Sui 25 (antipatici) assiomi…

il mio punto di vista

Di nuovo ringrazio molto Luca per l’idea degli assiomi – vedi il post di stamattina – e per la fatica del dover essere breve (la sintesi è uno dei lavori intellettuali più duri). Provo a essere altrettanto schematico e a dire, seguendo il suo schema, accordi e disaccordi; ho meno certezze di lui sia sul passato che sul futuro prossimo.

Anche io mi presento. Avevo 20 anni nel ’68 (tiepidamente di sinistra sino ad allora) e questo è ovviamente un dato saliente nella mia vita. Ho militato, quasi a tempo pieno, in Lotta Continua sino al suo scioglimento: con molta convinzione e con qualche serio dissenso. Da allora sono stato in collettivi e associazioni (Italia-Nicaragua a esempio). Poi mi sono illuso, per breve tempo, che Bertinotti fosse una persona molto seria e che dunque il progetto di una Rifondazione Comunista potesse avere un senso, salvando Marx e buttando Lenin. Così, pur con molte esitazioni, mi sono tesserato ma vedere il Prc votare “i crediti di guerra” mi ha convinto che avevo fatto una gran cazzata. Anche io ho partecipato al G8 di Genova e al Forum sociale europeo a Firenze. Lavorando come giornalista (soprattutto a «il manifesto» e al settimanale «Carta») ho avuto meno tempo per fare il militante ma più occasioni di vedere, studiare, incontrare persone e movimenti. Sin dagli anni ’90 ho iniziato una riflessione sulla nonviolenza sovversiva di Gandhi e Capitini (ho partecipato ad alcune azioni di Beati i costruttori di pace) ma oggi considero sconsolante e ambiguo vedere gruppi e associazioni che in Italia dicono di rifarsi alla nonviolenza ma parlano-parlano-parlano e ben poco fanno; anzi, per una seconda me malintesa lettura di Gandhi, condannano ogni resistenza – persino le azioni difensive dei No Tav – e, pur sventolando ogni tanto qualche bandiera arcobaleno, di fatto offrono l’unica “alternativa” di consegnarsi inermi alla violenza dei potenti.

Per formazione sono un comunista anti-autoritario (luxemburghiano dunque) ma con il tempo mi sono avvicinato al pensiero anarchico oltre che a Gandhi-Capitini. Vedo però che anche molti libertari fanno grandi chiacchiere e sono poco impegnati nella prassi. In definitiva mi trovo dunque a essere un «cane sciolto», pur sentendo l’urgenza di riferimenti collettivi. Nonostante gli acciacchi, cerco di dare il mio contributo quando posso, almeno a livello locale, in particolare nella solidarietà anti-razzista.

Due riferimenti generali.

– Preferisco pensare a molte sinistre piuttosto che a una sola e questo è il primo punto di non accordo con Luca che parla sempre di una “sinistra” al singolare.

– C’è un’assenza, per me inspiegabile, nel testo (pur breve per necessità) di Luca ovvero l’oppressione delle donne, in varie forme ma a livello mondiale, e le loro lotte: non credo che le sinistre possano, neppure per un attimo, considerare secondaria questa ingiustizia millenaria; se vi sono progetti di sovversione sociale che non ne tengano conto… a me interessano zero, anzi sono all’opposizione.

Vengo agli assiomi, seguendo lo schema di Luca.

Concordo su 1 (non esiste alcun “Impero” mondiale) e 2 (il rigore, i tecnici sono una lucida politica di destra).

D’accordo in parte su 3 (la crisi non è globale) e 4 (le nazioni non-occidentali con una forte, o crescente, presenza dello Stato nell’economia non hanno patito la crisi) ma esiste una crisi ecologica che invece colpisce ovunque e costringe a ripensare tutto. Temo che, sul lungo periodo, rafforzare lo Stato provoca più guai di quanti ne risolva. Dunque nel medio periodo bisogna togliere potere agli Stati per ridarlo alle organizzazioni dal basso. Finché si delega qualcuno o qualcosa… non usciremo dalla “preistoria”.

Gli assiomi 5 e 6 mi sembrano solidi fatti (il peso degli Usa, lo smantellamento del Welfare State) anche se l’estrema sintesi semplifica troppo il quadro.

Nel breve periodo potrei, in parte, concordare con 7 (interventi statali consistenti nell’economia, per lo sviluppo e la redistribuzione della ricchezza…) se si chiarisse che lo sviluppo, come sin qui è stato inteso, ha invalicabili limiti ecologici.

L’assioma 8 (Monti è la continuità degli orrendi governi detti di centrosinistra…) è un dato di fatto inoppugnabile.

Dissento su 9, 10 e 11. Considero la Costituzione italiana da difendere ma i partiti non sono più espressione di una partecipazione popolare dal basso. I principali partiti italiani da un trentennio sono in mano al gangsterismo organizzato e dunque irriformabili. Possono essere costretti dalla mobilitazione popolare a far qualcosa di buono e al loro interno ci può essere qualche persona stimabile (una sorta di Panda): però non sono la soluzione o uno degli strumenti utili.

12 e 13: considero negativa la mancata partecipazione politica e soprattutto la rinuncia a una formazione permanente. Come Luca vedo i limiti di collettivi, associazioni, centri sociali, forum, reti e avverto il peso della mancanza di programmi chiari, comuni, praticabili; credo però che a delegittimare partiti e sindacati “novecenteschi” sia soprattutto la loro azione quotidiana, il prolungato amplesso con i padroni, la loro gangsterizzazione. Questa debolezza dei “movimenti” significa fallimento totale (assioma 14)? Forse in Occidente ma in America latina a esempio no, il loro peso è determinante nel rifiutare le politiche dette neoliberiste.

Dissento profondamente sul punto 15 (responsabilità nel disastro attuale dei movimenti del ’68 e del ’77) e dunque sul 17 (che francamente neppure capisco: che legame c’è fra quei movimenti e ciò che pensa Sofri 30 anni dopo?). Non ho mai considerato “miglioristi” e “milazzisti” come parte delle sinistre perciò la questione non mi riguarda.

Sono d’accordo sul punto 16 (l’effetto Cnn e la disinformazione che regna sui progetti militari e neo-coloniali dell’Occidente) purché questo non significhi considerare Siria e Iran come modelli positivi o “contraddizioni in seno al popolo”.

L’assioma 18 di Luca è molto secco: «No all’imperialismo dei diritti umani». Non ho dubbi se il riferimento è agli interventi in Iraq e in Afghanistan (ma anche alla retorica sui diritti umani e all’idea che esistano bombardamenti “buoni”). Però la carta del ’48 sui diritti umani – e dunque la loro difesa o conquista nei molti luoghi dove non esistono – resta fondamentale.

Se i punti 19 e 20 significano che il “postmodernismo” è una balla per nascondere lo scontro capitale-lavoro sono d’accordo. Ma rispetto a quello schema di Marx ci sono due sconvolgenti novità: la distruttività delle armi da un lato e dall’altro l’ampiezza della crisi ecologica con il relativo esaurirsi di risorse essenziali allo “sviluppo” dominante nel ‘900 (il capitalismo classico ma anche il cosiddetto socialismo stile Urss).

Il 21 (che i “beni comuni” debbano essere “pubblici”) può essere un punto di partenza ma qui occorre una discussione lunga e complessa… dunque la rimando a migliore occasione.

Non credo nell’assioma 22 (ci serve un partito, «anzi il Partito») e anzi lo considero un pericolo per l’azione politica come io la intendo. Vorrei molte sinistre organizzate e capaci di confrontarsi su progetti a breve e medio termine. Ci servono coscienza e auto-formazioone non deleghe.

Non considero Veltroni di sinistra e dunque il punto 23 mi interessa zero.

L’assioma 24 dice: «Il nuovo Partito pianifica dall’alto l’insieme delle istanze dal basso». Siccome la storia per ora ci ha detto che non è andata così… non lo considero una buona strategia; vedi la mia risposta sul punto 21.

Infine l’assioma 25: «Cuba, Venezuela, Cina e altri Paesi “non alleati” hanno le loro contraddizioni, ma non per questo bisogna unirsi alla propaganda occidentale». Io invece sono sicuro che la Cina è un lager oltre che una macchina militar-imperialista e temo che le conquiste della rivoluzione cubana siano in lento ma costante smantellamento. Chavez può essere simpatico o no però tiranno non è (come vaneggiano i nostri media) oppure, visto che viene eletto in modo analogo al presidente degli Usa o della Francia, lo sono tutti. Il fronte dei Paesi “non allineati” in America latina è interessante e variegato: su molte questioni abbiamo di certo da imparare da quel che si fa in Argentina, Bolivia, Brasile e Venezuela.

Mi rendo conto che anche io (come Luca inevitabilmente) sono stato schematico. Sarebbe bello confrontarsi su assiomi positivi, cioè programmi e proposte d’azione. A una prossima?

Non conosco due (su tre) dei testi che Luca cita… rimedierò. Fra i libri recenti che a me sembrano più utili per allargare il discorso cito un autore (Edgar Morin) più un solo volumetto – efficacissimo nella sintesi quanto Morin è invece, a volte, ridondante – ovvero «Destra e sinistra nell’Europa del XXI secolo» di Tonino Perna, pubblicato da Terre di mezzo nel 2007; come si intuisce dal titolo parla solo di Europa (e questo non va) ma per alcune analisi sul nuovo scontro politico, sugli sviluppi di scienza e tecnologia, sulle “concrete” utopie da perseguire… mi pare un buon punto di partenza, chiaro anche nei passaggi più complessi. Questi mini-consigli di lettura non significano che io sia d’accordo su tutto con Morin e Perna ma… sul quadro d’insieme sì.

Luca

  • Allora parto anch’io un po’ dalla mia storia. Avevo 10 anni (non ancora compiuti) quando hanno rapito e ucciso Aldo Moro. Ero in un piccolo paesino. Il momento era così grave che ci fecero uscire tutti in cortile a recitare il rosario (anche se non c’era internet le notizie correvano ugualmente). Da lì il ricordo di qualche professore che sparisce dalle medie (prepensionati li chiamavano ma le voci in paese correvano). Cresciuto negli anni della repressione dove chi non spariva passava decisamente all’eroina (eh, sì, anche nei paesini sperduti). Droga a go go sparsa ovunque. A volte mista a ipotesi di psiconauti, persone che si facevano con la scusa di sperimentare. Poi un brusco risvegkio agli inizi degli anni ’90. Nelle università scoppia la Pantera, niente di paragonabile ai movimenti del ’68 e del ’77, un aggroviglio molto naif tra punk, dark, hippye o travellers, come si sarebbero chiamati da lì a poco, Pure qualche paninaro ma che non lo faceva sapere troppo in giro. Per molti è la scoperta di una storia o, meglio, una cronaca diversa. Inizia un racconto diverso di quello che era successo, un’altra spiegazione su perché eravamo conciati così. Negli ultimi anni ho seguito i diversi comitati popolari che si sono manifestati qua e là per l’Italia, convinto che ci dovesse essere una qualche forma di comunicazione e muto auto aiuto ma profondamente contrario alla trasformazione di questo in un partito. Tentativo portato avanti più volte e ora rilanciato sotto il nome propagandistico di “beni comuni”. Profondamente contrario perché i comitati sono un momento pre-politico e non è affatto detto che possano divenire politici.
    Da qui sto seguendo i 25 scomodi assiomi. Mi pare, leggendo anche la risposta di DB, che una questione importante sia l’annoso rapporto tra masse e partito, divenuto poi tra movimenti e partito e ora tra opinione pubblica e partito. Quest’ultima relazione così importante che un partito di opinione pubblica può sperare nel 10-15% dei voti. Se questo passaggio sembra strano lo è ancora di più il fatto che a guidare questa trasformazione sia stato quello che era il più grande partito comunista dell’occidente. Dalle prime discussioni sulle posizioni tra partito di quadri e partito di massa sino all’indipendenza del politico è stata tutta una strada in discesa. Dopotutto i peccati originali si pagano. Mica c’è sempre stato il PCI in Italia, ha una data in cui viene fondato. Ben prima di lui c’era un saldo movimento anarchico. Movimento anarchico che con Malatesta riuscì a conquistarsi larghe fette della popolazione. Movimento anarchico che rappresentava il più grande sindacato in italia. Quindi anarchia non è caos totale, alla Blade Runner, anarchia è un modo di organizzare la vita sociale. Finita la guerra il PCI semplicemente barattò l’impunità dei criminali fascisti con la memoria delle lotte operaie e contadine. I fascisti non venivano processati e loro divenivano i lumi dell’antifascismo, delle lotte popolari e della difesa dei deboli. Niente doveva crescere alla loro sinistra. Gli anni 60 rappresentarono la prima grande ribellione, culturale prima che politica a questo sistema di cose. Gli allora ragazzi vivevano in una piena oppressione, bloccati in un paese bigotto e falso. Erano ancora vivi i protagonisti delle lotte in Italia, vi era ancora una memoria e quella memoria iniziò ad essere condivisa e si tentò di svelare cosa si nascondeva dietro alle facce sorridenti dei politicanti. Anche in quel caso, però, ci fu subito un tentativo di istituire delle organizzazioni, ognuno la sua ma alquanto ampie e frequentate. Queste strutture si sono irrigidite, avvitate su se stesse e quando si è presentata la rivoluzione culturale del ’77 sono state sorde. I loro leader, quelli che nominate, tengono dritta la barra dell’ortodossia. Si produce uno scollamento profondo tra questi gruppi istituiti e le piazze, scollamento che si può ben notare se si paragona un fumetto di Andrea Pazienza a un volantino di Autonomia Operaia. I gruppi istituzionalizzati arginano in tutti i modi questa corrente di musica, fumetti, libri, performance e radio libere. Alzano il tiro e l’unica cosa che colpiscono è questo movimento che non ne vuole più sapere della fabbrica, delle 8 ore, della sveglia regolare alla mattina, della vita programmata. La deriva pistolera non cancella solo poche centinaia di persone che credevano nella lotta armata ma cancella decine di migliaia di vite. Lo Stato non è stupido e offre ai figli migliori di questi movimenti ortodossi una via di uscita, un cammino insieme verso un futuro di ricchezza e libertà, il vento gira. Per gli altri iniziano cammini molto difficili e per troppi quei cammini si interrompono troppo presto, magari in una latrina pubblica o sugli scalini di un portone.
    Questi sono i motivi soggettivi che mi rendono dubbioso sulla definizione di “partito”. Penso sia un participio passato che al momento può insegnare qualcosa sugli sbagli. Penso che la sinistra, al momento, esista nelle masse, ossia non c’è un qualcosa che la racchiuda, penso stia sopravvivendo in questa forma. In un momento simile mi pare che sia opportuno il motto “prima fare poi parlare”, ossia, partendo naturalmente da delle premesse condivise, partire dalla propria esperienza personale creare autorganizzazione locale (nelle premesse c’è la medicina a che questo non assuma forme di razzismo e xenofobia). Questo non significa che non ci debba esse un coordinamento e una reciproca conoscenza e un confronto. I sistemi complessi, però, tendono ad organizzarsi attorno a degli attrattori senza bisogno di inventare rigide formule e programmazioni e l’organizzazione che assumono è la migliore per quel momento, e solo per quel momento.
    Questa questione però si collega immediatamente a quella della produzione e degli altri governi con cui confrontarsi. Infatti la crisi non è mondiale come ci urlano i nostri propagandisti dai media. C’è una sigla di paesi, i BRICS (Brasile, Russai, India, Cina, Sud Africa), che vanno alla grande. Li conosciamo poco. Hanno davvero il nostro stesso modello economico? Ne dubito. Casualmente questi sono alleati di Venezuela, Cuba, Iran, Siria…. Questo complica un po’ la faccenda. In più siamo nella parte iniziale, quella ancora poco percepibile, di tre grosse crisi:
    crisi climatica (si discute se sia colpa dell’uomo o sia naturale ma c’è);
    crisi energetica (stiamo raschiando il barile non c’è trippa per tutti, qualcuno deve fermarsi e qualcuno andare avanti);
    crisi demografica (abbiamo superato i 6 miliardi di abitanti e noi ci troviamo in una delle parti con il più alto numero di vecchi sui giovani al mondo).
    Ce n’è abbastanza per una bella guerra, se ne sono fatte anche per motivi minori. Dal 91 siamo in guerra ma finora una guerra trasmessa dalla CNN o da Aljzzera. Non sarebbe la prima volta che andiamo a rompere i coglioni in giro per il mondo e poi ci massacrano, è sempre, ma sempre, andata così.
    Qui mi fermo perché sono andato troppo oltre. Attendo nuove

  • Caro Rom,
    molto interessanti i tuoi spunti. Sono troppo giovane per difendere il PCI solo per difendere una memoria personale, mi sforzo di leggerne la storia con un distacco critico. Del resto anche nei movimenti vecchi e nuovi non mancano personalismi, emarginazioni, delazioni, minacce e agguati, se è vero che queste cose sono state presenti anche nei partiti, sicuramente non ne sono un’esclusiva. Qui in Sicilia abbiamo avuto piccoli movimenti anarchici pre-comunisti, ma abbiamo avuto soprattutto tentativi rivoluzionari socialisti e comunisti: i fasci siciliani dei lavoratori sono forse il più grande tentativo rivoluzionario socialista di fine ‘800 in Europa (purtroppo poi la parola “fascio” è stata infangata diventando sinonimo di qualcos’altro), ma prima e dopo la seconda guerra mondiale i più grandi movimenti siculi contadini sono legati soprattutto al PCI e alla CGIL. La storia della Sicilia è ben diversa da quello che si conosce in giro. Personaggi non solo come Pio La Torre, ma soprattutto come Girolamo Li Causi sono stati completamente dimenticati, e con lui le innumerevoli lotte. Quanti morti ammazzati tra compagni di partito e sindacato dai fascisti e dalla mafia. Ma la Sicilia si è sempre trovata (e lo è tuttora) nel mezzo di un crocevia ad altissima tensione tra interessi internazionali, come e più del resto d’Italia. Gli accordi della CIA con i reduci fascisti iniziano già nel 1943, ormai è documentato. Ciò vuol dire che nell’ambito di Jalta l’Italia era Occidentale e non c’era niente da fare se non a costo dello scoppio di un’altra guerra forse mondiale. L’eventuale rivoluzione sarebbe stata soffocata in un bagno di sangue senza alternative, come in Grecia con i colonnelli, e come in America Latina, non dimentichiamoci i vari tentativi (tutt’altro che farlocchi) di golpe in Italia, anche questi sono documentati. E’ un argomento molto delicato, chiedo perdono in anticipo per l’estrema semplificazione, ma mettendo insieme tutti gli elementi ritengo che il ruolo del PCI, seppur con errori e molte sofferenze, sia stato il perno della difesa della democrazia e di faticose quanto grandiose conquiste sociali mai viste prime: tutto ciò non era per niente scontato.
    Non m’interessa comunque oggi difendere il ruolo di quel partito o di quel sindacato, ho valutato che il tempo in cui viviamo, tolti gli orpelli, è molto più simile all’Ottocento e al Novecento di quanto non ci rendiamo conto a prima vista. Il Capitale stesso si autodefinisce oggi come “Neo-liberismo”, il riferimento storico è chiaro. Forse bisogna opporre…un neo-comunismo…oppure, come dice Chavez, il socialismo del XXI secolo. Battute a parte, essendo convinto che le uniche forme di organizzazione che hanno potuto tenere testa al Capitale in epoca moderna sono certi partiti e certi sindacati, ritengo che è da lì che bisogna ripartire: rileggere Marx, Gramsci e Lenin e anche Keynes (che molti dicono in realtà guardasse Lenin). In America Latina di fatto lo stanno facendo e sfido chiunque a dire che rispetto al passato non ci siano risultati.
    In sostanza, programma e metodologia ci sono già, sono pronti, bisogna solo aggiornare. Vediamo che succede ora in Grecia.

  • “i ritengo che il ruolo del PCI, seppur con errori e molte sofferenze, sia stato il perno della difesa della democrazia e di faticose quanto grandiose conquiste sociali mai viste prime: tutto ciò non era per niente scontato.”
    è qui che non mi ritrovo. Primo-: cosa significa “democrazia”? Quale modello democratico ha difeso? le conquiste sociali le ha fatte il PCI? Quali? Che abbia avuto dei validi militanti vero, che questi fossero espressione di realtà strettamente locali è vero. che questi siano stati lasciati uccidere o marcire dal “partito” pure vero, e poi li commemorano pure, come vi è successo di recente…

  • Il PCI-CGIL (ante-Berlinguer), insieme al PSI (ante-Craxi) e insieme a certa parte della DC (fino a Moro) innanzitutto hanno fatto la Resistenza insieme, dopo la nascita della Costituzione repubblicana hanno difeso qualcosa la cui alternativa era la Spagna di Francisco Franco, la Grecia dei Colonnelli, il Cile di Pinochet, l’Argentina di Videla, hanno ottenuto e difeso – ti porto tre esempi precisi – lo Statuto dei Lavoratori, la Scala Mobile sui salari, la Legge sul Divorzio che hanno portato soprattutto negli anni ’60 e ’70 un livello di diritti e benessere diffuso che, comunque la si legga, non ha eguali nella storia d’Italia: scuola pubblica, sanità pubblica, banche pubbliche, mutui popolari, etc. etc.. Ma dico, queste cose non sono esistite? Sono piovute dal cielo? Che tutto questo, da un punto di vista Rivoluzionario, non sia stato sufficientenon c’è dubbio, ma io cerco di dare un giudizio più distaccato possibile, cerco di non nascondermi. L’assurdo è che proprio negli anni ’60 e ’70 è stato sferrato dai cosiddetti movimenti il più grande attacco ideologico (da sinistra?) ai partiti della storia del novecento e tale attacco – a mio avviso – è uno dei padri dell’odierna degenerazione dei partiti e della loro partecipazione. E’ per questo che io mi chiedo, soprattutto quando vedo Toni Negri osannato negli USA come “una delle menti più brillanti del mondo”, a chi ha giovato?
    In ogni caso le vittime della politica equilibrista del PCI – forse inevitabili – non mi sono oscure, la Sicilia intera è una di queste, da Portella della Ginestra ai “milazzisti” (di cui oggi il governo Lombardo è figlio) la mia terra è stata massacrata. La mia terra è stata indifendibile se non a costo di far cadere tutto l’equilibrio europeo e quindi mondiale.

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