono veramente di tutti. «Se essere curati è possibile a Milano, perché non dovrebbe esserlo a Kabul»? «Il modo migliore di praticare l’eguaglianza […] è dimostrare a chi aiutiamo che lo consideriamo uguale a noi con i fatti, concretamente. Condividere i migliori risultati che abbiamo raggiunto in tutti i campi, dall’architettura alla medicina, per dare un segnale inequivocabile: la volontà di portare loro esattamente quello che vorremmo per noi stessi».

Nascere in Italia, in Svezia o in un Paese povero dell’Africa non dovrebbe essere ciò che decide se la persona avrà o meno accesso a cure adeguate. E, quando lavora in un Paese in guerra, Emergency si mantiene indipendente e cura tutti, civili (soprattutto, l’abbiamo già visto) e militari, di entrambi le parti. «Un ospedale deve essere un luogo “ospitale” per tutti, dove si cura chi ha bisogno semplicemente, banalmente, perché chi ha bisogno di cure deve riceverle». Gratuitamente!

«Io non sono pacifista, io sono contro la guerra», ripeteva spesso Gino Strada. Ed altrettanto spesso si sentiva obiettare: ma la guerra c’è sempre stata, abolirla è un’utopia, a volte è necessaria per combattere un dittatore o per sconfiggere il terrorismo. Allora Strada suggerisce una replica: «come è andata con la scelta ripetuta della guerra in tutti questi anni? Come vivono oggi le persone in Afghanistan e in Iraq, in Libia e in Siria e in tutti gli altri luoghi devastati dalla violenza? Che cosa hanno da mangiare, possono studiare, ricevono le cure di cui hanno bisogno? Quanti morti hanno dovuto piangere, quante sofferenze sopportare, quanto orrore hanno dovuto vedere»?

No, la guerra non funziona! Non ha mai funzionato. Nel 1916 – chi lo ricorda? – il presidente americano Thomas Woodrow Wilson propose «la guerra per far finire tutte le guerre». Ha funzionato?

Torniamo alla sanità ed al diritto alla salute. In Italia negli ultimi decenni è avvenuto un tragico mutamento epocale. Avevamo un ottimo sistema sanitario pubblico. «Ci sarebbe da ringraziare tutti i giorni Tina Anselmi – scriveva Strada -, che volle il Sistema sanitario nazionale nel 1978, e continuare a investire per migliorarlo, e invece».

«Secondo un recente Rapporto Istat [del 2017], circa quattro milioni di italiani hanno rinunciato a curarsi per ragioni economiche. Quattro milioni di persone escluse, private di un loro diritto».

«Nel 2000, l’Organizzazione mondiale della sanità aveva dichiarato il Sistema sanitario italiano il secondo migliore al mondo, dopo quello francese, per qualità e universalità delle cure». Che cosa è cambiato, allora? Perché tanti italiani oggi non ricevono le cure mediche di qualità a cui hanno diritto? Da allora sono iniziati i tagli lineari ed il definanziamento. La Costituzione, all’articolo 32, dichiara: «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività». È l’unico diritto che venga definito “fondamentale”! Che fine ha fatto?

Il problema nasce nel momento in cui la sanità è diventata un business: «Obiettivo e strategia sono elementari: guadagnare molto – miliardi di euro – sulla malattia anziché sulla salute dei cittadini. Come? Con un po’ di creatività, nella pratica medica si sono fatti strada interventi non necessari, indagini diagnostiche non giustificate, terapie costose a fronte di benefici opinabili… esempi di un modus operandi che promuove il “business della malattia” e ingrassa l’industria della salute». I meccanismi che permettono questo stravolgimento del Sistema sanitario nazionale sono noti: compartecipazioni, libera professione intramoenia, e soprattutto le convenzioni! Che strano: «alla fine, chi esalta l’iniziativa privata spesso campa e guadagna con i soldi concessi dal pubblico».

«Come può lo Stato garantire cure gratuite a tutti coloro che ne hanno bisogno se ogni anno spende decine di miliardi di euro nelle convenzioni? Non conosco imprenditori tanto sprovveduti da regalare una quota così consistente dei loro investimenti a un diretto concorrente».

«Gli ospedali sono diventati aziende ospedaliere, i cui reparti vengono finanziati non sulla base dei risultati di salute per i pazienti, ma delle procedure eseguite. Parte del personale è sottopagata e mantenuta in un precariato permanente con contratti a termine».

È possibile cambiare rotta, tornare ad un Sistema sanitario nazionale che garantisca a tutti gli individui il diritto alla salute gratuitamente? Sì, si può fare, scriveva Gino Strada. E non sarebbe neanche particolarmente difficile. Sarebbe sufficiente ripristinare «una sanità pubblica, unica e non regionale, gratuita e di alta qualità». «Le risorse per riportare il Sistema sanitario nazionale al livello necessario a garantire il diritto alla cura delle persone ci sarebbero. Anzi, ci sono: basterebbe cancellare dal budget della sanità pubblica i fondi destinati al privato, eliminando, ad esempio, le convenzioni». E non sarebbe male, anzi sarebbe proprio un gran bene, sottrarre al settore militare parte delle risorse pubbliche ad esso destinate, che in questi decenni sono sempre cresciute! «Anche di fronte agli enormi bisogni sanitari e sociali generati da questa pandemia, nel 2021 la spesa militare è aumentata rispetto al 2020. Dell’8 per cento, non spiccioli».

Questo folle ed enorme sperpero di denaro pubblico in armamenti ed eserciti non è qualcosa che riguardi soltanto l’Italia. «Secondo il Sipri, l’Istituto svedese di ricerca sulla pace, nel 2020 la spesa militare globale ha continuato a salire, sfiorando i 2000 miliardi di dollari. Il bilancio dell’Organizzazione mondiale della sanità è poco più di 2 miliardi di dollari, lo 0,10 per cento di quanto si spende per le armi».

«Come sempre, si tratta di scegliere da che parte stare».

[11 agosto 2006: Venezia, concerto dei Pink Floyd; David Gilmour dedica On the Turning Away ad Emergency ed a Gino Strada: https://www.youtube.com/watch?v=IwVwdOEWBE8]

 

 

redazione
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

Un commento

  • domenico stimolo

    E’ importante evidenziare che il libro di Gino Strada, uscito da circa sei mesi nelle librerie ( inizio marzo), è rimasto sempre in classifica, tra i più venduti. Prima tra i “top 10”, poi sella sezione “Saggistica”.
    Nell’ultima settimana di rilevazione si registra una nuova crescita di attenzione. Significativa e importante, si trova infatti al primo posto nella “saggistica”.
    Gino Strada, vero eroe civile italiano ed eccelso propugnatore del valore supremo della Pace, si trova sempre, con grande affetto, nella memoria viva di tanti donne e uomini.
    Leggere il Suo libro, redatto poco prima della scomparsa, assume un rilievo prioritario per tutti, in questo Paese fortemente confuso e manovrato dalla propaganda sulle “virtù della guerra”.
    Porta sollievo!

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