Avevamo ragione noi! A 25 anni dal G8 di Genova
di Bruno Lai (*)
Venticinque anni fa si svolgevano a Genova un vertice del G8 ed il controvertice del Genoa Social Forum, che portò pacificamente in piazza centinaia di migliaia di persone, provenienti da tutto il mondo. Gli attivisti del Genoa Social Forum proponevano idee per realizzare un mondo migliore: migliore di quello di allora e, soprattutto, migliore di quello di oggi, perché se le proposte del Genoa Social Forum fossero state ascoltate, oggi vivremmo in un mondo decisamente più equo e salubre.
Ma cominciamo da dove tutto ebbe inizio, da Seattle.
Prima di diventare un fenomeno mediatico a Seattle nel 1999, il movimento contro la globalizzazione neoliberista era un insieme variegato di culture, campagne, associazioni e comitati della società civile che lavoravano “dietro le quinte” da molti anni per analizzare criticamente la globalizzazione economica. Già nel 1998 ed all’inizio del 1999 si erano verificate forti proteste e catene umane durante i vertici del G7/G8 e del WTO a Birmingham, Ginevra e Colonia. La nascita ufficiale sulla scena pubblica avvenne grazie al cartello di 1387 organizzazioni denominato “Stop Millennium Round”, che riuscì a bloccare i lavori della conferenza del Wto a Seattle il 30 novembre 1999.
Con la contestazione al “Millennium Round” del WTO, World Trade Organization o Organizzazione Mondiale del Commercio, a Seattle si ottenne la prima grande battuta d’arresto per gli accordi sovranazionali e per il WTO. Nacque in questa occasione il cosiddetto “Popolo di Seattle”, un network eterogeneo capace di unire protesta e proposta. Purtroppo, fece il suo esordio mediatico e sul campo anche il “blocco nero”, black bloc, un movimento radicale e violento, incline allo scontro.
Nel 1999 il “Popolo di Seattle” riuscì a fermare pacificamente il vertice WTO perché combinò massa, coordinamento e blocco fisico degli accessi, trasformando una protesta in un’azione capace di paralizzare la conferenza. Mise in campo una coalizione ampia di sindacati, ambientalisti, studenti, pacifisti e reti radicali, che agirono insieme. Portò in strada decine di migliaia di persone, rendendo impossibile ignorare la protesta. Scelse l’obiettivo preciso di impedire pacificamente ai delegati di entrare nella zona del summit. Organizzò cortei simultanei da più direzioni, così da accerchiare il perimetro. Tagliò i collegamenti e rallentò i movimenti della polizia, mettendo in crisi il dispositivo di sicurezza. Usò blocchi, sit-in e disobbedienza civile per occupare fisicamente strade e incroci. Attaccò anche i simboli del potere economico globale, dando forza politica e visibilità al messaggio. Nonostante il fatto che le proteste fossero del tutto pacifiche, le forze dell’ordine risposero con gas, cariche e arresti, ma non riuscirono subito a liberare l’area. Il caos mediatico rese il vertice ingestibile ed oscurò i negoziati. Alla fine il WTO dovette rinviare o bloccare l’avvio del “Millennium Round”, cioè il nuovo ciclo negoziale.
La risposta violenta della polizia colpì duramente i manifestanti pacifici, ma non i black bloc: «a differenza della maggioranza degli attivisti, colpiti in varie occasioni con spray al pepe, gas lacrimogeni e proiettili di gomma, la maggior parte del nostro spezzone di black bloc ha evitato di procurarsi serie ferite rimanendo costantemente in movimento ed evitando il confronto con la polizia». Mentre il composito “Popolo di Seattle” aveva agito in coordinazione per impedire pacificamente lo svolgimento del vertice WTO, i black bloc, che non ne facevano parte, erano mossi da altri fini ed altre idee: «la distruzione della proprietà non è un’attività violenta a meno che non distrugga vite o causi dolore nella sua effettuazione. In base a questa definizione, la proprietà privata – in special modo quella legata alle imprese – è essa stessa infinitamente più violenta di qualunque azione intrapresa contro di essa. La proprietà privata andrebbe distinta dalla proprietà personale. Quest’ultima si basa sull’uso, mentre la proprietà privata si basa sul commercio». […]
«La proprietà privata – nonché, per estensione, il capitalismo – è intrinsecamente violenta e repressiva, e non può essere riformata o mitigata. […] Quando frantumiamo una vetrina, intendiamo distruggere il sottile velo di legittimità che circonda i diritti che discendono dalla proprietà privata. […] “Distruggendo” la proprietà privata, convertiamo il suo limitato valore di scambio in un esteso valore d’uso» (Comunicato del black bloc presentato a Seattle, citato in Carlo Gubitosa, Genova nome per nome. Le violenze, i responsabili, le ragioni. Inchiesta sui giorni e i fatti del G8, Altraeconomia, 2003, 2011. Prendo dal prezioso lavoro di Gubitosa gran parte delle informazioni di cui mi avvalgo in questo scritto).
Nel 2000 la protesta contro la globalizzazione neoliberista arrivò in Europa. Emerse la sfida intellettuale e politica alle istituzioni internazionali lanciata da attivisti e diversi teorici globali, come ad esempio Walden Bello, direttore di Focus on the Global South, un’organizzazione non governativa thailandese con base a Bangkok. La critica di Walden Bello alle pericolose politiche di Fondo Monetario Internazionale (FMI) e Banca Mondiale era piuttosto circostanziata:
«Negli ultimi 30 anni il Fondo e la Banca sono stati intimamente associati con governi corrotti e con chi ha violato i diritti umani. Cos’hanno in comune tra di loro la dittatura militare del Brasile, Ferdinand Marcos, il generale Pinochet, il governo del PRI in Messico e il regime di Suharto? Sono tutti governi o capi di governo che sono stati indicati dalla Banca mondiale come “paesi di concentramento”, vale a dire paesi verso i quali il flusso di risorse della Banca sarebbe stato maggiore di quello diretto verso altri paesi simili per dimensioni e capitali. […] In base a vari rapporti, tra cui un rapporto interno della Banca mondiale del 1999, la Banca ha tollerato la corruzione, accettando come dati di fatto statistiche governative false, legittimando la dittatura e proponendola come modello per gli altri paesi».
Gli attivisti di Seattle (1999) – e poi del Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre (gennaio 2001) – contestavano il modello di globalizzazione neoliberista perché responsabile di aumentare le disuguaglianze, subordinare le politiche pubbliche agli interessi delle multinazionali, smantellare tutele sociali ed ambientali, e negare spazi di democrazia economica ai paesi ed ai movimenti del Sud del mondo. Le decisioni di FMI e Banca Mondiale comportavano pesantissimi tagli allo stato sociale, alla sanità, alle pensioni e all’istruzione, imposti ai paesi in via di sviluppo come condizione per concedere crediti.
Se a Seattle la protesta nacque contro la Conferenza ministeriale del WTO e mirava a bloccare l’agenda di liberalizzazione commerciale favorevole alle multinazionali ed ai paesi ricchi a scapito di lavoratori, contadini e servizi pubblici; a Porto Alegre, invece, si tenne il primo Forum Sociale Mondiale come contro-vertice al World Economic Forum di Davos; lì si costruirono alternative dal basso al neoliberismo e si diede voce a movimenti sociali, sindacati, ONG e reti del Sud globale.
Cosa criticavano gli attivisti di Seattle e del Forum Sociale Mondiale sul piano economico ed istituzionale?
Come abbiamo visto, criticavano la liberalizzazione commerciale e la deregolamentazione. Gli attivisti sostenevano che l’apertura indiscriminata dei mercati favorisse soltanto le grandi imprese ed impoverisse le economie locali senza offrire meccanismi di compensazione per chi perdeva reddito o posti di lavoro.
Criticavano il ruolo svolto dalle istituzioni internazionali come WTO, FMI e Banca Mondiale, che venivano giustamente accusate di imporre politiche (condizionalità, austerità, privatizzazioni) che limitavano la sovranità nazionale ed impedivano politiche redistributive. Gli accordi sovranazionali vincolanti venivano decisi al di sopra dei singoli Stati, privando i parlamenti nazionali eletti dai cittadini del loro potere sovrano.
Come spiega Mario Pianta, professore di politica economica all’Università di Urbino, «le potenze occidentali decisero ben presto di svuotare i poteri economici dell’Onu: alla Banca mondiale e al Fondo monetario le decisioni si prendono non contando i popoli, come nell’Assemblea generale, ma i pacchetti azionari, la cui maggioranza è saldamente in mano ai paesi più ricchi» (Questa ed altre citazioni sono prese dall’ottimo libro di Carlo Gubitosa, Op. cit.).
Riporto un caso per esemplificare in che modo l’azione scellerata di questi organismi sovranazionali non democratici, WTO, FMI e Banca Mondiale, limiti pesantemente la sovranità dei singoli Stati che commettono l’errore di aderirvi. «L’ipotesi di una vittoria legale delle multinazionali contro i parlamenti eletti dai cittadini è purtroppo più concreta di quanto non sembri, come dimostra l’esempio del Canada, che dopo aver aderito nel gennaio 1994 al Nafta (North American Free Trade Agreement) è stato costretto, a causa di questo accordo di libero scambio tra Usa, Canada e Messico, a rimettere in commercio l’Mmt (un additivo per benzine che si era rivelato una neurotossina pericolosissima per la salute umana). In caso contrario il Canada avrebbe dovuto pagare 251 milioni di dollari, richiesti dalla Ethyl Corporation, la multinazionale produttrice dell’additivo, a titolo di risarcimento per i profitti previsti e non ottenuti per “colpa” della legge canadese che proibiva la vendita della sostanza incriminata. Rimettendo in commercio l’additivo, il Canada se l’è cavata “solo” con un risarcimento danni di 13 milioni di dollari, sottratti dalle casse dello Stato a beneficio della Ethyl Corporation» (Gubitosa, Op. cit.).
Il movimento di Seattle e Porto Alegre lanciava l’allarme anche sull’impatto devastante che l’azione del WTO avrebbe avuto sul piano sociale e dei diritti. Con le progressive privatizzazioni dei servizi si trasformavano salute, istruzione e beni comuni in merci, con una notevole perdita di diritti sociali fondamentali e di accesso universale ai servizi essenziali.
Rispetto al lavoro ed all’aumento delle disuguaglianze, la globalizzazione neoliberista era imputata di creare precarietà, ridurre salari reali in molti settori ed ampliare il divario tra Nord e Sud del mondo.
Anche ambiente ed agricoltura subiscono i danni delle decisioni di WTO & Co. Le politiche orientate alla crescita ed all’espansione delle multinazionali sono responsabili di sfruttamento ambientale, perdita di biodiversità e modelli agricoli industriali dannosi. I movimenti contadini, ad es. figure come José Bové, denunciarono gli effetti delle politiche commerciali su piccole aziende agricole e sull’autonomia alimentare.
Sui danni prodotti alla democrazia, il movimento sottolineava come molte decisioni economiche venissero prese in sedi internazionali opache e non responsabili verso i cittadini e la società civile. Inoltre, la crescente influenza di marchi e corporation sulla cultura, sui media e sulle politiche pubbliche fu oggetto di forte contestazione, tema ripreso anche nella letteratura critica dell’epoca.
Il movimento esprimeva importanti novità relative a pratiche e linguaggi della protesta. A Seattle si combinarono blocchi di strada, manifestazioni di massa e azioni creative di disobbedienza nonviolenta, che misero assieme sindacati, ambientalisti, ONG e gruppi giovanili; a Porto Alegre invece l’enfasi era su incontri, reti di confronto e costruzione di alternative.
Entrambi gli eventi, Seattle 1999 e Porto Alegre 2001, sono spesso letti come momenti fondativi del cosiddetto movimento antiliberista o “movimento dei movimenti”, caratterizzato da pluralità di soggetti e rivendicazioni interconnesse.
Mentre a Seattle si contestava soprattutto l’agenda del WTO e le sue implicazioni immediate su commercio e lavoro, a Porto Alegre si cercava di articolare proposte alternative, come politiche redistributive, diritti sociali, sostenibilità, nonché modalità di coordinamento fra movimenti internazionali.
Sintetizzate dagli slogan “Un altro mondo è possibile” e “People before profit”, “Le persone prima del profitto”, il movimento avanzava proposte che miravano a costruire un’alternativa al neoliberismo: cancellazione del debito dei paesi poveri, tassa sulle transazioni finanziarie, lotta ai paradisi fiscali, diritto universale al lavoro ed alla protezione sociale, commercio equo, sovranità alimentare, tutela dei beni comuni come l’acqua, difesa dei diritti contro discriminazioni e razzismo, stop alla distruzione ambientale, riduzione delle basi militari e riforma delle istituzioni internazionali.
Si trattava di riforme praticabili, seppure con tempi diversi. Alcune erano realizzabili come riforme graduali o negoziate – per esempio regolazione finanziaria, contrasto ai paradisi fiscali, rafforzamento dei diritti sociali e del commercio equo -, mentre altre richiedevano cambiamenti più ampi degli equilibri politici globali.
Tassa sulle transazioni finanziarie, misure contro l’elusione fiscale, rafforzamento dei diritti del lavoro, regole ambientali più severe, sostegno a forme di commercio più eque: erano tutti interventi realizzabili in tempi brevi o medi.
Un lasso maggiore di tempo sarebbe stato necessario per la cancellazione generalizzata del debito, lo smantellamento delle basi militari all’estero, una riforma profonda di FMI, Banca Mondiale e WTO, perché avrebbero richiesto consenso tra governi molto diversi e una radicale revisione dell’ordine economico internazionale.
Il valore del Forum stava in parte nel “programma minimo”, ma ancora di più nel fatto che rendeva visibile un’agenda alternativa e collegava tra loro lotte sociali, ambientali, sindacali e del Sud globale.
Gli attivisti di Porto Alegre proponevano un’alternativa al neoliberismo, non il rifiuto della globalizzazione in sé. Per questo definirli “no-global” è riduttivo e sbagliato. Chiedevano una forte regolazione dei mercati finanziari, con misure contro la speculazione e i paradisi fiscali. Difendevano il diritto al lavoro, ai salari dignitosi e alla protezione sociale universale. Promuovevano il commercio equo e rapporti economici meno squilibrati tra Nord e Sud del mondo. Rivendicavano sovranità alimentare e tutela dell’agricoltura contadina. Insistevano sulla difesa dei beni comuni, come acqua, salute e istruzione. Collegavano giustizia sociale e giustizia ambientale, opponendosi alla distruzione ecologica. Chiedevano più democrazia nelle istituzioni internazionali, considerate troppo opache e sbilanciate.
Se le proposte del Forum Sociale di Porto Alegre fossero state davvero accolte, l’ordine economico internazionale si sarebbe spostato molto più verso regole sociali, redistribuzione e controllo democratico dei mercati. Gli effetti più probabili sarebbero stati minore austerità, più spazio per welfare e servizi pubblici, ed una riduzione del potere politico delle grandi corporation e della finanza speculativa. Il mondo risultante sarebbe stato meno orientato al profitto di breve periodo e più alla protezione di lavoro, salute e ambiente.
Una maggiore regolazione finanziaria e la tassa sulle transazioni avrebbero probabilmente reso più costosi i flussi speculativi, limitando almeno in parte la volatilità dei capitali. La lotta ai paradisi fiscali e l’idea di redistribuire risorse verso il welfare avrebbero potuto aumentare la capacità fiscale degli Stati, soprattutto di quelli più deboli, e quindi la loro autonomia nelle politiche sociali. La cancellazione del debito dei paesi poveri avrebbe liberato risorse per sanità, istruzione e infrastrutture invece che per interessi e rientro del debito.
Se applicate, le riforme proposte dal Forum Sociale Mondiale avrebbero attenuato la trasformazione di servizi essenziali in merci, che il movimento criticava con forza. Per esempio, la battaglia sul farmaco e sull’accesso alla salute avrebbe potuto anticipare politiche più favorevoli ai medicinali a basso costo nei paesi poveri. Un’altra conseguenza sarebbe stata una maggiore protezione ambientale, perché il programma di Porto Alegre teneva insieme giustizia sociale e giustizia ecologica. La sovranità alimentare e il sostegno all’agricoltura contadina avrebbero potuto frenare parte della spinta verso l’agroindustria e la dipendenza dalle importazioni. Questo avrebbe rafforzato piccoli produttori e filiere locali, con effetti potenzialmente positivi su biodiversità e consumo del suolo.
Sul piano istituzionale, l’accoglimento delle proposte avrebbe significato un’ONU e organismi economici internazionali più democratici, meno dominati da pochi Stati ricchi. Invece di una globalizzazione guidata soprattutto da WTO, FMI e Banca Mondiale, si sarebbe avuto un modello più orientato alla rappresentanza di movimenti sociali, sindacati, ONG e Sud globale. Il risultato più realistico non sarebbe stato un “ribaltamento” totale del capitalismo mondiale, ma una sua correzione profonda in senso redistributivo e regolativo.
A metà 2001 l’attività del movimento dei movimenti si spostò definitivamente sul territorio italiano. Le diverse anime del movimento – cattolici, ambientalisti, disobbedienti, sinistra storica – si coordinarono siglando il “Patto di Lavoro” e fondando il Genoa Social Forum per gestire i dibattiti, i Public Forum, e le manifestazioni di luglio, mentre le autorità predisposero misure eccezionali di intelligence e ordine pubblico.
Il “Patto di Lavoro” nacque ufficialmente il 19 dicembre 2000, preceduto da incontri a ottobre e novembre, come coordinamento di organizzazioni italiane in vista del G8. Univa realtà molto diverse tra loro, sia locali sia nazionali, tra cui Associazione per la Pace, Ya Basta!, Rete Lilliput, Legambiente, WWF, Centro sociale Leoncavallo, Mani Tese, e la rivista “Nigrizia”. Il 27 febbraio 2001, dopo l’esperienza del Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre, il Patto di Lavoro venne ribattezzato Genoa Social Forum, GSF, per essere più identificabile dai movimenti stranieri.
La piattaforma originaria era piuttosto generica e priva dei contenuti dettagliati che avevano caratterizzato altre coalizioni, come quella di Seattle nel 1999. Questa genericità fu voluta per mantenere l’unità tra sigle così diverse. Il punto centrale era la contestazione del fatto che 8 Stati pretendessero con arroganza di prendere decisioni informali le cui disastrose conseguenze economiche e sociali – es. brevetti sui farmaci, scudo spaziale – sarebbero ricadute sull’intero pianeta. Il Patto di Lavoro, comunque, denunciava la profonda ingiustizia per cui l’arricchimento di una parte minoritaria dell’umanità avvenisse attraverso l’impoverimento di gran parte della restante maggioranza. «Il 20% della popolazione mondiale quella dei Paesi a capitalismo avanzato consuma l’83% delle risorse planetarie; 11 milioni di bambini muoiono ogni anno per denutrizione e 1 miliardo e 300 milioni di persone hanno meno di un dollaro al giorno per vivere. E lo scenario invece che migliorare, peggiora continuamente».
Il GSF ribadì formalmente il carattere pacifico e non violento delle manifestazioni, impegnandosi a non attaccare le persone, comprese le forze dell’ordine, ed a rispettare la città, come poi fece. Nel gennaio 2001 venne lanciata una petizione e una lettera aperta per chiedere alle istituzioni la garanzia della libertà di espressione e manifestazione durante il vertice. Venne programmata un’intera settimana di dibattiti e sessioni tematiche, dal 16 al 22 luglio, con relatori provenienti da tutto il mondo.
Il 26 maggio, le “Tute Bianche” lanciarono un proclama allegorico e simbolico di “guerra ai potenti”, provocando forti polemiche mediatiche e spaccature con l’area strettamente nonviolenta del GSF, come ad esempio il Movimento Nonviolento. Successivamente, il 13 giugno, le Tute Bianche pubblicarono un ignorato “Patto con la città” per garantire che non avrebbero infranto vetrine o compiuto devastazioni. A questo Patto con la città gli attivisti si mantennero fedeli. Le Tute Bianche, poi ribattezzate Disobbedienti, annunciarono l’intenzione di violare e assediare la “zona rossa” in modo pacifico ma radicale, usando corpi protetti da scudi, caschi e imbottiture per limitare i danni fisici negli inevitabili impatti con la polizia.
Lunedì 16 luglio 2001, a Genova, le attività e l’inizio del G8 furono profondamente segnati da una forte tensione legata ad attentati esplosivi, che finirono per oscurare l’avvio dei lavori del Genoa Social Forum. Ci fu un attentato contro la stazione dei Carabinieri, che causò il ferimento di un giovane milite. Un altro ordigno incendiario venne disinnescato dagli artificieri prima che esplodesse.
Questi attentati generarono uno scontro interpretativo: mentre il ministro dell’Interno Claudio Scajola, senza alcuna prova, parlò di un episodio legato a “frange molto minoritarie della contestazione”, Vittorio Agnoletto ed il Genoa Social Forum denunciarono il rischio di una nuova “strategia della tensione” orchestrata da forze reazionarie o servizi segreti per provocare il movimento e spingerlo alla violenza, ribadendo la natura pacifica e nonviolenta delle proteste contro il G8.
Nonostante un certo clima di paura dovuto agli attentati ed a diversi falsi allarme bomba, in mattinata prese il via il Public Forum. Poiché le strutture sul lungomare a Punta Vagno non erano ancora pronte, le sessioni del primo giorno si tennero nella palestra della scuola elementare Diaz, uno dei complessi edilizi gestiti dal GSF in via Cesare Battisti, insieme alla scuola media Pascoli e all’istituto superiore Sandro Pertini, quest’ultimo adibito a spazio comune e sede, nei giorni successivi, del drammatico blitz notturno delle forze dell’ordine. I locali scolastici iniziarono a popolarsi, ospitando la segreteria del GSF, legali volontari, presidi medici e redazioni di media indipendenti e radio, come “Radio Gap” e “Indymedia”.
Diverse centinaia di persone, con un’ampia presenza femminile, parteciparono ai dibattiti assistiti da traduttori in consecutiva. Tra i principali interventi della giornata spiccarono: Susan George, direttrice del Transnational Institute di Amsterdam, e Walden Bello, che sottolinearono come il movimento stesse affrontando una crisi globale per chiedere giustizia per il mondo intero e rivendicarono unità per fronteggiare i tentativi della classe dirigente di diffamare i manifestanti, dipingendoli come ignoranti e violenti. Mario Pianta criticò le ricette neoliberiste del G8 e presentò una proposta di “manovra della società civile” basata sulla ridistribuzione della spesa pubblica a favore del welfare e dei paesi poveri. Don Oreste Benzi portò una drammatica testimonianza sul fenomeno delle ragazze schiavizzate e uccise dalla prostituzione in Italia e sul traffico di organi ai danni dei bambini in Africa. Sabina Siniscalchi e Katashivananda Avt denunciarono l’aumento della povertà, l’impatto distruttivo delle politiche di aggiustamento strutturale del Fondo Monetario Internazionale e l’innalzamento dei prezzi delle medicine causato dalle regole del Wto. Lucia Marina dos Santos e Mara Rossi testimoniarono le violenze subite in Brasile dai contadini “Sem Terra” e la necessità per i cattolici di combattere l’oppressione del potere finanziario.
Purtroppo, i ricchi contenuti e le proposte sociali emersi durante il Public Forum vennero quasi completamente ignorati dai principali quotidiani e mezzi d’informazione l’indomani. La stampa scelse di concentrarsi quasi esclusivamente sulla “pista di sangue” delle bombe e degli attentati dinamitardi, lasciando spazio a interrogativi su chi avesse reale interesse a oscurare il dibattito civile attraverso la violenza.
Il giorno dopo, martedì 17 luglio, in municipio arrivò un plico indirizzato al sindaco Giuseppe Pericu contenente due proiettili calibro 38 special e le fotografie di Vittorio Agnoletto e Luca Casarini. I due leader verranno informati dell’accaduto solo molte ore dopo dalle forze dell’ordine e dalle agenzie di stampa.
Nella mattinata, alcuni attivisti di Greenpeace compirono un “arrembaggio” a bordo di gommoni nel porto di Vado Ligure. Si incatenano alle ancore della petroliera Clare Spirit, della Exxon Mobil/Esso, per bloccare lo scarico di 80.000 tonnellate di petrolio greggio. La protesta, volta a denunciare le responsabilità dell’industria petrolifera e del presidente Bush sul Protocollo di Kyoto, durò ben 28 ore. Ai partecipanti venne contestato il reato di violenza privata.
Ai giardini di Punta Vagno proseguirono le sessioni del Public Forum sulla globalizzazione. Tra i vari interventi, il docente Umberto Allegretti criticò il deficit democratico di istituzioni come il WTO, il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, proponendo un modello alternativo al G8.
Presso il santuario di Boccadasse, le congregazioni religiose presentano la campagna “Drop the debt!” per la cancellazione del debito estero dei paesi poveri. Tra i relatori ci furono suor Patrizia Pasini, il gesuita Giovanni La Manna e l’immigrato ivoriano Emmanuel Tano Zagbla, che avanzò proposte di riscatto e rappresentanza per i popoli africani.
Nella mattinata, presso il centro stampa del GSF, apparve un volantino dell’International Genoa Offensive, IGO. Gli attivisti dell’ala più radicale, anarchici/black bloc, passarono la giornata a tradurlo in varie lingue. Il comunicato annunciava l’intenzione di invadere la zona rossa rifiutando le linee guida pacifiche del GSF e dichiarando la volontà di usare “tutti i mezzi disponibili” per combattere lo Stato. Esponenti del GSF tentano di censurare il volantino strappandolo dalle bacheche, rendendo evidente la rottura tra l’organizzazione ufficiale e le frange intenzionate allo scontro. Il Black bloc, è bene ricordarlo, non aderiva al Genoa Social Forum e non aveva firmato il Patto di Lavoro.
Mercoledì 18 luglio continuarono le sessioni del forum tematico, variegate e stimolanti, con forti denunce contro il modello di sviluppo economico occidentale. Giulio Marcon, dell’ICS, Consorzio Italiano di Solidarietà, criticò la Nato e l’intervento in Kosovo, sottolineando che nessun capo di Stato occidentale risponderà mai delle vittime innocenti davanti al tribunale dell’Aja. Oronto Douglas, avvocato nigeriano, accusò duramente l’italiana Agip per lo sfruttamento ambientale e la repressione militare nel delta del Niger, proponendo una moratoria di 5 anni sulle attività petrolifere nella regione. Titti Soentoro raccontò l’impatto distruttivo delle cartiere finanziate dall’occidente sulle comunità e sulle foreste dell’Indonesia. Francesco Gesualdi, del Centro Nuovo Modello di Sviluppo, invocò un’“economia del limite” basata sulla sobrietà e sull’equità, proponendo di ridurre al minimo il commercio internazionale, stabilizzare i prezzi agricoli a tutela dei piccoli contadini e introdurre misure come la Tobin Tax.
Tonino Perna portò l’esempio del recupero del borgo di Riace e attaccò l’avidità capitalista della finanza e la cosiddetta “borghesia criminale” al potere. José Bové sottolineò il valore dell’agricoltura contadina tradizionale ed accusò il WTO di imporre prezzi distorti e di minare la sicurezza alimentare, come nel caso della carne agli ormoni. Don Luigi Ciotti, del Gruppo Abele, attaccò duramente i fallimenti della politica sanitaria mondiale, la criminalità legata al traffico di immigrati clandestini, che definì un “omicidio premeditato”, fornendo le cifre agghiaccianti sui morti in mare. Don Ciotti denunciò anche la nutrita presenza di inquisiti in Parlamento. Hebe de Bonafini, delle Madres de Plaza de Mayo, intervenne in serata esortando le piazze ad alimentare la trasformazione sociale partendo dal basso e mantenendo vivi gli ideali etici dei desaparecidos argentini.
La serata offrì un momento di grande distensione con un concerto in piazzale Kennedy che attirò circa trentamila persone. Sul palco salirono i Meganoidi, i 99 Posse e Manu Chao. Quest’ultimo, in un’intervista, precisò di non essere il capo o il rappresentante del movimento, ricordando ironicamente di lavorare a sua volta con una multinazionale, la Virgin, ma confermò il suo pieno sostegno ai manifestanti a cui avrebbe poi devoluto i guadagni della sua musica. Il deflusso del pubblico verso i dormitori avvenne in modo pacifico e ordinato. Si può dire che tutte le attività gestite dal Genoa Social Forum si stavano svolgendo senza incidenti, nonostante l’elevatissimo numero di persone coinvolte.
Nelle scuole Diaz, Pascoli e Pertini procedevano intanto i training dei “gruppi di affinità per l’azione diretta nonviolenta”, guidati da diversi formatori, tra cui Enrico Euli, esperto di tecniche e cultura della nonviolenza. I volontari, tra cui i ragazzi della Comunità Papa Giovanni XXIII, si preparavano ai sit-in dei giorni successivi adottando il “metodo del consenso” e impostando il rapporto con le forze dell’ordine su principi di apertura, dialogo e rispetto umano.
Nel pomeriggio arrivò a Genova il gruppo di ciclisti “Bici G8”, partito da Lecco il 15 luglio. Grazie ad una lunga e fiduciosa trattativa condotta con la polizia stradale, la carovana di biciclette ottenne l’autorizzazione straordinaria ad attraversare la zona rossa, percorrendo la sopraelevata da Sampierdarena fino a piazzale Kennedy.
Giovedì 19 luglio si svolse il Public Forum su ambiente e sanità. Vittorio Agnoletto, medico e leader del GSF, intervenne con durezza sul diritto alla salute, denunciando che il 95% dei 40 milioni di sieropositivi nel mondo non aveva accesso ai farmaci anti-Aids a causa del monopolio ventennale sui brevetti garantito dal WTO alle multinazionali, “Big Pharma”. Le inique regole imposte dal WTO permettevano alle case farmaceutiche guadagni stellari, condannando a morte circa 30 milioni e 380mila persone sieropositive che, con una regolamentazione più rispettosa del diritto alla salute, avrebbero avuto maggiori speranze di vita e di guarigione. Big Pharma non ci avrebbe rimesso: avrebbe guadagnato cifre un po’ meno esagerate. Agnoletto citò la vittoria legale del 18 aprile 2001 in Sudafrica, dove il governo di Nelson Mandela riuscì a far valere il diritto alla salute contro le multinazionali per produrre farmaci a basso costo tramite la “registrazione forzata” prevista dagli accordi Trips.
Nicoletta Dentico, di Medici senza frontiere, denunciò i 14 milioni di morti annuali per malattie curabili e criticò la visione del G8, colpevole di sostenere che la mancanza di salute frenasse l’economia, anziché riconoscere che è la povertà a generare le epidemie. Ermete Realacci, di Legambiente, focalizzò il suo intervento sulle “eco-mafie” in Italia, un giro d’affari di 21.000 miliardi di lire all’anno, che controllavano lo smaltimento dei rifiuti tossici e gli appalti, esportando l’illegalità anche all’estero.
Durante una conferenza stampa al Carlini, venne annunciato ufficialmente l’abbandono della “tuta bianca” come divisa visibile, per confluire in una “moltitudine” aperta e variegata che pratica la disobbedienza civile: nasceva il “Movimento dei Disobbedienti”. Intervennero Francesco Caruso, della Rete No Global di Napoli, e Nicola Fratoianni, dei Giovani Comunisti, ribadendo l’intenzione di sfilare il giorno seguente e violare pacificamente i confini della zona rossa. Luca Casarini arringò i presenti definendo il movimento come un “esercito di straccioni, di poveri e di bambini” pronto a violare le zone rosse tramite la disobbedienza civile, leggendo poi l’“Ultimo messaggio delle Tute Bianche alla società civile”, il settimo comunicato.
A piazza Tommaseo, circa 1000 Donne Democratiche Iraniane sfilarono in uno spazio di 300 metri presidiato dalla polizia, per condannare le violazioni dei diritti umani del regime di Khatami, simulando impiccagioni con manichini appesi ad una gru. I volontari dell’associazione “Un Ponte per…” organizzano un gesto di disobbedienza civile distribuendo datteri iracheni importati illegalmente per protestare contro l’embargo occidentale sull’Iraq. Le attività organizzate dal Genoa Social Forum, tutte di elevatissimo livello, si stavano svolgendo in un clima di festosa riflessione. Come scrive Carlo Gubitosa: «Genova è diventata un immenso laboratorio sociale, in cui i cittadini sperimentano sulla loro pelle la differenza tra due diversi modelli di sviluppo» (C. Gubitosa, Op. cit.).
Nel pomeriggio ci fu il corteo dei migranti: sfilò un grandissimo e colorato corteo pacifico di circa 50.000 persone da piazza Sarzano a piazza Martin Luther King. Nonostante il clima di festa generale, in serata si registrarono i primi segnali di tensione: piccoli gruppi di Black Bloc e anarchici affrontarono i poliziotti nei pressi della Questura e lanciarono sassi contro i cancelli del comando provinciale dei Carabinieri in corso Italia.
Venerdì 20 luglio il Genoa Social Forum organizzò diverse manifestazioni statiche e pacifiche in città per allentare la tensione. Tuttavia, la giornata degenerò rapidamente a causa delle incursioni dei gruppi violenti, estranei al GSF.
Nonostante le informative urgenti del Sisde, che segnalavano l’arrivo di 300/500 militanti del “blocco nero” pronti a creare disordini alle ore 12:00, le forze dell’ordine non riuscirono a prevenirne l’azione. Verso le 11:30, circa duecento Black Bloc travisati e armati apparvero in piazza Paolo da Novi, distrussero la pavimentazione stradale e i marciapiedi per procurarsi pietre e avviarono un fitto lancio di oggetti e molotov contro i Carabinieri schierati in corso Buenos Aires. Un esponente dei Cobas venne ferito alla testa nel tentativo di disarmarli. I Carabinieri risposero con lacrimogeni ed una carica che disperse i manifestanti, senza compiere arresti. I Black Bloc continuarono indisturbati a devastare negozi e banche in corso Torino per circa mezz’ora, per poi disperdersi spontaneamente.
Attorno a mezzogiorno la piazza Dante era inizialmente festosa, riempita da esponenti di Arci, Attac, Fiom ed altre organizzazioni, nonché animata da spettacoli del Living Theatre. La tensione salì con l’arrivo di un corteo internazionale di circa 3.000 persone guidato dal gruppo inglese Globalise Resistance, che tentò un assalto disarmato alle grate della zona rossa, usando anche legni e pali, venendo respinto con idranti e lacrimogeni. Successivamente, due manifestanti, tra cui il sessantaduenne Luciano Mauro, riuscirono ad oltrepassare temporaneamente le grate prima di essere fermati. Nel pomeriggio, il sindaco Pericu concordò telefonicamente con Vittorio Agnoletto lo sgombero pacifico della piazza per permettere alla polizia di inseguire i saccheggiatori in città. Tuttavia, a piazza ormai quasi vuota, alle 16:30, le forze dell’ordine lanciarono una fitta pioggia di lacrimogeni contro la coda del corteo pacifico in ritirata su via Fieschi, colpendo lo stesso Agnoletto al braccio.
Sul massiccio utilizzo di lacrimogeni durante le giornate di Genova, va notato un fatto singolare. Il senatore dei Verdi Francesco Martone, esposto personalmente ai gas durante le manifestazioni genovesi, presentò un’interrogazione parlamentare il 5 febbraio 2002. Martone evidenziò un paradosso normativo: sebbene l’Italia avesse ratificato il Protocollo di Ginevra del 1925 che vieta l’uso di gas asfissianti e tossici in guerra, la Convenzione sulle armi chimiche ne consente l’uso civile per operazioni di ordine pubblico. Contestò quindi il fatto che pacifici cittadini si fossero trovati esposti a sostanze bandite nei conflitti militari.
Uno studio del 2000, il Rapporto STOA del Parlamento Europeo, rilevava che gli agenti chimici tossici manifestano danni alla salute anche a distanza di molti anni. In caso di esposizione prolungata o in spazi chiusi, il CS – il pericoloso gas utilizzato abbondantemente a Genova – può causare danni permanenti e gravissimi tra cui edema polmonare, blocchi cardiaci, danni al fegato, modificazioni genetiche e cancro. Interessante anche il fatto che lo studio STOA proponesse un’alternativa radicale: sostituire la repressione fisica con una “gestione sociale” basata su comunicazione e flessibilità, citando il caso di successo della Corea del Sud che, eliminando i lacrimogeni e impiegando agenti senza armature per dialogare con la folla, azzerò gli scontri di piazza. Ai danni del gas CS furono ripetutamente esposti decine di migliaia di manifestanti pacifici, ma anche centinaia di esponenti delle forze dell’ordine.
Intorno alle 14:30, un gruppo di violenti, inizialmente stimato in un centinaio nei filmati, sebbene le relazioni di polizia parlino di centinaia o migliaia di persone, si diresse verso il carcere di Marassi. Il contingente di Carabinieri a difesa dell’istituto batté in ritirata salendo sui mezzi blindati dopo il lancio di una molotov e una sassaiola. I violenti rimasero padroni del piazzale per circa 10-15 minuti: ruppero le telecamere, spaccarono una targa di marmo, danneggiarono auto e appiccarono il fuoco al portone in legno ed alle finestre dell’Ufficio ragioneria, prima di essere allontanati dalle minacce delle guardie penitenziarie armate sul muro di cinta. Il funzionario responsabile della sicurezza esterna giunse persino a chiamare il 113 per sollecitare rinforzi.
La piazza Manin era il presidio pacifico della Rete Lilliput, di Legambiente e della Marcia delle donne, caratterizzata da manifestanti con le mani dipinte di bianco in segno di nonviolenza. Dopo una sfilata pacifica lungo via Assarotti, dove i manifestanti appesero fiori e biglietti alle grate della zona rossa, giunse la notizia dell’arrivo dei Black Bloc da Marassi. I pacifisti formarono una barriera umana e cercarono un dialogo, guidati anche da don Oreste Benzi, spingendo il blocco nero a deviare verso corso Armellini. Come avvenne ripetutamente nei giorni di Genova, i Black Bloc erano stati lasciati liberi di imperversare e devastare la città. Quando le forze dell’ordine si mossero, i Black Bloc si dileguarono indisturbati. Poi vennero lanciati gli attacchi degli uomini in divisa contro i manifestanti pacifici, che non avevano niente a che fare con le devastazioni compiute dal Blocco Nero.
Subito dopo, verso le 15:20, il reparto mobile della Polizia guidato dal dirigente Salvatore Pagliazzo Bonanno giunse in piazza e avviò una violenta carica con lancio massiccio di lacrimogeni. Sebbene le relazioni di servizio parlino di scontri con manifestanti violenti e travisati dietro una barricata incendiata, le testimonianze descrivono una violenza gratuita sui pacifisti rimasti a terra con le mani alzate. Rimasero feriti numerosi manifestanti, soprattutto donne, tra cui la deputata di Rifondazione Comunista Elettra Deiana (5 punti di sutura alla testa), il vicepresidente del Consiglio Comunale Antonio Bruno e la pediatra triestina Marina Pellis Spaccini.
Domenica 22 luglio 2001 rappresenta la giornata conclusiva e di bilancio del contestato vertice G8 di Genova, segnata dalle reazioni politiche e legali alla drammatica perquisizione/devastazione notturna alla scuola Diaz/Pertini, dalle conferenze stampa dei movimenti di protesta e dalla pubblicazione dei documenti ufficiali degli otto Capi di Stato.
La mattina del 22 luglio, presso i giardini di Punta Vagno, i portavoce e i collaboratori del Genoa Social Forum tennero una conferenza stampa pubblica dopo aver effettuato un sopralluogo nell’istituto Pertini devastato ed imbrattato di sangue. Durante l’incontro si susseguirono diversi interventi cruciali.
Vittorio Agnoletto, Portavoce del GSF, chiese un minuto di silenzio per Carlo Giuliani. Denunciò il blitz notturno della polizia come un attacco “scientificamente preordinato dal governo” per cancellare il successo politico della manifestazione da 300.000 persone del giorno precedente. Annunciò una mobilitazione nazionale per martedì 24 luglio e il coinvolgimento di Amnesty International per una controinchiesta sui crimini delle forze dell’ordine. Chiese formalmente le dimissioni del capo della Polizia e del ministro dell’Interno.
Dario Rossi, rappresentante degli avvocati, lesse un comunicato del Coordinamento Nazionale dei Giuristi Democratici, denunciando gli abusi della polizia e l’illegittimo impedimento dell’intervento dei legali alla scuola Diaz. Segnalò il sistematico danneggiamento dei computer usati per l’assistenza legale e il furto di dischi rigidi, schede madri e di tutta la documentazione sulle persone disperse e sulle violenze subite dai manifestanti.
Enrico Cordano e Massimo Costantini, del Servizio Medico, descrissero le scene agghiaccianti all’interno della scuola Pertini dopo il blitz: «pavimento e muri coperti di sangue». Riportarono l’enorme mole di interventi sanitari effettuati, oltre 500, e denunciano specifici pestaggi ingiustificati ai danni di ragazze inermi e l’attacco mirato con un lacrimogeno a un furgone medico della Lila.
Piero Bernocchi, dei Cobas, e Luca Casarini, dei Disobbedienti, accusarono il governo di aver cercato deliberatamente la “mattanza” per distruggere il movimento e di aver strumentalizzato politicamente i “black bloc”, stimati tra le 2.000 e le 4.000 persone, per giustificare un clima da “stato di polizia”.
Raffaella Bolini, ARCI, Peppe De Cristofaro, Giovani Comunisti, e Fabio Lucchesi, Rete di Lilliput, ribadirono la natura politica, pacifica ed unitaria del movimento di massa, rifiutando ogni tentativo istituzionale di criminalizzazione.
Domenica 22 luglio venne ufficialmente comunicato al mondo il modesto documento finale del G8. Le decisioni dei leader mondiali attirarono forti critiche da esperti e attivisti su diversi punti.
Primato dell’economia: il G8 individuava nell’integrazione nell’economia globale l’unica presunta via per lo sviluppo e la riduzione della povertà. Studiosi come Roberto Bosco contestarono questa visione, dimostrando storicamente come i puri meccanismi di mercato non abbiano garantito la crescita in Africa o nei paesi ex-socialisti.
Lotta all’AIDS: venne lanciato il “Fondo Globale per combattere l’HIV/Aids, la malaria e la tubercolosi” con uno stanziamento iniziale di 1,3 miliardi di dollari. L’iniziativa venne definita un “palliativo” da esperti come Valeria Chioetto e don Luigi Ciotti, poiché il fabbisogno annuale stimato dall’ONU era tra i 7 e i 10 miliardi di dollari.
Brevetti e farmaci: il documento sostenne la necessità di rendere accessibili i farmaci salvavita ai paesi poveri, ma riaffermò contemporaneamente una forte protezione dei diritti di proprietà intellettuale a favore delle multinazionali farmaceutiche.
Effetto Serra e biotecnologie: si registrò la spaccatura sulla ratifica del Protocollo di Kyoto, con l’opposizione degli USA. Sul fronte alimentare, il concetto di “sicurezza” venne piegato alla “gestione del rischio” industriale, di fatto limitando il principio di precauzione sugli OGM a favore degli standard commerciali delle grandi imprese produttrici.
Mentre i risultati raggiunti dal vertice G8 apparivano decisamente limitati, le proposte avanzate dai tantissimi esperti che avevano animato le iniziative del Genoa Social Forum erano decisamente più interessanti ed ambiziose. Se le proposte emerse dal Genoa Social Forum (2001) fossero state accolte e realizzate, il mondo avrebbe probabilmente assunto una fisionomia molto diversa sotto il profilo economico, democratico e geopolitico.
Il Genoa Social Forum, aveva ripreso lo spirito di Porto Alegre e avanzato richieste analoghe: critica al modello neoliberista, alla deregolamentazione finanziaria, alle disuguaglianze globali, alla militarizzazione delle relazioni internazionali e alla mancanza di democrazia nelle istituzioni come G8, FMI e WTO.
Tra le rivendicazioni specifiche emergevano: riforma o superamento delle istituzioni economiche globali non elettive; cancellazione parziale del debito estero dei paesi poveri; regolamentazione equa del commercio mondiale; apertura delle frontiere alle persone, non solo alle merci; tutela dei diritti dei lavoratori e delle persone migranti; contrasto ai paradisi fiscali ed alla speculazione finanziaria.
Se queste proposte fossero state accolte, probabilmente avremmo avuto un’economia globale più equa, una riduzione significativa del debito sovrano dei paesi in via di sviluppo, che avrebbe liberato risorse per spesa sociale, sanità e istruzione; la Tobin tax e la chiusura dei paradisi fiscali avrebbero limitato la speculazione e aumentato le entrate fiscali per politiche pubbliche; un modello di commercio equo avrebbe privilegiato produzione locale, agricoltura contadina e sicurezza alimentare, riducendo dipendenze e sfruttamento.
La democratizzazione delle istituzioni internazionali (FMI, Banca Mondiale, OMC) avrebbe reso le decisioni globali più inclusive e trasparenti. Norme contro la concentrazione mediatica avrebbero favorito un pluralismo informativo ed una sfera pubblica più autonoma.
Relativamente alla pace ed all’ambiente, avremmo avuto almeno un parziale smantellamento delle basi militari all’estero ed il ritiro delle truppe avrebbe ridotto tensioni geopolitiche e spese militari, liberando risorse da destinare a salute, istruzione, welfare; sarebbero state promosse politiche ambientali più ambiziose, avrebbero mitigato il riscaldamento globale e protetto gli ecosistemi.
Il rafforzamento delle tutele contro discriminazioni e il riconoscimento dei diritti indigeni avrebbero promosso inclusione sociale e giustizia. Una maggiore attenzione ai diritti delle persone migranti e dei lavoratori avrebbe contrastato lo sfruttamento e la precarietà.
Come osservato da molti studiosi, molte delle critiche avanzate allora – sulla finanziarizzazione, sulle disuguaglianze, sulla crisi climatica e sulla carenza democratica – sono oggi più attuali che mai, suggerendo che le alternative immaginate dai Social Forum restino ancora oggi un riferimento per ripensare il futuro.
(*) COSA SONO LE “SCOR-DATE”
Per «scor-data» qui in “bottega” si intende il rimando a una persona o a un evento che il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna deformano, rammentano “a rovescio” o cancellano; a volte i temi possono essere più leggeri ché ogni tanto sorridere non fa male, anzi. Dal primo marzo questa rubrica si rafforza, grazie all’impegno di Bruno Lai che proporrà almeno 3 “scordate” (ma se saranno di più mica vi lamenterete, vero?) a settimana. Le troverete alle 22 e dintorni. Grazie in anticipo a chi commenterà, linkerà, correggerà i nostri errori sempre possibili, segnalerà qualcun/qualcosa, farà proposte … o anche solo ci leggerà.
La redazione – sempre un po’ ballerina – della bottega
SITOGRAFIA
https://www.infoaut.org/storia/1-dicembre-1999-rivolta-a-seattle
https://unipd-centrodirittiumani.it/it/archivi/pubblicazioni/manifesto-di-porto-alegre-dodici-proposte-per-un-altro-mondo
http://archivio.fiom.cgil.it/internazionale-old/forum/genovag8/forum_n_01.htm
https://it.wikipedia.org/wiki/Manifesto_di_Porto_Alegre
https://www.lifegate.it/genova-g8-20-anni
https://www.cure-naturali.it/enciclopedia-naturale/vita-naturale/vita-green/no-global.html
https://www.internazionale.it/notizie/2021/06/10/limoni-podcast-g8-genova
https://www.ilpost.it/2021/07/19/g8-genova-venti-anni-dopo/
https://ilmanifesto.it/lo-stato-di-gravita-permanente-secondo-noam-chomsky



















GENOVA 25 ANNI di Franco Astengo
19 luglio 2001: G8 di Genova, tre giorni di “innocenza perduta”.
In questi giorni si sono accumulate analisi, ricordi, retrospettive: potrebbe apparire ultroneo aggiungere qualcosa. Purtuttavia una chiosa potrebbe esserci concessa.
Non furono soltanto incidenti e poliziesca “macelleria messicana”: il tutto, in seguito, delegato alla magistratura e al ricordo.
In realtà nel corso di quei giorni abdicò la politica: da un lato ci si rassegnò a una idea della politica concepita esclusivamente come ordine pubblico con il corollario di sopraffazione e di violenza e dall’altro emerse una pratica che considerava la politica come assegnata alla categoria del “movimento senza visione” inteso come fattore del “tutto”.
Si aprivano i 25 anni del “disordine”: poche settimane dopo esplosero le “Torri Gemelle” con le conseguenze che ben conosciamo, poi la crisi del 2007, l’emergere dell’insostenibilità ambientale del modello novecentesco di sviluppo capitalistico, il “salto del tappo” della globalizzazione con il ritorno alla geo politica militarizzata , fino all’attualità densa di pericoli e attraversata da parole che non avremmo mai più voluto sentire: guerra, pericolo nucleare, genocidio.
Intanto le democrazie rappresentative dell’Occidente si trovavano erose dall’interno dal ritorno dei peggiori “ismi”: populismo, nazionalismo, razzismo e l’idea della “fine della storia” si mostrava in tutta la sua fallacia. Nazioni considerate terra di conquista del capitalismo globale emergevano come grandi potenze e la richiesta di materiali necessari per l’innovazione tecnologica mutava di segno anche dal punto di vista dei riferimenti geografici.
Nel corso di questi 25 anni non si sono aperte le porte della prosperità, della pace, della democrazia ma si sono presentate sul cammino dell’umanità tappe di un percorso seminato di disillusioni, inquietudini, paure cancellando del tutto il portato sociale, politico, culturale dei “30 gloriosi” del ‘900, che già la reaganomics aveva posto in totale discussione.
Siamo al punto in cui fa paura il progresso tecnologico e si presenta una spaventosa concentrazione di potere al vertice di chi amministra quello che appare un sapere scientifico rivolto al mutamento radicale nell’insieme delle relazioni sociali.
Lo scenario peggiore ci sta presentando il conto.
Poco si riflette su di un percorso compiuto nel pensiero teorico dall’insieme delle forze politiche , a partire dal rapporto stilato da Francois Lyotard nel 1979 per conto dell’Unesco (”La condizione post – moderna”) laddove si sosteneva che fossero giunte al capolinea le metanarrazioni che nella modernità avevano cercato di dare senso unitario alla realtà: l’illuminismo, l’idealismo, il marxismo.
Jurgen Habermas si accorse subito della china che avrebbero preso le cose e avanzò una critica serrata al “pensiero debole” individuandone gli obiettivi che erano quelli della superficialità culturale e del disarmo etico.
Quanto abbia pesato il prevalere sulla realtà politica di questo “pensiero debole” post – moderno ,di cui a Genova si videro le espressioni, sembra evidente se consideriamo il prevalere di una forma di quel “relativismo politico” che ha avuto il ricasco nell’idea della “decrescita felice”.
“Decrescita felice” che ha avuto una stagione di grande fortuna trovando spazio tra i fautori del pensiero delle “moltitudini movimentiste” e nella dannazione del “pensiero forte”, della razionalità concreta, del realismo storicista.
Proprio il ricordo del 2001 ci chiama ancora a distinguere tra “pensiero debole” e “senso del limite”.
“Senso del limite” da cui dovrebbe discendere una teoria di quel “socialismo della finitudine” individuato teoricamente come portatore di una visione di una società nella quale affrontare la complessità delle contraddizioni in atto intrecciando il portato “materialista” con quello “post-materialista” (per dirla in termini semplicistici ma forse più o meno comprensibili).
Una distinzione necessaria quella tra “pensiero debole” e “senso del limite” da intendersi come base per una nuova concezione dell’ideologia.
Una concezione protesa oltre la semplice idea di una democrazia contrattualistica.
Una visione che reclama l’organicità di un’egemonia di visione per una società diversa fondata sull’uguaglianza e la sobrietà.
Un “senso del limite”, una sorta di “umiltà” d’approccio che rechi con sé un’idea – forza dell’alternativa, ricordando che l’assenza di una sufficiente espressione di soggettività è causa non secondaria delle difficoltà che incontrano i diversi sistemi i cui protagonisti sembrano trovarsi in difficoltà a trovare nuovi equilibri.
Sarà soltanto attraverso l’espressione di una critica alla concezione della politica quale mera sfera della mediazione che sarà possibile riformulare una interpretazione attiva del rapporto tra struttura e sovrastruttura.
Nella post-modernità sta emergendo una nuova dimensione nel rapporto tra politica e tecnologia e ancora tra questa e la stessa natura umana.
Quando la struttura economica va in crisi si ha un rivolgimento nella sovrastruttura.
A Genova 2001 non si riuscì a capire che la chiave per affrontare ciò che si stava presentando sulla scena stava in una diversa concezione della soggettività “non presupposta ma posta; non individuale ma collettiva”.
Fu quella di Genova una reazione frutto di uno sforzo generoso ma interno allo spirito dei tempi, di sfrangiamento individualista.
A Genova mancò la capacità di comprendere come la produzione delle idee, delle rappresentazioni, della coscienza, fosse in primo luogo direttamente intrecciata all’attività materiale degli uomini e alle loro condizioni di vita e di lavoro.
In quel momento ma anche in seguito si smarrì il senso del comprendere come i diversi momenti della sovrastruttura (le forme politiche della lotta di classe, le forme giuridiche, ecc.) esercitassero e continuassero a esercitare la loro influenza sul decorso delle stesse lotte, determinandone forma e contenuto.
Oggi si tratterebbe di riproporre, nonostante le segmentazioni in atto , l’imperante paura di massa e il relativo rifugio nell’io, la prospettiva della ricostruzione del “blocco storico” da realizzarsi, prima di tutto sul piano teorico, attraverso la riunificazione delle categorie d’uso della politica di marca anglosassone (policy, politics, polity) .
Lo scopo dovrebbe essere quello di tornare ad esprimere l’unità di un processo storico reale, ristabilendo le connessioni perdute tra il pensiero e l’azione, tra la teoria e la prassi.
L’indicazione di un processo storico reale inteso quale soluzione non speculativa del rapporto d’implicazione tra economia, politica e storia per riproporre, a partire dalla riflessione possibile sulla storia della sinistra europea, il momento egemonico della volontà politica intesa come ricerca ed espressione della critica dell’esistente e del rinnovamento di un progetto di abolizione dello “stato di cose presenti”.
Una ricerca da condursi attorno alla necessità di un mutamento di paradigma da realizzare rispetto all’antica linearità delle “magnifiche sorti e progressive”.
Bellissimo pezzo questo di Lai.
Grazie. Sono uno dei reduci.
La ricostruzione effettuata da Bruno Lai è davvero notevole, ma sul piano dei rapporti di forza non possiamo sottacere l ‘isolamento di quel movimento rispetto alla sinistra ufficiale, ma anche rispetto alla Cgil guidata da Sergio Cofferati, nonchè, come avrebbe detto Herbert Marcuse, che lo stato del capitale, in determinati momenti topici, innesca sempre la contro-rivoluzione preventiva sul piano non solo ella repressione . . Stendiamo invece un velo pietoso sulle pratiche” folkloristiche” delle Tute bianche e dei cosiddetti Disobbedienti, che hanno provocato – eufemismo – solo danni a tutto il movimento.
Cari Franco Astengo, Pierluigi Pedretti e Gian Marco Martignoni: grazie dei vostri graditissimi commenti. Condivido le amare considerazioni di Martignoni sull’isolamento del Genoa Social Forum.